Sto provando a pensare

Squilla il telefono ed è mio padre. “Mauro” dice, “ho ucciso mamma”.
Io ho appena finito di legare i pomodori alle canne che stamani sono andato a prendere dai lungo-fossi fuori città. Ho ancora in testa l’istante in cui mi dannavo l’anima a spezzarle, le canne, tra gli arbusti ai lati della superstrada, maledicendomi per non avere con me un pennato o un coltello, quando avevo sentito una voce alle mi spalle dire “ma cosa sta facendo?”
Era un tizio con la barba rasata, i ray-ban scuri, l’uniforme fresca di lavanderia.
E io che mi sentivo bagnato fin dentro le mutande, avevo le maniche della camicia arrotolate sopra la giacca e i calzoni appiccicati alle cosce. Non ero neppure passato da casa a cambiarmi d’abito dopo l’udienza in tribunale.
“Prendo qualche canna” avevo detto, col fiatone a spezzarmi la voce e le gocce di sudore a scendermi lungo le guance.
“Non lo sa che questo è un terreno demaniale?”
Mi ero guardato attorno. Anni che l’intera zona è abbandonata.
“I canneti” aveva ricominciato il tizio estraendo un blocchetto e mettendosi a scrivere “svolgono una funzione fondamentale nel contenimento di eventuali esondazioni”. Preso e riportato così, da chissà quale manuale di conservazione dell’ambiente.
Questo per dirvi come giravano le cose quando il telefono ha squillato e io ho risposto e mio padre ha detto “ho ucciso mamma”.
“Cosa?” gli ho chiesto.
“Mamma” ha ripetuto lui calmo.

Stavo uscendo da un brutto divorzio. Cinque anni di fidanzamento e due di matrimonio e mia moglie se n’era andata senza neanche dire ‘ciao’. E a settimane di distanza dalla sua fuga ero venuto a sapere che si era trasferita a vivere da un altro uomo. Finché qualcuno, incontrandomi, mi aveva detto che ‘tra noi’ – intendendo con questo me e mia moglie – ‘non c’era rimasto nulla’. Giulia si era confidata con un paio di amiche a quanto pare. E io che credevo facesse tutto parte del normale corso delle cose: sapete, la vita di coppia, il calo del desiderio, la crisi del settimo anno. I giornali sono pieni di queste faccende.
Poi il giorno prima dell’udienza in tribunale l’avevo scovata al supermercato. “Dobbiamo proprio fare una scenata davanti a tutti?” mi aveva detto. Non c’era nessuno. Nessuno va a fare la spesa alle otto di mattina: nessuno tranne una moglie che non vuole incontrare il marito da cui ha deciso di divorziare e ovviamente il marito in questione che la sta cercando.
“Voglio solo sapere il perché”.
“Lasciami in pace”.
“Il perché”.
“Due anni che a malapena ci parlavamo e vuoi anche sapere il perché?”
“Sì che parlavamo”.
“No che non parlavamo”.
“E invece sì”.
“Cazzo, Mauro” aveva detto, “con te è proprio inutile. Ma come fai a essere sempre così… così…” e non aveva aggiunto nulla.
Intendeva dire ‘freddo’. ‘Codardo’. Vedi anche ‘miserabile’.
“Ti amo ancora” avevo detto.
“Tu non sai cosa vuol dire amare”.
“Ti dico che ti amo”.
“Lasciami in pace”.
E la mattina dell’udienza si era presentata in tribunale accompagnata dall’avvocato.

Quando entro nell’appartamento dei miei genitori trovo mio padre seduto in poltrona con un bicchiere di whisky in mano e una bottiglia accanto. E per quanto mi sforzi di rintracciare nella memoria un’immagine differente da questa è così che lo ricordo dai tempi delle elementari fino a oggi.
“Dov’è?”
Lui continua a fissare il bicchiere e non risponde.
“Dov’è?” ripeto.
Allora fa un gesto con la testa, non aggiunge altro, mi indica la camera da letto e ricomincia a bere. E mentre cammino lungo il corridoio lo sento alzarsi e seguirmi.
Mia madre è immobile sul pavimento, il collo piegato in un angolo innaturale, gli occhi sbarrati verso il soffitto. “Non so neppure se è stato un incidente” sento mio padre dire. Si siede sul letto, ha con sé la bottiglia e due bicchieri. “Stavamo mettendo i cappotti in cima al mobile per il cambio di stagione, quando mi ha chiesto di tenergli la scala. Io l’ho visto che stava per cadere, ma non ho fatto nulla per impedirlo. L’ho semplicemente guardata andare giù”. Finisce il whisky. Riempie entrambi i bicchieri.
“Mamma…” sto cominciando a sussurrare.
Mio padre si porta il bicchiere alle labbra e dà un altro sorso
“Mamma…” mormoro, in cerca di lacrime che non riesco a rintracciare. Eccomi. Sono in uno dei momenti più importanti della mia vita: mio padre è  seduto sul letto ubriaco, mia madre è morta sul pavimento, e l’unica cosa a cui riesco davvero a pensare in questo istante è mia moglie: la sua schiena dritta e fredda, il suono dei suoi tacchi che si allontanano sul lastricato del tribunale, il silenzio attorno, la brezza che le solleva per un istante i capelli.
“Prendilo” dice mio padre indicandomi il bicchiere.
“Come sarebbe a dire che non sai se è stato un incidente?”
Allora si accorge delle mie mani sporche di terra. Vede i tagli freschi dentro i palmi, le dita arrossate, i segni delle foglie sotto le unghie.
“Cos’hai fatto?”
“Giulia mi ha lasciato” rispondo nascondendo le mani dietro la schiena “non vi avevo detto nulla perché speravo di risolvere la cosa”.
Lui dà un altro sorso al whisky e dice “non ci era mai piaciuta quella”.
“Per piacere” rispondo, “non cominciare”.
“È così”.
Ed è anche per questa ragione che avevo da tempo smesso di andarli a trovare. “Perlomeno l’hai strozzata per bene prima di seppellirla” dice indicandomi le mani e versandosi nuovamente del whisky. “Una volta tanto abbiamo avuto una giornata simile noi due”.
E allora vorrei saltargli addosso e urlargli io non sono come te, hai capito? Noi non abbiamo nulla in comune, è chiaro?
“Non l’ho strozzata” dico invece,”i tagli me li sono fatti a spezzare delle canne. Giulia aveva seminato dei pomodori, credevo che prendermene cura mi avrebbe aiutato a riaverla indietro. Mi hanno anche multato per appropriazione indebita di bene demaniale”. Mi volto a fissarlo. “Cosa vuol dire che non sai se è stato un incidente?”
Mio padre sorride, finisce il whisky e scuote la testa. “Tua madre era una stronza, Mauro” dice, “l’amavo, ma era una stronza”. Appoggia il bicchiere sul comodino e allunga il braccio per raggiungere la bottiglia. “Mi ha sempre tradito, lo sapevano tutti, ma non ho mai fatto nulla per impedirlo. A quanto pare non siamo mai stati fortunati con le donne noi due”. Barcolla un istante, poi recupera l’equilibrio. “Dev’esserci qualcosa nei cromosomi…”
Io non sono come te, hai capito? Ma sto annuendo.
“E adesso?” mi sento dire.
“Adesso cosa?”
“Cosa vogliamo farne adesso di questa” mormoro… “immane tragedia?”
“Chiamerò un medico legale” dice versandosi di nuovo del whisky, “spiegherò quello che è successo”.
“Sei troppo ubriaco per parlare con un dottore”.
“E tu non lo sei abbastanza per dare dei consigli. È la vita la vera tragedia. Noi stiamo solo cercando di porvi rimedio”.
Mi indica il bicchiere.
“Un brindisi e te ne torni dai tuoi pomodori”.
Sto provando a pensare a mia moglie, al suo profumo, alle sue parole, alla sua schiena ritta e fredda che si volta e se ne va. “L’ho sempre odiato il whisky” mormoro allungando la mano verso il bicchiere.
“Odiamo quello che abbiamo paura d’amare, figliolo” risponde lui.

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