Le parole per dire l’inenarrabile: “Elisabeth” di Paolo Sortino

Nel suo saggio Das Unheimliche [Il perturbante, 1919] Freud teorizza che “Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare.”.  Il titolo di questo saggio letteralmente significa “Il non-familiare”, laddove heimlich deriva dalla radice della parola tedesca “casa” (heim), che però come avverbio significa “di nascosto”, “in segreto”. Stessa cosa nello svedese, dove si va oltre: i due aggettivi derivati dalla stessa radice (hem) sono hemlig, che significa appunto “segreto”, e hemsk che vuol dire “orrendo/terribile”, ed è usato per esprimere il massimo grado dell’insopportabilità di qualcosa. Nell’inconscia percezione linguistica germanica, a quanto pare, nel familiare si annida l’occulto, l’inconfessabile, il mostruoso.

Così in questo romanzo – teoricamente impossibile da leggere – che prende spunto da una storia vera che abbiamo letto in cronaca e che abbiamo cercato collettivamente di rimuovere, il più in fretta possibile: la storia di Elisabeth Fritzl, giovane austriaca segregata dal padre in un bunker segreto sotto casa per 24 anni, durante i quali è stata violentata, torturata, malmenata e vessata sotto ogni aspetto, dando alla luce ben 7 figli prodotti incestuosamente. Un parossismo di orrifica indicibilità che Paolo Sortino – neanche trent’anni ma un talento vero nelle mani – è riuscito a maneggiare in maniera quasi inesplicabile ovvero utilizzando le stesse tecniche che l’uomo usa dalla sua genesi cioè raccontandolo, creandone una fabula/favola, un mito tragico. Questo romanzo sarebbe illeggibile se non fosse una storia vera, sarebbe intollerabile. Ma lo è, e l’unico modo per sopportarlo, per subirne la catarsi, è leggerlo per intero, arrivare alla fine.

Non è difficile farlo perché la scrittura è elegante ma molto pulita, efficace, asciutta dove serve a parte qualche raro passaggio un po’ ermetico che fornisce però una suggestione di filosofica poesia. E anche perché di un romanzo che poteva fruttare ottocento pagine Paolo Sortino ne ha intelligentemente fatto una narrazione di poco più di duecento, riuscendo a sintetizzare i fatti in una misura di tempo gestibile emotivamente da parte del lettore.

I fatti, poi, sono ciò che l’autore ha scelto in modo dichiaratamente arbitrario di rappresentare: questo romanzo non vuole essere la veridica biografia di Elisabeth Fritzl ma ciò che questo fatto di cronaca ha suscitato in lui, come Sortino premette prima dell’esergo.

Cominciamo da qui: Paolo, come mai hai voluto raccontare la tua ver(vi)sione di questa storia?

La ragione è contenuta nella tua premessa. Proprio perché i termini “segreto”, “familiare”, “impossibile”, ecc. sono decisivi, in ogni epoca, per comprendere e pensare di affrontare tematiche profonde quando si abbia allo stesso tempo la pretesa di arrivare a un risultato espressivo quanto più universale possibile. La vicenda Fritzl impone riflessioni simili a questa che tu proponi (e che a modo mio ho proposto a me stesso durante le ricerche antecedenti alla stesura del libro), ma ne suggerisce anche molte altre, ad esempio la possibilità di ragionare sulla felicità e sul concetto di libertà, cosa che ho provato a fare con il libro.

La mia sensazione di lettrice donna è che la Bella adattandosi riesca a vincere sulla Bestia, a soggiogarla, in qualche modo, e proprio per ciò alla fine dimostra di avere un potere più forte. Un mio pensiero auto-consolatorio o assomiglia al messaggio che hai voluto dare tu?

Un po’ e un po’. La tua lettura è consolatoria nel momento in cui oggi, come credo sia intesa, la nostra salvezza fosse una questione di forza; ora psicologica, ora corporale, e così via. Allora ti piace pensare che in un modo o nell’altro Elisabeth sia più forte del padre, almeno da un certo punto in poi, appunto perché possa salvarsi. Glielo auguri. Ma vedi io credo che qualsiasi forma di salvezza escluda necessariamente la forza, e persino l’idea di forza; anzi è la nostra fragilità a tenerci in piedi. Quasi mai abbiamo rotto un vetro per averlo colpito nel suo punto più fragile. Ci è occorsa come minimo una spranga. Il bello di questa cosa sta nel fatto che non conosciamo quale sia il punto fragile del vetro, e non lo sapremo mai. Così come non basta tutta la psicanalisi del mondo per scrutare dentro un essere umano.

Un padre così mostruoso e infernale (splendida l’immagine di Iodice usata per la copertina) di cui non abbiamo una spiegazione: ti sei chiesto quali mali potrebbe aver vissuto lui per diventare così psicotico, o ti è stato più utile o necessario chiuderlo nel ruolo dell’Orco?

Non ho chiuso il mio personaggio di Josef Fritzl nel ruolo di Orco, né la mia Elisabeth in quello di vittima semplicemente perché Josef ed Elisabeth che abitano il libro non sono gli stessi di cui abbiamo sentito parlare nel fatto di cronaca. L’arte figurativa (in particolare la ritrattistica, secondo le evoluzioni del concetto di verosomiglianza) ci insegna che se cerchiamo di ritrarre su carta un cagnolino, alla fine avremo due cagnolini, quello che ci stava davanti e quello che abbiamo disegnato. La letteratura, e l’arte in genere, fanno questo: “creano”, non a caso (e “creano non a caso”). Non so cosa possano aver vissuto i due Josef, quello austriaco e il mio, me lo sono domandato, certamente. So però che alle spalle hanno il nazismo, sullo sfondo, e più vicino e intorno hanno l’Austria: uno dei pochissimi paesi che successivamente alla seconda guerra mondiale abbia posto nella sua Costituzione il concetto di “neutralità eterna”, col quale, da allora in avanti, avrebbe dichiarato astensionismo perenne a qualsiasi conflitto bellico fosse scoppiato sul pianeta, in nome di una politica non interventista che in verità celava (e io credo ancora celi) fortissime contraddizioni. Secondo la mia idea della cultura austriaca, c’è in essa una fortissima rimozione di massa del concetto stesso di “conflitto”, il quale necessariamente sta alla base – ed è fondativo – di qualsiasi civiltà e di qualsiasi mutamento antropologico significativo. Quella austriaca rimane di fatto una popolazione puritana, che non accetta alcuna contaminazione reale col resto del mondo. Ed ecco che anche la “purezza” genera mostri.

È stato doloroso e/o faticoso scrivere questo romanzo? Cosa vorresti raccontare ora?

È stato doloroso e divertente allo stesso tempo. L’eccitazione che si prova per una frase riuscita è inenarrabile. Ti può far svoltare l’intera giornata. Al momento sto mettendo insieme una serie di appunti per una nuova storia, ma è ancora presto per parlarne.

3 pensieri su “Le parole per dire l’inenarrabile: “Elisabeth” di Paolo Sortino

  1. Gloria Gaetano

    Perché si possa parlare di Unlheimliche, non basta trovarsi di fronte a qualcosa che ci appaia ignoto,estraneo; occorre che questo ignoto venga oscuramente percepito appartenere ad un ambito familiare: Non tutto ciò che è estraneo o ignoto e infatti perturbante. Perturbante è solo l’estraneità che ci tocca profondamente nel vivo, la rivelazione dell’estraneità del proprio sé.
    Ma se il perturbante è qualcosa di spaventoso che deriva da ciò che è da tempo familiare,non può essere identificato come totalmente altro. Perturbante è infatti il cortocircuito in cui il familiare si trasforma nel suo contrario facendo emergere il suo aspetto sinistro

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  2. Andrea Sartori

    Di questa intervista e della sua introduzione, mi hanno colpito soprattutto, a caldo, due aspetti. Innanzitutto l’idea secondo cui la salvezza è collegata alla fragilità, non all’esercizio della forza. Penso spesso alla scrittura come a un dispositivo del genere: tecnicamente impotente, eppure salvifico, nella misura in cui smuove le medesime fragilità in chi legge. Fragilità, rovine, fallimenti: sono altrettanti punti d’innesco di una dimensione comune, di comunicazione, in un senso infinitamente lontano da quello solitamente attribuito alla parola “comunicazione”, da quando è divenuta così di moda. Penso che a suo modo il libro si proponga di redimere un dolore inenarrabile, proprio provando a raccontarlo. La realtà di Elisabeth, della Elisabeth storica, in carne e ossa, resta naturalmente fuori dalla portata della scrittura, al di là o al di qua di essa. Non v’è infatti coincidenza tra la protagonista letteraria e l’originale a cui la prima fa riferimento. Quindi, Elisabeth, quella vera, se si è salvata, lo ha fatto indipendentemente da ciò che di lei, o delle sue figure, è stato scritto. Tuttavia, il riferimento alla salvezza torna, e riguarda, credo, la nostra salvezza, la salvezza dell’uomo, di tutti e di ciascuno, innanzi alla protervia del male. Qui la scrittura può farsi riflessione partecipata, interrogazione. E’ stato così anche con la letteratura sull’Olocausto.
    Il secondo aspetto dell’intervista che mi ha colpito, riguarda la contestualizzazione del fatto di cronaca nella coscienza nazionale austriaca. Uno dei maestri del perturbante, in letteratura, è stato l’austriaco Thomas Bernhard, coscienza critica e odiata di una nazione, che non ha mai fatto i conti fino in fondo riguardo al proprio rapporto con il male nazista. La rimozione della dimensione conflittuale dalla psicologia collettiva, fino a decretarne la scomparsa a livello costituzionale, è uno dei segnali inquietanti, che palesano come l’aggressività non sia qualcosa da raccogliere e mettere semplicemente sotto il tappeto. Bernhard, in conclusione della sua vita, auspicava l’ “Estinzione”, ravvisando che solo nell’inaridimento del seme familiare austriaco, poteva sussistere la speranza di un contenimento del danno. Come dire: risparmiamo ai posteri l’oscenità di un fardello insostenibile, che continua a pesarci sulle spalle, e concentriamoci sulla nostra fuoriuscita dal mondo. Mi pare che, nel libro di Sortino – forse perché é un italiano a esercitare uno sguardo “strabico” sull’Austria – la prospettiva sia diversa, benché la diagnosi sia identica. Insomma, mi piacerebbe sapere da lui che fine ha fatto la speranza.

    Un caro saluto, e scusate la tardività di questo commento!

    Andrea.

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