La primavera in Val Curone è come un balsamo sulle ansie dell’anima

di Marco Grassano

(da Alibi Online)

La primavera è la stagione che preferisco. L’autunno è triste, l’inverno è cupo, l’estate è monotona e asfissiante (e, nella sua parte finale, mostra già la velatura malinconica – starei per dire sinistra – del commiato). In primavera tutto è in continua evoluzione; ogni settimana, quasi ogni giorno si ha una fioritura nuova, un verde nuovo, una profondità nuova nel paesaggio…
Certo, con gli anni mi è aumentata la capacità di percepire i particolari della Natura, o forse di sentirne l’emozione, la consonanza interna. Anche in città ho cominciato a far caso alla fioritura rosata, soffice, spumosa di alcuni alberi da giardino, e al graduale insinuarsi, in essa, delle foglie novelle, dapprima timide e poi prorompenti, mentre la brezza si portava via i petali, come un nugolo di coriandoli rosa. Ma è soprattutto in Val Curone, dove la Natura ha recuperato il suo ruolo primigenio ammantando e inglobando anche le rovine in pietra delle case abbandonate, che questa sintonia si fa più marcata. Così, neppure un cielo grigio di nuvole mi impedisce di avvertire un tocco al cuore, come un miele o un balsamo sull’anima, un brivido di acuta armonia con la Natura, osservando i molteplici verdi intessuti nel paesaggio, le felpature d’alberi, i densi chiaroscuri della tridimensionalità (le ombre che impastano e digradano e sbalzano come un cesello piante e cespugli), i campi che si diffuminano di tonalità diverse, i verdi teneri che punteggiano quelli più maturi come macchie di incandescente luce smeraldina.
E di forte emozionalità sono anche i piccoli particolari: i fiori sbocciati sull’esiguo rametto di rosmarino piantato lo scorso autunno (intensi, leggermente violetti, ma con una gradazione di azzurro in più rispetto a quelli della vicina lavanda argentata, una specie curiosa le cui corolle apicali sormontano quattro file verticali di minuscole corollette blu scuro segnate al centro da un piccolissimo, polveroso bottoncino aranciato, quasi un brillantino toccato dalla luce) o i verdi grigi – e quelli più olivastri della nuova germogliatura – delle varie Lavandulae, intensamente olezzanti se accarezzate. Passando dal giardino alle fioriture selvatiche, l’emozione del dettaglio rimane invariata: costellazioni di coroncine a cinque petali ellittici di un rosa carico, con in mezzo le loro lillipuziane anterine bianche; ciuffi di fiorellini gialli dalle corolle stratificate, multilivellari, che tendono in alcuni punti a sfumarsi di rosso; il giallo più solare, succoso dei “denti di cane”; il bianco, impercettibilmente pennellato di grigio al centro di ognuno dei sei petali, dei giglietti di campo stellati (mi pare di averli sentiti chiamare, tanti anni fa, “fiori di Maria”); i fiorettini, pure a sei petali, di un azzurro ricco (più intenso di quello dei fiordalisi), un po’ metallizzato, che seccando si fanno scuri, quasi un blu di metilene, sopra le assai più ampie foglie pelose; le croci di petali bianchi dei “dollari”. Di fronte a queste piccole meraviglie, a questa sobria raffinatezza, le prime orchidee, rigidamente impennacchiate, sembrano qualcosa di eccessivamente elaborato, di sontuoso, di barocco.
Ma la vista è ancora, forse, un senso troppo “intellettuale”, e vale allora la pena di dare spazio all’udito. Nei folti di alberi, o nei ciuffi sparsi, si sente, anche di giorno, il gemito tremolante, sinusoidale dei grilli (ma una sera, nell’erba appena falciata, un singolo grillo mi ha offerto il suo breve scampanellio, dapprima incerto e quasi timido, poi ripetuto: come scuotendo lievemente un piccolo sonaglio di ottone) – ricamato, bordato dal canto di un’infinità di uccelli. Sono suoni liquidi, di una bellezza assoluta: chioccolii, sforbicii melodiosi, sferruzzii argentei che è assai difficile imitare a parole (lo fece abbastanza efficacemente, nel suo greco ironico che non mancava però di lirismo, Aristofane, quando compose “Gli uccelli”). Provo a riprodurne qualcuno (avvertendo solo che la “c” ha sempre suono dolce come in “cielo”, mentre il suono duro, come in “cane”, lo trascrivo con “k”):
Plipplicc, plipplicc, plipplicc;
Cìripi, cìripi, cìripi;
Quëcc quëcc, quëcc quëcc;
Ci cio ci cio cìu cìu;
Tivìt, tivìt, tivìt;
Pipìt, pipìt, pipìt, pipìt;
Cëp, cëp, cëp;
Psstt, psstt, psstt;
Cirrrr;
Kukukku, kukukku (questo è il breve assolo della tortora);
Quiqui qui qui;
Pc, pc, pc;
Ci ci, ci ci,

seguito da un crepitio, come di scarica elettrica, ma armonioso…
… questa fitta trama sonora è punteggiata, di tanto in tanto, dallo scalino tonale discendente del cuculo, quasi timido rispetto alla veemenza degli altri canti, mentre, a sera, si ode l’intervento pensoso del chiurlo o, a notte fonda, quando i grilli ormai tacciono, un lontano cìu, cìu, cìu, cìu…
Ci sono poi i versi degli altri animali (ronzio uniforme di insetti, belare saltuario di pecore, abbaiare stereofonico di cani disseminati nelle fattorie, che si rispondono dal fondovalle alle “coste”) o alcuni suoni umani immemoriali, come il vibrare lento di una remota campana o il sibilo della falce fienaia, secco come il fruscio della ramazza che sfrega su una superficie dura.
Svolgere un’attività di giardinaggio quassù è come seguire una regola monastica, come recitare una preghiera laica. Il tempo assume una dimensione diversa, una “durata” musicale maggiore, quasi reggesse una nota più lunga: nella stessa unità di tempo si riescono a fare più cose rispetto alla quotidianità, o valutiamo di aver fatto tante cose e ci accorgiamo che è passato poco tempo (o forse, semplicemente, è la nostra percezione temporale che cambia).
Pure passeggiando lungo i sentieri tra i boschi si ha l’impressione di riuscire a percorrere rapidamente molta strada (partendo da Dernice si arriva a vedere dall’alto San Sebastiano Curone, e poi, arretrando ad imboccare l’altro “rebbo” del bivio, Brignano Frascata, e, tornati a casa, ci si accorge di averci impiegato solo tre ore), anche se ci si ferma ad osservare il verde ancor nuovo dei boschi o le ginestre con le foglioline che annunciano i profumati fiori gialli, o ad annusare la liquirizia selvatica, o a ricercare qualche elevato belvedere dal quale contemplare (e fotografare) il paesaggio, intessuto di piani sovrapposti e di colori, fino all’orizzonte diffuminato di un cilestrino pallido che ricorda certe pitture giapponesi…
Quando si accumulano emozioni e sensazioni simili, si ritorna rigenerati alla vita di tutti i giorni, e vien voglia di cantare, con la grande musicista cilena Violeta Parra, “Gracias a la vida, que me ha dado tanto…” (dove il “tanto” sono, soprattutto, i sensi con cui cogliere l’immensa realtà che ci circonda).

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