C’era una volta il grande cinema italiano #9 – L’onorevole Angelina.


L’onorevole Angelina di Luigi Zampa esce nel 1947.
Anna Magnani la fa di nuovo da padrona, o per meglio dire da popolana: ha nuovamente a che fare con la borsa nera, questa volta nei panni borgatari e donchisciotteschi di una capopopolo improvvisata, una specie di squatter ante litteram, occupatrice di case, paladina della povera gente che in questa Italia rinnovata e stradaiola fa un po’ di chiasso in più ma viene ascoltata quanto prima, cioè niente.

La Magnani interpreta la sartina Angela Bianchi, donna del popolare quartiere romano di Pietralata.
Luigi Zampa ricorda che fu la Magnani a scegliere, durante un sopralluogo in borgata, come truccarsi e vestirsi:
“Lei ne vide una che portava un abituccio. Disse: ‹‹È quello, voglio indossare quello!››. Così glielo comprammo, se lo fece lavare a casa e quando comparve sul set era Angelina.”
Angelina è una capopopolo ma è innanzitutto una madre. Vi è un atto d’accusa verso la politica fascista che premiava le madri con molti figli e Angelina, sposata con un sottufficiale di polizia, ne ha cinque di età diverse; cinque figli da sfoggiare alle adunate militari.
Il film ha un andamento circolare, si apre e si chiude all’interno della baracca di Angelina e Pasquale.
Dopo alcune panoramiche dall’alto che mostrano le baracche misere in cui stentano la vita, la macchina da presa entra in una di queste, quella al n. 44.
In un lungo piano sequenza la macchina da presa mostra una ragazza che dorme nel suo letto, due bimbi che dormono in due in un lettino, un ragazzo più grande abbracciato al suo cuscino. In questo silenzio gli unici svegli sono i genitori, che dividono il loro letto con il figlio più piccolo che si succhia il dito.
A tenerli svegli è la preoccupazione per i soldi che non bastano per sfamare la famiglia. Sarà il problema del “cibo” a dare impulso alla catena di eventi presenti nella narrazione.

Angelina: «Io vorrei sapè invece perché si deve pagà per mangià».
Pasquale: «La vita bisogna pure guadagnarsela».
Angelina: «Ma non basta ..è così».
Pasquale: «Lo stipendio è quello che è..».
Angelina: «Pasquà bisogna che ti dai da fare sa … perchè ai regazzini non gli e ne importa niente di tutte ste storie».
Pasquale: «Non mi vorrai mica rimproverare di vivere onestamente».
Angelina: «E questione che qui non se vive Pascà, qui se more onestamente».

Nel quartiere quasi sempre alluvionato arrivano i giornalisti, a documentare il disagio di famiglie che vivono in undici in una stanza sola.
Non ci sono bagni, Angelina lava il bimbo con una bacinella appoggiata su una sedia ed è indispettita dai giornalisti che scattano una foto perché come sintetizza bene una popolana: «Non semo divi del cinema semo dei disgraziati, capito? E invece di venire ogni dù giorni cò ste machinette venite cor li soldi così ci ripulimo un po’ e risparmiate tante gitarelle, è giusto?».
A dare un quadro preciso della situazione segue il monologo di Angelina al marito, mentre veste il bimbo più piccolo:

«Quelli vengono pè impicciarse te schiaffano una bella fotografia alta un metro sui giornale con sotto scritto: ecco a sora Angelina, eh, guardate quanto è bella, quanto è disgraziata.
I figli so pieni di croste e di pidocchi, so sette in famiglia, dormono in dù stanze, non c’hanno una lira e a merenda se magnano le unghie dei piedi!
Sai che piacerone che te fanno, ti senti proprio sollevata dopo.
Almeno servisse a qualche cosa tanto semo condannati a miseria a vita!».

È la disperazione a muovere le donne, a tramutare Angelina in una capopopolo. Si rifiutano di darle la pasta e con le sole “sessanta lire” che le rimangono, alla borsa nera può comprare solo “bruscolini”. Cerca di muovere in pietà il droghiere: «Che gli do io ai ragazzini a pranzo e cena, gli faccio i giochi di prestigio!».
Alle donne non rimane che assalire il negozio e prendere ciò che spetta loro.
I bambini sono trattati dalle donne quasi come fossero bagagli a mano, talvolta sono passati di madre in madre come fossero degli oggetti.
Le madri non hanno che due interessi nei loro confronti: sfamarli e cercare di mantenere un minimo di igiene per evitare pidocchi e malattie, facilmente trasmissibili in un ambiente tanto malsano.

Quando il film fu ideato, quello delle popolari borgate periferiche era il problema sociale più vivo ed assillante di Roma. Costruite in fretta e malamente, prive di servizi ed impianti, formavano intorno alla Capitale una cintura di miseria e malcontento. Un temporale bastava a inondarle e a trasformare le strade in fiumi di fango. Inoltre, perdurando per alcuni generi il regime di controllo annonario, si sviluppava largamente in Roma il mercato nero cui per la loro miseria, le popolazioni delle borgate non potevano attingere per migliorare il loro tenore di vita.

Angelina, riesce ad ottenere un minimo di ascolto dai politici e grazie a questo intervengono alcuni piccoli miglioramenti, tra cui una mensa assistenziale. Splendidi i primi piani dei bambini affamati, tutti bocche ed occhi che trangugiano cucchiaiate di cibo più grandi di loro.
La sequenza dell’alluvione è una delle più drammatiche. Deve intervenire la protezione civile per sfollare gli abitanti del quartiere con le barche.
La macchina da presa inquadra la miseria di chi non ha nulla e a cui rimane ancora meno: i figli di Angelina le si stringono intorno mentre il più piccolo piange.
Le sfollate sono preoccupate per i bambini che rischiano di ammalarsi, per cui decidono di occupare abusivamente gli alloggi.
Inizia la scalata “politica” di Angelina che così facendo perde di vista il suo ruolo di madre e non si accorge che il marito si allontana, che la figlia più grande ha una storia d’amore con il figlio del perfido costruttore Garrone, e che il figlio Libero, ruba i medicinali destinati ai bisognosi per comprarsi la motocicletta.
Dopo alcune traversie, Angelina riuscirà a mettere le cose a posto, sarà acclamata dagli abitanti della borgata ma rifiuterà di candidarsi alla Camera dei Deputati. Così la “sindachessa di Pietralata” si rende “conto che il suo primo dovere è quello di accudire alla sua famiglia e in seno a questa riappacificarsi col marito, riprendere la sua dura lotta quotidiana per la vita”.
Il film si muove sul leitmotiv più volte ripetuto: «Certo che la famiglia è una gran cosa, una se la dovrebbe tenere a conto».
Furono molti i critici a non gradire la pellicola di Zampa, come dimostra la recensione di Guido Aristarco del 4 dicembre 1947 :

«Zampa – e questo conferma i suoi limiti – preferisce la storiella più o meno patetica o comica, e scherza con la miseria: la quale non ha bisogno né de L’onorevole Angelina né delle risate di un pubblico in pelliccia …».

Sicuramente il film volle essere, come dichiarato dallo stesso regista “un’inchiesta sulla vita di una borgata povera”, ma sono innegabili gli intenti politici, in quanto si avvicinavano le elezioni del 18 aprile del 1948, data in cui l’Italia andava, veramente, per la prima volta, alle urne.

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