C’era una volta il grande cinema italiano #3 – Miracolo a Milano

Martedì, dopo i risultati elettorali di Milano, un giornale ha ripreso la celebre immagine finale del film di De Sica-Zavattini, come simbolo dell’insperato riproporsi di un miracolo sui navigli.
A dirla tutta, è una scena che ha subito plagi ben più clamorosi, per esempio in una certa famosa sequenza di un certo famoso film di un certo famoso regista su un certo famoso alieno. Facile da indovinare, vero? No? Basta immaginare le biciclette al posto delle scope…
Partendo dunque dal finale del film, nel 1951 Vittorio De Sica e Cesare Zavattini immaginano poeticamente il cielo come finale salvezza per il popolo delle “coree” (nel 1950, dopo lo scoppio della guerra in Corea, le aree più disperanti della città erano dette “le coree”), radunatosi all’alba in Piazza del Duomo, montando le scope levate agli spazzini per volare oltre le nubi. Che poi si tratti di un finale consolatorio, come molti hanno detto, è tutto da dimostrare.
La pellicola Miracolo a Milano, tra l’altro recentemente restaurata, conclude idealmente una parabola iniziata a metà del ’45, con l’uscita sugli schermi italiani di Roma città aperta.
Il protagonista è ancora una volta un bambino-ragazzino.
Totò è un neonato senza genitori, trovato sotto i cavoli dell’orto da una vecchina un po’ svagata, la signora Lolotta, che lo adotta come nonna e lo cresce insegnandogli il gioco, la fiducia nel prossimo ed i numeri. Purtroppo muore quando Totò è ancora bambino ed il piccolo è destinato all’orfanotrofio. Per poi finire in una baraccopoli lungo la ferrovia.
Il carattere del film è intuibile già dai primi fotogrammi.
I titoli di testa scorrono su un quadro di Bruegel, Proverbi dei Paesi Bassi (1559), che rimanda ad un clima di festa e colore.
Il film comincia, come tutte le favole, con una scritta, con calligrafia infantile: «C’era una volta….».
Tutta l’opera è incentrata sul tema del gioco, della fantasia, dei poveri che sono pazzi, della capacità di trattenere il sentimento dell’infanzia anche da adulti.
La maniera di rapportarsi alla natura e al linguaggio presenta lo stesso carattere elementare e ludico. «Com’è grande la terra» esclama estatica la signora Lolotta, saltando il fiume immaginario disegnato sul pavimento dal latte uscito dal pentolino.

Tutto si trasforma in spettacolo e in gioco. Anche un semplice tramonto, anche un goffo raggio di sole che filtra debolmente dalla nebbia illuminando un ristretto palcoscenico di terra, dove i barboni, accalcati, muovono i passi di balletto.
È in questo contesto, dove i barboni cantano e saltellano per scaldarsi dal freddo, che compare per la prima volta Angelina, una bambina del campo.
Totò la prende in braccio per portarla sotto il timido raggio di sole che ha forato come un miraggio la densa nebbia invernale della pianura padana.
La bambina è imbronciata e triste, Totò le sorride e gioca con lei.
Nel nulla del terreno gelato appare una porta, sembra un dipinto surreale, se ne sta lì un po’ obliqua, pronta a farsi aprire.
Totò gioca con la bambina a “cucù” e affinché possa scaldarsi la incita con: «Batti i piedi! Batti i piedi!».
Sopraggiunge una tempesta di vento così forte che la bambina rotola via e Totò corre ad afferrarla, e la porta al riparo, contro la porta.
Dopo la dissolvenza, con il sottofondo di un’allegra canzone, si vedono in campo totale i bambini che giocano a girotondo tenendosi per mano. Totò li interrompe, chiedendo loro le tabelline, ma il primo piano dei visini mostra che non sanno cosa siano.
Per questo motivo Totò metterà al posto dei nomi delle vie del nuovo accampamento le tabelline: «Strada 5×5=25»; «Piazza 1×1=1».
Sarà un modo per scolarizzare i ragazzi ed adulti facendoli divertire.
Totò trasforma il campo in una sorta di luna park, dove i bambini sono in prima linea a cantare e possono avere un palloncino legato al polso.

È un continuo sovrapporsi di realtà e fantastico in cui anche gli adulti, forse perché poveri e pazzi, sembrano pronti a lasciarsi andare al sogno, cavalcare il cielo della grigia Milano, a bordo di una scopa, verso un mondo dove «buongiorno vuol dire veramente buongiorno».
È un viaggio di liberazione, dove, nei tipici finali di De Sica-Zavattini, non si conosce la meta e forse non importa, basta poter fuggire dalla fame, dalle baraccopoli ai piedi del cemento della città, e dall’indifferenza di chi finge che non esista la povertà. Anche se la meta di questo viaggio finale è Utopia, comunque un posto fuori dal mondo.
Per altri dettagli su trama, personaggi e attori (ricordo qui solo un grandissimo Paolo Stoppa nei panni del magnate malefico) potete wikipediare e googolare.
Ricordo solo che il film venne attaccato un po’ da tutte le parti. Chi diceva che era troppo neorealista e chi troppo poco. Buffamente fu poi considerato in Italia troppo filosovietico, mentre in Unione Sovietica fu censurato in quanto opera troppo consolatoria e non in linea con i dettami della rivoluzione di popolo.
Però, guarda caso, trionfò alla quarta edizione del Festival di Cannes.

3 pensieri su “C’era una volta il grande cinema italiano #3 – Miracolo a Milano

  1. “Tutta l’opera è incentrata sul tema del gioco, della fantasia, dei poveri che sono pazzi, della capacità di trattenere il sentimento dell’infanzia anche da adulti.”

    Un gran bel film da vedere con lo spirito disposto al continuo passaggio dalla realtà alla fantasia, in un clima surreale che può non essere compreso, quindi apprezzato, dallo spettatore superficiale.
    Bella recensione. Grazie. Un cordiale saluto

    Giorgina

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  2. “Buffamente fu poi considerato in Italia troppo filosovietico, mentre in Unione Sovietica fu censurato in quanto opera troppo consolatoria e non in linea con i dettami della rivoluzione di popolo.
    Però, guarda caso, trionfò alla quarta edizione del Festival di Cannes.”
    E’ un mondo strano, Paolo.
    E’ proprio un mondo strano…

    "Mi piace"

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