Il gabbiano vola basso

Recensione del romanzo di Antonio Lanza Il gabbiano vola basso, Armando Siciliano editore

di Gloria Gaetano

Ti affidiamo, o Signore, l’anima fedele del nostro fratello
Ambrogio, perché, purificata dalle sue colpe, l’accolga nella tua
infinita misericordia …

Non mi sembra vero, ma sono in prima fila, il posto riservato ai congiunti del caro estinto, con sguardo fisso sulla bara, rigidamente piantato sulle gambe. Ascolto le ultime parole del parroco in mesto raccoglimento; …., ho appena superato uno stato d’angoscia”.
E’ l’incipit del romanzo di Antonio Lanza Il gabbiano vola basso, che contiene già tutto l’evolversi della storia, che prende spunto dalle esequie del fratello morto, nella solennità della meditazione, per evolversi in una consequenzialità realistica, di vicende storiche e di rimandi memoriali; ed è perciò che il libro può anche essere considerato un romanzo di formazione dello scrittore, che talvolta diventa diegetico, aprendo scenari complessi di una realtà povera e contadina, e di ambienti degradati di città d’oltreoceano.
La narrazione si svolge, con molta linearità e limpidezza, sui due piani, del realismo, cioè della mimesi storica degli anni vissuti, e della formazione dell’esperienza affettiva dell’autore.
Ambrogio, il fratello più grande di Antonio, torna al suo paese, per trovare il sole e l’azzurro del cielo, dopo una vita trascorsa all’estero, lontano dagli affetti famigliari. Cerca anche gli odori della campagna, dell’erba e della vita semplice e densa di affetti che ha lasciato tempo fa.
E’ chiaro che è tornato per concludere la sua esistenza nei posti amati.
Da questo esordio si dipartono i ricordi dell’io-narrante, che ha considerato il fratello maggiore come un modello, come l’altra parte di sé, quella che tutti cerchiamo di ritrovare in noi. E’ diverso da lui, ha viaggiato, ha scelto di dedicarsi alla musica.
Antonio ricorda i momenti della sua infanzia in cui seguiva Ambrogio, osservava le sue attività lavorative, cercava di comunicare e diventare confidente e amico del fratello.
Ambrogio è un modello per il suo lavoro in officina, le scelte dopo il licenziamento, la volontà di dedicarsi alla musica e l’intensa passione per quest’arte.
Da alcune pagine di densa intuizione sentimentale e di volontà di ammirare e seguire il fratello, si passa alla narrazione delle scene del paesino sotto i bombardamenti, scene famigliari e collettive, di paura e di ristrettezze economiche, di vita agra.
“Accompagnavo mia madre in campagna la domenica, nel periodo in cui le scuole erano chiuse o la raggiungevo nel pomeriggio e, per un lungo periodo di tempo, lo spettacolo era desolante per i tanti crateri sparsi sulla collina. Avvertivo il timore di possibili tremori del terreno dissestato. Mia madre mi sorreggeva e, quando non lo faceva, mi aggrappavo alle pieghe del suo vestito.”
Mentre accompagna il feretro Antonio, ricorda, pensa, sente il dolore della perdita, che si tramuta a volte in sofferenza indicibile nel ricordare il suo seguire il fratello con costanza ammirazione e affetto.
E’ qui che il paesaggio, la vita del paese diventa il personaggio fondamentale, e l’autore perde il ruolo di
narratore del sé, per mettere in sequenza tutte le vicende di quegli anni, la paura, i bombardamenti, la fame, la miseria.
I personaggi della sua famiglia si presentano come centrali in queste scene: sono la madre, dalla forte personalità e centro della famiglia, la sorella, ricordata con dolcezza e tenerezza, ma non messa ancora a fuoco, e i fratelli piccoli, con tutte le loro intemperanze.
Ma il protagonista è Ambrogio, seguito, osservato dal fratello con un misto di apprensione, ammirazione e di inquietudine.
“Frequentava una bottega di un maestro artigiano fino a quando gli veniva concessa una tale possibilità, perché spesso i titolari erano sollecitati da persone più influenti e mollavano gli apprendisti meno protetti, strana sorte per decine di ragazzi ai quali era precluso il prosieguo degli studi.”
Mentre segue il feretro Antonio, il narratore continua a ricordare, e tutte le scene della vita del paese gli ritornano in mente, aprendo squarci interessanti , ora con dense pennellate, ora con improvvisi chiaroscuri; sono scene familiari: la bottega dove Ambrogio lavorava, la banda del paese; si delineano i particolari, i dialoghi, le sequenze realistiche che accompagnano l’infanzia e l’adolescenza del narratore, fino al momento in cui molti giovani e non più giovani uomini del paese decidono di emigrare.
“La vita dell’emigrante è imprevedibile: sogni, ti affanni, realizzi, conservi pensando ai giorni trascorsi nella miseria, ti esalti, ti concedi qualche diversivo e se tutto va male ricominci da capo. Soffrire faceva parte del gioco della vita, come pure gli sguardi beffardi o i sorrisi accennati di amici che incontravi per caso, reticenti, frettolosi.”
Antonio sente, tra le lacrime, che l’esodo triste ma pieno di speranza è iniziato. Sa che anche il fratello è andato via.
E allora comincia un registro diverso di narrazione; il paesaggio di Caracas, la vita da emigranti, le storie, i bar della città, fino alla clima di terrore del regime dittatoriale. Qui il racconto è divenuto esterno al narratore, scorrono altri scenari di un mondo diverso, mentre nel paese di Antonio tutto scorre come sempre, con un po’ più di benessere, una vita più decorosa.
Molto accattivante e ben delineata, con scene quasi cinematografiche,è la narrazione della vita degli emigranti nel quartiere di Caracas da loro frequentato. Ma, tra ritorni brevissimi e partenze, la vita di Ambrogio continua a segnare e a intersecare i momenti tranquilli di quella di Antonio, che non smette mai di sentire con tormentosa inquietudine la lontananza del fratello. Finchè Ambrogio non torna, malandato, affaticato, invecchiato.
“Non m’importava, eri tornato a casa ed ero felice. Lo dissi con troppa fretta, forse con troppa gioia che sobbalzava nel cuore, sfidando ogni avverso sortilegio. Pensando allo spietato male che ti ha demolito, prima di gioire avrei dovuto pregare il Signore perché ti concedesse una buona salute e una vita più lunga.”
Ambrogio, che ha lavorato tutta la vita, che ha vissuto una condizione di emarginazione, tipica degli emigranti, degli sfollati di tutto il mondo e in tutti i millenni della storia, è tornato per morire, come quel gabbiano, intravisto sul mare, che volava basso, per andare a nascondersi e a morire. E questa è stata la vita e la fine di Ambrogio, quella di una persona che vendeva in altri paesi la forza delle braccia in cambio di uno scarso salario; è sempre, ieri come oggi, la storia degli emigranti che si ripete, la storia di chi offre il proprio lavoro e lotta per la sopravvivenza.
Antonio, ora di nuovo io narrante, non può che concludere così:
“Guardo la tua fotografia poggiata sul tavolo e chiudo gli occhi. Ascolto le voci degli ospiti che conversano con i tuoi, la mia immaginazione esplode come fuochi d’artificio, in tutte le direzioni, mi sento trascinare lontano e le voci si spengono. In una luce immensa ti vedo, mi vieni incontro con le braccia sospese, come le ali di quel gabbiano stanco e morente. Dammi la forza per non piangere! Avrei donato la mia vita per non farti morire!”
Ed ecco che tutto l’evolversi della storia di Ambrogio, delle vicissitudini di questo personaggio che si muove forte e determinato in un volo simile a quello del gabbiano, in questo consiste: il suo destino è volare; quando vola basso e si mette al riparo, è per morire. E, rivedendo al ralentie tutta la vicenda, si può abbracciare la storia che va dall’unicità dell’esperienza interiore e sentimentale, alla molteplicità delle scene e dei personaggi, per poi di nuovo tornare all’unicità di un’esistenza che si chiude e di un’altra, quella dell’autore, che si forma e si consolida attraverso il lungo e profondamente sentito rapporto con il fratello. Storia antica di affetti famigliari, memorie, emigrazione, lavoro, viaggi in paesi lontani, con sfondi storico-sociali di regimi dittatoriali, di guerra, fame, povertà, e, infine, di ripresa, di vita da vivere, affetti da costruire, che diviene anche attuale e contemporanea, perché sono archetipi narrativi che si ripetono negli eventi con connotazioni diverse, ma che un giorno speriamo di veder svolgersi in un progredire differente da quella linea che adesso ci appare immota e già fissata. La trama è avvincente,semplice e fluida senza troppi giri di parole, la lettura è incalzante e mai noiosa. I personaggi sono descritti nei minimi particolari, dall’aspetto fisico a quello psicologico, tanto che a volte sembra di vivere tutte le loro esperienze. La cosa che mi ha incantata è il rapporto d’amicizia, di fiducia e di complicità che c’è tra Antonio e Ambrogio. La cifra narrativa più rilevante, in conclusione, è la presenza di almeno tre registri narrativi: non si tratta solo di introspezione dello scrittore, di crescita spirituale e maturazione psicologica, ma di ambientazione realistica e piena di vitalità, di visione di paesi lontani, di ambiente d’origine dei due fratelli, di personaggi che si vanno delineando ricchi di spessore e di umanità. Dal microcosmo individuale si passa al macrocosmo della storia: non rimangono separati ma sono complementari e osmotici, in un tipo di scrittura intensa e ricca di sfumature, rara da incontrare nella narrativa d’oggi.

Un pensiero su “Il gabbiano vola basso

  1. Certo, la mia recensione è solo un piccolo test del libro. Per apprezzare sfumature, chiaroscuri, personaggi, situazioni di conflitti e di crescita interiore, trama e scenari, per gustare il libro, bisogna tenerlo tra le mani e ‘entrarci dentro’

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