978

di Vincenzo Ciampi

 

Tanto ci teneva all’accoglienza Nico il Laziale, il proprietario del bar , che un poster di Totti col ditino in bocca era visibile a tutti sopra il frigo delle bevande da tenere in fresco: perdere la clientela romanista, maggioritaria, era una minaccia abbastanza forte da interrompere il monopolio dell’iconografia biancoazzurra. La propensione naturale alle pubbliche relazioni faceva di Nico l’arbitro naturale di tutte le scommesse e di tutte le contese verbali fra avventori, purché risolvibili con dimostrazioni empiriche; ma nei casi di emergenza il “Punto Internet” – normalmente utilizzato visitare siti porno – consentiva qualche rapida verifica su Google .
Nico aveva presieduto alle scommesse più disparate; toccava a lui a custodire le somme rischiate dagli avventori fino al giorno in cui, con verdetto irrevocabile, le consegnava al vincitore, con quella solennità che inibiva, nel perdente, spiacevoli code di recriminazioni e di proteste.
Ora, però, doveva gestire la nuova disputa fra Gino il carrozziere e Alvaro, barbiere in pensione: compito assai impegnativo, perché avrebbe richiesto una complessa verifica sul campo.
Gino e Alvaro non si erano mai amati. Diversi in tutto e su tutto. Gino corpulento, caciarone, eccessivo, sempre con le mani e la tuta sporche di grasso e di vernice per auto. Alvaro magro, azzimato, sempre con la cravatta, calmo nel parlare ma soggetto ad improvvise esplosioni polemiche . Gino diceva sempre di lui che, a due anni dalla pensione, ancora puzzava degli strani intrugli che un tempo spruzzava addosso al cliente cui aveva tagliato i capelli. Alvaro replicava dicendo che le unghie di Gino , inevitabilmente incorniciate di nero, erano così sporche perché si grattava sempre la testa.
Essendo in disaccordo sempre e comunque, le scommesse fra di loro erano frequenti e dispendiose. Dai caffè erano passati all’aperitivo, poi al whisky di marca, e infine alla vil moneta. L’equilibrio nel numero delle vittorie era perfetto: sette a sette. Gino aveva appena pareggiato il conto grazie alla formazione del Brasile ai Mondiali del ’70. Alvaro non riusciva a ricordarsi di Brito, il centrale, mentre Gino la sapeva tutta, ricordava pure le riserve.
Pelè & C. avevano fruttato solo 20 euro; ma l’ultima scommessa ne valeva ben 100, e si prefigurava come un’ordalia, avendo un che di definitivo.

Tutto era cominciato con l’incidente di Ahmed, l’apprendista carrozziere. Sul lungo viadotto che dalla Bufalotta portava alla Salaria, che tutti chiamavano “lo stradone”,  il suo motorino era sobbalzato su uno degli innumerevoli tombini in ghisa disseminati lungo la sede stradale e, complice l’asfalto bagnato, la caduta era stata rovinosa. Il casco gli aveva salvato la vita , ma il ragazzo era all’ospedale e ci sarebbe rimasto per due mesi.
Gino aveva raccontato l’episodio in modo colorito ed accorato, non mancando però di sottolineare che lui Ahmed l’aveva messo in regola, perfino con i contributi, tanto da fargli usufruire in pieno dell’assistenza sanitaria.
Era l’ennesima provocazione per Alvaro, che due giorni prima gli aveva rinfacciato, davanti a tutti: “Tu dici di essere comunista, ma lo so io che ti fai pagare senza ricevuta; me l’ha detto il Mecocci, al quale hai chiesto 850 euro per due martellate sul paraurti e uno spruzzetto di vernice”.

Quel giorno Alvaro, ascoltando il racconto dell’incidente, non era animato da spirito battagliero, aveva solo commentato: “Povero ragazzo , si è fatto male. Ma su quello stradone ci sono un sacco di tombini, è pericoloso per chi va su due ruote. Saranno almeno un centinaio”
Prontissima la replica di Gino: “Secondo me so’ molti de più”
“E quanti potranno essere? Duecento?”
“De più, de più. E poi i sensi de marcia so’ due. ‘Na marea de tombini !”
Alvaro non aveva replicato , limitandosi ad un “mah” di quelli che avevano il potere di irritare Gino. Il giorno dopo aveva preso la sua auto ed era uscito alle 6 del mattino con l’idea di contare tutti i tombini dello stradone. Proprio tutti, uno per uno.
L’impresa si era rivelata molto più difficile del previsto. Il viadotto misurava 6 km, e i tombini erano davvero tanti, se ne incontrava uno ogni cinquantina di metri, a volte due ravvicinati, e mai nella stessa posizione sulla sede stradale. Per contarli bisognava andare a passo d’uomo, due volte 6 km di strada a due corsie, andata e ritorno.
Facile perdere il conto.
Alvaro, determinato e meticoloso come sempre, aveva suddiviso il lavoro in tre giorni, tre levatacce, perchè l’orario utile al conteggio andava dalle 5,30 alle 6,30, poi iniziava il traffico. Di notte sarebbe stato inutile , l’illuminazione non consentiva di veder bene la strada.
Alla fine, i tombini risultavano essere 978.
“Sono novecentosettantotto” disse Alvaro con aria indifferente la prima volta che al bar, in presenza di Gino, qualcuno riportò il discorso sui tombini dello stradone.
Ma  – come una pugnalata – giunse la replica immediata del rivale: “Te sbaji. So’ nonvecentosettantasette!”

La prima cosa che Alvaro si chiese fu quando il nemico avesse compiuto il suo sopralluogo. Non poteva sapere che gli amici di Ahmed, un gruppo di ragazzi marocchini, avevano ricevuto venti euro a testa per eseguire il conteggio. Decisione presa da Gino non appena la sua invisibile rete spionistica lo aveva informato dell’automobile di Alvaro che percorreva – lentissima – lo stradone, per tre giorni di seguito.
Ma Alvaro aveva contato bene, ne era sicuro: “Novecentosettantotto”, ripeté, con calma glaciale .
Gino aveva dato incarico ai ragazzi di eseguire due volte il sopralluogo, doveva fidarsi e tenere il punto:”Aridaje . Uno de meno. ”
Inevitabile la replica: ” Quanto ci scommetti?”
“Anche cento euro. Si mme li voi regalà…”
Toccava a Nico indicare il modo di dirimere la questione. Neanche questa volta si sottrasse: i contendenti gli consegnarono la cifra scommessa, dichiarandosi entrambi sicuri di vincere.
Il giorno della verifica fu fissato la domenica successiva. Il traffico si prevedeva limitato, ma non assente: sarebbero state necessarie alcune ore. Nico affidò il locale al suo dipendente e si procurò un contabile: suo figlio Enrico, 16 anni, con tanto di penna e quaderno.
I duellanti, Nico e il figlio si presentarono puntualissimi all’appuntamento fissato per le 8 del mattino all’imbocco dello “stradone”.
Nico comunicò come si sarebbe proceduto: ” Noi procediamo a passo d’uomo, se passano macchine accostiamo e ci fermiamo. Quando vediamo un tombino Enrico lo  annota. Terrà lui il conto per tutti, quindi non rompetegli le palle. Se nessuno di voi due ha dato il numero esatto, vince Gino se i tombini sono meno di 977, vince Alvaro se sono più di 978. Tutti d’accordo?”
Tutti d’accordo. Alvaro prese posto accanto a Nico, il conducente, Gino e il ragazzo si sistemarono sul sedile posteriore.
La ricognizione ebbe inizio.

“Tombino!”, diceva Nico, e il figlio annotava. Dovettero fermarsi spesso, colpa dei ciclisti della domenica mattina. Poche discussioni durante il percorso. Solo una volta Gino obiettò:”Questo lo abbiamo già segnato”, ma Nico replicò d’autorità: “No, era quello vicino al marciapiede. Quello in mezzo è nuovo. Puoi segnarlo, Enrico”
Alvaro era seccato che l’altro, seduto vicino al ragazzo, avesse sott’occhio il conteggio progressivo. per cui a un certo punto chiese :”Quanti sono fino adesso?”. “Quattrocentoventisette” disse il ragazzo. Ora anche Alvaro poteva tenere il conto mentalmente,e si tranquillizzò.
Verso le 10, dopo una breve sosta per il caffè, iniziarono la tratta di ritorno. Nell’auto c’era un silenzio teso, spezzato solo dalla fatidica parola: “Tombino!”. La tensione cresceva man mano che ci si avvicinava alla fine del percorso.

Mancavano circa duecento metri, e il conteggio era a quota 976. Per un lungo tratto non videro tombini e Alvaro intuì il ghigno di Gino alle sue spalle . Per cui, quando vide il 977simo, addirittura urlò : “Tombino! Tombino!”
Gino rispose sarcastico: “Vabbè, bello mio, pure se l’hai detto du volte è uno solo. Siamo a novecentosettantasette.”. Lasciò passare qualche secondo , poi aggiunse: “E so’ finiti…”
Nico accostò sul lato sinistro della sede stradale, mentre tutti scrutavano l’asfalto.
L’arbitro si rivolse al perdente, con voce contrita : “Alvà, siamo alla fine, e io non vedo più tombini. ” Poi si rivolse al figlio, che ormai non ne poteva più:”Tu ne vedi?”. Il ragazzo scosse la testa. Ora tutti gli sguardi erano su Alvaro, che pareva svuotato di ogni energia. Gino si limitò ad osservare, con nonchalance : “Ragà, è tardi, e io c’ho fame…”
Improvvisamente, il volto di Alvaro si illuminò.
Fu tutto deciso da un’improvvisa folata di vento. Alvaro vide sollevarsi il fogliame, e poi, sul lato opposto della carreggiata,vicino al marciapiede, il frammento di cartone del sovrastante manifesto pubblicitario.
Gridò: “Là! Dall’altra parte! Ce n’è uno! E piccolo, ma c’è!”
Gino fu inconsapevole complice della tragedia: “Ma ‘ndove? Io nun vedo un cazzo…”
“Sì, sì! Tombino! Tombino!”
Fuori di sé dalla gioia , aprì la portiera di scatto e scese dall’auto . Le ultime parole che udì furono quelle di Nico: “Ma ‘ndo vai ? Sta atten…”
Poi la frenata del SUV, inutile.
Il tonfo agghiacciante.
Il corpo di Alvaro che ricadeva sull’asfalto , a non più di un metro dal novecentosettantottesimo tombino.

 

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