C’era una volta il grande cinema italiano #2 – Germania anno zero.


Il cinema italiano non è morto, dicono. Forse arriverà qualche piccolino in grado di salire sulle spalle dei giganti, magari diventare un punto di riferimento per altri in futuro. Certo appartiene al regno della fiction
pensare a un ritorno di quello che è successo nella stagione del dopoguerra. Per quasi cinquant’anni, ieri come oggi, tutti i maggiori registi delle generazioni successive a quelle che esordiscono negli anni quaranta, da Godard e Truffaut a Glauber Rocha e Win Wenders, dai fratelli Taviani a Bertolucci, da Nelson Pereira Dos Santos a Wajda a Coppola a Scorsese, hanno riconosciuto il loro debito nei confronti di Rossellini e Zavattini-De Sica, Visconti, ma anche verso De Santis, Lattuada, Germi, Zampa.
Molto è dovuto a Rossellini, a partire dalla tecnica del pedinamento, esemplarmente utilizzata in Germania anno zero.
Il protagonista di Germania anno zero (1947, Roberto Rossellini) è un bambino ed il rimando al figlio del regista è enunciato fin dalla dedica che appare nei titoli di testa “Questo film è dedicato alla memoria di mio figlio Romano”.
Il film ruota intorno alla storia del dodicenne Edmund Koeler che uccide il padre vecchio e malato e quindi, schiacciato dal rimorso, si suicida.
La storia sembra non avere alcun legame con la morte del figlio di Rossellini, avvenuta a Barcellona nell’estate del 1946, all’età di nove anni, eppure il film è anche la tragedia della morte di un bambino.

Lo “scatto” della tragedia si trova nella struttura del film, non vi è sovrapposto. Nemmeno il dolore per la perdita del figlio si riflette direttamente nell’opera. È assorbito dalla necessità drammatica, convertito in linguaggio.

Edmund è un bel bambino biondo, di quelli che ricalcano perfettamente l’ideale ariano. Si dice che Rossellini l’avesse scovato in un piccolo circo.
La sensazione di desolazione nello spettatore viene ulteriormente enfatizzata dalla recitazione, neutra ed apparentemente priva di partecipazione emotiva.
Il film si apre con un piano sequenza di Edmund che per lavorare scava le fosse delle tombe. È una chiara indicazione del finale, come se il bambino scavasse la sua, di fossa.
È oppresso dal carico della famiglia e dalla fame, dalla necessità di provvedere, lui, così piccolo, alla sussistenza dei suoi cari.
Nella Berlino devastata dalle bombe la famiglia del ragazzo non è un porto sicuro in cui rifugiarsi, piuttosto è confusa, a pezzi, priva della funzione educatrice. In un appartamento di un quartiere semi distrutto vivono cinque famiglie per un totale di dieci persone. La madre è morta, il padre è vecchio, malato, costretto a letto. Il fratello maggiore, Karl-Heinz, è un ex soldato del regime nazista, non si fida della proclamata immunità per i soldati e teme di uscire di casa. Karl, quindi, non esiste, non ha diritto alla “tessera della fame”.
I due maschi della famiglia, che pure hanno combattuto, chi nella prima, chi nella seconda guerra mondiale, sembrano incapaci di trovare un posto socialmente utile in tempo di pace.
Eva, la sorella, è una vedova bianca che attende da tre anni il ritorno del fidanzato, ed è l’unica che tenta di fare da madre-educatrice ad Edmund. Ma anche lei è un’anima in bilico verso il degrado morale. Ogni sera si reca nei locali gremiti dai soldati alleati, dove elargisce sorrisi in cambio di qualche sigaro da scambiare al mercato nero (quattro sigari valgono venti marchi).
Edmund è l’emblema della solitudine, non ha amici, non ha punti di riferimento, lo accompagna solo la disperazione.
La morte di Edmund non è un fenomeno ma la conseguenza di una certa realtà. È lo stesso Rossellini a dare un’indicazione sul suo modo di operare:

Partire dal fenomeno ed esplorarlo e far scaturire da questo liberamente tutte quante le conseguenze e non ho mai voluto dimostrare niente, ho voluto soltanto osservare, guardare, obbiettivamente, moralmente, alla realtà e cercare di esplorarla in modo che da essa scaturissero tanti dati dai quali si potevano poi trarre certe conseguenze.
Vittime del nazismo non furono soltanto i bambini ebrei perseguitati e deportati, ma anche i bambini tedeschi perché cresciuti nella disciplina di ferro, nell’adorazione della patria, nell’ideologia e nella venerazione dell’uomo forte.
Edmund è il figlio di questa cultura, che dopo la sconfitta ha come unico sbocco la desolazione, così come a circondarlo sono le rovine di una Germania debole e sconfitta.
Il delitto del bambino è di credere ai suoi riferimenti principali, ai pilastri educativi che ogni ragazzo ha negli anni della propria formazione: il padre e la sua figura vicaria nell’ambito dell’istruzione, l’insegnante. Ma quello che Rossellini registra è un mondo fuoriuscito dai cardini della normalità, un universo che ha permesso la morte e la devastazione della guerra, grazie soprattutto alla generazione dei padri e ai cattivi maestri.
Per Edmund, quindi, non possono esistere esempi di moralità certa in un contesto che ha utilizzato la moralità a suo uso e consumo per costruire un ordine nuovo basato sulla discriminazione e sulla disuguaglianza.

Il padre è un uomo senza forza. Non era riuscito ad opporsi al regime ed ora non riesce a provvedere al sostentamento della sua famiglia. Edmund fa propria la lezione del professore: «Impara dalla natura..!». Solo i forti sopravvivono ed Edmund decide di prendere il posto della natura. In ospedale, durante la visita al padre, ruba una bottiglietta di veleno.
Nella sequenza dell’avvelenamento la famiglia è a cena, sono al buio perché hanno tagliato la luce, il padre comincia a raccontare le sue disavventure : «[…]Se almeno fosse viva vostra madre, ma anche lei mi è stata tolta. Tutto mi è stato tolto. Il mio denaro
dall’inflazione, i miei figli da Hitler».
Il bambino prende una candela e si sposta nella stanza accanto per preparare il the al veleno mentre la voce off del vecchio Koeler continua a raccontare di se stesso e a fare la paternale a Karl sui suoi doveri. Intanto Edmund porta la bevanda al padre.
Il padre sposta il bicchiere di mano per accarezzare dolcemente Edmund e gli dice : «Tu sei un ragazzo di cuore, grazie! E anche a voi … sono contento di avere dei figli come voi … La sventura mi ha colpito, però mi ha lasciato i miei figli».
Edmund è impassibile. Ha fatto esattamente quello che i soldati nazisti hanno fatto in guerra, ha agito secondo i dettami di un’ etica della forza che giustifica e plaude alla morte dei deboli, in quanto peso della società. Non bisogna dimenticare che Hitler aveva dato disposizione, nella sua folle idea di creare una razza forte, di uccidere i malati ed i bambini nati con handicap. La vicenda di Edmund è il frutto della storia di un popolo con tutti i suoi errori ed orrori.
Il peso del suo gesto lo porterà a vagare per le strade piene di macerie di Berlino. Il carrello di Rossellini lo segue in questo suo perdersi, ma non è lo spazio del pedinamento alla Zavattini.

C’è un’attenzione così particolare, così intensa alle piccole cose, ai gesti, ai movimenti apparentemente casuali, che si manifesta in un rigore formale perfetto, come se a Rossellini non interessasse tanto la costruzione del dramma quanto piuttosto la ricerca del “vero assoluto”, senza affabulazioni, metafore o simboli.

Ovviamente si tratta una realtà ricostruita, ma la vicenda di Edmund è totalizzante. È la tragedia di un’umanità che non sa come ricominciare. Si passa quindi dal microcosmo rappresentato dalla vicenda di Edmund al macrocosmo che si riflette nella tragedia collettiva.
Il bambino sale sul campanile semi bombardato di una chiesa, mentre un sacerdote all’organo suona “Largo” di Hendel. Da qui vede portare via la bara del padre, restando sordo all’accorato richiamo dei fratelli che gridano il suo nome. La sua infanzia è perduta. Si copre gli occhi, come se avesse paura non del buio ma del mondo, quello vero, senza speranze, che lo circonda.
Così il piccolo Edmund, vittima di un mondo di violenze, privato dell’infanzia e di ogni redenzione, opta per la sua “soluzione finale”.

12 pensieri su “C’era una volta il grande cinema italiano #2 – Germania anno zero.

  1. La stagione del neorelismo è stata una scuola per tutto il cinema internazionale. Poi abbiamo Fellini, Pasolini. Qualcuno ancora, come Ozpetek, Martone, Sorrentino… e altri. Ma non siamo a quelle vette che hanno insegnato al mondo intero a fare cinema….

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  2. Eccellente recensione di un film che, purtroppo, non ho visto, al contrario di molti altri capolavori dei grandi registi citati.

    “C’è un’attenzione così particolare, così intensa alle piccole cose, ai gesti, ai movimenti apparentemente casuali, che si manifesta in un rigore formale perfetto, come se a Rossellini non interessasse tanto la costruzione del dramma quanto piuttosto la ricerca del “vero assoluto”, senza affabulazioni, metafore o simboli.”

    Così “lavorava” il maestro Rossellini.

    GBG

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  3. @ Giorgina
    “Eccellente recensione di un film che, purtroppo, non ho visto..”

    Cara GBG, confidenza per confidenza, io Rossellini l’ho scoperto solo negli ultimi anni, e solo grazie alla passione di mia moglie per un certo cinema.
    In queste mie recensioni forse traspare l’entusiasmo del convertito…

    Un caro saluto

    paolo

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  4. @ Paolo

    Confessione per confessione, io sono sempre entusiasta di certi capolavori, che non sto a citare perché molto noti, benché li abbia visti da un pezzo, pur non essendo Matusalemme.
    Mia madre e mia zia ci portavano al cinema con loro a vedere i film importanti anche se talvolta noi bambine “non avevamo l’età”. Tuttavia quest’abitudine familiare ci ha permesso di farci una cultura cinematografica abbastanza vasta, più tardi approfondita nel Cineforum.

    Un caro saluto
    Giorgina

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  5. Della trilogia sulla guerra (con Paisà e Roma città aperta), questa è l’opera che non lascia neanche l’ombra della speranza: Roma si concludeva sì con la fucilazione di Don Pietro, ma con i ragazzi che andavano verso la città-simbolo della tragedia appena conclusa ma forse anche del loro futuro… Paisà vede nell’ultimo episodio, ambientato nel Polesine, la strage finale dei partigiani, ma in altri episodi si intravede la Liberazione, uno spirito di fratellanza che può salvare l’uomo dalla sua violenza.
    In Germania anno zero, invece, la tragedia di Edmund è insanabile, quasi insopportabile nel concentrare su questo piccolo figlio di un paese distrutto, i frutti della cultura della morte.

    Film come questi una volta la Rai li trasmetteva in occasione degli anniversari storici o quando scomparivano i grandi maestri… ora non più.

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  6. Grazie Luisa, l’assenza di speranza è proprio la cifra che distingue questa pellicola dalle altre. E, sì, vedere film del genere oggi in rai sarebbe decisamente troppo rivoluzionario..

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  7. sorrentino è un neorealista? ehm…

    bravo paolo, sono originali e puntute queste tue recensioni. e questo film è forse il più straziante del maestro romano.

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  8. Il terzo momento della “trilogia della guerra”, probabilmente, è il film più “straziante” e buio che il Maestro romano abbia mai girato. In “Germania anno zero” non compaiono gli uomini comuni artefici di atti eroici che popolavano “Roma città aperta” ed alcuni episodi di “Paisà”, bensì “un mondo fuoriuscito dai cardini della normalità, un universo che ha permesso la morte e la devastazione della guerra, grazie soprattutto alla generazione dei padri e ai cattivi maestri”.

    Il carrello che pedina Edmund, mentre questi cammina sui nervi scoperti e le ferite aperte della Berlino postbellica e del suo animo, comunica un’emozione estetica estremamente intensa e riuscita.

    “Germania anno zero” è certamente una delle vette del cinema rosselliniano, forse la più alta, dal momento che in questo film il Maestro dimostra una miracolosa capacità di introdursi nel labirinto dell’animo dei suoi personaggi e della coscienza collettiva, e perché in questo film il motivo umanissimo del dolore è stato compiutamente “assorbito dalla necessità drammatica, convertito in linguaggio”, come ha lucidamente scritto Paolo Cacciolati in un passaggio della sua “puntuta” ed eccellente scheda critica.

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  9. @Franz: grazie, ti lascio un piccolo indizio per la terza scheda, la Madunina.

    Quanto a Sorrentino e gli altri contemporanei che sarebbero antisistema, ricordo solo che questi film di Rossellini, come molte altre pellicole importanti di quel periodo, furono autoprodotti,chè nessun produttore si sarebbe sognato di cacciare i soldi per storie del genere. E quindi? Si sono arresi? No, hanno tirato la cinghia, girato in economia di mezzi,con tutto il sistema contro (all’epoca queste pellicole non piacevano nè a destra nè al centro nè a sinistra)ma i film sono usciti lo stesso.
    Ora invece i nostri campioni anti-sistema non alzano manco un dito, se non hanno sotto il culo poltrone imbottite di money e appoggi e sostegni nel mondo che conta.
    Pensare che ancora oggi ci sarebbe la possibilità di fare una pellicola alternativa e di successo con investimenti zero, come il film Il vento fa il suo giro, ma forse ci vuole troppa fatica…

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  10. @Gianfilippo Gravino
    grazie per le tue osservazioni, ne emerge passione e conoscenza sul Cinema di Rossellini.

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