Vivalascuola. Educare informare fare rete

Voi dove eravate quando a poco a poco la scuola, e con essa il futuro di un intero paese, veniva scippata, derubata, quando a poco a poco tagliavano i bilanci, le ore, i professori, i banchi, la carta, le iniziative? Voi dove eravate mentre a poco a poco aumentavano le spese militari, le spese per la politica, le spese per le scuole private, per i privilegi, per le caste? Voi dove eravate quando si precarizzava il lavoro nel nome del libero mercato e della concorrenza, quando i vostri diplomati non sapevano dove sbattere la testa per trovare un lavoro? Voi dove eravate quando la cultura, che noi difendiamo, era calpestata, derisa, ridicolizzata da grandi fratelli e idiozie televisive, quando l’informazione si faceva sempre di più disinformazione di regime? (Collettivo studenti di Pontedera)

Informare, criticare, narrare: la scuola da rifare di Caliceti
di Alessandro Cartoni

Era forse venuto il momento che qualcuno assolvesse a un pubblico e necessario servizio: informare i genitori italiani su quello che sta accadendo alla scuola del paese. Lo fa con intensità di militante, con passione di maestro e grande forza narrativa Giuseppe Caliceti nel suo Una scuola da rifare. Lettera ai genitori.

Il libro raccoglie come in un abecedario oppure, se vogliamo, un diario di bordo, gli articoli che l’autore è venuto pubblicando negli ultimi anni su importanti siti web o sui quotidiani. Quello che costituisce il nocciolo di tali interventi, nati nella diversità dei tempi e delle occasioni, è comunque la cronaca puntuale, persino giornaliera di quello che potremo chiamare, con un termine di Franco Frabboni, “l’assalto finale” alla migliore scuola italiana.

Caliceti in uno stile indignato ma responsabilmente volto agli utenti della scuola, racconta ai genitori come si è avviato, come si è sviluppato, con quali giustificazioni ideologiche è proseguito e infine come è deflagrato, nel silenzio politico e civile, lo smantellamento della scuola primaria italiana, anche quella emiliana, che di questo paese era la punta di diamante. La cronaca della disfatta parte ovviamente da lontano ma è seguita passo passo, in una fenomenologia della fine, che ha lo scopo di ricordarci quanto sia facile distruggere quello che è stato fatto in anni di esperienze e di lavoro collettivo, ma come sia poi difficile ricostruire dopo il disastro.

In questo libro vi parlerò di cosa fanno i vostri figli a scuola. E di come la scuola oggi… è cambiata in peggio: a tal punto che si è messo a repentaglio il suo normale funzionamento. Ma vi parlerò anche della scuola che abbiamo abbandonato. E di quella che vorrei.

Quello che emerge dal libro in effetti non è solo la cronaca di una morte annunciata, ma anche la narrazione della vita scolastica di ogni giorno, fatta di condivisione, complessità delle esperienze, crescita dell’autonomia, dello spirito critico e della cittadinanza. E’ facile ammettere dunque che la parte più bella del libro è quella che racconta il vissuto scolastico dei bambini, che dà loro la voce, i gesti, la corporalità e sopratutto l’inesausto domandare che della scuola primaria è la sostanza ineludibile.

Di fronte a questa scuola che si fa di giorno in giorno, che accosta saperi pluridisciplinari, che unisce il metodo, la scienza e la creatività, che mette in relazione adulti e bambini, testo e contesto, aule e città, la scuola di Gelmini appare per quello che è: una pallida farsa. Per altro tenuta in piedi solo dalla bieca necessità di far quadrare i conti. Sulla retorica del maestro unico o prevalente ci sono righe sarcastiche e lucide di Caliceti che vale la pena citare:

Ho conosciuto un maestro unico che faceva lavare la lingua ai suoi alunni col sapone se dicevano parolacce. Ho conosciuto una maestra unica che da anni salta regolarmente le pagine del sussidiario in cui si parla di come l’uomo è disceso dalle scimmie, perché secondo lei è volgare. Con più docenti, l’alunno è più protetto. E la visione del bambino restituita ai genitori è più complessa, ma anche più veritiera.

In un tempo misero e vile come il nostro dove si moltiplicano gli attacchi (da destra e sinistra) alla scuola pubblica (e pluralistica), un altro degli elementi del libro che si impone per il coraggio con cui l’autore lo persegue è la battaglia per restituire alla scuola la sua laicità. Non si tratta qui di un atteggiamento ideologico o anticattolico, ma semplicemente della necessità di salvaguardare democraticamente le differenze di una istituzione che accoglie ormai cittadini di diversa provenienza culturale e religiosa.

Le ore di religione sono le uniche in cui la classe si divide. Al di là di tutte le nostre belle parole di adulti, il messaggio che diamo ai bambini è questo: la religione più di ogni altra materia, divide invece di unire.

Non si capisce – o meglio lo si capisce anche troppo bene a causa del sistematico interventismo del Vaticano nelle scelte istituzionali – dicevo, non si capisce perché in Italia non si dovrebbe studiare la storia delle religioni, come succede in altri paesi europei invece della mera dottrina cattolica. Ad alimentare questa discriminazione è salita alle cronache anche la crociata per la parità scolastica che si concretizza come una richiesta esplicita di finanziamenti alla scuola privata (cattolica) contro il dettato costituzionale.

Il papa qualche giorno dopo aggiunge: “gli aiuti per l’educazione religiosa dei figli sono un diritto inalienabile”. Da sempre in Italia si straparla di parità tra scuola pubblica e scuola privata. Ebbene anch’io vorrei la parità. Vorrei che la scuola pubblica fosse trattata dal governo italiano come la scuola privata e i fondi tagliati fossero ripristinati per entrambe.

Del resto siamo sicuri che una scuola che lascia in mano ai parroci o ai catechisti l’educazione (religiosa e morale) dei bambini sia la migliore per i nostri figli? C’è un raccontino di Caliceti che parla dei suoi primi tempi da maestro nella scuola elementare del Guazzaro lungo l’argine dell’Enza tra Sant’Ilario e Montecchio. In quell’anno Caliceti delega a una collega e a dei tirocinanti della scuola superiore cattolica l’insegnamento della religione nella sua classe.

Vedo cose che mi lasciano perplesso, che mi inquietano. I pochi alunni appartenenti a famiglie non cattoliche sono fatti traslocare negli ultimi banchi e sono zittiti con frasi del tipo “Taci tu che non vai neppure a messa” o “Ma che cosa vuoi sapere tu” Alcune volte a pronunciarle è il parroco in persona (…) Un’altra mattina a un bambino che parla mentre lui fa lezione, si muove, fa cadere gomme e matite, dopo una decina di richiami verbali dice: guarda che se non ti metti subito a fare il bravo tua mamma va in cielo.

Del resto se il sistema formativo viene taglieggiato come avviene in Italia, non per questo diminuiscono le agenzie formative, anzi. La formazione diventa un affare pagato a peso d’oro, e pretende di supplire, come spiega Caliceti, ai buchi sempre più grandi della scuola pubblica. Si comincia dall’università, si passa alla scuola superiore dove sempre più spesso vengono chiesti fondi ai genitori per attività particolari e si finisce con la scuola primaria. E’ così che avanza un modello aziendalistico e privatistico che ha come scopo quello di convincere il “vecchio mondo” che si può anche fare a meno dei docenti e che il “nuovo apprendimento”, come scrive l’Ocse in un suo documento, può essere garantito da “prestatori di servizi educativi”.

Per quanto ancora la nostra Costituzione potrà considerare la scuola pubblica il fulcro del “diritto gratuito all’istruzione”? Colpire la Costituzione significa dunque introdurre strategie per stravolgere il rapporto stato-cittadini e conseguire così il risultato di rendere fosco, debole, non necessario e dunque opzionale il rapporto docente-discente, perché troppo costoso. In questa direzione va dunque il massiccio licenziamento di circa 140.000 insegnanti, il più grande e doloroso nella storia della repubblica.

Che succede? In un mondo sempre più globalizzato in cui i cambiamenti sono velocissimi, si prende atto che le scuole statali, nate all’inizio del Novecento, nate per alfabetizzare e rendere coese le nazioni, sono sorpassate. Ma invece di ripensarle rifondarle attraverso serie riforme, i governi occidentali mostrano una fortissima tentazione di appaltarle a privati che promettono di supplire alle carenze facendo leva su una forte modernizzazione che ha come stella polare la cieca fiducia nella tecnologizzazione degli apprendimenti, dei saperi e delle conoscenze.

E’ oramai chiaro a tutti che la scuola voluta da Gelmini in ogni ordine e grado si presenta come una scuola precettistica, volutamente arcaizzante, premoderna (nostante il TIC) che sotto l’alibi dei presunti valori formativi reintroduce surrettiziamente (ma neppure tanto surrettiziamente) forme di obbedienza cieca e formale, assenza di spirito critico e di collaborazione, graduale scomparsa della coscienza civile, elementi di valutazione quantitativa che isolano e frammentano la personalità dell’alunno e ne danno un’immagine se non deformata, del tutto ridotta. Una scuola pret-a-porter e discriminante.

Ma se applichiamo la ricetta Gelmini, vale a dire: riduzionismo nelle pratiche educative, riduzionismo nei contenuti culturali, riduzionismo nei metodi e negli strumenti, negli ambienti e nelle risorse umane (non dimentichiamo lo scandalo pressoché ubiquitario della mancanza di sicurezza nelle aule e negli edifici), se appunto portiamo, come sta accadendo, alle loro logiche conseguenze gli effetti del disastro, quale sarà il risultato politico e sociale?

Si investe sempre meno sulla formazione. Non si richiede più a bambini e ragazzi di pensare. A volte pare superfluo, pericoloso. La nostra non è più solo una scuola per diventare cittadini e consumatori. Ma cittadini e consumatori scadenti: gente che deve eseguire correttamente, obbedire, adattarsi in fretta, non rompere le palle.

Nondimeno, ci spiega Caliceti, non è detto che il progetto vada in porto. E non solo perché il futuro non è scritto, ma anche perché l’attacco di Gelmini e dell’attuale premier alla libertà di espressione e di pensiero (basterebbe ricordare le esternazioni sugli insegnanti inculcatori), si configura come un attacco non a una categoria specifica ma all’intero corpus e allo spirito della nostra Costituzione. Questo in effetti dovrebbe farci riflette e reagire, come dovrebbe far riflettere reagire tutti i genitori italiani nella diversità degli orientamenti politici e delle opinioni.

Non si educa un bambino a un ruolo, a una funzione: per quello bastano delle istruzioni, i bambini sono persone. A scuola si educa a essere persone. Come? Educando a star bene a scuola. Promuovendo pratiche di ascolto e favorendo momenti di riflessione comuni. Migliorando la padronanza della lingua di ogni alunno. Facendone cogliere le potenzialità espressive. Cercando di stimolare e promuovere la spontaneità, l’immaginazione e un’idea di creatività non romantica, individuale ma collettiva. Provando a sviluppare le abilità comunicative degli alunni, verbali e non verbali. Tentando di migliorarne le capacità di ascolto e di giudizio, le abilità relazionali. Sviluppando l’attitudine all’osservazione di sé, degli altri, dell’ambiente in cui vivono. Aumentando le loro capacità di esplorazione delle situazioni. Favorendo la conoscenza reciproca e il confronto con le parole, le emozioni, le idee degli altri.

* * *

Materiali

Contributi tratti da Jerome Bruner, La cultura dell’educazione, Feltrinelli, Milano 1996

Dallo strumentalismo al culturalismo
«In seguito a tutta questa mole di lavoro e ai grandi sforzi che sono stati fatti dopo la rivoluzione cognitiva, siamo più capaci ora di promuovere l’educazione dei bambini che vivono il dramma della povertà, della discriminazione, dell’emarginazione? Abbiamo sviluppato delle idee di fondo promettenti che ci possono guidare nell’organizzazione della cultura scolastica in modo tale da aiutare i bambini a ricominciare da capo? Che cosa serve per creare una cultura scolastica capace di far crescere i giovani e di metterli in condizioni di usare in modo efficace le risorse e le opportunità della cultura di cui fanno parte?».

«Siamo la specie intersoggettiva per eccellenza, è questo che ci permette di negoziare i significati quando le parole diventano ambigue»… L’insegnante anzi si assume il compito di stimolare gli altri a condividere il suo ruolo… Come il narratore onnisciente è scomparso dalla fiction moderna, anche l’insegnante onnisciente è destinato a scomparire dalle aule scolastiche».

«Le opere e i lavori in corso, creano in un gruppo modi di pensare comuni e negoziabili… L’approccio della classe alla sua “etnografia settimanale” produce proprio questo tipo di mentalità (…). In breve l’esternalizzazione libera l’attività cognitiva dal suo carattere implicito rendendola più pubblica, negoziabile e “solidale”».

«Cosa insegna (la scuola), quali modi di pensiero e quali registri linguistici effettivamente coltiva nei suoi alunni, i quali non possono essere isolati dalla posizione che ha la scuola nella vita e nella cultura dei suoi studenti. Perché il curricolo di una scuola non riguarda solo degli argomenti. Il principale contenuto della scuola, vista culturalmente è la scuola stessa. L’educazione non è a sé stante e non può essere progettata come se lo fosse. Esiste in una cultura. E la cultura tra le altre cose riguarda anche il potere, il prestigio, e i riconoscimenti». Il successo o meno dello studente dipenderà dall’attrezzatura che l’insegnante è in grado di fornirgli. «In realtà la cassetta degli attrezzi simbolica della cultura consente al discente di concretizzare le sue capacità, e determina addirittura il fatto che si esplichino o meno nella pratica».

Autostima
Discutendo i risultati di un’esperienza pedagogica come Head Start, nata come programma per contrastare la «deprivazione culturale» dei bambini nati da madri nere o ispano-americane, Bruner afferma che le opportunità che deve proporre una «cultura abilitante» sono di importanza fondamentale per il futuro degli allievi.

«Che cosa significa essere primi se non si tiene conto dell’ideale contrapposto del pieno sviluppo delle potenzialità umane? E come viene affrontato il profondo senso di incertezza sociale ed economica che si impadronisce delle famiglie a causa della distribuzione sempre meno equa della ricchezza nella comunità nel suo complesso? Se la cultura più vasta accettasse la sfida di diventare una comunità reciproca, forse le millanterie sulle nostre future prodezze potrebbero essere accompagnate dalla garanzia che il fatto di rendere più ricco il paese lavorando sodo a scuola non significherebbe rendere più ricchi i ricchi e più poveri i poveri, ma avrebbe come risultato un modello nuovo e più equo di distribuzione della ricchezza nazionale».

Con questa linea appare assolutamente coerente l’ultimo principio di Bruner, quello dell’identità e dell’autostima. La scuola in ciò ha una grande anzi grandissima responsabilità. Se il successo o il fallimento sono i principali elementi che nutrono lo sviluppo del sé, allora la scuola non può non promuovere la costruzione del sé. Anzi anche quando non si preoccupa di promuoverla, il suo ruolo rimane sempre attivo, sia pure in senso ferocemente negativo. Ce lo spiega l’autore con questo paradosso:

«Forse non abbiamo ancora ben realizzato fino a che punto la scuola sia in concorrenza con una miriade di forme di antiscuola come dispensatrici di capacità di azione, di identità e di autostima – nelle strade di una zona residenziale borghese non meno che per le vie di un ghetto. Un sistema educativo, una teoria pedagogica, un indirizzo politico nazionale di ampio respiro che sottovaluti il contributo della scuola allo sviluppo dell’autostima degli alunni fallisce in una delle sue funzioni primarie» (p. 51).

Secondo Bruner la scuola in definitiva non può soltanto offrire una preparazione alla cultura ma deve concretamente essere essa stessa un accesso alla cultura. Ha allora il compito di verificare costantemente il suo impatto sul giovane, sull’idea che egli si fa delle proprie capacità (il suo senso dell’agire) e delle proprie probabilità di «riuscire a cavarsela nel mondo, sia nella scuola che dopo la scuola (la sua autostima)».

Narrare e costruire la propria identità
«Ciò non toglie che noi costruiamo l’analisi delle nostre origini culturali e delle credenze che ci sono più care sotto forma di storia, e non è solo il contenuto di queste storie ad affascinarci, ma anche l’abilità con cui vengono narrate. Anche la nostra esperienza immediata, quello che ci è successo ieri o l’altroieri, la esprimiamo sotto forma di racconto. Cosa ancora più significativa rappresentiamo la nostra vita (a noi stessi e agli altri) sotto forma di narrazione»

Avere dunque competenza nella costruzione e nella comprensione di racconti diventa essenziale per la costruzione della nostra vita, ma anche per crearci un posto nel mondo possibile che incontreremo. Che cosa può fare la scuola?

Forse è difficile, come sembra pensare Bruner, individuare interventi precisi per migliorare o promuovere la «sensibilità narrativa», tuttavia proporsi come orizzonte formativo quello di «sentirsi a proprio agio nel mondo, sapendo dove collocarsi in una storia autodescrittiva» diventa comunque una prima indicazione. Considerando che i movimenti migratori stanno aumentando enormemente nei paesi postindustriali dell’Occidente, l’obiettivo proposto più sopra diventa anche una responsabilità morale della scuola. Da dove cominciare? L’autore con la solita chiarezza fornisce già alcune proposte:

«Naturalmente, se la narrazione deve diventare uno strumento della mente capace di creare significato, richiede del lavoro da parte nostra: leggerla, farla, analizzarla, capirne il mestiere, sentirne l’utilità, discuterne» (p. 55).

La posta in gioco in questo caso è altissima perché trovare un posto nel mondo implica sempre un atto di immaginazione e favorire questa costruzione del sé è forse l’unico vero compito della scuola, l’unico almeno, per cui valga la pena lottare nella direzione di una trasformazione dei curricoli scolastici.

«Un sistema educativo deve aiutare chi cresce in una cultura a trovare un’identità al suo interno. Se questa identità manca, l’individuo incespica nell’inseguimento di un significato. Solo la narrazione consente di costruirsi un’identità e di trovare un posto nella propria cultura. Le scuole devono coltivare la capacità narrativa, svilupparla, smettere di darla per scontata» (p. 55).

* * *

La settimana scolastica

La settimana vede un ennesimo allarme sulla condizione e sul futuro dei giovani in Italia proveniente dal Rapporto Svimez 2011: nel Mezzogiorno la disoccupazione reale al 25% alimenta le partenze e nel 2050 quasi un abitante su cinque avrà più di 75 anni. La fuga dalle città colpisce soprattutto Napoli, Palermo, Bari e Caserta. Il 45% di chi va via ha laurea o diploma.

Brutte notizie anche per chi è già occupato nella scuola. Il ministero dell’Istruzione non riuscirà a pagare a un milione di docenti e personale ATA della scuola gli scatti retributivi maturati nel 2011. Si tratta di ben 664 milioni di euro che, in gran parte, non sono disponibili nel bilancio 2011. Un taglio che, sotto l’aspetto giuridico, dopo aver riguardato il 2010 e il 2011, si riproporrà per il 2012, 2013 e 2014 e investirà anche la carriera economica dei precari neoimmessi in ruolo.

Questo, viene detto, a causa delle difficoltà registrate nelle riduzione degli organici per l’anno scolastico 2010-2011, a differenza di quanto avvenuto per l’esercizio finanziario 2010, quando si sono reperiti 320 milioni per garantire il pagamento degli scatti soppressi giuridicamente ed economicamente dal comma 23 dell’art. 9 del Dl 78/10. Osvaldo Roman svolge una puntuale analisi della questione.

A proposito degli stipendi dei dipendenti pubblici, è stata resa nota una lettera al premier italiano di Mario Draghi e Jean-Claude Trichet dello scorso 5 agosto:

Il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi.

Avviato in tutta Italia l’anno scolastico, si continuano a rendere noti i dati degli effetti dei tagli all’istruzione. In Abruzzo sono stati soppressi 764 posti di lavoro, tra docenti e personale Ata. In Friuli tagliati 1.300 posti di lavoro in due anni. Sul fronte dei disabili il sistema non tiene più, è già crollato in Lombardia, dove quest’anno il numero delle certificazioni di disabilità è salito del 15%. A Milano, Roma e Napoli le prime denunce del ministro per il sostegno negato.

La politica dei tagli di fondi sta bloccando le università. «La situazione è drammatica», ripete Marco Mancini, presidente dei rettori italiani. Si riduce il Fondo di finanziamento ordinario, che, con i famosi 300 milioni che mancano all’appello, non basterà neppure a pagare gli stipendi. Si riducono i fondi per il diritto allo studio, tagliati del 94% in tre anni. Il governo infatti ha portato il fondo dedicato dai 246 milioni di euro del 2009 ai 13 del 2012, cancellando i contributi per gli studenti meno abbienti. Non c’è da stupirsi se diminuiscono drasticamente le immatricolazioni. Secondo i dati Almalaurea dal 2006 a oggi sono crollate le matricole (-9,2%) con un record al Sud dove il calo ha toccato il 19,6%.

Prosegue la polemica sul concorso a preside, per via degli errori nella batteria di test per la prova a quiz preselettiva e la provata fuga di notizie (la circolazione dei test prima che fossero ufficialmente pubblicati sul sito del ministero) (vedi qui e qui). Il discorso coinvolge la proliferazione di test in vari ambiti e la mancanza di una cultura dei test, come osserva Maurizio Tiriticco:

Che cosa sia un test, quali siano le sue finalità, quali siano i suoi pregi e i suoi limiti, in quali situazioni debbano e possano essere usati e, soprattutto, come si confezionino, sono interrogativi che, di fatto, nessuno si è mai posto.

Vito Piazza nota come proprio la confezione di questa batteria di test sia errata, poiché fa appello solo a uno sforzo mnemonico a scapito della logica e del ragionamento:

il fatto di trovarsi davanti – e in bella evidenza perché collocata nella casella A – la risposta esatta, non ha consentito di far funzionare il cervello… LA PRIMA RISPOSTA (sempre quella) ESATTA… ha impedito di attivare quella dissonanza cognitiva (Leon Festinger) che porta all’impellente bisogno di attivare – quasi in automatico – strategie di problem solving… Messaggio esplicito: impara a memoria la risposta A, il resto è spazzatura. Da dimenticare. Messaggio implicito e quasi subliminale: i vostri studi, la vostra preparazione, il vostro bakground culturale e professionale fanno parte del passato.

Quali le alternative? C’è chi come Red Rom propone qualche confronto internazionale:

anche nel migliore dei casi, resta sempre il dubbio che scegliere dirigenti di profilo così elevato attraverso una procedura che sollecita un approccio mnemonico-percettivo-analitico da applicare su conoscenze minuziose non sia la soluzione migliore. Solo bandendo ogni anno il concorso per dirigenti (come in Francia), solo articolandolo su scritture professionali strategiche e simulazioni (come in Francia), solo assicurando una totale trasparenza di feed-back tra commissioni e candidati (come in Francia), solo svolgendo attività formative preliminari pubbliche (come in Francia) si può pensare di reclutare una dirigenza che sappia il fatto suo.

Frattanto, ad aumentare il disagio dei 42.000 circa aspiranti dirigenti circolano, con quotidiana frequenza, voci di un nuovo rinvio (che gli Uffici del MIUR non confermano né smentiscono) della prova preselettiva del concorso per 2386 posti a dirigente delle scuole statali, fissata per il prossimo 12 ottobre.

Di Dirigenti scolastici riflette anche Antonio Valentino a proposito delle reggenze, che costringe la metà delle istituzioni scolatiche ad avere un dirigente “dimezzato” (in alcune regioni la percentuale supera il 65%):

L’idea che tutto questo induca a una certa svalutazione del ruolo del DS agli occhi della gente e ad una sua visione riduttiva anche nella percezione dello stesso dirigente, non sembra preoccupare granché: non è necessario un dirigente a tempo pieno; si può dirigere una scuola, per quanto complessa, assicurandone la presenza a giorni alterni o anche meno. Questo il messaggio.

E l’invito ai dirigenti scolastici a fare una bella riflessione arriva dagli studenti del Collettivo scuole superiori di Pontedera:

Cari presidi… voi dove eravate quando a poco a poco la scuola, e con essa il futuro di un intero paese, veniva scippata, derubata, quando a poco a poco tagliavano i bilanci, le ore, i professori, i banchi, la carta, le iniziative? Voi dove eravate mentre a poco a poco aumentavano le spese militari, le spese per la politica, le spese per le scuole private, per i privilegi, per le caste? Voi dove eravate quando si precarizzava il lavoro nel nome del libero mercato e della concorrenza, quando i vostri diplomati non sapevano dove sbattere la testa per trovare un lavoro? Voi dove eravate quando la cultura, che noi difendiamo, era calpestata, derisa, ridicolizzata da grandi fratelli e idiozie televisive, quando l’informazione si faceva sempre di più disinformazione di regime?

Anche il comunicato entusiastico del ministro Gelmini che favoleggia di un tunnel tra il Cern e il Gran Sasso continua a fare parlare di sé attraverso internet e face book, che raggiungono centinaia di migliaia di persone, ottenendo risultati superiori a qualsiasi programma televisivo: così la satira sbattuta fuori dalla tv rientra dalla finestra del web: è per questo che il governo vorrebbe imbavagliare la rete.

L’unica vittima della gaffe è il portavoce del ministro dell’Istruzione, che pare sia l’autore del comunicato stampa, Massimo Zennaro, il quale ha reso nota “la sua decisione irrevocabile” di rassegnare le proprie dimissioni. Appare però incredibile che Zennaro continuerà a svolgere l’incarico di direttore generale del Miur (stesso appannaggio di 156.000 Euro, dicono). Anzi ha appena ottenuto una promozione sul campo: è stato assunto come “consulente culturale” da Barbara Berlusconi.

Intanto il 1° ottobre ha visto iniziative in decine di piazze da nord a sud d’Italia, per un protesta contro la riforma Gelmini. Dalla Sapienza di Roma parte l’appello della Rete Universitaria Nazionale ai contribuenti più ricchi d’Italia affinché creino un fondo per i meritevoli senza risorse. La richiesta è precisa: “destinate il 5 per mille del vostro reddito per alimentare, ogni anno, un fondo pubblico per borse di studio ai capaci e meritevoli, a partire da quelli privi di mezzi“.

I prossimi appuntamenti prevedono: cortei in 50 città italiane il 7 ottobre; lo stesso giorno manifestazione indetta da UNICOBAS contro la manovra economica del governo a cui hanno aderito SISA, USI AIT e USB. Per l’8 ottobre la FLC-CGIL organizza a Roma una manifestazione che alle ore 14 da Piazza della Repubblica giungerà a Piazza del Popolo: una mobilitazione indetta per contrastare l’accanimento del Governo verso il lavoro pubblico, le pubbliche amministrazioni e il sistema della conoscenza. Il 12 ottobre sarà la volta della CISL, che ha indetto a Roma gli “Stati generali di scuola, università, ricerca, pubblico impiego, soccorso pubblico e sicurezza“. Per il 28 ottobre la UIL ha indetto uno sciopero di tutto il pubblico impiego contro le politiche del Governo. Allo sciopero verranno affiancate iniziative locali, organizzando manifestazioni nelle principali città italiane: il 14 ottobre a Firenze, 21 ottobre a Milano, 28 ottobre a Roma.

* * *

Vademecum di resistenza alla scuola della Gelmini approntato da ReteScuole.

Per chi vuole approfondire, ReteScuole ha raccolto le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse si può leggere una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui.

Il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Alessandro Cartoni, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi)

3 pensieri su “Vivalascuola. Educare informare fare rete

  1. La scuola italiana, in questo quasi ventennio dominato dal berlusconismo (idest dall’egemonia sottoculturale della TVspazzatura) è andata di male in peggio, malgrado l’attività didattica e formativa di tanti insegnanti impegnati come voi siete. La cultura “aziendalistica” è di corto raggio, e non spetta alla scuola ma, appunto, alle aziende. Mi conforta, ad ogni modo, la vostra presenza attiva e il vostro lavoro critico-informativo. La Resistenza continua, le Gelmini passano e quasi ombra non lasciano…Almeno si spera.

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  2. Sono alla fine, su questo non c’è dubbio, ma nel frattempo hanno lasciato rovine. Noi come insegnanti tutti, spesso li abbiamo lasciati fare, incamerando la “nostra identificazione col carnefice”. Speriamo che un soprassalto di dignità ci aiuti a resistere

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  3. Grazie, e un caro saluto a Fulvio e Alex, e grazie a Giuseppe Caliceti per questo libro, che oltre a presentare lo stato della scuola italiana diventa anche un appello a informare e a resistere, in nome della scuola e della società che vorremmo.

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