Silvia Rosa e la disfatta di ogni grammatica esistenziale

di Deborah Mega

Fin dalla prima lettura le poesie di Silvia Rosa contenute nella silloge d’esordio “Di sole voci” appaiono frutto di una ricerca lessicale metodica, di uno scavo incessante e continuo sulla parola che, declinata perché interpreti il corpo, ne esprime il senso. Emerge un contrasto privo di possibilità di soluzione, una dicotomia irrisolta tra “corpo /che germoglia incubi e passione” e anima, incapace “ di elevarsi al suono puro/ che non necessita di piuma / per alzarsi in volo”, tra desiderio di fuga e costrizione all’immobilismo, “a dire sempre uguale sempre / lo stesso dolore”.

Perfino il pensiero non ha ali: “si tende / assoluto e si scinde / in scarti di lacrime e / imprecazioni alla Luce”. Un nichilismo di fondo sembra pervadere la raccolta, “Non ho più Dio / non ho più Io / non ho che questo lembo piagato di mente”, non c’è alcun appiglio a cui ancorarsi “non ti devi aggrappare / a niente / lasciati andare”, non c’è dimora né destinazione “non c’era dove andare / nell’assedio”, non c’è coerenza di intenti “odiandoti di vero amore / cercandoti mai e ancora”, né tantomeno speranza “Oltre è la stessa notte di no e / di sempre la stessa fitta vegetazione / inghiottita dal vuoto di sogni” e ancora “per sempre è solo il ritornare / indietro immobile aspettare”. Perfino il proprio tessuto morale è una finestra chiusa (la finestra della Woolf ?), un’apertura che però non lascia possibilità di evasione “la mia Chiesa affollata di luce / è una finestra nel vuoto / chiusa / sul riflesso di me / che non sono”.

E ancora “Non c’è un luogo / qualunque una terra / sicura una radice di Senso /-almeno una-”. A tutto questo si aggiunge l’ostacolo costituito dal tempo “amaro”, “il transito immobile / di dita lancette dentro”, dalle ore definite “una sbavatura d’Eterno”, da sgranare “una dopo l’altra, / dal lungo baccello del giorno”.

Anche il corpo, il cui talento più autentico è “l’attitudine sincera allo scacco” costituisce un limite, nella sua folta densità è “carne che mi cede”, “arterie che scavano una tana d’Azzurro”, “astratta carne… prigione di respiri”; scrive Silvia infatti “se non fossi dentro a questo corpo / se solo lo potessi abbandonare / allora mi farei perfetta / sintesi di parole e sogno”. Eppure si ®esiste, perché come ha ben rilevato Enzo Campi nella sua Nota critica “il senso è nel corpo, nel campo di forze che esso genera, nella deflagrazione della sua anima”. E’ corpo che “cede peso all’Anima / e cambia di significato e di sostanza” rendendola pesante, pensante e manifesta in tutti i suoi disagi attraverso la voce, la potenza della lingua nonostante abbia “una forma irregolare / il dire”. Attraverso la propria voce si manifestano emozioni e contraddizioni; la poesia è specchio mediante il quale si giunge, anche se per brevi momenti, a raccontare se stessi. La parola si congiunge al corpo, si trasforma, si rigenera, risuona, produce congiunzioni di senso e realizza trame di significato divenendo estensione dell’io, del corpo e del vissuto.

Se dunque la voce porta in sé traccia “delle cose inaudite e innominabili” (Rimbaud), allora sì che diventa musica, a cappella, visto che si tratta “di sole voci”.

Sul piano dei contenuti, Silvia Rosa ha saputo distillare la ricchezza del passato, la lezione dei grandi che ci hanno preceduto: Pascoli “ e io ritorno piccolina / a stupirmi per tutto / come se tutto fosse una sorpresa”; Quasimodo “il sole / è uno spillo rovente”, Lamarque “mi è spuntata in grembo / l’architettura metafisica imponente / di una cattedrale”, o ancora “Spogliami lentamente / sfilami prima il nome / poi il cuore / in ultimo strappami via la mente” per citarne solo alcuni. Talvolta emerge una dimensione infantile da cui derivano bisogno d’amore, di attenzione, di sentirsi racchiusa, “E sono tutta / nel cerchio sicuro / del tuo abbraccio”. Il passato segna inevitabilmente, aggredisce “è come un solco / un’erosione che da dentro / abita il mio corpo”. Il riferimento teorico da evidenziare è la psicologia analitica di Jung che permette di scrutare, cercare in sé, comprendere il proprio vissuto per superare traumi e frustrazioni, inserendo l’insegnamento che se ne ricava in una prospettiva futura. Solo in questo modo è possibile perdonare gli altri e se stessi, “ti ho perdonato / per-donando-mi”, perché anche il perdono mette ordine e fa chiarezza, è la “carità d’Assoluto amore” di cui parla Alessandra Pigliaru nella Prefazione della silloge.

Ad un certo punto c’è perfino la liberazione dall’ossessione di ritrovare il materno perduto e allora ci si vuol prendere cura di qualcosa.

“Ti partorisco una lingua nuova/ un alfabeto pulcino/ di cui prendermi cura cullandolo…”

Non esistono dunque grammatiche, manuali di istruzioni per l’uso. Il nichilismo però non è assoluto, lascia intravedere spiragli di salvezza, anche se non a portata di mano.

Lo stesso utilizzo delle lettere maiuscole per Tempo, Vuoto, Silenzio, Senso, Corpo, Anima, Eterno, Verbo, Infinito, Cielo, Luce, Assenza, Ombra, Amore, Altrove, Cielo, Altro, Chiesa, Mondo, Parola, Dio, Assoluto, la dice lunga.

Implica orizzonti di speranza, consapevolezza della nostra finitezza sì ma anche riconoscimento degli ideali e straordinaria apertura alla vita, tanto che a volte, solo per effetto di una lucida razionalità si lamenta l’assenza di qualcosa. “Mi convinco- o almeno ci provo-/ che non c’è in questo vuoto / breccia di sguardi / alba d’abbracci- niente”.

La possibilità di salvezza invece esiste eccome e annienta ogni no: è dialogo serrato tra anima e corpo, manifestazione di sé, scrittura precisa e incisiva come una protesta, potenza dell’ossimoro (“il transito immobile”, “che infinita tristezza la gioia”), comunicazione intesa come liberazione di sé e della parola, trasformazione personale, è quel “beccare testarda e inconcludente / briciole d’Eterno / (le stesse di sempre identiche).” Come disse Saint-John Perse “Solo l’inerzia è pericolosa. Poeta è colui che spezza per noi l’abitudine e dica a tutti chiaramente il gusto di vivere questo tempo forte. Perché l’ora è grande e nuova, nella quale conoscersi di nuovo”. Emergono nella poesia di Silvia Rosa elementi vivi e nascenti dal momento che il linguaggio ha natura di sperimentazione e quando vita e creatività coincidono diventa possibile abbattere i muri dell’abitudine e dell’inerzia.
Deborah Mega

La natura necessaria

“Tra le labbra un vento di parole
un va e vieni che mi fotte
l’allegria, la bocca
-un involucro scarlatto
di noia- costretta (im)mobile
a dire sempre uguale sempre
lo stesso dolore, sbava
serrata (in)sofferente stretta
che non -mi- sopporto più
in una gabbietta inappetente
il solito discorso.

Non è capace -IO-
di elevarsi al suono puro
che non necessita di piuma
per alzarsi in volo
e di volare essere l e g g e r a
precipitando dal cielo al suolo
e viceversa, e di nutrirsi
di carne e polvere tra polvere e vermi
spiccando dalla terra il sentiero della rima
e della nuvola baciata l’ombra densa
divorarsi il sole -per intero-.
E’ un rapace -IO-
che si nega la natura necessaria
degli artigli (in)segnandosi al rovescio
la regola del più forte tra i più deboli
-ché siamo tutti deboli come una promessa
di quelle che (non) mantieni in silenzio
mantenendola-.

Tra le labbra è tutto impercettibile
un pigolare che non (mi) ascolto
gustando la disfatta d’ogni grammatica
esistenziale, con la fame innocente
dell’animale e con un giro d’ali
sleale alla mia colpa slegare ogni nodo
di Senso con un battito di coda
è ora più che mai di attendere
l’agonia d’ogni ragione, lo squarcio
d’un sorriso un linguaggio che (mi) trascini
di nuovo in nuovo al passato

lo stesso

che mi trascenda, una lingua
come un davanzale su cui poggiarmi
a beccare testarda e inconcludente
briciole d’Eterno
(le stesse di sempre identiche).”

Un fiore

Vorrei morire come un fiore
seccando petali di carne
chinando lieve lo stelo di vertebre
bianco-candide

c’è una bellezza tutta da soffrire
in questo corpo
che germoglia incubi e passione
che nell’odore ferino di sangue
si decompone
senza alcuna grazia
muore

sarà per rimediare a questo orrore
per nasconderne alla vista lo spavento
la cancrena di dolore
sarà per questo, forse,
che si ricoprono le tombe
con un fiore.

(In) sintesi d’assoluto

Per esempio, sai,
quando ti voglio
sto tutta lì, impigliata
nel cono minuscolo
che pulsa nascosto -di taglio-
tra le mie gambe.

Ma se non fossi dentro a questo corpo
se solo lo potessi abbandonare
allora mi farei perfetta
sintesi di parole e sogno
senz’ombra, desiderio carne dubbio
(in) Assoluto
ti potrei amare.

Come un segno nero a margine

Ha una forma irregolare
il dire
quando gli spigoli improvvisi
del Tempo
scontornano parole
e tace lo schioccare vorticoso
della lingua sul palato
come un frullare d’ali
a misurare -stanco-
il perimetro del Vuoto.

Ha un movimento in girotondo
ogni lemma, prima dello schianto,
prima di precipitare
in coincidenza del Silenzio
incrinandosi nel centro
e più dentro, nel profondo,
fino all’origine di Senso.

Il mio Corpo cede peso all’Anima
e cambia di significato e di sostanza
nello spazio del discorso
si appunta come un segno nero
a margine,
nel bianco di una pausa

muto, fugge la distanza
-annullandosi-
si fa Eterno, senza Verbo, sconfinato.

In attesa del tuo ritorno

Conservo dentro al grembiule,
in un vuoto groviglio di briciole e fili,
un piccolo gelido inverno
-come quello in cui m’hai amata-
e lo accarezzo, di tanto in tanto,
lo sfioro nel punto più freddo

in attesa del tuo ritorno.

Sgrano le ore, una dopo l’altra,
dal lungo baccello del giorno,
ma non mi riesce di schiuderlo tutto
e mi ci accuccio nel mezzo,
tra secondo e secondo,
come un semino rimasto minuscolo, e morto

in attesa del tuo ritorno.

Cammino le stanze senza meta, senza scarpe,
e mi addormento dovunque, specialmente in quell’angolo,
sulla poltrona che del tuo corpo mi offre la forma,
e che faccio (la) mia, tra costola seno e collo,
nella pelle nel buio del volto, ti possiedo
di ricordo in ricordo, ancora,

in attesa del tuo ritorno.

Sono morta una  mattina d’ottobre

Sono morta una mattina d’ottobre,
ma non d’autunno
tra foglie rosse pioggia cielo plumbeo,
piuttosto luce rasoterra ovunque il sole
(un’assoluta sospensione di gravità spazio-temporale)
filtrata ogni mia cellula nella parola (in) divenire
me ne sono andata,
era d’ottobre, ma non d’autunno e non per sempre
perché per sempre è solo il ritornare
indietro immobile aspettare
è l’assenza di te, il vuoto del tuo nome
che mette rami secchi ad ogni lettera
che muore…

Eppure (r)esisto

Ho arterie che mi scavano
una tana d’Azzurro
un invisibile crepaccio
sul meridiano del sole
dove indugio parole
mentre scorro, increspando
linfa di cuore.

Ho carne che mi cede
sprofonda adagio galleggiando
nel fango liquido del Qui ed Ora
ottusa si protende
al fitto brulicare
di terrestri radici di senso,
incerta nostalgia di un Altrove.

Eppure (r)esisto
nel folto denso di Corpo
che ramifica in voglie
e cresce in languore e tristezza,
sulla soglia del Cielo mi innesto
né dentro né fuori
mi recido
da me e da me stessa.

Questo tempo

Poi c’è questo tempo
il transito immobile
di dita lancette dentro
di desideri a un’ellisse smagliata
nulla di convergente
esatto logico autentico
ogni pensiero si tende
assoluto e si scinde
in scarti di lacrime e
imprecazioni alla Luce.
Mi convinco -o almeno ci provo-
che non c’è in questo vuoto
breccia di sguardi
alba d’abbracci -niente-
che non c’è in quest’Assenza
un nome qualunque
che si innervi fin nel midollo
che (mi) infiammi la pelle
per sempre.
C’è -solo- questo presente
nemmeno un ordito sintetico
che mi stringa fantasma
un’ossessione discreta
una rete bucata
che mi protegga dal sole
-incipiente- ogni emozione
si eleva a potenza
nel tonfo

che infinita tristezza
la gioia di perdere -rami secchi
e foglie e illusioni
scoprirsi il dio di se stessi
il volto mutato nel tempo
identico a prima

eppure

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