C’era una volta il grande cinema italiano #10 – Sciuscià.

Decimo e ultimo morso del nostro grande cinema che fu. Per chiudere il cerchio non posso che tornare all’anno da cui ero partito, il 1946. E ancora alla coppia De Sica-Zavattini.
Sciuscià “in Italia, praticamente, non lo vide nessuno. Uscì nel momento in cui arrivavano i primi film americani, sui quali il pubblico si gettava insaziabile.” Così raccontava De Sica, a proposito della disconoscenza in patria di una pellicola così importante. E in contrasto con il grande successo riscosso all’estero. Costato un mione di lire, pareva un disastro commerciale. “Più tardi il film venne venduto in Francia per quattro milioni di lire e incassò trecento milioni di franchi. In America lo acquistarono due distributori diversi e fece la fortuna di entrambi. Ebbe anche un Oscar col quale si premiò “lo sforzo produttivo dell’Italia” appena uscita dalla guerra disastrosa.”
Già, e non si può manco dare la colpa agli anni ’80 e a Drive In.
Certo, lo stile di De Sica, l’osservazione commossa e partecipe sui ragazzini protagonisti, l’uso abbondante di esterni e l’impiego di molti attori non professionisti, conferiscono al film quella veridicità che da una parte ha meravigliato gli stranieri dall’altra ha allontanato chi era così prossimo a quella geenna. E’ chiaro che il pubblico italiano del 1946 non si sentiva pubblico, si sentiva parte in causa.
Pasquale e Bruno sono i due protagonisti, due piccoli shoeshiners nella Roma del dopoguerra.

Franco Interlenghi interpretò Pasquale Maggi. Preso letteralmente dalla strada diventò in seguito un ottimo attore. A differenza di Rinaldo Smordoni che recitò nel ruolo di Giuseppe. Attore in erba, finì per fare il muratore.
Pasquale è un ragazzino magro dai vestiti troppo grandi. È orfano, dorme in un ascensore e fa il lustrascarpe in via Veneto.
Giuseppe è il più piccolo, ha vestiti decisamente troppo corti e talmente tanti buchi da essere quasi nudo; anche la mantella è sdrucita e più che coprirlo sembra scoprirlo. Ha una famiglia, ma non per questo è meno solo, anzi, sarà il fratello di lui, Attilio, a metterli nei guai.
I due ragazzini condividono l’amore per i cavalli. La prima sequenza presenta subito i due bambini a cavallo, che galoppano felici in una giornata di sole, carica di luce. Ma c’è l’immediato cambio di registro. Il film parte con uno sviluppo da commedia, a cui subentra un tono melo-drammatico, e infine tragico.
I dialoghi svelano che i bambini sono legati da un vincolo di amicizia molto forte. Per Pasquale la famiglia di Giuseppe è in parte anche la sua; il loro lavoro è gestito come se fosse una società in cui i due soci partecipano equamente degli utili. Pasquale, essendo il più grande è il più smaliziato, ha un ruolo da fratello maggiore, ed è sicuramente il leader: è lui ad occuparsi delle questioni economiche, ad essere decisamente acuto nel trattare la deposizione al momento dell’arresto per un furto.
Da qui in poi la dominante ambientale è il carcere, ricostruito fedelmente con il riformatorio dell’epoca di Porta Portese. L’unione dei due protagonisti viene incrinata dall’esperienza del riformatorio, dove vengono separati e alloggiati in celle diverse. Una volta allontanatisi, le amicizie con altri ragazzi e l’inganno delle guardie li portano ad allontanarsi e a prendere le distanze l’uno dall’altro.
Il mito protoromantico e rousseauiano dell’infanzia contaminata dalla società che attraversa la cultura europea, arriva a lambire anche Sciuscià. Quasi che l’amicizia dei due ragazzi si traduca in una sorta di purezza inumana. Fino ad arrivare alla rottura dell’equilibrio di “coppia”, che era cementato dal sogno infantile di libertà rappresentato dal cavallo, quando il loro destino precipita in eventi sempre più drammatici fino al tragico epilogo. Come l’inizio del film era luminoso e carico di speranze così la fine è buia e tragica.
Non mi dilungo oltre sulla trama, infierire sui quattro che non l’hanno visto propinando loro un riassunto sarebbe inutile crudeltà.L’unica cosa che mi viene da aggiungere, a proposito di un film su cui è stato scritto di tutto, è che probabilmente si tratta della protomatrice di una serie infinita di pellicole, specialmente americane, ambientate in carcere. Il regime carcerario che tratta i prigionieri come bestie senza dignita’, la denuncia verso un sistema che non da’ possibilita’ di redimersi, i rapporti di forza tra i reclusi, le prevaricazioni degli aguzzini adulti sui ragazzi,tutto questo ci ricorda qualcosa, vero? Qualche altra milionata di fotogrammi successivi. Qualche titolo, a caso: Sleepers, Le ali della libertà, Fuga di mezzanotte, per arrivare al volenteroso Mery per sempre. Qualcuno si sarà ricordato di ringraziare De Sica?

2 pensieri su “C’era una volta il grande cinema italiano #10 – Sciuscià.

  1. Qualcuno sicuramente si sarà ricordato sì, ma non abbastanza.
    E chi gestisce la televisione (privata e pubblica) vede bene di non mandarli troppo in onda certi film che sanno ancora parlare (e raccontare, e porre domande, e far riflettere…)
    Grazie Paolo.

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  2. Grazie Matteo. E, sì, accostare questi film alla televisione suona in questo momento perlomeno utopico. Del resto pure i libri in televisione hanno una programmazione di tutto rispetto, introno alle due-tre di notte…
    ciao

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