Domenico Lombardini

*
il chiaro non è la luce,

ma la sua percezione. facile

sarà allora ricordare il rosso –

una palla, un fiore, se

lo sfondo era nivale

di bianco e albedo
*

quasi che non fosse a prevalere

quel rosso, ma quell’essenza nivale

d’annientamento del resto, quell’intermittenza

dei sensi, che di rimozione in coscienza

favorisce il dettaglio a scapito della coerenza

*

così un certo bias induce

a favorire questo oggetto, non quello,

secondo eterogenesi oscure
=

siamo ciechi della gran parte

di mondo di cui pure facciamo parte

*

pubertà

su povero ciottolato ero

un cazzo sempre duro

e con la punta segnavo

la polare – contrabbandavo

e non sublimavo, sbrodolavo certa

virilità giù giù per le gambe (non

che ne fossi fiero), dietro

l’incavo dei ginocchi. poi

avvenne che segnacoli

furono peluria, il volto

spolverizzato di polline

staminale: e gli stami,

infatti, veleggiavano, superbi.

– nicturia, e ne fui

inquinato, e le polluzioni

indicavano la perentorietà

di Natura – Tu devi! mostrai la

cervice, mi irrigidì tutto ed esplosi dal cazzo

un nugolo di semi, e anche le vertebre a pioli esposi – prego, salite

*

curriculum

dovrei forse ho deciso di ecco che

ah bene non bene proprio veramente poteva

non vedo perché meglio ecco potrei

abbiamo avuto un riarmo ecco un suono

non vedo come peggio ho avuto

non proprio come avrei voluto cambio

si va sempre non mica ben potuto

non ecco proprio come avrei

strazio si cresce un po’ si svolta

poco declina piano si va giù

siamo tanti giù c’è da fare

non posso corde ordalia non

proprio bello fatto accumulo

facce non bene – non faccio

*

religione

si concretizza la polvere, si sgrana

il mantice, non voglio questo

sia Io: perché ho visto già

simulacri altri svellere anime

pure, non voglio capiti anche, non

vorrei capitasse anche a me – ecco che svelle

i rimasti in piedi i pochi

mobili, poco rimane se non la

voglia di incasellare e ordinare,

monterozzi di merda mettere su: bisogna

che sia robusto, e credere

nell’avvenire di un’illusione… – e

una forza che si pretende

però è troppa, non l’ho! non ho che questa

di mani sclerotiche e piedi

a spingere passi sotto ombre,

sotto cui si attende, anzi non.

– sono muri non rovi,

e attendere, e attendere chi? è ottobre

e pochi mi corrono

dietro, pochi ancora

mi si affiancano

*

compassione

non si aspetta l’orizzonte,

ma si guarda per nulla stupefatti

la luce che sfiocca giù dalle

lanterne flebili e un vecchio sotto

un porticato, le braccia trapunte di

vene: chiede un poco d’aiuto, io

passo diritto stranito, che vuole lui spassarsela

alle mie spalle? – lavoro, io,

e ci vada pure lui, robusto com’è! tuttavia, credo che già

altri se ne occupino, i volenterosi…

[ah, la morte che elargisce!

eccome!, ah!, ché quella micragnosa non

è, dà tutto lei, pure il superfluo,

lei: la grassa]

*

preparativi per una battaglia

non passa giorno che

non sia solo io frequento molta gente.

baci sono schiocchi sulle guance

sudate saline belluine lascive

di silenzi, i soliti, i sociali,

i civili, gli aperitivi, i saldi, le compulsioni,

i sorrisi… non si direbbe

che la guerra si addica però al tempo

nostro, di pace, a questi passi

passati a non essere, e passare…

per questo mi compro un vestito, mica per

bisogno, fa nulla, l’economia gira, e deve – è giusto.

anche le commesse, pure loro, poverine… sono pronto io

per quelle a immolarmi il

portafogli: ai ninnoli il mio poco.

[un campo, vi prego, un campo di battaglia

ci vuole, lo voglio – non sopporto questa pace]

*

claustrum

nello stretto, si direbbe claustrale senza

male, sono occhi invadenze occhiute invasive,

stetoscopiche, sono endoscopie, paratie,

atopie, non toccarmi, brucerei, contami

neresti questo chiarore albale virginale, l’imo-imene

sfondato, le braccia in membra sbrecciate, fisting, trafitte

compunte di solitudine, sfondata la carne acuminata

in borsa di tabacco, suturata, stupefatta; non toccare la pelle,

non premere-spremere polpastrelli belluini, rimarrebbero segni violacei

edematosi, non passerebbero mica i pizzicotti con gli impacchi e i decotti

d’erbe e rizomi d’ammollo [lontano stammi non dice però lo stame al pistillo florale]

*

osservazione

da dietro lo schermo, lo iato

tra me, il fuori ed altro

che so e non so definire da

dentro: un terzo me, frammisto in

colloide, agli occhi immobile,

in stasi. la gamma cromatica mista,

policroma, in mescola e crasi,

dovrebbe risolversi per meglio

mostrarsi in singole componenti

monocrome. sembra e non è

stante, immota…

… senz’altro l’osservazione di un altro

potrebbe risolvere la

policromìa: se non che ognuno contamina

di sé la vista, nella definizione

di antinomìe. [su questa base, sul bolo

che ne rimane, basiamo l’analisi

del reale]

*

osservazione 2

si erano dette un sacco di cose del tipo:

ci sarà molto tempo per ecc. oppure:

vedrai che, se cercherai, troverai;

infine: l’amore salva. quella voce

interna sembrava vera, sostanza

assonante con certa realtà…

… non che non la fosse; era soltanto

falsa la realtà, la percezione di questa,

essendo questa lontana, ridicolmente creduta

oggetto d’indagine trasparente:

ma gli occhi, lo sai, non vedono nell’infrarosso

*

entropia 2

sono lacci che mi inchiodano;

non più capire ma assecondare

– la deriva;

come può capire sé stesso

sugli occhi un velo,

un’eco geometrica…

… quanto spazio crepato

sul soffitto: è affiorato

un po’ d’umido, là

stilla sul pavimento.

che buffo: crepano

le mura, pure si diramano mirabili

le vene, sfioccando in proiezioni

che si insinuano lente

pazienti e forti

sulle cute e il derma crepati

anch’essi, ridicolmente – quasi morti

*

staminalità

voglio essere tutto: sarò
schiacciato. vòlano
queste foglie che
ingialliscono sotto il peso
del disfacimento entropico,
così, senza remore,
inscenano per me,

sostanziano la mia perpetua, cocciuta voglia
di nullificazione

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