“Carnage” – una ‘operetta morale’ che ci dice cosa siamo diventati.

Carnage, il film di Roman Polanski (tratto dall’opera teatrale di Yasmina Reza) è quella che una volta si sarebbe chiamata operetta morale.
Bastano poco più di 70 minuti per mettere in scena, con una efficacia tragica e comica insieme, la disperazione della condizione umana, di occidentali all’alba del terzo millennio.

Il pretesto narrativo è noto: in una lite al parco, un ragazzino di 11 anni colpisce un coetaneo al volto con un bastone. I genitori, due coppie di Brooklyn, decidono di incontrarsi per discutere del fatto e risolvere la cosa da persone civili. Gli iniziali convenevoli si trasformano però subito in battibecchi velenosi e il comportamento delle due coppie degenera in situazioni paradossali.

Quel che qui interessa – a parte l’inaudita bravura dei 4 interpreti claustrofobicamente chiusi nell’appartamento middle class newyorchese, Jodie Foster/Penelope, Kate Winslet/NancyJohn C.Reilly/Michael, Christoph Waltz/Alan) è quello che quest’opera ci racconta, a noi, disincantati e spersi viaggiatori di questi tempi fragili.

Credo che davvero ci sia molto da riflettere. E questo film parli da molto vicino di noi.

Penelope, Nancy, Michael e Alan partono con tutte le migliori intenzioni (riparare una brutta cosa, la violenza dei figli, nel modo più civile).

Ma come scrisse quel tale, delle migliori intenzioni è lastricato l’inferno.

Ed ecco così che in quei 70 minuti quello che si spalanca davanti agli occhi di ciascuno dei 4 ‘operatori di pace’ sarà proprio l’inferno: il personale inferno e quello degli altri tre.Tanto è vero che: questa è la giornata più infelice della mia vita, ripeteranno uno dopo l’altro, a conclusione dello spettacolo osceno che metteranno  in scena, dando generosamente ciascuno il peggio di sé 


Ecco, ma perché l’operazione di pace fallisce così clamorosamente ? Perché i 4, incapaci di trovare un minimo di accordo su ciò che è giusto fare, o al limite anche solamente ciò che è giusto dire, finiscono con l’assecondare i loro peggiori istinti ?

L’operetta morale di Reza/Polanski è particolarmente preziosa, perché ci illumina su una delle caratteristiche primarie del nostro tempo e – ahimè – della generazione dei 50enni che oggi questo tempo dovrebbe illuminare di senso, dirigere, orientare:l’inautenticità. 


Penelope, Nancy, Michael, Alan, non sono persone autentiche.

Non è autentico il cinismo adulto di Alan, alle prese con la sua dipendenza dal gioco degli affari e dalla tecnologia del telefonino; non è autentico il nichilismo di Michael, fragile come un bambino; non è autentica la disperazione di Nancy, borghese annoiata e viziata, non è autentico il volontarismo altruistico di Penelope, fatto di stereotipi. 


Penelope, Nancy, Michael, Alan, alle prese con una questione morale piuttosto semplice:  di chi è la colpa di ciò che è successo ? Perché due ragazzini si sono picchiati selvaggiamente ? come si può riparare il danno ? vanno nel pallone più totale.

Non sono in grado di stabilire risposte morali, perché in realtà non conoscono cosa è la morale. E non conoscono (più) la morale, perché ormai da troppo tempo vivono come bambini, senza la più piccola consapevolezza di cosa sono diventati, di quel che sono come persone. Non sanno nulla delle proprie anime. Dunque, non sono in grado di dire nulla di sensato su ciò che è il mondo, su ciò che bisognerebbe o non bisognerebbe fare. Sono allo sbando. 


Le frasi che ripetono ossessivamente sono soltanto formule senza significato, che tentano penosamente di riempire il vuoto delle loro vite.  Il cinismo (Alan), il nichilismo (Michael), il capriccio (Nancy), il volontarismo (Penelope) sono soltanto le figure e i nomi che hanno saputo dare, in mancanza di meglio, a un vuoto esistenziale spaventoso.

E’ piuttosto eloquente – e geniale – il fatto che l’epilogo del film (chi ancora non l’ha visto può astenersi dal leggere ulteriormente)  sia l’immagine dei due bambini – che all’inizio abbiamo visto all’inizio picchiarsi – riconciliati. Naturalmente riconciliati.

Può essere anche una chiave di lettura generazionale.  Le nuove generazioni – forse – sapranno fare a meno di queste orrende sovrastrutture mentali (inautentiche) che hanno ucciso il pensiero delle generazioni precedenti, dei quarantenni/cinquantenni, partiti con le migliori intenzioni per cambiare il mondo e finiti ad annegare la loro disperazione nell’alcol, nei sigari e nel vomito incontrollato. 

La riappropriazione della vita, comincia da piccoli gesti. Come quello di perdonare e di comprendersi.  E soprattutto di non spaccare ogni pretesa di verità  in infinite piccole derive personali senza spessore, senza sofferenza vera, senza dolore vero, senza pathos vero, che avvelenano la vita rendendola, per l’appunto, un inferno.  

Fabrizio Falconi

9 pensieri su ““Carnage” – una ‘operetta morale’ che ci dice cosa siamo diventati.

  1. C’è del vero nella tua analisi sugli “adultscent” (mi pare si chiamino così gli adulti-adolescenti di oggi) protagonisti del film. In questo caso si tratta di genitori, il che rende la loro inadeguatezza ancor più amara.
    Mi colpisce la pace fatta fra i due bambini: a quanto pare oggi il buonsenso è rimasto solo a loro, ancora vicini all’istintività. Certo, il paradosso finale dei nostri tempi è che si debbano accettare opere morali da un personaggio come Roman Polanski, sulla cui rettitudine non metterei la mano sul fuoco. Grazie per lo spazio.

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  2. Non credo che una lettura moralistica (l’autenticità perduta) come quella che si è proposta (anche nel commento) ci aiuti a comprendere un film solo apparentemente chiaro ed evidente. Io non mi limiterei a parlare di genitori poco cresciuti, limitando la critica al soggettivismo esasperato dei nostri tempi. Andrei al di là coinvolgendo la struttura familiare, quella sì, claustrofobica e inautentica e incapace di sviluppare ciò che gli individui sono in potenza. Il discorso che Michael fa sul matrimonio è del tutto veritiero, anche se poco edificante. Ecco forse “l’edificante” è il principale bersaglio di Polanski. Che poi si debba giudicare la qualità di un autore dalla sua vita privata (e dalle sue vicissitudini giudiziarie)questo mi pare stucchevole…

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  3. Alex, la lettura che ho fatto del film non è “moralistica”, ma “morale”.

    Cerchiamo di evitare di cadere ogni volta in questa trappola verbale, per cui ogni volta che si parla di ‘morale’ – ed è Polanski che lo fa, perché il suo film parla SOLO di quello, ovvero di scelte morali (stabilire di chi è la colpa, punire, perdonare) – come si fa da duemila anni in filosofia, si tira fuori il ‘moralismo’ che non c’entra un fico secco.

    Lungi da me anche affermare che un personaggio come Polanski non possa fare un film e un discorso “morale”. La morale non ha un patentino, e non ne possono parlare solo certi individui e altri no. Il discorso sulla morale non dipende dai comportamenti pubblici o privati di chi ne parla, che sono un altro paio di maniche.

    In quanto a quello che tu dici, e cioè che il discorso di Michael è ineccepibile o vero, mi chiedo come si possa stabilire una verità del genere. La famiglia è “a priori” un luogo “claustrofobico e inautentico e incapace di far sviluppare ciò che gli individui sono in potenza” ? E chi lo ha stabilito ? Tutte le famiglie sono così ? E quale sarebbe l’alternativa alla famiglia, poi ?

    Mi sembra molto rischioso generalizzare. Michael descrive “giustamente” un CERTO tipo di famiglia, che è quella fra l’altro messa in piedi dai quattro del film. E che purtroppo, ahimé, oggi è molto diffusa. Ma anche oggi non mancano esempi di famiglie splendide, luoghi felici, dove le persone si amano, le relazioni fecondano, e le persone crescono e divengono adulti umani.

    Ciao,

    Fabrizio

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  4. Volevo ricordare che il regista in questione è stato condannato per abusi su una ragazzina di 13 anni e che solo grazie a numerosi escamotage giudiziari e al buonismo dell’opinione pubblica, non ha scontato finora la pena. Quindi stiamo parlando di reati, non di semplici comportamenti o vicende pubbliche o private. In ogni caso, il film può anche essere un buon film, Polanski può anche essere un bravo regista, certo, ma l’argomento morale, in senso filosofico come ricordava Fabrizio, dovrebbe essere affrontato da qualcuno che abbia, non dico una moralità specchiata, ma perlomeno la fedina penale pulita. Tutto qua.

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  5. Torniamo a Saint Beuve niente male…Mi pareva che Proust avesse fatto piazza pulita di certi atteggiamenti, invece ritornano nel Terzo Millennio e questo mi preoccupa…Cercate col lanternino un autore del ‘900 che sia di specchiata moralità e poi mi direte…Che cos’è la specchiata moralità, che categoria è? E a cosa serve quando in causa non c’è la rettitudine morale del comportamento ma la qualità di un’opera che illumina, indaga, riflette, le questioni umane? Per quello che riguarda il film poi, forse sarebbe il caso di ricordare che proprio l’esito, nel secondo tempo, ci mostra invece i protagonisti della vicenda spogliati di ogni sovrastruttra ideologica o morale, del tutto “autentici” nella loro profonda crisi…essi stessi smascherati e illuminati dal buco emorragico che si portano appresso. “Il vomito” mi pare metafora di quello che non si può trattenere non certo di quello che si occulta. Se si volesse invece guardare a un film che illumina la questione dell’autenticità, più o meno con le stesse tematiche, io mi rivolgerei a “Rabbit Hole” che della crisi familiare è registrazione, sviluppo ed esito e brilla per tensione narrativa. Concludo ribadendo che è ideologico e moralistico portare un film verso la propria parte, costringendolo a dire cose che probabilmente non dice o dice nella complessità dell’opera darte che non deve dimostrare ma “mostrare”. Ma ognuno certo è libero di interpretarlo come vuole…

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  6. @Tatagioiosa: il giudizio sull’operato di Polanski è stato stabilito da un tribunale, perché c’è di mezzo un reato ed è a questo che provvede un ordinamento giudiziario. In quanto al giudizio morale su di lui, ognuno è libero di farsi il proprio. Ciò che a me pare evidente però, è che nel caso dell’espressione artistica, il giudizio morale sulla persona non può o non dovrebbe influire sul giudizio dell’opera. Caravaggio è stato un assassino. Ma questo non toglie nulla alla sua grandezza artistica. Heidegger o Hamsun hanno colpevolmente appoggiato un regime criminale, Cèline era un razzista della peggior specie, come si evince dalla sua corrispondenza e dai suoi articoli. Ma a nessuno verrebbe in mente di ritenere l’opera di Heidegger, di Hamsun o di Cèline irrilevante o riprovevole.

    @Alex: non capisco cosa intendi quando scrivi che si è portato un film “dalla propria parte”. Che significa ? Io non ho una parte dalla quale portare, guardo un film, un’opera di creazione artistica, faccio silenzio e mi chiedo cosa ha da dirmi. “Carnage”, come è evidente dalle stesse interviste rilasciate da Polanski è un film che descrive l’incapacità delle persone – di molte persone oggi – di comprendere e compiere le più elementari scelte morali. I 4 devono risolvere una cosa apparentemente semplice: 1. perché è successa questa cosa, 2. se esiste una colpa. 3. di chi è la colpa. 4. cosa occorre fare – perdonare o punire ?

    La mia lettura – ma sia Yasmina Reza nell’opera originaria (ho il testo, bellissimo), sia Polanski lo suggeriscono molto chiaramente – è che i 4 non possono comprendere né decidere nulla, perché sono bambinoni adulti, inautentici (cioè abituati ormai solo a rivestire ruoli) e quindi incapaci di svolgere il loro ruolo di genitori, ma più in generale di persone. Sopraffatti dalle inutili sovrastrutture – quelle che noi chiamiamo banalmente ‘pippe mentali’ – non riescono più a vedere le cose più elementari, e inevitabilmente combinano disastri.

    Tutto qui. Mi piacerebbe però che tu invece di decretare sentenze – affibbiando patenti di moralismo o di ideologismo – argomentassi le tue idee. Per esempio rispondendo a qualcuna delle domande che sono state fatte nel commento precedente. Perché altrimenti rischi di fare l’errore che attribuisci ad altri, tirando il significato del film solo dalla tua “parte” (l’attacco alla famiglia).

    F.

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  7. Beh se sono bambinoni, lo sono autenticamente, in fondo lo dici anche tu. Volevo solo esprimere il fatto che “l’autenticità” come valore qui mi pare fuori luogo, perchè? Perché non credo che Polanski volesse indicare partendo dalla sua negazione quella che dovrebbe essere la vita giusta, o moralmente degna di essere vissuta, valore che tu invece hai evocato. Ribadisco che quella di Polanski mi pare una diagnosi sul’intera civiltà occidentale e sui suoi valori..diversamente da te (è questa la mia parte…) io credo che in una situazione di conclamato post capitalismo non ci si sia un vita migliore dell’altra. Per il semplice fatto che la struttura (economica simbolica sociale) dentro la quale si vive ha inquinato tutto anche le buone intenzioni

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  8. Caro Alex,

    questo è molto interessante. Perché io invece penso che Polanski, come chiunque di noi, abbia nostalgia per la semplicità della vita vera e la esprima da sempre, questa nostalgia nei suoi film descrivendo impietosamente, senza sconti, in cosa abbiamo invece trasformato la vita.

    Parlo di inautenticità nel senso proprio che si dà in psicologia e in psicoanalisi a questo termine. Certo che sono ‘bambinoni autentici’. Ma appunto questo ne fa persone inautentiche. Perché persone adulte NON possono essere e soprattutto comportarsi come bambini. Una persona autentica è semplicemente una persona consapevole di sé. Che ha raggiunto un grado di auto-conoscenza, associato al divenire adulti. Penelope, Nancy, Michael e Alan incarnano delle maschere, sostanzialmente per non guardarsi dentro e non conoscere le proprie ombre. Così si resta infantilmente legati al ruolo che si è scelto di interpretare.

    Non è che sia una gran novità, da Bergson a Pirandello, a Freud e Jung, ormai ne sappiamo un bel po’ sull’argomento.

    E’ semplicemente questo che impedisce loro – come impedisce a molti, oggi – di ri-conoscere ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. Il caso sarebbe – E’ – semplice. Un ragazzo ha sbagliato colpendo e ferendo un coetaneo. E’ stato provocato ? In questo caso la punizione dovrà essere sancita per tutti e due, ma in misura più grave per chi ha reagito. E’ stato un gesto spontaneo, senza motivazione ? Bisognerà parlare col ragazzo e capire, comprendere. Intanto bisognerà chiedere scusa all’offeso. E forse l’offeso perdonerà.

    Non ci vogliono grandi doti morali per decifrare e mettere a posto questo ‘teorema situazionistico’.

    Un uomo vissuto duemila anni fa in Grecia, o in Assiria, o in Cina, avrebbe saputo che risposta dare, in poco tempo.

    Ma non è che la risposta non la sappiamo più. La sappiamo ancora, perché è iscritta nel nostro codice umano, e noi siamo persone umane, non semplici animali. Ma è difficile ri-conoscere l’umanità di cui siamo fatti se non siamo capaci di guardarci dentro, se siamo troppo occupati a fare tutto il giorno altro, come fa Michael con il suo terrificante telefonino.

    Ciao
    F.

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