La Multa

All’incrocio c’è la pantera della stradale con una preda fra le fauci. Mi fermo allo stop, con religioso scrupolo, e osservo.

L’incrocio in questione è di quelli strategici, più centro che periferia, ma nel cuore della città sembra improbabile che possano verificarsi grosse mancanze da parte degli automobilisti. Il traffico congestionato limita le follie di piloti in delirio di onnipotenza.

In questo punto tuttavia ci sono una pista ciclabile, a ostacoli, un senso di marcia obbligato, segnalato da una freccia bianca in campo azzurro nel tempo diventata invisibile agli esseri umani, una rotatoria che sembra stare antipatica ai più e che quindi viene di regola snobbata, e un passaggio a livello per trenini fantasma transitanti per gli stessi binari delle auto nelle ore di punta. Non bastasse, nel quartiere dimora stancamente la sede dell’azienda sanitaria locale, uffici e ambulatori. L’umanità sofferente e affaccendata ogni giorno si reca all’appuntamento con una burocrazia che, nel tentativo di essere generosa, spesso è solo kafkiana.

Insomma, volendo, qualcuno un’occasione di peccare, automobilisticamente parlando, la potrebbe sempre trovare.

Mica io, ovvio, che sono così distinta e ligia a regole e regolamenti. Dicevo per gli altri.

La pattuglia ha fermato un giovane dai capelli tinti di giallo oro, lo vedo ancora seduto, imbambolato al posto di guida nella sua macchinona grigia. Basette lunghe, scura barba incolta. In effetti non ha l’aria molto raccomandabile, ma questo non vuol dire. Non si condanna a priori qualcuno solo per l’apparenza. Io almeno, che sono una brava persona, non lo faccio.
Però… quella faccia è inquietante.
Cosa mai avrà combinato?
Magari avrà svoltato contromano, è il vizietto di quasi tutti quelli che escono dall’incrocio che sto attraversando ora. Perché mai, si chiede chiunque, andare a ruotare attorno alla rotatoria, che in realtà è fatta apposta per ruotare solo che, uffa, è tanto più in là del crocevia? Lo prescrive il medico che per svoltare a sinistra devo prima andare a destra, fare un girotondo e poi tornare sui miei passi come un ubriaco che abbia smarrito la via?

Ma forse il ragazzo è solo straniero. L’occhio di falco dei nostri tutori della legge lo ha identificato come tale, e ora vuole accertarsi che non sia un pericolo pubblico per gli onesti cittadini come noi. Come me.

Non sarà sbronzo?… no, sono appena le 10 del mattino. O forse sì? Magari dalla sera prima?
Non lo posso sapere e in fondo non m’interessa, sono cavoli suoi.

Per conto mio sono una cittadina e automobilista modello, ossequiosa della legge come pochi.
Ho la cintura di sicurezza allacciata anche se si procede a passo di formica. Ora faccio il mio bravo girotondo intorno alla rotatoria, stando attenta a mettere tutte le frecce giuste che manco un indiano, e a dare le precedenze a sinistra che poi chissà perché prima t’hanno insegnato a darla a destra, e finalmente m’immetto sul viale alla ricerca del parcheggio.

Sono fortunata: nonostante l’ora intensa, di posti liberi sulla strada ce ne sono in quantità. Certo, sono a scadenza oraria, per carità, chi dice niente, è giusto, è una zona molto trafficata. Ci sono anche quelli a pagamento, ma insomma, oggi non è che mi vada di ingrassare le casse del Comune. Ultimamente ho frequentato gli uffici sanitari tante di quelle volte, e ho sempre pagato più del dovuto, che non c’indovino mai sul tempo, che se per una volta approfitto del disco orario, cosa vuoi che sia. Non evado mica le tasse.

Ecco, qui è ok, non sarà vicinissimo alla sede, ma una passeggiata in questa bella mattina di sole mi farà bene. Eseguo alla perfezione una splendida manovra in retromarcia, che non si direbbe essere il mio punto debole nella guida, e parcheggio esattamente dentro le strisce legittime. Regolo il disco, ho un’ora di tempo. Sono le 10,15, ma i quarti d’ora, chissà perché, non sono previsti sul disco. Regola vuole che debba conteggiare i 15 minuti appena trascorsi, quelli in cui io non c’ero, come se invece fossi arrivata alle 10.
E perché?
Già questo tempo è tiranno, ci vuole altro che un quarto d’ora in meno per farmi ringiovanire. Disinvolta, giro il disco sulle 10,30. Sono ligia al dovere, sono un’onesta residente. Ma quando ci vuole ci vuole.

Appena più in là la vigilessa vigila. Mi sento tranquilla e protetta. Il crimine qui non può averla vinta sulla brava gente, angeli in divisa vegliano su di noi.

Nell’ufficio va per le lunghe. Come già detto, Kafka, buonanima, qui ci sguazzerebbe, mentre noi c’impantaniamo e basta. Tuttavia, in qualche modo tutto procede. Ci sono anche funzionari gentili, gli stessi che fino a ieri erano iene oggi sono agnelli. Chi non crede alle reincarnazioni sbaglia di grosso.
L’agnello in questione però è un po’ pigro, se la prende comoda. Ma la sua docilità oggi mi affascina e non penso alle conseguenze. Pazienza se è quasi ora di pranzo, poverino, anche lui ha il suo da fare. E io sono a posto con la coscienza, in regola con tutte le mie cosine e con il parcheggio. Bè, l’orario è un po’ scaduto, ma solo un po’, suvvia.

Quando alla fine esco, vedo che la vigilessa è stata raggiunta da un collega in macchina. La sensazione di tranquillità si dirada leggermente, sostituita da una vaga inquietudine. Ma che ci fanno questi ancora qui, dopo più di un’ora? Ci sono tante altre strade da pattugliare, cittadini da difendere, incroci da sbrogliare…

Raggiungo la mia auto, la trovo addobbata come un albero di natale. Un tagliandino giallo e un bollettino postale per una decorazione, però, assai anacronistica: natale è stato mesi fa, e altrettanti ne mancano perchè ritorni.

Occavolo!!!

Una multa a me, integerrima e onesta come sono, con tutte le mie cosine a posto, come si diceva, e le tasse pagate; io che non passo mai con il rosso, forse col giallo, ma rispettosamente; io che mi fermo alle strisce pedonali e non per raccogliere i suddetti pedoni e i loro stracci che intralciano il cammino; io che rispetto i limiti di velocità soprattutto se loro rispettano me e non sono troppo assurdi.
Insomma, proprio a me una multa?!!
Il mio orologio segna un’ora terribile: le 11,50. Sono fuori dallo stabilito di 20 minuti. Ma non è stata colpa mia, la colpa è dell’agnello che era una iena ma si è travestito da agnello per fare impunemente i suoi comodi. Quella scarna mezz’ora di ritardo è solo per colpa sua e della sua pigrizia. E il lungo percorso dall’ufficio maledetto fino al parcheggio, dove lo mettiamo? Non ho mica le ali, in compenso ho le gambe corte, i tacchi e il passo lento da sfilata.

Ah, la vigilessa vigilante mi capirà se glielo spiego, lo so. Fra donne ci s’intende. Le mostrerò anche la mia fedina penale pulita e immacolata, che tanto ancora nessuno mi ha presa in flagranza di reato. Come pure avrà la sua importanza il mio aspetto pulito e curato, il tailleur di marca, i capelli freschi di parrucchiera. Mica come il biondo di prima, inquietante a dir poco con la faccia sospetta che si ritrovava e la capigliatura giallo oro.
Venti minuti di ritardo per una donna non sono la fine del mondo, è la prassi. Non la mia, no, che io sono sempre rigorosa e preferisco anticipare piuttosto che ritardare, tanto che sono arrivata così presto stamattina da disorientare pure il mio disco… ma dai, ci siamo capiti.

Signorina vigilessa, lei ha fatto più che il suo dovere, il Cielo gliene renderà merito, ma guardi che io sono in un ritardo modesto e non per causa mia. Sa, l’agnello, la strada le ali, il rossetto in ascensore. Suvvia, lei mi comprende. Io sono una buona, non commetto reati di sorta, non di quelli grossi almeno, che poi i peccati veniali, siamo donne di mondo, ce li concediamo, ma non è che si multano. Sa, signorina vigilante….

La signorina vigilante parla un’altra lingua e ha un altro orologio. Alla fine comprendo i suoi vaneggiamenti. Mi sta dicendo che in quel tratto di strada il permesso di sosta è di 30 minuti, non di un’ora.

L’allocco mi somiglia molto in questo momento. Occhi sbarrati, un tantino increduli, becco rapace, artigli pronti a ferire… ma sono una persona irreprensibile, di fronte all’evidenza ritiro tutto, ripongo gli artigli e il tagliandino giallo, dove c’è scritto che l’imperturbabile vigilante ha emesso il suddetto alle ore 11,30, quando già ero in torto di oltre mezz’ora. Figuriamoci, ora ne è passata un’altra mezza. Ripongo anche la mia figuraccia del cavolo, insieme al bollettino postale che mi toglierà l’impiccio del pagamento in contanti al comando, ma quanto sono gentili, loro.

Faccio dunque, come in precedenza, una retromarcia con tutti i crismi, anche se sono a piedi, più che altro perché le autorità ora sono due e uno è pure un maschio robusto. Con la signorina forse potevo vedermela a quattrocchi, oppure no, chissà se sono addestrate alle arti marziali quelle lì della polizia municipale. Io invece sono solo una povera contribuente distratta, però la legge non ammette ignoranza e quindi devo pagare.
Pagherò.
Come sempre.
Sono gli innocenti che pagano e i ladri sono a spasso. Non è mica un luogo comune, no, è la verità.

Salgo sulla utilitaria umiliata da una multa più grande di lei (quanto spazio vuoi che occupi, una scatoletta così, per un’ora in più o in meno, poi, che diamine…). Faccio inversione a U con una manovra azzardatissima, taglio la strada a camioncini sorpresi e biciclette spuntate dalla ciclabile, e filo via offesa con la giustizia.

Su una curva poco più in là è appostata felina (felina?) la gazzella dei carabinieri. Un’altra pattuglia di persecutori che si guadagna il pane a scapito della gente perbene. Con un marameo virtuale ma furioso sul serio gli passo davanti a 95 km/h, anche se il limite è di quasi la metà, e la curva la percorro su due ruote, quelle di destra. Poi pigio l’acceleratore, c’è il rettilineo, l’utilitaria non mi tradirà.

Limite di 50 km orari, dossi artificiali, attraversamenti pedonali, non guardo più niente. Non vale la pena faticare per essere onesti per poi essere fregati alla prima sciocchezza che nemmeno un prete vorrebbe ascoltare in confessionale. Una vita improntata ad una rettitudine pressoché esagerata, ora rovinata per sempre. Tanto vale strafare!

Sul rettilineo lungo circa 800 metri sfioro i 120 all’ora, l’utilitaria sta per avere un infarto, ma vola, schiva lo schivabile, non guarda in faccia a nessuno. Nemmeno all’ennesima pattuglia, ancora polizia municipale!, appostata alla fine del quasi chilometro di libertà illusoria, prima della curva successiva, che prendo come prendo, felice e beata.

Penso che avrei dovuto farlo prima, penso alla faccia della vigilessa vigilante che credeva di avermi fregato, e rido, mentre il coro delle sirene di Ulisse mi raggiunge da dietro, sempre più vicino.

Sempre più vicino.

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