Giovanna Lo Presti, Giardinetti condominiali

Giardinetti condominiali – c’è speranza anche in corso Venezia

Nel 2005 lavoravo in corso Venezia, periferia nord di Torino. Il corso era diviso in due dalla ferrovia che va verso Milano; le case si affacciavano sulla trincea in cui corrono i binari ed il passaggio dei treni scandiva il passare delle ore, lacerandole in frammenti incongrui con il fragore che si addice ad un mostro meccanico. Adesso la ferrovia è stata coperta ed i treni scorrono in vene sotterranee, ma in superficie poco è cambiato. In questo paesaggio metropolitano resistono, testimonianza di un passato recente ma ormai superato, scorci alla Sironi che, di anno in anno, vengono eliminati e sostituiti con nuove costruzioni. Gli edifici industriali dismessi lasciano il posto a moderni condomini dai tetti blu che, se possibile, occupano lo spazio in un modo ancora più incongruo e disumano delle vecchie fabbriche e già da ora sembrano attendere il loro Sironi, il poeta che restituirà loro la dignità estetica che la loro bruttezza sembra escludere per sempre.

Corso Venezia costeggia dunque la trincea della ferrovia Torino-Milano, che lo divide in due parti. Ancora per poco, perché la ferrovia verrà interrata e corso Venezia conquisterà la sua unità.

Questa parte di città porta tutti i segni della periferia: tessuto urbano slabbrato, insediamenti industriali accanto alle abitazioni, il traffico che scorre incessante di giorno e la desolazione delle vie deserte dopo il tramonto, il periodico passaggio del treno, che va via lontano da quel luogo di transito. Linea di confine del quartiere di Borgo Vittoria, corso Venezia combatte, insieme con le strade adiacenti, la sua battaglia per rendere a misura d’uomo uno squallido paesaggio urbano. Così, in pochi metri quadri sottratti alla cementificazione, spesso fioriscono giardinetti condominiali.

La più parte separa dalla strada abitazioni sorte negli anni Sessanta ed è dominata da un’idea regolativa: far convivere, in uno spazio spesso angusto, la maggior quantità di specie vegetali, senza curarsi del loro habitat originario. Questo porta a creare un boschetto di betulle accanto ad una palma, a mettere una magnolia insieme ad un pino pumilio, a far sì che una araucaria svettante domini con la sua mole un prato di begoniette. L’araucaria mi colpisce sempre; è una pianta che proviene da lontano ed ha avuto successo da noi perché ha il merito dell’adattabilità e di un accrescimento veloce. Il suo portamento è rigido e scultoreo, diventa enorme – quindi singolarmente inadatta a giardini di dimensioni contenute. Sembra uscita da un quadro di Rousseau il doganiere, tanto è prepotentemente primitiva ed ai suoi piedi ci si immaginerebbe acquattato qualche temibile animale feroce. Invece ai piedi dell’araucaria si stendono tappeti di begoniette, aiuole ordinate in mezzo a fazzoletti di prato all’inglese, difesi dal traffico della strada adiacente da una siepe ben potata di lauroceraso. E’ la domestica, piccola begonia, pianta casalinga da anziane signore, compagna ideale dell’amato dittamo della zia di Gian Burrasca, quello che il prode Giannino volle far crescere celermente usando un disastroso artificio, che fa compagnia, bizzarro e troppo giudizioso accoppiamento, alla gigantesca pianta esotica.

Talvolta questi giardinetti hanno anche qualche arredo – non si tratta dei nani di Biancaneve che, nelle periferie torinesi, un po’ di tempo fa, abitavano in giardinetti di case unifamiliari (poi, da quando è sorto il movimento per la liberazione dei nani da giardino, o forse da quando Philip Starck ne ha proposto una sua interpretazione “colta”, io non ne ho visti più). Sono panchine su cui non si siederà nessuno, pergolati che non faranno mai ombra ad un condomino ozioso, piccole rocce che introducono inutilmente il regno minerale accanto alle presenze vegetali.

Guardo dalla ringhiera (il giardinetto condominiale ha sempre a sua custodia una ringhiera, fragile baluardo verso il mondo esterno e simbolo certo della proprietà privata) e capisco di cosa parlava Gozzano quando si commuoveva per le piccole cose di pessimo gusto. L’ordine, la cura di questi minuscoli spazi verdi è pur sempre un elemento a loro favore: ma quanta distanza dalla natura in quelle creature vegetali ridotte ad ornamento, in quei centrini che invece di essere di pizzo sono di fiori, in quei tropici forzosamente resi prossimi alle regioni nordiche! Infine non so decidere se lanciare sui giardinetti condominiali suburbani quell’anatema che dovrebbe colpire tutte le cose brutte e ridurle in cenere – o se salvarli perché esprimono ingenuamente il desiderio di coltivare la natura e di farne domestica cornice per l’agire umano.

Da poco tempo c’è in corso Venezia un nuovo condominio, anche questo con il suo giardinetto condominiale. Non ci sono più le begonie, sostituite da bei cespi di lavanda, e non c’è neppure la ringhiera che limita il giardino; la progettazione dello “spazio verde” è senz’altro stata affidata a qualcuno che di specie vegetali se ne intende (immagino invece che il disegno degli altri giardinetti sia stato concepito nel corso di sanguigne assemblee condominiali, in cui qualcuno si sarà battuto per aver la magnolia e qualcun altro per la siepe di bignonia, mentre tutti insieme si decideva quanto si poteva spendere per il giardiniere).

Il nuovo giardino è di buon gusto, ma non convince. Tant’è che qualche condomino ha sentito l’eccesso frigido di tale sobrietà ed ha deciso di intervenire personalmente, collocando sul proprio misurato ed elegante terrazzino, ben visibile dalla strada, una riproduzione in gesso della Venere di Milo neppur tanto piccola. La statua da giardino sta lì, esiliata dal suo luogo naturale, rassegnata ad assistere ai frequenti passaggi del treno, che scuote le case di corso Venezia e suggerisce lontananze da raggiungere.

Intanto le crepe che si aprono sui marciapiedi poco curati fanno sgorgare piantine selvagge e vigorose che parlano di una natura non piegata ai voleri dell’uomo e all’orizzonte le colline disegnano la loro linea sinuosa – su tutto domina, bella e distante nel primo sole del mattino, la basilica di Superga.

* * *

Pulsantiere Papino

Dev’essere stato nella seconda metà degli anonimi anni Novanta. Chi ha vissuto lo squallore degli anni Ottanta, e ha sopportato soffrendo il riflusso dal politico al privato, i primi ma inequivocabili orrori delle nascenti televisioni private, le Milano da bere, il rampantismo yuppie, la demolizione delle ideologie, buttate giù a picconate come il muro di Berlino e destinate ad essere sostituite dal pensiero unico che avanzava anonimo e tremendo come il fluido mortale di Blob, ricorderà la speranza un po’ superstiziosa che accompagnava il sorgere del nuovo decennio e che di lì a poco si sarebbe rivelata del tutto infondata.

I nascenti anni Novanta avrebbero mantenuto la nefasta promessa degli anni Ottanta – sempre più pensiero unico, sino ad approdare al morettiano grido di dolore di’ qualcosa di sinistra, rivolto al leader di una sinistra ormai non più identificabile, sempre più trasmissioni televisive impudiche e cretine, un ripiegamento nel privato come mai si era visto in tempi recenti – con l’unica differenza che lo scintillio dell’edonismo reaganiano era scomparso; rimaneva soltanto indelebile l’ombra tetra che le distruttive politiche sociali di Reagan e di Tatcher aveva gettato sul mondo.

Il grigiore avanzava sulle terre occidentali, i cui abitanti cominciavano a sospettare che i consumi non potevano crescere in modo indefinito e che la possibilità di possedere finalmente un telefono cellulare andava di pari passo con la possibilità di perdere da un giorno all’altro il posto di lavoro – e si affacciava in parecchi la consapevolezza che se qualche centinaio di milioni di esseri umani bruciano l’ottanta per cento delle risorse disponibili sul pianeta, questo solo fatto, prima o poi, avrebbe portato a qualcosa di grave.

Dev’essere accaduto proprio allora, ad anni Novanta iniziati, a Torino. Qualcosa scattò e mosse all’azione legioni di condomini, diversi per reddito, cultura, estrazione sociale ma tutti guidati da un solo intento – sostituire la vecchia pulsantiera del condominio con una nuova fiammante, bella, finalmente solida e firmata. Basta con i nomi degli abitanti del palazzo scritti con caratteri diseguali, basta con la targhetta di carta appiccicata con lo scotch e scritta a mano dell’ultimo arrivato nel palazzo e che resta lì vergognosamente per mesi ed anni, basta con campanelli sfondati e mai riparati – tutto questo non va bene, fa trasandato, ci vuole Decoro, ci vuole la Solidità, ci vuole un Tocco di Classe. Come per un benefico incantesimo apparve l’oggetto in cui queste belle qualità coesistevano: la pulsantiera Papino.

Chi non abita nella nostra città non può sapere che Papino è un negozio specializzato in ottoni – pieno zeppo di maniglie di ogni foggia, di pomoli, di mille articoli di ferramenta presentati in infinite varianti. Un artigiano come quelli di una volta che però, negli anni Novanta, deve aver fatto un grande balzo in avanti, perché nella città le pulsantiere Papino, con il loro piccolo e non appariscente marchio, molto torinese, si diffusero con la stessa rapidità di un’epidemia.

Un mucchio di condomini hanno fatto come il mio – riunione condominiale e, all’ordine del giorno, sostituzione della pulsantiera. E poco dopo una lucida pulsantiera sarebbe apparsa accanto al portone di ingresso, con le sue targhette anch’esse di ottone con caratteri belli e ordinati, magari con l’indicazione della via e del numero civico incisi nella parte che sovrasta i campanelli – con la sua lucina serale blu come quella di un acquario, oppure dorata, rossa, verde, ma quanto diversa dalla lucina fioca e stenta della pulsantiera precedente.

Così, nella seconda metà degli anonimi anni Novanta la casa di periferia sorta nel momento della speculazione edilizia si è trovata accomunata all’abitazione signorile della precollina e a palazzi semifatiscenti del centro storico che allora non si chiamava ancora quadrilatero romano. Non mi va di interpretarlo come un segno di conformismo e di spirito piccolo-borghese dominante: preferisco forzare la mano e vedere nel successo della pulsantiera un piccolo, modesto, casalingo trionfo dell’eguaglianza.

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