“I diari di Rubha Hunish”, di Davide Sapienza – Recensione e presentazioni

Testo introduttivo e recensione di Giovanni Agnoloni

Davide Sapienza è riuscito con un libro che entra nelle ossa e nel respiro. Lo sta presentando ancora in queste settimane. Prima di passare alla recensione, due dei prossimi appuntamenti in cui ne parlerà:

sabato 18 giugno alle 11.30 al Circolo Arcibellezza, in occasione del dibattito Terra incognita: Incontro su viaggio e letteratura, con Gianni Biondillo, Francesca Matteoni e Filippo Tuena, nell’ambito della seconda Festa di Nazione Indiana;

venerdì 22 luglio alle 21.00, a Bormio, nell’ambito del Festival della Cultura di Montagna intitolato La Magnifica Terra e organizzato da Alpinia.net e dai Comuni di Bormio e Valdisotto (SO), in Alta Valtellina, con Filippo Zolezzi come moderatore. Per maggiori informazioni su questi e altri incontri, v. il sito di Davide Sapienza.

Davide Sapienza, I Diari di Rubha Hunish

Galaad Edizioni, 2011

Una raccolta di racconti? No. Un romanzo? Neanche. Un mémoir di viaggio? Forse.
Ingabbiare I Diari di Rubha Hunish di Davide Sapienza (riedito da Galaad in una versione integrata con nuovi, bellissimi scritti) in una definizione di genere è impossibile. La sua parola d’ordine è “flusso”. Di coscienza e di luoghi. E soprattutto di risonanza tra l’intimo dell’animo del narratore e il mondo.

È il mondo che scrive? Credo che all’autore l’idea piacerebbe. Perché, in questa serie di fotogrammi di paesi, emozioni e sensazioni fisiche, sospesi tra il Polo, la Norvegia, l’Islanda, le Orobie e altri luoghi di freddo e wilderness, lo scrittore si fa “antenna”, recettore e catalizzatore di un “visitatore” – come scrive a pag. 74 – che si è “interessato alla [sua] anima”.

A ogni passo, nel contatto scabro e immediato con la natura, fonte di dure prove e attimi di estasi, egli si addentra un po’ di più in quella dimensione senza nome che è l’essenza stessa delle cose, l’enegia-spirito, il soffio vitale, thymòs – e forse anche theòs, dio – che tutto ispira.

Ci sono il mare, il ghiaccio, la neve, il vento. C’è il cibo. E ognuno di questi ingredienti sa esattamente dell’essenza di sé. Come il sapore della carne di caribù, che ci sembra di gustare con lui. Come il senso dell’origine della parola, da cui Sapienza (pag. 72) si sente “risucchiato”.

È la vertigine del Divino impresso/infuso nella Natura Selvaggia e, di riflesso, nell’arte che la raffigura, trovandovi sorgente; la parola che si fa mito (mythos, alla base, significa appunto “parola”), perchè è quello che significa, intrinsecamente, senza bisogno di filtri razionali.

Asciuttezza discreta e pregnante. Semplicità estrema. Come in quei film apparentemente fatti di niente, ma in realtà pieni di tutto, dove ti senti esattamente lì (penso a Lost in Translation di Sophia Coppola).

Siamo sempre in medias res, nel flusso ininterrotto di un’esperienza di vita/viaggio/creatività, verso il “luogo di se stesso mai incontrato” (pag. 76).

Non è importante dove si va, in questo itinerarium mentis di grande forza, in cui spirito e materia paiono convolare a nozze eterne.
È importante essere consapevoli e grati dell’unica vera meta interiore, in quanto figli della terra con antenne capaci di cogliere i messaggi intimi del cielo.

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