NIENTE PER CUI MORIRE, di Enzo Russo

di Massimo Maugeri, dal magazine Notabilis

Enzo Russo è nato a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, ma vive in Lombardia da diversi anni. La sua è una delle voci più importanti e autorevoli tra quelle degli autori che scrivono romanzi ambientati in Sicilia. Ha debuttato nel ’75 con “Dossier America Due” (SEI) e da allora ha pubblicato oltre trenta romanzi, tradotti in diciannove lingue. I suoi libri più recenti sono: “Uomo di rispetto”, “Il quattordicesimo zero”, “Nato in Sicilia”, “Nessuno escluso”, “Saluti da Palermo”, “Né vendetta né perdono”, tutti editi da Mondadori.
Nei suoi libri Russo torna spesso sul tema della ricerca dell’identità del siciliano, del suo essere impastato di un male isolano, quasi endemico… anche quando non sa di esserne parte… anche quando la nascita nell’isola sembra una mera occasione e non invece una stimmate, un signum che – prima o poi – rivendicherà i suoi diritti (è il caso, per esempio, di “Nato in Sicilia”).
E il male isolano, la Sicilia dei misteri, quella delle contraddizioni e della giustizia violata, sono temi che tornano prepotentemente nel nuovo romanzo dal titolo forte ed evocativo “Niente per cui morire” (Mondadori, 2010)

– Enzo… cosa ti spinse, anni fa, a lasciare l’isola?
Volevo fare il giornalista e lo scrittore; due obiettivi, almeno allora, quasi impossibili da realizzare restando in Sicilia. Considerando come poi ho realizzato questi due progetti, e le persone grazie alle quali è stato possibile, direi che ho avuto ragione a farlo. C’era anche il bisogno di uscire da un ambiente, quello di Mazzarino, che mi stava stretto e non mi offriva orizzonti.

– In che modo avere la possibilità di osservare la Sicilia “a distanza” ha influito sulla tua scrittura?
Sulla mia scrittura non saprei dirlo. Sulle mie visuali certamente in meglio. Una distanza troppo ridotta impedisce di vedere e giudicare esattamente, come una distanza troppo grande. La distanza, inoltre, va a svaporare insofferenze e rancori, delusioni e amarezze, risanando e riconciliando. Il provincialismo, infine, che è l’umus di uno scrittore, può anche soffocarlo. Come dico spesso, io sono un albero che ha le radici in Sicilia e le fronde in Lombardia.

– Come vivi oggi il tuo rapporto con la Sicilia?
Benissimo, perché vivo secondo le mie regole, con un’attenzione per l’ambiente di tipo esclusivamente culturale e affettivo, senza i condizionamenti di cui soffrivo da ragazzo e di cui soffrirei ancora adesso, se fossi rimasto. Trascorro qui circa sette mesi all’anno, conduco una piccola azienda agricola, vado spesso nelle scuole, nei circoli culturali e nei club a tenere conversazioni (non mi piace chiamarle conferenze) e a breve aprirò un’associazione antiracket e uno sportello per il cittadino, pensato per chi non ha gli strumenti per contrastare le inefficienze e i silenzi della pubblica amministrazione. In nessun modo, credo, mi si potrebbe definire un turista.

Niente per cui morire– Veniamo al nuovo libro. Come nasce “Niente per cui morire”? Quale, la fonte di ispirazione?
Diciamo semplicemente che è il mio tema preferito: la Sicilia, la giustizia, la natura umana, i misteri. La fonte d’ispirazione, se così si può definire, è la cronaca, sia quella visibile sia quella sotterranea, e naturalmente i tanti colloqui con gente che immagina, che sospetta, che sa.

– Il titolo è piuttosto forte. Perché questa scelta?
È la fine degli ideali classici, dal senso dell’onore al patriottismo, dal senso del dovere alle lotte politiche e sociali, tutte cose per cui si moriva, e qualche volta si moriva anche volentieri. Quando un librettista oggi dimenticato scriveva: “Chi per la patria muor vissuto è assai” nessuno scoppiava a ridere, e ogni volta che si dichiarava una guerra si presentavano frotte di volontari. L’epopea garibaldina ne è una prova. Era un’altra atmosfera. Non necessariamente migliore di quella attuale, ma sicuramente più nobile.

– I protagonisti del libro sono questi tre alti funzionari di polizia che conducono in segreto una vera e propria indagine. Come li descriveresti?
Sono personaggi di fantasia; anche se una vaga ispirazione a gente conosciuta, inevitabilmente c’è. Rappresentano tre facce diverse del disagio di certi investigatori, magistrati o ufficiali di polizia giudiziaria, davanti al Potere e alla sterminata zona grigia che lo circonda.

– Secondo te, oggi, c’è ancora qualcuno disposto a morire per qualcosa?
No, e tuttavia non so decidere se questo rappresenti un passo avanti o un passo indietro nella nostra stanca civiltà occidentale.

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