Da Somewhere ai TQ

di Franz Krauspenhaar

Stanotte su Sky ho visto l’ultimo film di Sofia Coppola, Somewhere. Non vado più al cinema, è una perdita di tempo. E’ un pò come andare allo stadio: con tutte le partite visibili sul piccolo schermo perchè pagare il biglietto, lo spostamento, perdere tempo? La tv satellitare ha dato il colpo mortale al calcio dal vivo e al cinema sul grande schermo. E così sia, anche perchè il mondo è cambiato, e soprattutto si è involgarito, e no di certo perchè si dicono più parolacce in pubblico. Quando qualche anima bella mi accusa  di cattivo gusto spiego che simile categoria appartiene ai borghesucci del dopoguerra, o agli arricchiti dell’oggi, quelli che comprano i loro quadri a Telemarket. I clienti di un demente della pittura come Mark Kostabi. Tornando a me, stanotte, insonne come sempre, ho visto Somewhere. La storia di una star di Hollywood (piuttosto dimesso il pur bravo Stephen Dorff, forse poteva meglio rappresentare un assicuratore allo sbando, o un drogato all’ultimo buco), che pensa solo a scoparsi delle belle ragazze e a correre sulla sua Ferrari nuova di zecca. D’improvviso si trova in casa la figlia undicenne, che vive con la madre, e tra i due nasce un bel rapporto; e quando la ragazzina va al campo estivo l’uomo va in crisi esistenziale, telefona alla ex moglie disperato dicendo che non vale nulla (e noi tutto sommato gli daremmo ragione). Non trovando nella ex moglie un particolare conforto – come è tutto sommato giusto – l’uomo decolla sulla sua Ferrari in direzione del campo estivo, si ferma in un punto imprecisato di una strada deserta, esce dall’auto e comincia a camminare. Verso dove? Non si sa. Finale metaforico? Forse. Per il resto cosa dire? Che questo film si fa seguire in attesa di qualcosa che davvero succeda, ma non succede mai nulla. La Coppola ha la particolare abilità di fare un film cucendo tra loro numerosissimi tempi morti. Prende a prestito l’antica lezione della Nouvelle Vague, ma eliminando i veri colpi di scena. Il suo film sembra un documentario sui tempi morti della vita, dunque sulla vita vera. Ci fa addirittura assistere a una scena atroce nella quale l’attore viene premiato ai Telegatti da una Simona Ventura ripresa sempre di profilo e da un Frassica hollywoodianamente più freak del solito. A quel punto ti chiedi se la Coppola ti sta prendendo in giro o cosa le è passato per la testa, forse in un delirio di mancanza d’ispirazione. Forse, pensando al cugino Nicholas Cage, ti viene da pensare che il “familismo amorale” tipicamente italiano è anche affare – perlappunto di famiglia – del vecchio Francis Ford, lui grande talento certo che ha messo sul mercato un attore sinceramente mediocre e una figlia regista principessa sul pisello dell’inconsistenza. Somewhere insomma, sembra montato dai tempi morti di una serie tv con protagonisti un padre e una figlia. Un’operazione paragonabile a Mulholland Drive, il film di Lynch girato pensando a una serie tv e poi montato e rimontato per farne un film per il cinema. Furbamente, Mulholland Drive è assolutamente incomprensibile, ma per una cinica scelta produttiva. Un film che sarebbe dovuto essere buttato nella spazzatura, ma che il marketing attorno al grande regista ha inventato come capolavoro.
Pensando al film della Coppola mi è venuta in mente la Generazione TQ. Per chi non lo sapesse, quei trenta/quarantenni che tempo fa si sono riuniti dall’editore Laterza e si sono autonominati presente e futuro della letteratura italiana. Nomi noti e meno noti, ma tutti uniti dalla richiesta di incidere di più nella cultura italiana. Peccato che lor signori scrivano sui giornali da tempo. Peccato che un Christian Raimo, la cui produzione letteraria è di solo un libro e pure di racconti, si fa passare per il salvatore della patria. La preoccupazione del suo compare – d’anello o no, non ce ne frega niente – Nicola Lagioia, è quella di avere una rubrica in tv, come Baricco. Tale comportamento lascia un’amarezza indimenticabile. La letteratura italiana è diventata questo: un assemblaggio disarmonico di prosopopea, presunzione, arrivismo. Abbiamo le vallette intelligenti della narrativa che si comportano come se avessero vinto il Nobel. I compari TQ rivendicano cose che non si rivendicano, semmai si conquistano, e senza tante storie. Posso capire l’ambizione, ma quest’operazione di voler vincere sbandierando il vessillo di una generazione in realtà inesistente è assurda, pure blasfema. E anche sottilmente criminale e mafiosa. Se è la generazione di appartenenza la discriminante, allora siamo davvero alla fine d’ogni ritegno. Ecco, il manifesto dei TQ e Somewhere di Sofia Coppola si somigliano per l’inconsistenza malata e per questa cucitura di tempi morti, di scusanti storiche. Se però il film ha un suo significato, leggero e minimalista all’inverosimile, per cui è come se sparisse nel nulla da cui è venuto, alla fine, i TQ cuciono l’un l’altro il bigliettino collettivo per il potericchio al quale, ironia della sorte, già appartengono. I loro tempi morti segnano i nostri tempi disperati, o meglio sono l’ennesima dimostrazione che stiamo vivendo un lunghissimo tempo morto senza importanza e pieno di un’atroce, tristissima follia; somewhere, forse.

19 pensieri su “Da Somewhere ai TQ

  1. Beh, che dire, Franz, a parte il tuo stile scrittorio, che come sai mi piace moltissimo, per cui l’articolo è forte, “Somewhere” non mi è poi dispiaciuto, e della Coppola mi piace la sua “poesia dei vuoti”, che già avevo apprezzata in “Lost in Translation”. In fondo, spesso la vita è così, anche se io – anche per le mie note vicissitudini, la vita in ottica di resa, di passività, proprio non la accetto. Di quel film amo il seme di reazione che la figlia ha messo nel padre, col suo spendido entusiasmo giovane.
    Quanto agli scrittori TQ, non entro nel merito, perché per me la scrittura non è una questione di età, ma di profondità. E tutto dipende dalla penetrazione (sempre una questione di penetrazione, caro mio… ^___^), e dunque di conspevolezza interiore, che è e si rispecchia nella consapevolezza del mondo. Poi il successo, se arriva, arriva per fattori spesso imponderabili. Quel che conta è la qualità, il resto è aria.

    Un caro saluto,
    Giovanni

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  2. Bell’intervento, sono d’accordo, anche se io appartengo a quegli ingenui che ancora al cinema ci vanno. Dirò di più: al buio, in una sala cinematografica, riesco persino ad essere felice :-). Come si suol dire: beata ingenuità :-).
    Riguardo agli scrittori TQ, non li conosco e non mi interessa conoscerli. Diciamo che mi sono accorta che molti scrittori somigliano sempre di più a veline e tronisti. D’altra parte il vuoto di certi libri deve per forza essere compensato dalla “fisicità” dei presunti scrittori, altrimenti come fanno a venderli? Dal fascino del personaggio letterario si è passati alla venerazione dello scrittore. Che tristezza! Un’altra cosa che mi diverte molto è vedere come si formano “ghetti letterari”, per cui lo scrittore Pinco Pallino parla bene di Tizio perché è suo amico e non perché il libro è bello e dà addosso a chi ne parla male con offese deliranti. E’ veramente ridicolo. Ma come ho già detto io sono una persona molto ingenua 🙂

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  3. Ottimo pezzo Franz, complimenti, soprattutto per lo stile. Ho sentito parlare anch’io dei TQ. Non entro nel merito dello spessore letterario. Così, di primo acchito, mi pare – nel bene e nel male – un tentativo di coalizzarsi fra “colleghi” di lavoro che si osserva sempre più di rado in questi tempi di individualismo coglione – soprattutto nel mondo letterario. Non voglio polemizzare, ma a parte la tua condivisione su Facebook e pochi altri riscontri ricevuti, onestamente, non è che i colleghi scrittori si siano messi a fare i salti di gioia per il mio romanzo Ritorno al sud. Tanto per dirtene una, ho chiesto a un esimio “collega” se gli andasse di leggere il romanzo-eBook che Armando Curcio mi ha pubblicato. Glielo avrei mandato gratis. Risposta: A te va di leggere i miei sette libri? Te li mando gratis… Allora Franz, va bene l’invettiva e tutto quanto, ma non sarebbe più efficace rispondere con i fatti? Ripeto, non entro nel merito dei TQ, non ho una conoscenza approfondita dell’argomento per esprimere un giudizio. Certo, conventicole di potere ce ne sono a migliaia in tutti i campi. Il punto è: non sarebbe più efficace mettere su un “QT” o un quel che l’è fra noi altri che, diciamo così, non abbiamo tanta familiarità con le stanze del potere? Non sarebbe, quella, una risposta più efficace?

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  4. “Peccato che un Christian Raimo, la cui produzione letteraria è di solo un libro e pure di racconti, si fa passare per il salvatore della patria.” E peccato, Sig. “Kraspenhaarf”, invece, che lei non si sia dato la pena di appurare che di raccolte di racconti, Christian Raimo, ne ha scritte DUE: “Latte” e “Dov’eri tu quando le stelle gioivano in coro?”, per tacer della sua opera di traduttore (David Foster Wallace, tra i suoi camei). Ma, soprattutto, peccato quel pregiudizio, tutto italiano, che trapela da quel mucchio di parole: “un libro e pure di racconti”: non è la lunghezza di un testo a stabilirne il valore letterario (cos’era, altrimenti, il Verga delle Novelle?). Mi avrebbe convinta, Sig. Kraspenhaarf, se si fosse dato la pena di discutere, per l’appunto, il valore degli scritti di Christian Raimo. Invece vedo solo una buona dose di snobismo nelle sue parole, ma nessun argomento solido a supportarle. E cosa dire del suo “compagno d’anello” o forse no -tanto-non-ce-ne-frega-niente-Nicola Lagioia? Vede, a me non interessa se Lagioia nutre ambizioni da valletta televisiva: che le coltivi pure, queste sue ambizioni, che le realizzi, magari: a me interessa solo che lui continui a scrivere come sa. Legga qualcuno dei suoi libri (le risparmio i racconti, via), poi ne riparliamo.
    Quanto alla famigerata “Generazione TQ”, non piace neanche a me l’idea che gli autori italiani si rinchiudano dietro un’etichetta, anche se, va dato atto, il fatto che si tratti di “Trenta-Quarantenni” offre almeno il rifugio di una dimensione temporale piuttosto ridotta: cresceranno, prima o poi, questi autori, no? Con tutto il bene e il male che potranno derivarne.
    Cordialmente,
    Eva

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  5. “TQ si è raccolta, dunque, non attorno a istanze estetiche, bensì politiche e sociali. Questo non è, infatti, un movimento artistico o letterario nel senso novecentesco del termine, ma un gruppo di intellettuali e lavoratori della conoscenza che ha l’ambizione di intervenire nel cuore della società italiana e nel tessuto ormai consunto delle sue relazioni materiali, di indicarne con maggior forza le lacerazioni – partendo dalla sistematizzazione della provvisorietà lavorativa, la vera ferita generazionale su cui si sono incistati molti dei mali contemporanei – e di avanzare una nuova visione operativa della cultura, in grado di contrastare finalmente l’incessante svalutazione che ha subito il concetto stesso di cultura e il ruolo di chi la produce e la diffonde. ”

    Ecco, non vedo dove come da questo (e da tutto il resto) si possa estrapolare il pensiero secondo cui i TQ “si sono autonominati presente e futuro della letteratura italiana”.

    Forse, Franz – e dico forse – dovresti (ri)leggere tutta la documentazione pubblicata durante le ultime settimane. E se ti avanza tempo, magari rivedi pure Mulholland Drive.

    Luigi B.

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  6. Mi perdoni ma credo che il suo sia un pregiudizio nei confronti di molti TQ. Credo che dovrebbe leggere le tante e mail che in questi giorni ci stiamo mandando per comprendere che stiamo cercando di dare vita a un progetto concreto. Le librerie (e io sono un libraio e lo posso tranquillamente dire) sono piene di libri costruiti per avere successo. Credo che in TQ si stia cercando di fare proposte per andare oltre questa abitudine di mercato. Nessuno si è ancora permesso di erigersi a salvatore della patria e non ho sentito nessuno definirsi un grande scrittore, anzi, ho letto mail ben lontane da questo atteggiamento. Mi sembra che ci sia uno snobismo culturale contro TQ che sta assumento toni abbastanza fastidiosi, soprattutto perché a scagliarsi contro questo gruppo, un gruppo che si chiama TQ ma che non ha posto limiti generazionali e se si fosse informato meglio lo saprebbe, sono persone dalla critica facile. Prima di stroncare con tanta acidità un progetto che sta cercando di delinearsi aspettate di vedere le proposte. Certo i manifesti sono troppo generici, è un problema che molti di noi hanno riscontrato, ma credo anche che i manifesti potranno trovare nuove forme con il tempo.
    Marino Buzzi

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  7. se mi mandate il paccone delle mail… ma se mi mandate il paccone delle mail non sarebbe regolare, poichè non faccio parte del gruppo. dunque: che cosa diavolo mi state a dire?

    secondo: avrò certamente qualche pregiudizio ma: una raccolta di racconti non è un romanzo. pregiudizio tutto italiano? raimo ha scritto due libri di racconti invece che uno? va bene. devo leggerli? ne lessi uno, dei suoi racconti, nella raccolta I persecutori (TRanseuropa), ce ne era anche uno mio. in quel volume ci sono quasi solo TQ. il suo racconto era eccellente.
    però siamo sempre al fatto che se hai due libri all’attivo, e di racconti, non è come averne due di romanzi, nemmeno se si è carver o cheever. a mio avviso.

    in quanto alla traduzione di foster wallace da quando una traduzione – seppure impegnative – vale la stelletta di un’opera letteraria creata di proprio pugno. non confondiamo le acque, nemmeno con mullholland drive, sebbene ci siano in giro un sacco di estimatori di un film creato in sala di montaggio. anche fellini creava in sala di montaggio, certo, ma insomma… direi che m’è bastato vederlo una volta.

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  8. ps: in quanto allo snobismo… beh, lasciamo perdere. abbiate l’onestà intellettuale di rilevare dove esso veramente si trova.

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  9. anche perchè, diciamolo, vi siete creato il “lebensraum” scavandovi una generazione che non esiste. una generazione creata a tavolino. dunque un grimaldello soavemente razzista e fascista. le generazioni sono quelle che vanno dai padri ai figli. non quelle inventate di sana pianta, che si esauriscono in venti anni. ma scherziamo? voi potete fare e sentenziare tutto quello che volete, ma siete solo degli arrivisti. i movimenti sono generazionali ma fino a un certo punto. raimo avrà qualcosa a che fare con lagioia che – signorina eva, ho letto, senza trarne un gran giovamento, diciamo – ma con altri? un bel salto sulla carovana del west italico e via. il piagnisteo sul lavoro culturale? mai stato così alto. beh, voi lottate per i cazzi vostri, ma anche gente più vecchia di voi, magari di solo un anno o due, si fa il mazzo, lavorando individualmente, senza coperture ideologiche buone per tutte le stagioni. è chiaro? guardate anche agli altri, a quelli più vecchi di voi, che magari sono delle stessa vostra “reale generazione”.

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  10. mi dica, un TQ di 52 anni c’è? accettate “fuoricorso”?

    la mia definizione è leggermente iperbolica. per quanto, la soavità del fascismo appartiene a qualsiasi ideologia e pensiero.

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  11. Qui giace/come una virgola obsoleta/l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata/ dell’eterno riposo, sebbene la defunta/dai gruppi letterari sia stata ben distante,
    w szymborska

    sottoscrivo questo e franz

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  12. Mi pare di capire che dai tempi dei salotti di Moravia non sia cambiato nulla,o appartenevi al giro o sei tagliato fuori. E’ questo, quello che vuole generazioneTQ?
    Antonio

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  13. Qualunque sia il tema trattato lo stile di F.K. è a “presa rapida”. Vincente il suo stile grazie alla scrittura scarna, snella, asciutta e scattosa. Sicura. Il lettore ne viene catturato per convinzione, diventa agile e sciolto uguale, preciso, nell’esigente volontà d’aderenza. Sempre un piacere leggerlo.

    Doris

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