Cose che succedono dall’aldiqua.

Che il signor Tenerani fosse rimasto per un giorno e una notte interi nascosto sotto tutti quei cadaveri me l’aveva raccontato suo nipote al mare, mentre leccavamo coni-gelato sotto l’ombrellone che ogni anno i suoi prendevano in affitto. La vaniglia ci colava tra le dita e a me pareva d’essere tornato ragazzino, con tutto quell’appiccicume sui contorni della bocca, ma senza che nessuno di noi avesse fazzolettini con cui potersi pulire, e niente voglia d’alzarsi e attraversare i quaranta gradi di sabbia e adiposità sonnolente per raggiungere la passerella che conduceva al bar.
Così leccavamo, cercando un ordine e un decoro nel farlo naturalmente, e intanto discutevamo come due veri adulti – due adulti come si deve – di sanità, di manovre finanziarie, di sistemi scolastici e di crisi internazionali.
I miei figli stavano in acqua da ore, erano praticamente scomparsi nel mare, e mia moglie era una schiena dritta e semi-immobile a due passi dal bagnoasciuga, seduta a gambe raccolte su di un telo colorato, una sigaretta dopo l’altra ad osservarli e chiacchierare d’asili e corsi di nuoto con le altre signore della spiaggia.
“A me nel dettaglio l’ha raccontato una volta sola” mi stava dicendo il nipote del signor Tenerani mentre risaliva con la punta della lingua sul bordo del suo polso. “Poi anche in un’infinità d’altre situazioni, per carità, sai, cose che saltano fuori durante certe discussioni, ma nel dettaglio, capiscimi, solo quella volta lì”.
I signori Tenerani, classe 1924 lui e 1928 lei, io li vedevo solo di tanto in tanto, e sempre e solo al mattino presto, quando a passi piccoli e raccolti si avvicinavano come si vede fare nei documentari – una coppia di vecchie e smunte zebre alla pozza d’acqua, che poi nel loro caso era il mare – senza però mai riuscire a raggiungerla.
Quando arrivavano a metà spiaggia, infatti, si fermavano sotto quel loro ombrellone, gambe e ascelle nel ristoro dell’ombra, la pelle quasi staccata dai tessuti, pelle pallida e sottile, a penzoloni, sotto le braccia, da far pensare che sarebbe bastato un colpo di vento un po’ più rasente degli altri a fargliela cadere a terra per l’eternità.
Guido Tenerani soprattutto aveva attratto la mia attenzione perché non compariva mai senza i suoi occhiali da sole indosso: un paio di grandi ray-ban in plastica nera che gli stavano appollaiati sull’attaccatura del naso come una coppia di corvi sulla prua rigirata di una barca, neanche fossero stati creati assieme.
Quando l’avevo chiesto a suo nipote, se per caso era affetto da una qualche strana forma di cecità o via dicendo, lui mi aveva risposto che no, anzi, che ci vedeva benissimo, ci vedeva alla grande, ma quegli occhiali da sole li indossava sempre, anche a letto, anche al bagno, anche davanti alla televisione.
Gli era addirittura capitato, a lui, al nipote del signor Tenerani, di entrare nella stanza dei nonni poco dopo cena e di trovarlo sdraiato sopra le coperte, nella penombra, ray-ban indosso e mani appoggiate sopra al petto – la moglie di fianco a debita distanza – a guardare le immagini che passavano sullo schermo. Faceva impressione vederlo così, mi diceva ogni volta il nipote del signor Tenerani, pareva sempre, come dire, di essere appena entrati in una bara a forma di stanza e di averci trovato dentro un morto: ti sentivi risucchiare l’aria dai polmoni. Peggio. Ti sentivi come se qualcosa di familiare fosse improvvisamente venuto a mancare. Non fosse stato per quello schermo, ecco, ti pareva che fosse scomparso il mondo. Allora lui li salutava, o augurava loro la buonanotte, o diceva loro quello che doveva dire loro, e poi usciva di gran fretta quasi correndo – quasi scappando – e la prima cosa che faceva una volta che si era richiuso la porta alle spalle era aprire la finestra del balcone e mettersi a respirare.
Quando ci raccontava queste cose io e mia moglie provavamo a riderci sopra, cercandone il lato leggero, evidenziandone l’aspetto comico, ma intanto qualcosa dentro di noi aveva cominciato a contorcersi, a bussare, a interrogarmi. Mi si era andata ad esempio via via formando nella testa l’immagine di milioni di cadaveri nei cimiteri di tutto il mondo, all’interno delle loro bare, sotto i nostri piedi, ognuno con davanti una piccola televisione accesa e i ray-ban neri indosso, a guardare chissà quali programmi provenienti dall’aldiqua. E questa visione era divenuta una sorta d’assillo, ciclico e inquietante, una sorta d’ossessione morbosa che non la smetteva più di tormentarmi.
Nel dettaglio, capiscimi” stava continuando a dire il nipote del signor Tenerani, tra un assaggio di gelato e un’occhiata a qualche gluteo in transito sulla passerella della spiaggia.
Io tenevo il mio cono tra l’indice e il pollice, come tra le estremità di una pinzetta, e intanto calcolavo se la distanza che ci separava dal bar era maggiore o minore di quella che ci separava dal mare. Poi ragionavo sul fattore passerella, sulla variante acqua salata/acqua dolce e sull’opportunità d’andare a prendere un fazzolettino o raggiungere il rubinetto di fianco alle docce e, diavolo, me lo ricordavo diverso il piacere di sporcarsi le mani con un gelato sotto l’afa assillante di un ombrellone.
Il fatto, insomma, era che il nipote del signor Tenerani io lo conoscevo da quando eravamo ragazzini, ma sempre e solo per quindici giorni all’anno, quei quindici giorni nel mese di agosto durante i quali i suoi genitori e i suoi nonni venivano in villeggiatura dalle mie parti, e che negli anni erano bastati a fargli conoscere la mia migliore amica, innamorarsi di lei, sposarla e infine portarsela via nel placido benessere della pianura parmigiana.
Ogni volta che arrivavano per le ferie, dunque, era tutto un abbracciarsi, tutto un baciarsi, tutto uno strizzarsi di mani, di gomiti, d’occhi, di fianchi, specialmente tra me e sua moglie, che poi era come una sorella per me, e sempre davanti allo sguardo giudicante della signora Tenerani e ai ray-ban scuri del signor Tenerani, che tutto quell’eccesso di confidenza tra un estraneo e la moglie del loro nipote lo ritenevano fuori luogo, se non addirittura di cattivo gusto, o, addirittura,  parole loro, ‘pericoloso’.
Io questa cosa la sapevo, e come me la sapevano mia moglie e il nipote dei signori Tenerani, e spesso anche di questo ridevamo, anche di questo ci prendevamo gioco, talvolta, quasi esagerando apposta coi saluti, quasi a voler dimostrare che i tempi erano cambiati, e che certe barriere tra le persone erano crollate, e che eravamo tutti parte del terzo millennio sant’iddio.
Per uno come me che aveva perso i suoi nonni fin da bambino, poi, i vecchi coniugi Tenerani costituivano una curiosa variante allo schema classico chiacchierata-da-ombrellone, qualcosa da arricchire con domande quali come vivessero, o cosa pensassero, o cosa dicessero.
Parlavano?
“Solo di tanto in tanto, e solo del tempo o di cosa hanno mangiato il giorno prima” mi rispondeva ogni volta il nipote del signor Tenerani.
E cosa mangiano?
“Vanno pazzi per le uova. Ne mangiano a valanghe. Poi la sera non dormono e non capiscono la ragione”.
Non dormono per colpa delle uova?
“Non dormono perché sono vecchi, ma alle volte non dormono perché hanno mangiato troppe uova”.
E così dicendo. Io che chiedevo e il nipote dei coniugi Tenerani che rispondeva. I pomeriggi che passavano. Le nostre mogli in riva al mare che tenevano d’occhio i bambini. I culi in transito. Le ciabatte roventi. I caffè al bancone del bar.
“Insomma, cosa ti ha raccontato?”
E lì per lì lui non aveva risposto.
“Quindi?” avevo ripetuto, cominciando a pulirmi anch’io con la saliva l’attaccatura delle dita.
Quindi ci si era andato a infilare quasi senza pensarci sotto a tutti quei cadaveri. Ci si era assottigliato in mezzo mosso da un istinto che gli diceva che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di andare a frugarci dentro.
Ne aveva sollevata una piccola pila, tipo due o tre corpi, e poi si era inserito nel varco creato al di sotto, lasciandoseli poi ricadere uno dopo l’altro addosso. Lo aveva fatto in maniera tale che gli scivolassero sulla sua schiena in ordine, con lui che teneva la faccia rivolta verso il basso, così da avere le spalle e non il volto esposti a possibili occhi indagatori.
Ma giusto il tempo di sentire tutta quella carne riversarglisi sopra e gli era presa un’altra angoscia, qualcosa di più vasto e terribile della paura d’essere scoperto là fuori, in superficie, dai tedeschi: gli era preso il pensiero che se c’era una fossa piena di cadaveri, e cumuli di terra ai loro lati, allora significava che qualcuno prima o poi sarebbe tornato a coprirli.
Però non si era mosso. Era rimasto in quella posizione per un tempo che non avrebbe saputo quantificare, in attesa d’udire un incedere di passi, o il borbottare di chissà quali voci, o il secco risuonare di un ordine, seguiti dal rumore della terra che cominciava a cadere sulle schiene di chi gli stava sopra. C’era voluto un altro lungo intervallo per fargli accorgere che dal punto in cui si trovava non riusciva a distinguere altro che il suono del suo fiato sui capelli del tizio che gli stava sotto. Finché aveva smesso di sentire pure quello.
Era accaduto in quel momento, ecco: con una qualche strana e assurda lentezza aveva cominciato a riconoscere gli odori.
Dall’amalgama iniziale – “un classico odore di morte” il signor Tenerani aveva raccontato al nipote, come se fosse chiaro a tutti di che odore odorasse la morte – s’era passati via via a qualcosa di sempre più differenziato: aveva cominciato a individuare ogni piccola fragranza che lo circondava, e ognuna in maniera sempre più distinta.
Per prima cosa gli era arrivata alle narici una traccia di fieno e feci animali. Un allevatore, aveva pensato, che giaceva a poca distanza da lui. Mucche da latte. Un odore acuto ma non assordante, ben diverso da quello d’urina e feci umane che pure sentiva, e che sembrava provenire da un altro corpo che gli stava accanto, poco più in basso, alla sua destra. Poi si era accorto che urina e feci umane non erano una, ma ce n’erano tante, varie, sparse, e in una qualche impercettibile e misteriosa maniera differenti tra di loro.
Aveva riconosciuto un aroma di cibo emanarsi dalla camicia del tizio che gli stava sopra: cavolo bollito. Una zuppa. E si era sentito pronto a barattare due dita della sua mano destra per assaggiarne anche solo un cucchiaio.
C’era un sentore di polvere da sparo e metallo a pochi centimetri di distanza dal suo volto. Un cacciatore, o un fabbro. Terra fresca d’aratro di fianco a sinistra. Un contadino? Ristagno di sudore e pecora sui vestiti di qualcuno in alto a destra: un pastore probabilmente.
Più odorava e più sentiva i sensi acuirsi. ‘Fammi annusare ancora un po’ di quella zuppa’ s’era messo a sussurrare. E aveva iniziato a distinguere anche altri dettagli, particolari assurdi, anche uditivi. Gli era ad esempio parso di sentire il suono delle radici degli alberi che scendevano nella terra a pochi metri da dove si trovava. Poi il vibrare di una mosca intrappolata da qualche parte in mezzo ai corpi. Infine lo zampettare di alcune formiche tra i peli irrigiditi di una gamba.
Odore di legno e segatura alla sua sinistra: un falegname. Tabacco in alto a destra: un partigiano – erano gli unici ad avere ancora delle sigarette -, una traccia di ghiaia da fiume si emanava dalle scarpe di qualcuno che gli stava di fronte e a non molta distanza da quello un profumo di millefoglie e rosa selvatica proveniente dai calzoni di un tizio che probabilmente ci aveva corso nel mezzo solo poche ore prima.
‘Anch’io!’ gli era parso sentir dire a quel punto da ogni parte attorno: ‘adesso odora anche un po’ me!’
Finché aveva percepito un’altra fragranza, qualcosa di familiare ed estraneo al tempo stesso, farsi largo dal fondo della buca fino a raggiungerlo: e come se fosse stata la cosa più naturale del mondo aveva riconosciuto l’acqua di colonia che usava sempre anche suo padre prima dello scoppio della guerra, ma intrisa dell’odore di una pelle non sua.
Da quanto tempo si trovasse lì adesso non avrebbe più saputo dirlo. Gli pareva che il suo corpo non gli appartenesse più, eppure avvertiva la pressione di un’anca sulle costole, il contatto di una testa sul dorso di una mano, un gomito che gli premeva sull’inguine, una coscia che gli cozzava contro un fianco: ma tutto come se non stesse accadendo davvero a lui. Si sentiva come avvolto in una sorta di calmo e impersonale dormiveglia. In una qualche lucida e inspiegabile maniera, ecco, stava bene.
Ci avrebbe dovuto pensare un grillo chissà quante ore dopo – il timido frinire di un grillo sceso chissà quando e come tra i cadaveri – a fargli di nuovo aprire gli occhi dopo molte ore. Cri cri. E qualcosa dentro di lui aveva ricominciato a ticchettare.
Allora aveva atteso ancora un po’, poi si era appoggiato su uno dei corpi che gli stavano di sotto, e sentendolo quasi spezzare per la pressione delle sue mani si era tirato su con lentezza, gomiti e gambe e colli e busti e braccia che gli ricadevano in un fruscio solitario ai lati. E giacche e ginocchia e teste. E con loro aveva sentito anche gli odori, ritirarsi e tornare a mischiarsi silenziosamente sotto di lui, uno dopo l’altro, scendere come in un commiato nel fondo della fossa e infine scomparire.
Fuori c’era ancora il mondo. Vene di fumo che risalivano da un villaggio dato alle fiamme durante la notte e i bordi delle montagne come incisi sull’orizzonte. E c’erano i cumuli di terra immobili dove li aveva lasciati ai lati della fossa.
“E quella è stata l’unica volta che me ne ha parlato nel dettaglio” mi stava finendo di raccontare il nipote del signor Tenerani, con gli avambracci appiccicati sulle ginocchia e i contorni delle labbra inumiditi dal continuo passarci sopra della lingua. “Avevo diciott’anni ed eravamo nel punto esatto in cui era successo, a quarant’anni precisi da quel giorno, quarant’anni esatti dalla notte in cui quei cadaveri l’avevano salvato. E c’era davanti a noi questo monumento, una specie di lapide, con sopra scritti dei nomi – venti in tutto – e accanto ai nomi c’era riportato il mestiere di ognuno e quello che ognuno stava facendo nel momento in cui era stato sorpreso dalla rappresaglia tedesca, cose tipo: ‘Luigi Borghini, che stava dando da mangiare alle mucche’. O ‘Carlo Del Monte, partigiano’. O ancora ‘Mario Ludovici, che quel giorno si sarebbe dovuto sposare’, e così via. Lui ha lasciato che io leggessi un nome dopo l’altro a mezza voce, e ogni tanto m’interrompeva con frasi tipo che il tizio che si doveva sposare, quella mattina si era messo l’acqua di colonia ‘Millefiori’, o che il partigiano aveva fumato una MS non molto tempo prima. Poi ha detto: ‘manca solo il mio. Guido Tenerani, in fuga tra le campagne, sulla via di casa.’ E a quel punto mi ha raccontato l’intera storia. Nel dettaglio”.
“E quella è stata l’unica volta in cui ne avete parlato…” l’avevo interrotto io, quasi sussurrandolo, quasi sorpreso d’averlo appena fatto.
“Nel dettaglio, sì. Le altre è stato sempre sul vago. In un’occasione mi ha detto che era passato troppo tempo e non si ricordava più nulla. In un’altra, quando gli ho chiesto se portava gli occhiali da sole per via di quella notte, si è messo a ridere e mi ha detto che no, che li portava perché gli piacevano. Poi però ha aggiunto qualcosa di differente; Ha detto che la penombra lo faceva sentire come se si stesse preparando a tornare a casa. Ha detto proprio così: tornare a casa. Come se gli desse un senso di pace. E io non ho più domandato”.
Intanto le nostre mogli erano risalite dal bagnoasciuga, coi bambini al seguito e gli asciugamani sotto il braccio, e io avevo cominciato a domandarmi verso quale casa si preparasse a tornare, e a quale pace facesse riferimento.
E quando il mattino dopo li avrei rivisti avvicinarsi come si vede fare nei documentari agli animali, il signor e la signora Tenerani intendo, una coppia di vecchie e smunte zebre alla pozza d’acqua, quella domanda sarebbe stata ancora lì, a tormentarmi.
“Voi due” aveva detto mia moglie non appena ci avevano raggiunto, “si può sapere di cosa stavate discutendo così concentrati?”
Era stato il mio cri cri.
“Cercavamo dei fazzolettini per pulirci” aveva risposto il nipote del signor Tenerani.
E in quel momento avevo ricominciato a sentire anch’io l’appiccicume tra le dita delle mani.

6 pensieri su “Cose che succedono dall’aldiqua.

  1. Ecco, la verità fa capolino nella tregua tra ombrellone e bagnasciuga, nella penombra fedele di finti ray-ban di plastica. Un racconto che non dimenticherò facilmente (e comunque, non lo voglio dimenticare). Grazie, Matteo.

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  2. Molto bello…..quante volte i vecchi si tengono dentro storie dure che li hanno segnati e che, qualche volta, li fanno considerare strani da chi non le conosce……
    Poi un giorno raccontano “nel dettaglio” e lasciano chi li ascolta taciti, con una visione nuova negli occhi….
    A volte questi racconti sono preziosi!

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