25. Per quel grido

da qui

Sono alle porte di Betania, un villaggio di case in pietra grezza, una chiesa in primo piano e mura basse che scendono appaiate a una strada bianca e polverosa. Si siedono ai piedi di un ulivo contorto, piegato verso terra, oppresso da un peso invisibile. Anche Eleazar è gravato da un fardello che non riesce a sopportare. Yoh’anan e Nathane cercano di scuoterlo, ma è come sepolto in una tomba scavata nella roccia, tra uomini e donne in abiti bianchi, che piangono, le mani sulla faccia, tra urla scomposte di animali di fronte al morso freddo della morte. E’ apparso all’improvviso, come dal nulla, Yoh’anan e Nathane gli corrono incontro, lo abbracciano; da quando è così? dal giorno in cui ci hanno pestato e minacciato, guai se parlate ancora di Yehochoua, è tanto che tace, non mangia, è come morto. Le rocce bianche sono appena increspate da ciuffi d’erba e due alberi secchi, un olivo vinto dal tempo. Yehochoua si volta, si dirige da Eleazar, ci dev’essere una pietra, che non fa passare, né voci, né cibo, né speranza, il mondo può spegnere e uccidere, resta solo una distesa di rocce, il fetore della morte, l’assenza di reazioni; la mano si alza per proteggersi dal tanfo – come ti hanno ridotto, amico mio – ci vorrebbero bastoni, delle leve, qualcuno mi aiuti, Yoh’anan, Nathane, tossiscono, è dura far la guardia a un morto, togliete la pietra, come? faremo come dici, ho intravisto uno spiraglio. Fa un gesto con le braccia, le tira a sé e le lancia con tutta la forza che rimane, le palme verso l’alto, le grida delle donne, uno sprazzo di cielo nel grembo della morte. Si piega, sussurra impercettibilmente: Eleazar, nel nome di Dio onnipotente, poi più forte, vieni fuori! Ora è inginocchiato, forse dubita anche lui, ecco, una mano, la mano di Eleazar, tesa verso il cielo, contro il silenzio delle rocce, contro il ghigno sinistro della morte. Yehochoua la prende, la stringe, piena di polvere e di terra, ti ringrazio, una luce improvvisa, un velo che si apre, come quello del Tempio, in quel giorno, per quel grido.

17 pensieri su “25. Per quel grido

  1. “Al centro della narrazione per me non è la spiegazione d’un fatto straordinario, bensì l’ordine che questo fatto straordinario sviluppa in sè e attorno a sè, il disegno, la simmetria, la rete d’immagini che si depositano intorno ad esso come nella formazione d’un cristallo”

    I.Calvino, La fantasia, Una pietra sopra, Mondadori

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  2. Non credo nella risurrezione della carne (qualunque cosa voglia dire risurrezione della carne), non credo che ci sarà un dopo per noi, non credo che l’eterno si aprirà alla nostra coscienza, al nostro io, non credo che ci rivedremo e ci riconosceremo nel non-luogo-paradiso (qualunque cosa voglia dire paradiso); l’amore dato e ricevuto rimarrà come memoria, come costruzione per gli altri che verranno, ma noi, così come non fummo non saremo più; la nostra è una passione inutile (Sartre), siamo servi inutili a tempo pieno (Tonino Bello) e questo brano mi conferma nel mio pensiero: possiamo pensare alla risurrezione solo come ad un evento storico, che accade nel tempo e nello spazio, sulla terra, ma in fondo, potremmo parlare semplicemente di liberazione dalle catene invisibili del non senso, radice di tutte le depressioni, e sarebbe la stessa cosa che fanno o cercano di fare psichiatri, psicologi e filosofi che non hanno bisogno di una fede nella Risurrezione per procedere nel loro cammino. Se ( il se è d’obbligo quando si percorrono le vie del credere non credere) le cose stanno così, allora è ancora più impellente il bisogno di una fede nella vita (in quella di ciascuno di noi) nonostante la sua corsa folle verso il nulla.
    Il fatto serio della morte ci riguarda tutti: dalle sue porte non si passa due volte, ma, forse, è proprio per questo che non dobbiamo perdere nemmeno un istante della nostra breve e tragicamente fragile esistenza.

    Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava.
    Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: “Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?”. E altri: “Sembra essere un annnunziatore di divinità straniere”; poiché annunziava Gesù e la risurrezione. Presolo con sé, lo condussero sull’Areopago e dissero: “Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te?
    Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta”. Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.
    Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areopago, disse: “Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio,
    perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo.
    Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana.
    Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”.
    Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un’altra volta”.
    Così Paolo uscì da quella riunione.
    Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell’Areopago, una donna di nome Damaris e altri con loro.
    (At.17,16-34)

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  3. Ci sono momenti in cui più niente ha un senso, qualcosa dentro si è spento, soffocato dalle nostre fragilità, dalla sconfitta dei sogni infranti, dai fallimenti, dalla perdita di qualcosa di prezioso come una persona, il lavoro, la casa … La solitudine è la quotidianità, la tristezza, il dolore che opprime e toglie il respiro, tutto è buio e il cuore si arrende alla morte, vivere è un peso tombale e ci si chiede il perchè delle cose, il senso della vita, come mai quel Dio, così vicino e attento, non ci libera del corpo e degli affanni. Non è tempo! Qualcosa deve ancora esplicitarsi e poi cosa se ne fa Dio di un uomo morto accanto al suo trono? Allora una parola, un sorriso, un amico che ti viene incontro muto ma forte della tua richiesta di aiuto inespressa, un evento imprevisto, un bacio inatteso della vita che ti da fiato come se qualcuno ti avesse respirato dentro aria pura, due elettrodi che scuotono il cuore e la lapide sul sepolcro va in frantumi. Alzati e cammina! è il grido che ti ridona la speranza perchè se anche i tuoi occhi non brillano di luce propria c’è la luce dell’altro, di Dio che si riflette e li illumina. E’ torni ad essere vivo, di nuovo vivo!
    SM

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  4. Le rocce bianche sono appena increspate da ciuffi d’erba…

    Mi fanno pensare a cuori di sasso, induriti dalle controversie e dai dolori vissuti, cuori che battono per inerzia, senza provare più un brivido, un sussulto di gioia, cuori che non vivono; un deserto di sentimenti… Eppure fra queste rocce bianche spunta qualche ciuffo d’erba, a dispetto del mondo; una vita che nasce, meglio “rinasce”, la ribellione contro la morte, la rivolta al dolore, sussurrata da una fede potente che spinge forte, si insinua nel profondo, fino a lasciarti senza fiato, quando gli occhi sono di nuovo abbagliati da una luce che non vedevi da tempo… Quel grido ti ha svegliato!

    E’ bellissima questa pagina – video incluso – , mi ha bucato l’anima!
    Grazie per questo regalo

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  5. “faremo come dici, ho intravisto uno spiraglio.”

    SALMO 140 (141)
    Signore, a te grido, accorri in mio aiuto;
    porgi l’orecchio alla mia voce quando t’invoco.
    La mia preghiera stia davanti a te come incenso,
    le mie mani alzate come sacrificio della sera.
    Poni, Signore, una guardia alla mia bocca,
    sorveglia la porta delle mie labbra.
    Non piegare il mio cuore al male,
    a compiere azioni criminose con i malfattori:
    che io non gusti i loro cibi deliziosi.
    Mi percuota il giusto e il fedele mi corregga,
    l’olio del malvagio non profumi la mia testa,
    tra le loro malvagità continui la mia preghiera.
    Siano scaraventati sulle rocce i loro capi
    e sentano quanto sono dolci le mie parole:
    “Come si lavora e si dissoda la terra,
    le loro ossa siano disperse alla bocca degli inferi”.
    A te, Signore Dio, sono rivolti i miei occhi;
    in te mi rifugio, non lasciarmi indifeso.
    Proteggimi dal laccio che mi tendono,
    dalle trappole dei malfattori.
    I malvagi cadano insieme nelle loro reti,
    mentre io, incolume, passerò oltre.

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  6. “Dio non ama la morte” questa frase mi ha molto colpita e oggi la rileggo tra le righe di questo brano. Il mondo può spegnere ed uccidere ma Dio non vuole la morte. Sono tutti schiacciati da fardelli pesanti ma le loro grida scomposte vengono superate da un grido più forte che scuote “vieni fuori” e torna il movimento, l’azione, la mano si tende c’è chi la stringe e torna la vita. Allora quando la solitudine, le delusioni, la cattiveria degli uomini ci uccidono dovremmo restare in ascolto di quel grido che è la nostra fede e che ci ricorda che Dio non vuole la morte. La fede è il dono più grande. E’ bellissimo questo racconto che toglie i macigni dal cuore e dona speranza.

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  7. “un ulivo contorto, piegato verso terra, oppresso da un peso invisibile.”

    “Non voglio che ti allontani, dolore, ultima forma di amare
    Non voglio che ti allontani,
    dolore, ultima forma
    di amare. Io mi sento vivere
    quando tu mi fai male
    non in te, né qui, più oltre:
    sulla terra, nell’anno
    da dove vieni
    nell’amore con lei
    e tutto ciò che fu.
    In quella realtà
    sommersa che nega sé stessa
    ed ostinatamente afferma
    di non essere esistita mai,
    d’essere stata nient’altro
    che un mio pretesto per vivere.
    Se tu non mi restassi,
    dolore, irrefutabile,
    io potrei anche crederlo;
    ma mi rimani tu.
    La tua verità mi assicura
    che niente fu menzogna.
    E fino a quando ti potrò sentire,
    sarai per me, dolore,
    la prova di un’altra vita
    in cui non mi dolevi.
    La grande prova, lontano,
    che è esistita, che esiste,
    che mi ha amato, sì,
    che la sto amando ancora.
    P.Salinas

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  8. Quel giorno ero morta, poi una luce improvvisa, la nuova vita era lì e mi ha teso la mano!

    … ecco, una mano,…. Yehochua la prende, la stringe, piena di polvere e di terra, ti ringrazio, una luce improvvisa, un velo che si apre, come quelle del Tempio, in quel giorno, per quel grido.

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  9. “Ora è inginocchiato, forse dubita anche lui”

    IL DUBBIO E’ UN PREZIOSO UNGUENTO

    “Il dubbio è un prezioso unguento;
    benché bruci,
    esso guarisce.
    Io ti dico, invita il dubbio
    quando il desiderio t’incalza,
    invoca il dubbio
    quando la tua ambizione
    sorpassa gli altri in pensiero;
    risveglia il dubbio
    quando il tuo cuore esulta
    di un grande amore.
    Io ti dico:
    il dubbio crea l’amore eterno,
    il dubbio purifica lo spirito
    dalla sua corruzione.
    Così la forza dei tuoi giorni
    sarà fatta di comprensione.
    Per la piena vita del cuore,
    per il volo dello spirito,
    lascia che il dubbio
    laceri i tuoi legami.
    Come i freschi venti montani
    destano le ombre nella valle,
    lascia che il dubbio
    inviti alla danza
    il languido amore di una mente soddisfatta.
    Non lasciare che il dubbio
    si insinui oscuramente nel tuo cuore.
    Io ti dico:
    il dubbio è prezioso unguento;
    benché bruci, pure guarisce.

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  10. Il carro vuoto

    O carro vuoto sul binano morto,
    ecco per te la merce rude d’urti
    e tonfi. Gravido ora pesi
    sui telai tesi;
    ma nei ràntoli gonfi
    si crolla fumida e viene
    annusando con fascino orribile
    la macchina ad aggiogarti.
    Via del suo spazio assorto
    all’aspro rullare d’acciaio
    al trabalzante stridere dei freni,
    incatenato nel gregge
    per l’immutabile legge
    del continuo-aperto cammino:
    e trascinato tramandi
    e irrigidito rattieni
    le chiuse forze inespresse
    su ruote vicine e rotaie
    incongiungibili e oppresse,
    sotto il ciel che balzano
    nei labirinto dei giorni
    nel bivio delle stagioni
    contro la noia sguinzaglia l’eterno,
    verso l’amore pertugia l’esteso,
    e non muore e vorrebbe, e non vive e vorrebbe,
    mentre la terra gli chiede il suo verbo
    e appassionata nel volere acerbo
    paga col sangue, sola, la sua fede.

    Clemente Rebora

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