12. Sugar Hill

da qui

Poi, dovrei parlarvi di Harlem.
Cosa successe, lì?
Fu durante l’esodo al Nord, dove chiamavano le industrie, mentre al Sud tutto ristagnava.
Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo questo.
E perché proprio a Harlem? Continua a leggere

Nascita di una mitologia

Con queste parole il regista Rupert Wyatt ha presentato al pubblico l’ultimo dei film tratti dal romanzo “La Planète des Singes” di Pierre Boulle pubblicato nel 1963 e da allora ispiratore di ben sei lungometraggi e due serie televisive (di cui una animata).
Occorre sempre fare una premessa in casi del genere, soprattutto in anni come questi in cui le serie, anche e soprattutto cinematografiche, sembrano essere divenute l’unica scialuppa di salvataggio di un transatlantico, quello hollywoodiano, in agonia nel mare d’oro e di stelle da lui un tempo prodotto e solcato.
Era davvero necessario un ennesimo, nuovo capitolo di questa ennesima, rinascente saga?
A doverla dire tutta, dopo il deludentissimo similremake di Tim Burton del 2001 nutrivo più di un pregiudizio nei confronti di quest’opera, e ho cominciato a vederla con null’altro in testa se non l’idea di distrarmi dalle deprimenti cronache quotidiane. Continua a leggere

11. Una carriola

da qui

Quando mi destinarono al dicastero, ebbi una fitta al cuore. Un prete da ufficio non l’ho mai capito.
Si vede una parete bombardata, piena di ferite, come un uomo fucilato in strada.
Pensai di rinnovare, organizzare in modo più agile il mastodonte irrigidito.
Un uomo in giacca e cravatta si mette le mani nei capelli: cosa è successo? C’è un motivo per cui tutto va in rovina? Continua a leggere

I soldi

 

di Emanuele Kraushaar
A me i soldi fanno schifo, infatti quando ho qualche soldo tra le mani, lo faccio sparire.  Se si tratta di banconote, le straccio. Se sono monete, me ne invento qualcuna. Tengo con me solo i soldi che mi servono per vivere. Tutto il resto lo anniento, perché proprio non sopporto la sola idea di accumulare denaro. Continua a leggere

IL TERZO SGUARDO n.35: Sondaggi leopardiani e ritrovamenti (veri o presunti). Lorenza Rocco Carbone, ““L’Italia agli Italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi” & Novella Bellucci, “Il “gener frale”. Saggi leopardiani”

Sondaggi leopardiani e ritrovamenti (veri o presunti). Lorenza Rocco Carbone, “L’Italia agli Italiani”. Versi inediti veri o presunti di Giacomo Leopardi, con una prefazione di Pasquale Maffeo, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2011; Novella Bellucci, Il “gener frale”. Saggi leopardiani, Venezia, Marsilio, 2010

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di Giuseppe Panella*

Saranno davvero di Giacomo Leopardi (e scritti nel 1836 poco prima della morte) i versi riportati nel cuore del saggio ad essi dedicati da Lorenza Rocco Carbone? Probabilmente non si saprà mai con certezza in assenza di una documentazione filologicamente corretta e adeguatamente commisurata all’oggetto che li concerne. Sarebbe tuttavia magnifico se questi versi scritti sull’onda della notizia di una sottoscrizione (Leopardi o chi per esso dice “soscrizioni”) in favore della costruzione di un monumento in onore della grande soprano francese Maria Malibran da poco deceduta a Manchester il 23 settembre 1836 fossero effettivamente del poeta di Recanati. L’autore dei versi si dice costernato da questa prospettiva quando, invece, uomini ben superiori per cultura e per importanza nazionale sono stati affidati all’incuria sepolcrale delle fosse comuni:

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La Versione di Giuseppe – Poeti per don Tonino Bello

In tempi di oblio, di disconoscimento e di distrazione (come del resto in qualunque tempo), ricordare, bene, è un atto di responsabilità e di amore; tanto più le cose buone, che si danno sempre per scontate, compiute da chi è in vita e da chi ha ormai concluso la sua esistenza, come in questo caso. Le parole che ricordano si fanno foglie, calda coperta su l’uomo che non è più. Ricordare è un po’ trattenere la morte, sfidarla, contendere un corpo, un’anima e il suo vissuto per serbarli e trasmetterli fino alla dispersione della voce, di generazione in generazione. Qui, l’uomo che si vuole ricordare, don Tonino Bello, che molto ha fatto, detto e scritto, lo si è voluto appunto coprire con calde foglie; queste belle poesie (scritte da 21 poeti da tutta Italia ispirandosi a La carezza di Dio – Lettera a Giuseppe  -Edizioni La Meridiana, Molfetta, 1997 -, testo in cui don Tonino immagina di dialogare con Giuseppe mentre lavora nella sua bottega) sono appunto foglie cadute lente su un uomo speciale, per una coperta che scaldi la memoria ma senza “coprirlo”; un omaggio, dunque, l’amorevole ostensione d’una esistenza esemplare. gn

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10. Mi vide il mondo

da qui

Avevano una brutta abitudine e nessuno si opponeva.
Chi sarà questo che parla di vittoria, e dice che è più importante della vita?
Eravamo soldati, combattevamo insieme. Hai presente? Bombardamenti, pattugliamenti porta a porta.
Diceva che era una causa, un’avventura. Continua a leggere

Intervista a Carlo Cannella, fondatore di Senzapatria Editore (di Stefano Costa)

Ecco un estratto dell’intervista che Stefano Costa ha fatta a Carlo Cannella, scrittore e fondatore di Senzapatria Editore (da i-libri)

Senzapatria nasce negli ultimi due anni. Ad oggi, se tu fossi chiamato a trarne un bilancio culturale, quali sono i tratti di maggior importanza/peculiarità che ti sentiresti di sottolineare per far capire “cos’è Senzapatria” a chi ancora non la conosce?

Senzapatria è un progetto che nasce per dar voce alla narrativa di qualità, cioè a opere che sappiano coinvolgere il lettore con un ritmo, una lingua, uno stile, e che allo stesso tempo lo costringano a confrontarsi con le zone d’ombra, gli angoli bui della natura umana. Finanzia i suoi progetti più azzardati ed economicamente destinati alla perdita con una collana più commerciale dedicata ai racconti lunghi. Si chiama “On the road” e vede coinvolti scrittori piuttosto noti, con un loro pubblico affezionato. Alcuni nomi: Gianluca Morozzi, Luigi Bernardi, Barbara Garlaschelli, Nicoletta Vallorani, Marino Magliani, Remo Bassini, Valter Binaghi, Carmen Covito.

(…)

Ci anticipi un paio di novità di Senzapatria, siano esse iniziative a largo respiro oppure “solo” titoli di nuove pubblicazioni?

Voglio esagerare, vi lascio l’intero piano editoriale da qui alla fine dell’anno. Fra pochi giorni saranno fuori “Maddalena e le Apocalissi” di Luigi Bernardi e “Farina di sole” di Nunzio Festa. A ottobre pubblicheremo l’esordio di Mattia Filippini, “Qualcuno era un po’ grasso”. A novembre una raccolta di saggi su Roberto Bolaño, con contributi di Rodrigo Fresan, Alan Pauls, Enrique Vila-Matas, Juan Villoro e Jorge Volpi fra gli altri. A dicembre “Memorie immaginarie e ultime volontà'”, il testamento letterario di Luigi Di Ruscio, morto a Oslo lo scorso febbraio a 81 anni, “Trittico del morire” di Giulio Mozzi e la nuova sfornata di titoli “On the road”, fra questi autori Maurizio de Giovanni.

Trauma senza evento. La narrativa italiana nell’epoca della sottocultura, di Andrea Sartori

Premessa psicoanalitica.
Un trauma psichico non è sempre congiunto in modo chiaro e univoco a un evento pregresso nel mondo reale. Anzi, come già sosteneva Sigmund Freud, esso è caratterizzato da una specifica Nachträglichkeit, ovvero si manifesta come tale solo a posteriori, in conseguenza di altri avvenimenti scatenanti, che ne dissotterrano l’eventuale nucleo patogeno. Continua a leggere

9. Vero?

da qui

Avrei voluto lavorare sempre col mio vescovo, così diverso rispetto all’immagine imperante della Chiesa.
C’è una folla, un corteo, una processione, i lampioni sono vedette che scrutano la notte, grondante di luci blu, bianche, come un pezzo di universo visto attraverso il telescopio.
Come era approdato nella mia città? A volte succedono cose che non spieghi con la logica comune, intrighi che causano quello a cui vorrebbero sottrarsi. Continua a leggere

Lascia che la serenità sia la guida della tua anima

Ho conosciuto il poeta Boris Schapiro quest’estate in treno, tornando a Berlino. Senza posto prenotato, ero capitata per puro caso – o provvidenza – accanto a lui. Dal primo momento mi avvolse nella sua aura forte e positiva e mi fece percepire la rara sensibilità con la quale è capace di cogliere e accogliere lo stato d’animo dell’altro. Quasi da subito cominciammo a parlare di poesia. La nostra conversazione smise soltanto al nostro arrivo alla stazione centrale di Berlino. Nelle poche ore trascorse insieme, Boris Schapiro mi ha nutrito bene: di poesie, pane, frutta e saggezza.

Nato a Mosca nel 1944 di famiglia ebrea, la vita del poeta è intrecciata alla feroce storia del XX secolo. Quasi tutta la sua famiglia fu assassinata nelle catacombe di Odessa. Lui sopravvive alla guerra e diventa un matematico. La sua promettente carriera universitaria finisce però a metà degli anni sessanta, nel preciso istante in cui si rifiuta di firmare una dichiarazione che accusa il suo insegnante e mentore di attività controrivoluzionarie. In un’intervista, Schapiro definisce questo momento come una svolta. Nonostante le pesanti minacce da parte del KGB, egli è deciso a difendere la sua dignità umana, consapevole del caro prezzo che avrebbe dovuto pagare. Con lavori umili riesce a tirare avanti fino al 1975 quando, dopo lunghi mesi trascorsi in carcere, gli viene finalmente concesso di immigrare in Germania. Nonostante la salute gravemente compromessa a causa dei trattamenti in carcere, Schapiro è pronto a cominciare una nuova vita, inventandosi quasi da subito poeta anche in lingua tedesca. Nel corso degli anni riscopre le sue radici ebree, trovando in esse una dimensione spirituale che nutre profondamente sia la sua poesia, sia la sua vita. Continua a leggere

8. Un milione di volte

da qui

Il problema è che non ci si accordava; movimenti opposti si facevano la guerra: chi propendeva per la mediazione, chi per la violenza e poi le delazioni, i tradimenti per ottenere un favore, un privilegio.
Ricordo la grande marcia, impavida, perché non si sa mai come andrà a finire. Continua a leggere

Piero Banucci intervista Margherita Hack per “Tuttolibri”

Segnalo quest’intervista di Piero Banucci a Margherita Hack, pubblicata su “La Stampa”“Tuttolibri” il 17 settembre 2011, che trae spunto dalla pubblicazione del libro della Hack La mia vita in bicicletta, in uscita per Ediciclo (per cui, a fine ottobre, uscirà anche la nuova opera del ‘nostro’ Marino Magliani Amsterdam è una farfalla).

Intervista di Piero Banucci a Margherita Hack

Fiorentina trapiantata a Trieste, campionessa italiana di salto in lungo, celebre astrofisica, divulgatrice di successo, circondata da gatti e da cani, a 89 anni Margherita Hack si batte per una «libera scienza in libero Stato» e perché i malati terminali possano scegliere il proprio destino. Ma intanto se ne esce con La mia vita in bicicletta (Ediciclo), inno alle due ruote silenziose, agli allegri sudori della giovinezza, alle campagne attraversate pedalando.
Da piccola giocava con il Meccano. «Le costruzioni mi attraevano. Una volta vidi un incrociatore a Venezia, ne feci un disegno e poi un modellino». Oggi la psicologia cognitiva ci spiega che il Meccano, con le sue viti, allena nel ragazzino i movimenti fini delle dita sviluppando sinapsi nel cervello. Cosa che non avviene con il Lego, che sollecita solo la forza bruta della compressione. Harold Kroto, Nobel per la chimica, racconta che sa distinguere tra gli ospiti della sua casa chi ha giocato con il Lego e chi con il Meccano: i primi stringono troppo il rubinetto del lavandino, danneggiando la guarnizione. Ma, subito dopo il Meccano, Margherita Hack desiderò una bicicletta, e la ottenne al primo anno del liceo.
«Quando incominciai a fare sport – pallacanestro, salto in alto, salto in lungo – mi innamorai del ciclismo. Facevo il tifo per Binda, e litigavo con Aldo, che invece teneva per Guerra. Ci eravamo conosciuti ragazzini al Bobolino, un giardino di Firenze, e mi era antipatico. Ci ritrovammo all’università, ci siamo sposati e siamo insieme da più di settant’anni. Ma in bici ero una solitaria. Ogni giorno facevo almeno 50 chilometri. L’estate del 1940 la passai in sella dal mattino alla sera, in giro per Firenze, Fiesole, mi arrampicavo sulle salite della Porrettana verso Bologna». Continua a leggere

Opere e giorni 03 (Fantacritiche)

In “Viola di morte” c’è una figura di donna che, dall’interno della sua casa riscaldata dal fuoco del camino, fa a Landolfi, il quale si trova all’esterno, nel freddo invernale, un cenno enigmatico e inquietante, sul quale il poeta s’interroga inutilmente per anni per infine concludere: “Ora so, che son saggio, / Ora so, / Che mi dicevi di no”.
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7. Il cerchio del silenzio

da qui

Che dire del papa appena eletto? Si capì subito l’aria che tirava: a farne le spese fu il movimento che predicava il nuovo, scavava nella fede per trovarne gli agganci con la storia.
La libertà è un boccone amaro da mandare giù, soprattutto quando è unita alla retta intenzione, vero, Ernesto?
Eppure il papa precedente si era sporcato le mani con la società, lui che per primo fu graziato dalla mannaia inesorabile del potere temporale. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.82: “The Stalking Place”. Leonardo Bonetti, “Racconto d’inverno”

The Stalking Place. Leonardo Bonetti, Racconto d’inverno, Genova-Milano, Marietti 1820, 20092

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di Giuseppe Panella*

Primo di una tetralogia già in corso (nel 2010 è, infatti, uscito il Racconto di primavera sempre presso Marietti 1820), Racconto d’inverno è un romanzo disperato pieno di speranze. Redatto da un morto che sa di “essere ancora vivo” dato che è rimasto in vita per raccontare la propria morte, l’opera prima di Bonetti è il resoconto, lucido e allucinato, del sogno ad occhi aperti di un protagonista che non vorrebbe accettare l’idea di non poter più vivere eppure continua a farlo. La sua non vita è la chiave di volta dell’intero libro. In esso, la vita e la morte si intrecciano e si susseguono senza soluzione di continuità. Uno “sbandato” di cui non viene detto il nome o la provenienza e di cui non viene rivelato il passato arriva a una grande casa che si erge in un bosco in prossimità delle montagne che difendono il confine del paese in guerra:

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Vivalascuola. I precari della scuola

Noi siamo quelli che si possono cambiare,
i disponibili, i tappabuchi della scuola, quelli
che possono aspettare, che non lasciano
memoria, nomi senza volto e senza storia
a settembre in classe
a giugno fuori dal portone,
pedine d’una cinica scacchiera sgangherata
che vuole il pregio di dirsi istituzione.
(Francesco Sassetto, qui)

Una scuola precaria
di Claudio Nicrosini

Un tema difficile, un soggetto frammentato
Il tema del precariato fra i lavoratori della scuola, in un certo senso, risente della natura segmentata e frammentaria del suo oggetto. Ne è difficile uno sviluppo sintetico ed efficace, perché l’oggetto stesso “sfugge” e si modifica costantemente. Esistono, in effetti, diverse forme di precariato: diverse graduatorie, diversi contesti regionali Continua a leggere

C’era una volta il grande cinema italiano #9 – L’onorevole Angelina.


L’onorevole Angelina di Luigi Zampa esce nel 1947.
Anna Magnani la fa di nuovo da padrona, o per meglio dire da popolana: ha nuovamente a che fare con la borsa nera, questa volta nei panni borgatari e donchisciotteschi di una capopopolo improvvisata, una specie di squatter ante litteram, occupatrice di case, paladina della povera gente che in questa Italia rinnovata e stradaiola fa un po’ di chiasso in più ma viene ascoltata quanto prima, cioè niente. Continua a leggere

LE ARANCE NON RACCOLTE di Salvatore Ferlita

Il sogno più o meno inconfessato di ogni scrittore è che le proprie opere possano sopravvivere alla inevitabile fine del loro creatore. È un sogno immenso, che si realizza solo per pochissimi eletti: i più grandi, i mostri sacri della scrittura, i consacrati dalle Patrie Lettere. Spesso sono i libri migliori a vincere la scommessa contro il tempo. Eppure, nell’oceano sconfinato di parole e di carta prodotto negli anni, nei decenni, nei secoli, tante opere meritevoli di essere ricordate finiscono inevitabilmente con l’essere risucchiate nei gorghi della dimenticanza, per finire depositate sui fondali dell’oblio. È per questo che, da siciliano, sono profondamente grato al critico e italianista Salvatore Ferlita che ha tentato, con successo, di realizzare un’ambiziosa opera di recupero di autori e testi di valore che, per motivi vari e non sempre identificabili, sono stati emarginati o – in alcuni casi – persino cancellati dalla nostra memoria letteraria. Nel volume antologico “Le arance non raccolte. Scrittori siciliani del Novecento”, appena edito per i tipi di Palumbo (pagg. 351, euro 20), Ferlita punta i riflettori su nomi che – nella maggior parte dei casi – risulteranno ignoti al comune lettore (e a molti degli addetti ai lavori). Come precisa lo stesso Ferlita nella prefazione, “A chi scrive premeva soprattutto trarre in salvo alcune pagine di un drappello di autori siciliani condannati alla condizione di minori, sacrificati sull’altare del canone, in nome di un gruppo ristretto di scrittori ritenuti maggiori, gli imprescindibili, insomma i classici”.
Naturalmente ci sono minori e minori. “Minori che sono davvero tali”, scrive Ferlita “e altri che lo sono a torto, condannati a una subalternità da una congerie di cause, che vanno, tanto per fare qualche esempio, dalla disattenzione di certi critici al contesto storico in cui le opere in questione hanno visto la luce; dalla predisposizione personale degli autori all’eremitaggio fisico e spirituale, all’insipienza degli editori che su di essi non hanno creduto fino in fondo. E così a seguire”. Continua a leggere