“La patria è un’arancia”, di Félix Luis Viera

Introduzione di Giovanni Agnoloni

Félix Luís Viera, poeta dissidente cubano, oggi cittadino messicano, esce in Italia con le Edizioni Il Foglio, nella traduzione di Gordiano Lupi, con la raccolta La patria è un’arancia (commento critico di Patrizia Garofalo). Vi troviamo una serie di spaccati di vita, atmosfere e ricordi legati alla profonda crisi della Isla, dovuta agli abusi del castrismo e alla povertà. Ma, anche e soprattutto, un campionario di emozioni e visioni, che si estendono anche all’altra “città della vita” del poeta, ovvero Città del Messico.
È un distillato frutto della diaspora cubana. Come testimoniato dalle toccanti righe scritte all’autore da Manuel Parrado, una settimana prima che si suicidasse, con le quali si apre la serie di poesie di Viera, che sembra declinare il succo di quell’affranto rammarico.

Qui di seguito, sei delle sue accorate liriche – o, in alcuni casi, degli estratti:


5

L’enorme Città del Messico affoga tra i vapori.
Compatta, dispersa
traboccante vette e abissi
lo smog inchioda il suo acido freddo nei polmoni dell’anima.
Ci sono tante persone con acquari,
ma tante altre che come mia madre non hanno mai visto il breve guizzo del pesciolino rosso
che mitiga lo stress;
ci sono milioni di persone che neppure sanno cosa significa la parola stress.
Camminano tante donne con calze nere e fretta nei seni.
I suoi abitanti conoscono la morte come le campane delle cattedrali.
Molti bambini sospettano che non smetteranno mai di essere mendicanti,
nei loro sogni da marciapiede, accarezzano le scarpe
di un giovane appena nominato dirigente.
Inoltre
come se l’uomo ancora conservasse la parte umana che gli spetta
nel viale Juárez, le magnolie fioriscono
in mezzo agli ultimi sputacchi che hanno violato il loro biancore.

8.
L’alluvione di vicoli, l’alluvione di frutti, verdure, vegetali, l’alluvione
di fritture, di voci come il coro che a volte formano i rospi,
l’usignolo, il corvo.
La valanga della penombra
lambita dalle radio, dai
televisori messi da parte,
da sguardi di metallo che sembrano indovinare esattamente i pesos che porti nella tasca sinistra.
(…)

11

Da piccolo
mia madre mi metteva in guardia sulla disintegrazione del futuro,
mia madre non comprendeva i pezzetti di astri che sbarcavano nella mia stanza,
e mi costringeva perché entrassi nel futuro ben disposto a perderlo.
Mia madre si muoveva nell’aria
e vedevo in lei un certo animo da staffetta che voleva consegnarmi
perché continuassi il cammino perduto o perdibile.
Se nel quartiere si impiccava qualcuno
lei vedeva nella lingua del suicida il mio futuro.
Mio padre aveva gli occhi color del miele
e con loro
guardava verso il tramonto come se cercasse un progetto.
Non abbiamo mai avuto neppure un acquario.

13

Mia nonna Isabel Morales Delgado,
che elaborava la pace della mia fanciullezza sera dopo sera,
arrivò a Cuba dalle Isole Canarie a 21 anni
in una nave che la storia non ricorda.
Mia nonna non lasciò la sua patria, la portò
in un ciuffo di capelli di sua sorella
che conservò fino alla sua morte.
Oggi
lontano dalla mia patria
comprendo le amarezze che mia nonna non mi insegnò.
Lei mi raccontava di mute di cani selvatici nelle notti della sua isola,
dei falò con i quali riuscivano a scacciarli, delle steppe
che sembravano ridurre in cenere l’oscurità,
e di una certa nebbia così triste nelle sere quando
con sua madre e i suoi fratelli andavano in cerca di un pane che sempre,
alla fine, diventava duro.
(…)

16

Nell’interminabile Città del Messico
ogni mattina
vaga un’infinità di donne belle nel tragitto.
Tu le hai viste parlare mentre esce
il sapore del pesco dalle loro bocche,
hai visto brillare qualche scintilla di grano nelle loro ciglia.
Così
come hai visto tanti parchi
simili a linee di speranza nell’inferno, dove
due uccelli si sono amati vicino alla tua mano.
E solo questo
ti ha salvato.

63

Vittima di una fata
Eliseo abita sulla cima dei tulipani,
i suoi possedimenti si estendono in ogni luogo freddo
nel punto più alto a ovest dell’infinita Città.
Il suo incedere è lento come quello delle rondini ferite alle ali,
il suo respiro cade, lentamente, in uno scrigno argentato,
dove la sua fata lo conserva con cura.
Il sorso di rum del mattino è
proprio uguale al penultimo della notte;
nei suoi domini, insisto, il freddo è rigido e così oscuro nella notte
e anche la notte è così oscura come il freddo.
Patrizia è la sua fata e credo che sia anche la sua patria,
è la patria,
la patria è il Caribe e la Città dell’Avana,
ma la patria è Patrizia, la sua fata.
La solitudine notturna accoglie le grida delle luci
della restante Città del Messico laggiù,
una pagina sta per partire verso le tribune della Patria in lontananza
e si poserà come una colomba oscura sulle spalle del costruttore di discorsi.
La patria è un’arancia nera quando si guarda
dalle fredde altitudini a ovest di Città del Messico
dove Eliseo sopravvive odorando le trine lilla della sua fata.
Una processione di poeti solca il Golfo
in entrambe le direzioni,
la poesia sommerge il mare.
Eliseo beve l’ultimo sorso, fuma l’ultimo sigaro di oggi nella notte
e vede venire quegli alpinisti zoppi
che in ogni caso dovranno scalare l’asta della bandiera.

3 pensieri su ““La patria è un’arancia”, di Félix Luis Viera

  1. L’alluvione di vicoli, l’alluvione di frutti, verdure, vegetali, l’alluvione
    di fritture, di voci come il coro che a volte formano i rospi,
    …………..
    La valanga della penombra
    lambita dalle radio, dai
    televisori messi da parte….
    ——————
    Mia madre si muoveva nell’aria
    e vedevo in lei un certo animo da staffetta che voleva consegnarmi
    perché continuassi il cammino perduto o perdibile.
    Se nel quartiere si impiccava qualcuno
    lei vedeva nella lingua del suicida il mio futuro.
    ————————–

    è come un dolly che si solleva e fissa la luce, le strade
    mescola gli odori…

    Interessantissima proposta.
    Grazie

    Maurizio

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