“Guardiani e Source Code, Dick vero e falso”, di Mario Gazzola

da Posthuman.it

Un articolo di Mario Gazzola, esponente del movimento connettivista, sul rapporto tra le opere e le idee del geniale scrittore precursore del Cyberpunk (e fonte d’ispirazione per il Connettivismo), Philip K. Dick, e alcuni recenti film avvicinabili alla sua “fantascientifica” visione del mondo.


Due recenti film di s/f, quello di Nolfi e quello di Jones, sviluppano con maggiore o minore fedeltà e originalità le intuizioni di Philip K. Dick sull’incertezza dell’identità e le dimensioni parallele. Solo uno dei due è davvero tratto da un suo racconto, ma forse non è il più fedele.

L’anno scorso in questo periodo ci stavamo dedicando a Splice e The Box.
Quest’estate 2011, tra i Transformers di cui ci parla Debora, il già sparito Priest di Scott Stewart (peccato, era tratto dal bel manwha di Hyung Min Woo edito in Italia da JPop), non sembra avara sul fronte del fantastico, visto che ci ha offerto Limitless, Source Code e ora I Guardiani del Destino di cui parliamo qui di seguito…. sarà vera gloria?

Partiamo dall’inizio. Philip K. Dick morì senza conoscere gran successo come autore, ma ormai possiamo dire che il suo concetto di s/f è diventato ‘mainstream’: non solo per la notevole messe di film tratti da (anche sovente bistrattandoli) suoi romanzi o racconti. Anche per l’impianto narrativo: una s/f che erompe come incertezza sul reale, anche da scenari non particolarmente futuribili o spaziali, come da tradizione della s/f classica, ma anche da ambientazioni apparentemente ordinarie, quotidiane, “realistiche” (per quanto ciò possa significare, nella cupa visione del grande distitllatore d’incubi).

Facciamoci caso: molta s/f recente, che sia o meno tratta dai suoi scritti, ha queste caratteristiche: A Scanner Darkly (da Un Oscuro Scrutare), Deja Vu, Inception, i più recenti Limitless e Source Code (locandina qui a destra) di Duncan Jones (già autore dell’ottimo Moon) e I Guardiani del Destino di George Nolfi (Timeline, Ocean’s 12, Bourne Ultimatum), liberamente tratto dal racconto del ’56 The Adjustment Bureau (ora edito da Fanucci nella riedizione dell’antologia che raccoglie tutti i racconti dickiani da cui sono stati tratti film, puntualmente ripubblicata ad ogni nuova uscita cinematografica con il titolo del film sugli schermi …E altri racconti).

Visti i due film a breve distanza, è curioso notare come forse il più fedele alla filosofia dickiana sia quello NON tratto dalla sua narrativa ma da un soggetto originale del regista figlio di David Bowie: fateci caso, cosa manca alla vicenda del povero soldato ‘morto’ in Iraq ma tenuto artificialmente in uno stato di semi-vita virtuale (molto alla Ubik) per proiettarlo tecnologicamente nel passato a scoprire cause e colpevoli di un attentato, per essere una possibile storia dello scrittore di Chicago? Solo la firma, già.

Duncan Jones dev’essere un suo grande fan e, se nel suo primo film ‘major’ si concede un finale meno amaro che in quello del debutto (ormai lo sapete, il militare Jake Gyllenhall – nella foto qui a sinistra – non solo scoprirà cause e attentatore, ma dalla dimensione parallela in cui viene inviato riuscirà a sventare il misfatto, così modificando anche il futuro), ma ci serve un impianto narrativo squisitamente dickiano: cos’è la vita, cos’è la morte? Il tempo è veramente lineare? Altre dimensioni sono possibili e possono pure influire sulla nostra?

Un impianto, si diceva, chiuso da un happy ending – il misfatto sventato, gli innocenti salvi, il terrorista ucciso – ma anche da una sottile vena di inquietudine sotto traccia: il bene ha trionfato nella trama del film, ma è la trama della “realtà” ad essere incrinata ormai. La scienziata militare in contatto col pilota spedito nel passato sarà l’unica a sapere che da lì il nostro presente può essere modificato.
I nostri piedi camminano su una terra un po’ meno solida ora.

Si dice invece piuttosto male in giro invece del film di George Nolfi realmente tratto da Dick, I Guardiani del Destino (locandina in apertura), per la sua manifesta infedeltà alla lettera e anche allo spirito del suo autore: infatti il regista (una macchina da blockbuster made in Usa) non solo fa dell’originale modesto commesso viaggiatore un brillante candidato politico sulla rampa del senato US, ma snatura l’inquietudine cosmica e gnostica del grande Dick in una vicenda essenzialmente sentimentale (il tema-chiave che muove la trama è il divieto dei Guardiani – che vedete nella foto qui a destra – di vivere con la Emily Blunt appena conosciuta per caso e subito amata) e, ancor peggio, in una celebrazione del libero arbitrio come affermazione del proprio io, molto americanamente in grado di modificare e plasmare il destino.

Molto hollywoodiano, l’eroe interpretato da Matt Damon, ma praticamente all’opposto degli antieroi dickiani, quasi sempre vittime di un fato incombente, oscuro, inconoscibile e inevitabile, direte voi. Già, tutto vero; e se poi aggiungiamo il romanticissimo happy ending in cui “Amor vincit omnia” si potrebbe dire che la misura è veramente colma. E, da un punto di vista di coerenza letteraria, in effetti è così.

Peraltro, in controtendenza con la critica dominante (e con la mia stessa filosofia più dickiana che idealista), io devo ammettere che invece il film si fa seguire fluido e dinamico, un valido spettacolo che alterna sequenze dinamiche – come la brillante fuga della loving couple fra le diverse dimensioni, qui rappresentate come tante porte da cui si accede ad ambienti fra loro distantissimi (da uno scantinato in un grattacielo ti trovi di colpo in uno stadio o sotto la statua della libertà), un po’ come nel cartoon Monsters & Co. – a qualche quesito filosofico non così banale come parrebbe a prima vista.

Fermiamoci un attimo: Nolfi gira nel 2010, non nell’America degli anni ’50, epoca cui risale il racconto. E qual è oggi IL TEMA chiave delle nostre vite? Non è forse il successo, l’affermazione individualistica di noi stessi?
Quindi la sfida che i Guardiani, anzi il freddo Terence Stamp, loro capo, porge al povero Matt Damon è tutt’altro che una banalità romantica, in fondo è la sfida cui dobbiamo rispondere anche noi quotidianamente nelle nostre prosaiche vite: scelgo di perseguire liberamente i miei sentimenti, oppure mi lascio guidare dal superiore Piano, godendone i vantaggi che mi offrirà, sul piano sociale, economico, di prestigio o quant’altro sia in gioco?
In più, Damon-Norris deve anche farsi carico – nell’ardua scelta esistenziale – non solo di eventualmente distruggere la propria carriera, ma anche quella della fidanzata (Emily Blunt), ballerina in ascesa e futura grande coreografa.

Sarà una banalità, ma quanti dei nostri destini esistenziali si sono ripiegati sul ‘Piano’, rinunciando in partenza a combattere la sfida per realizzare il nostro Grande Sogno? In questo io trovo la sceneggiatura del film meno banale di quanto si dica in giro.

Aggiungo, a difesa del film di Nolfi, due gustose invenzioni visive: quella già citata delle ‘porte dimensionali’ (anche se di matrice cartoonica, come si diceva) e quella dei “libri-piano” dei Guardiani, in cui il destino di una vita è rappresentato un po’ come uno schema elettrico in movimento. Sul sito Comingsoon trovate un’interessante intervista col curatore degli effetti speciali del film, J. John Corbett, memore della lezione del sommo Hitchcock sui “Mac Guffin”, cioè quegli oggetti misteriosi, che nella trama rimangono un po’ in ombra e non vengono mai nemmeno spiegati a fondo, ma la cui presenza è fondamentale allo sviluppo della storia. Proprio come faceva la scatola misteriosa del The Box di Richard kelly citato in apertura, no?

In conclusione, decidete voi quale dei due film sia il “più autenticamente dickiano”, ma il mio consiglio è di non essere troppo sospettosi (io lo ero all’inizio) e assaggiarli entrambi.

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