57. Divise

da qui

Yehochoua è contento quando Myriam gli fa la pizza rustica: per uno stomaco delicato è l’ideale. La migliore è quella con prosciutto e formaggio, secca e invitante, da mandare giù insieme col boccale di Maccabee. Non è possibile che mangi sempre questa. Ma lui è così, se sta dalla madre, desidera le stesse cose. Continua a leggere

STAZIONE DI TOPOLO’ – POSTAJA TOPOLOVE XVIII EDIZIONE

STAZIONE DI TOPOLO’ – POSTAJA TOPOLOVE
XVIII EDIZIONE

sabato 2 luglio

verso le cinque della sera
apertura e incontro con gli artisti presenti

presso casa Juljova hisa
Pastirci; concerto della Piccola Orchestra della Glasbena Matica di San Pietro al Natisone
e coro di voci bianche Mali Lujerij, su testi di France Bevk. Continua a leggere

56. Mantello

da qui

La sera divide il mondo in due: l’azzurro del cielo, ancora chiaro, che sembra la mano morbida di Dio disposta a una carezza, si trasforma in basso in grigio intenso che plana come ombra sulle case popolari, il minareto superbo, la strada attorcigliata come un verme grigio sul dorso della collina verdescura. Continua a leggere

Bassa Romagna, Yoknapatawpha, Italia

Ho letto Luce d’Agosto di William Faulkner da ragazzino, in un periodo difficile, giorni perduti in cui mi sentivo particolarmente isolato, senza prospettive, come spesso accade agli adolescenti. E come spesso accadeva in quella terra degli anni ‘70, la Bassaromagna che sembrava il profondo Sud degli Stati Uniti, coi suoi uomini lavoratori e razzisti, omofobi e duri. Il razzismo era una componente molto diffusa, anche se non c’erano i negri, essendo l’immigrazione un fenomeno ancora quasi sconosciuto (ma non l’emigrazione, con molti italiani che continuavano a raggiungere la Germania e la Svizzera in cerca di lavoro). Quindi il razzismo si indirizzava soprattutto verso i marocchini, cioè gli italiani meridionali. Respiravo quell’aria soffocante, lavoravo in fabbrica durante le vacanze estive ed ero costretto a subire i lunghi monologhi degli altri operai sui marocchini fannulloni (e speso questi discorsi venivano fatti proprio mentre si era imboscati a fumare e sonnecchiare), sui culattoni, e così via. Insomma, leggendo quel poderoso romanzo mi sembrava di esserci, a Yoknapatawpha. Continua a leggere

Bambini appesi a un filo

di Daniele Muriano

I rischi del wi-fi nelle scuole e l’elettrosensibilità

Il 22 aprile 2011 i ministri Mariastella Gelmini e Renato Brunetta hanno presentato il progetto “Scuole in Wi-fi”. L’obiettivo è di dotare le scuole pubbliche di connessioni a internet senza fili. Negli istituti si dovranno installare dunque antenne wi-fi che copriranno le aree adibite all’insegnamento.

“Il mio sogno è quello di dare il kit per tutti i bambini delle scuole elementari (ANSA)”, così il ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, il 9 maggio scorso. In quella data già ottocento istituti si erano prenotati per avere il “kit”.

Il progetto prevede l’adozione del nuovo strumento didattico da parte di tutte le scuole entro il 2012. Continua a leggere

Flora RESTIVO – DUDICI. Recensione di Marco Scalabrino

Con CIATU del 2004 e con PO ESSIRI del 2008 abbiamo conosciuto Flora Restivo quale Poeta. Sui temi e sulla forma, sulla progressione e sugli esiti della sua poesia sono stati spesi da più versanti autorevoli e lusinghieri giudizi. Nondimeno eccoci per le mani un suo nuovo lavoro: non poesia, come ci saremmo aspettati, bensì prosa, ancorché sempre in Dialetto. Questa virata merita un esercizio di decifrazione: la nostra è che, attraverso la breccia che la Poesia ha aperto, una regione dell’Autrice fino a quel momento segreta, recondita, inconfessata, quella regione carsica venutasi a creare in tutta una vita dalla sovrapposizione degli strati ancestrale, sociale, culturale, trascinando con sé custodite memorie, esperienze, sentimenti, si sia rivelata e, felicemente assistita dal suo genuino talento, abbia conquistato naturale, confacente sbocco. Una diversa cifra, quindi, una ulteriore opportunità, un aggiunto tramite mediante il quale svelarsi, ampliando l’orizzonte della sua comunicazione. E perciò nessun addio alla poesia, che peraltro ci risulta lei continui a frequentare con dedizione, quanto la chance per adempiere a una ritrovata occorrenza. Continua a leggere

Calvino impuro nella lettura spirituale di Fabrizio Centofanti

di Andrea Sartori L’opera letteraria di Italo Calvino è troppo complessa e articolata per essere etichettata come rappresentativa di un modo univoco di intendere la letteratura e il suo rapporto con la vita. Da qui l’insoddisfazione di Fabrizio Centofanti (Italo Calvino. Una trascendenza mancata, Clinamen, Firenze 2011) rispetto a quelle letture che schematizzano il lavoro di Calvino in due fasi tra loro non comunicanti, o che oppongono seccamente i suoi scritti «di carta e d’inchiostro» – come ebbe a dire Carla Benedetti – a quelli «di carne e di sangue» di Pier Paolo Pasolini (la gestazione dello studio di Centofanti risale a prima della pubblicazione del discusso Pasolini contro Calvino. Per una letteratura impura, Bollati Boringhieri, Torino 1998, ma è piuttosto chiaro che Centofanti già allora non avrebbe condiviso l’impostazione oppositiva, antagonista e a tratti manichea del pamphlet della Benedetti). Continua a leggere

D’amore e crudeltà

di Alfonso Nannariello

Da noi il sole non riscalda troppo, e non resiste tanto, come invece a Napoli. A noi lascia dentro sempre un po’ di gelo.
Da noi il Vulture vicino, pieno dell’acqua di un diluvio, non è più un vulcano che fonde la pietra in lava, come fa il Vesuvio.
Da noi non c’era un santo che faccia da funaro, che sbrogli nodi diventati lacci, che scrosti il cuore da scaglie troppo nere, che risquagli il sangue come san Gennaro. Continua a leggere

55. Funghi

da qui

La stanza è troppo scarna, il letto le pare di quelli che si estraggono da un cassetto o da un divano; la scrivania è una lastra in legno compensato, cui è addossata una sedia a macchie bianche e nere; una tendina rossa si aggrappa al tubolare e scorre fino alla TV, appollaiata su un trespolo gialliccio. Ma dove mi ha portata? Ismail le accarezza la schiena, la immagina cosparsa di sabbia, può sentire il rumore delle onde che sbattono sul bagnasciuga a intervalli regolari. Chissà che disagio per lei, abituata ai cinquestelle. Davanti agli occhi un quadro astratto, un albero rosso campeggia contro un cielo a strisce azzurre e bianche. Continua a leggere

“Si sta facendo notte” di Emilia Zazza

Un romanzo breve ma densissimo: la prima prova di Emilia Zazza non è affatto timida ma assertiva, e tocca temi grandi e forti, che fanno pensare. C’è un quartiere di Roma, che i romani riconosceranno essere  il Pigneto, zona ex proletaria che ora vira verso il radical chic, perdendo la sua anima popolare (“Un parco a tema. Questo ne faranno”). C’è l’anima popolare che si perde da sola nel conflitto con i migranti, gli “ex-noi” che forse vogliamo dimenticare di essere stati; c’è il conflitto e la distanza delle generazioni, i buoni e i buonisti, i “giovani” che intuiscono quale sarebbe la direzione giusta, ma non sempre riescono a prenderla, storditi dall’iperstimolazione di modelli mediatici; c’è l’amicizia tra loro, la forza che tende l’arco di quegli incontri, quella che tutto riscatta, alla fine, con la Maggica a fare da cemento e collante. Pino, Mustafà e il Moretto sono ragazzi veri, che se giri per le strade del Pigneto incontri a ogni angolo. C’è il desiderio di andare via da lì, come se il quartiere portasse dentro una condanna: “Chi restava sapeva che tra male e bene non c’era differenza, non in quei posti. Tra il male e il bene c’era solo il caso.”. Il quartiere di Don Camillo e di Peppone dove i ragazzi scelgono lo scoutismo o il centro sociale.

La storia si dipana in immagini che, soprattutto all’inizio, di capoverso in capoverso alternano il presente al passato, cucendo insieme trame, famiglie, anime: capoversi corali come storie ascoltate per strada, quasi rubate con le orecchie, e riferite fedelmente in un parlato realissimo, che Emilia Zazza ci fa ascoltare come l’avesse stenografato, con rispetto e con l’umiltà di chi in quelle strade non ci è cresciuto, ma le ha capite, le ha sentite nel profondo. E la sua presenza si adombra in un personaggio, Flaminia, presentata con le sue giuste contraddizioni.
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Giuseppe Panella, “Jean Jacques Rousseau e la società dello spettacolo”

PALAZZO VIVARELLI COLONNA (Sala degli Specchi)

Via Ghibellina 30 Firenze

26 maggio ore 16

Presentazione del libro di Giuseppe Panella

Jean-Jacques Rousseau e la Società dello Spettacolo,

Pagnini editore, Firenze, 2011

Sono intervenuti Tommaso Cavallo, Silverio Zanobetti, l’autore e Stefano Berni, direttore della collana di filosofia e scienze sociali edita da Pagnini

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Sei cigni per Simone Weil

Il rapporto maestro-allievo sta alla basa della cultura occidentale. L’atteggiamento di Socrate, la sua generosità intellettuale, la sua dedizione gratuita al dialogo con i suoi discepoli,  in cui si dissolvono quasi le sue tracce, è il modello di insegnamento che ha determinato la nostra visione dell’uomo come un essere in continuo divenire. Tale modello culmina negli ideali dell’illuminismo: l’uscita dell’uomo dalle tenebre dell’ignoranza attraverso il processo di acculturazione, l’idea dell’uomo come una potenzialità che va sostenuta e guidata  nel suo sviluppo da una mente più evoluta, cioè un vero e proprio maestro. Continua a leggere

54. Il punto

da qui

La chiesa è avvolgente, con gli archi a tutto sesto, le nicchie di marmo, l’immagine della Madonna benedicente col bambino in grembo. La cupola è un invaso di luce, i finestroni a volta sono bocche da cui entra il bacio irresistibile del cielo. Nathane osserva da studioso, passa in rassegna colonne e capitelli, i vuoti e i pieni delle conchiglie di pietra sparse dappertutto – simbolo di verginità? – i posti marmorei della sede e quelli lignei del coro, la tradizione è indispensabile, ma può essere viva come allora? Continua a leggere

Clic, clic, clic…

La discussione in rete (e non solo) sulla rete sta negli ultimi giorni tornando ad agitare i pomeriggi afosi di chi ancora non è riuscito ad andare in vacanza. Internet continua a essere la nuova frontiera, il grande universo rigirato che vive dietro gli indici cliccanti di milioni di persone. Il buco del coniglio è uno schermo sempre più piatto, dove a detta di molti si potrà scendere sempre più in profondità, con orizzonti e confini tutt’ora impossibili da delineare. È una vera e propria ‘corsa all’ovest’ dove alle terre si sostituiscono i ‘domini’ e dove ognuno, come nella migliore tradizione pionieristica, può crearsi una nuova identità a cavallo della quale rifarsi un’altra vita.
Si cercano regole. Si parla di buon senso. Regole e buon senso che difficilmente potranno essere trovate, se pensate sulla base dei parametri del mondo, cosiddetto, reale. La prima regola del mondo-internet, infatti, è che non pare esserci distinzione tra reale e immaginario, in una sorta di paradossale ricostituzione delle tre unità aristoteliche secondo la quale tutti possono essere (quasi) chiunque, in (quasi) ogni luogo e (quasi) nel medesimo tempo. Continua a leggere

Il dono della notte, di Emilio Coco

 

di Luca Benassi

 

Nel 1911 la rivista La Voce rifiutò la pubblicazione di un intervento di Umberto Saba dal titolo “Quel che resta da fare ai poeti”. Lo scritto, ritrovato fra le carte del poeta e pubblicato nel 1959, inizia rispondendo, senza preamboli o giri di parole, alla questione posta dal titolo: “ai poeti resta da fare la poesia onesta.Continua a leggere

L’isola e il sogno

Paolo Ruffilli, L’isola e il sogno, Roma, Fazi, 2011

di Pasquale Vitagliano

Più la nave si avvicinava alla costa e di meno si coglieva l’insieme. (…) le tinte ambrate, il pallido verde, i granulosi grigi sbiaditi del risorgente mattino. Perché mai gli piaceva vegliare le ore cristalline del l’alba? (…) Nella sua vita, del resto, era riuscito a dormire così poco… E, anche dormendo, non sapeva davvero cosa fosse il riposo. (…) Alla vista dei luoghi, per Nievo scattarono netti i ricordi. L’odore denso e grumoso che inebriava l’intera città: gelsomini, aranci, mirti, cedri, oleandri. Continua a leggere

53. Giochi

da qui

C’è un contrasto suggestivo tra la sala dell’albergo-ristorante e la città antica che appare al di là della vetrata. Due epoche, due mondi che si studiano, come gli occhi di Avigail e di Ismail, seduti al tavolo coi bicchieri di cristallo e un mazzo di fiori bianchi che lanciano un appello profumato. Continua a leggere

Christine Koschel, Nel Sogno in bilico.

Da “Kamen'”

È stato pubblicato in questi giorni il volume di Christine Koschel, Nel sogno in bilico, a cura di Amedeo Anelli, per i tipi di Mursia, nella collana Argani diretta da Guido Oldani. La nostra redattrice Christine Koschel è fra i maggiori poeti tedeschi del Secondo Novecento; nel risvolto di copertina Guido Oldani scrive:”Si vive con un dizionario di alcune decine di parole. Tutto al contrario per Christine Koschel; lei sa che il poeta è una piccola isola in un oceano di termini, da cui pescarne pochi, e ad uno ad uno, con la fatica della lenza, usando per esca il proprio animo, perché il cesto si colmi lentamente, apertis verbis, e solo quando occorra veramente. Continua a leggere

Con tutti gli amuleti cuciti sul vestito

di Alfonso Nannariello

Quando nacqui io non si usavano più. Qualche tempo prima, invece, per vincere ansie, paure e qualche satanasso, le donne portavano appese al petto come scongiuri zampe di lepre o di coniglio, forse anche di tasso.
Col tempo questi ciondoli furono sostituiti da altri d’argento, d’oro o di corallo, detti manùzz. Le manine facevano il gesto delle corna o quello della fica. Al loro posto poi furono messi corni e croci, rimpiazzati a loro volta dall’arsenale delle virtù: croce, àncora e cuore, simboli di fede, speranza e carità, che rimasero amuleti, per quanto teologali.
Le zampe di lepre o di coniglio forse si mettevano da adolescenti per non far esplodere con una qualche scusa tutta un’energia che si sentiva dentro percorrere confusa. Quelle di tasso avrebbero dovuto dare forza, tenacia e resistenza.
Forse proprio per avere quel sangue freddo, quello necessario a soffocare con fermezza focolai di resistenza partigiana dentro il proprio cuore, le donne si ornavano di corallo rosso. Più rosso e freddo di quello di draghi, di pesci e di lucertole. Anzi più di quello rappreso davvero e duro come sasso, come quello dei pietrificati di Napoli nella cappella San Severo.

[l’immagine è tratta da qui]