Intervista a Mario CAPANNA – di Michael Pontrelli

Per Mario Capanna, uno dei principali leader del movimento giovanile del Sessantotto “è evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato” in cui “la politica è stata relegata ad un ruolo servile nei confronti del potere economico e finanziario”. I giovani Indignati “hanno capito che se non cambiano questo stato di cose sono destinati a un futuro di disoccupazione e precarietà”. Secondo Capanna “un nuovo modello economico più giusto del capitalismo esiste già: produzione e commercio equo solidali basati su un sistema di microcredito” in cui “il principio del profitto viene sostituito da quello del giusto guadagno”.

Gli Indignati sono ormai diventati un fenomeno globale, possiamo parlare di un nuovo ’68 ?

“No, perché la storia non si ripete. Però è certo che se questo movimento regge nel tempo e non si dissolve rapidamente, come capitato ad altri movimenti negli anni scorsi, può essere una pagina importante di cambiamento”.

Cosa è cambiato rispetto a 43 anni fa?

“Le condizioni interne ed esterne sono diverse. Per esempio oggi il web è uno strumento di comunicazione a disposizione molto importante, come la primavera araba ha dimostrato. Noi ovviamente non avevamo la rete per comunicare ma quel ‘maledetto’ ciclostile che sputava inchiostro da tutte le parti e si rompeva nei momenti più importanti”.

Cosa le piace degli Indignati?

“Mi piace il fatto che partono da un livello di consapevolezza molto alto. Hanno individuato nel profitto capitalistico, finanziario e speculativo il nodo centrale del problema e questo è assolutamente vero ma non perché lo dico io o lo dicono loro ma perché lo dicono dati di fonte Onu: il 2% dell’umanità possiede circa il 50% delle ricchezze mondiali, il 10% dell’umanità possiede circa l’85% delle ricchezze planetarie. In occidente nella fascia di giovani tra i 15 e i 25 anni il suicidio è la prima causa di morte. E’ evidente che siamo di fronte ad un mondo sbagliato e i giovani che protestano hanno capito che se non cambiano questo stato di cose, riportando al centro l’umanità al posto del profitto, sono destinati ad un futuro di disoccupazione e precarietà a vita”.

Cosa si sente di suggerire al movimento sulla base della sua esperienza?

“Per la prima volta dal 68 un movimento di protesta ha una ampiezza e una simultaneità planetaria. I giovani Indignati protestano a Wall Street, nelle principali capitali europee e perfino in Israele. Tuttavia, come l’esperienza del 68 ha dimostrato, è molto importante anche il radicamento locale. Noi facevamo grandi cortei a Roma e Milano ma anche a Torino, Palermo, Cagliari e via dicendo. Diffondere localmente la partecipazione significa costruire una forza irresistibile di cambiamento”.

Il potere finanziario è uno degli obiettivi principali della contestazione degli indignati. Perché secondo lei le banche hanno accresciuto in questo modo spaventoso il loro potere?

“La risposta è semplicissima: perché il potere economico e finanziario, soprattutto quello speculativo, ha relegato la politica a un ruolo servile nei suoi confronti. La politica segue ed esegue i suoi voleri e i suoi diktat. E’ assurdo che la politica non chieda di mettere in galera i banchieri speculatori e chieda invece di salvare banchieri e banche attraverso una ricapitalizzazione con il denaro dei cittadini. Quando i giovani Indignati mettono il dito su questa piaga dicono una grande verità”.

Cosa fare per superare questo stato di cose?

“E’ necessario che la politica, nel senso nobile del termine, torni ad avere un ruolo preminente. Devono essere i cittadini con la partecipazione e quindi la politica con la p maiuscola a dire come vanno impiegate le risorse del pianeta affinché ci sia più equità e giustizia. Mentre noi stiamo parlando 4 miliardi di esseri umani non hanno energia elettrica, non hanno assistenza sanitaria, sono analfabeti, non hanno acqua potabile. E’ mai pensabile che il mondo possa andare avanti in questo modo?”

Torniamo un attimo alle banche, la richiesta di farle fallire potrebbe far precipitare l’economia mondiale in una depressione come quella del 1929. Non c’è il rischio che chiedere la loro rovina diventi per i cittadini un boomerang?

“Il problema non è sbarazzarsi delle banche ma far si che svolgano un ruolo socialmente utile. Oggi le banche servono per incamerare al massimo livello il profitto. Anche qui cito dati Onu: delle migliaia di migliaia di dollari ed euro movimentanti ogni giorno per via telematica nel mondo ben il 95% sono destinati ad operazioni di speculazione. Soltanto il 5% viene impiegato per transazioni economiche reali come l’acquisto di derrate alimentari, materie energetiche, macchinari, medicinali. Questo dato dice in modo evidente che il sistema bancario finanziario speculativo è intrinsecamente malato. Bisogna dire basta al profitto selvaggio ovvero basta a questo turbo capitalismo che sta devastando il mondo e che sta distruggendo immense energie produttive ed umane. Bisogna dire invece si all’onesto guadagno che è un concetto diverso che non implica la speculazione e lo sfruttamento. I modelli alternativi esistono già come per esempio il microcredito inventato da Yunus che ha vinto il premio Nobel per questo”.

L’egoismo dell’uomo è il limite invalicabile per tutte le aspirazioni di cambiamento del mondo?

“Il concetto secondo cui gli uomini sarebbero per loro natura egoisti ha radici antichissime però non è fondato. Quella che noi chiamiamo natura umana è frutto di una costruzione storica. Non è vero che il mondo è sempre andato avanti come oggi. La natura umana non è un dato fisso rispetto alla quale non possiamo fare nulla. Dipende dalla possibilità di costruire un altro modo di vedere le cose. Per esempio i giovani Indignati partono dai propri bisogni ma si battono per tutta la società e questo è un elemento che contraddice la presunta natura umana egoistica e mostra invece il lato solidaristico e anche altruistico della natura umana”.

Il sistema capitalistico oltre che la ricerca del profitto esalta anche l’individualismo e la competitività a danno della solidarietà. Per avere un mondo più giusto bisognerebbe superare il modello capitalistico, ma questo è davvero possibile?

“Il problema non è strapparsi i capelli per escogitare un nuovo modello perché lo abbiamo già davanti agli occhi: la produzione e il commercio equi e solidali dove non viene applicato il principio del profitto ma quello del giusto guadagno. Non sono una favola, non sono una poesia. E’ l’unico settore in crescita nel mondo. Anche in Italia, quindi in un paese sviluppato, cresce tra l’8 e il 15% l’anno. E’ l’unico settore che non è in recessione. Questo modello economico coinvolge nel mondo milioni di persone ed è evidente che è fumo negli occhi per quella minoranza che controlla la maggior parte delle ricchezze del pianeta”.

Però tutti i tentativi fatti fino ad ora per superare il capitalismo sono stati fallimentari e chi ci prova viene spesso accusato di inseguire una utopia.

“Anche noi del ’68 siamo stati bollati come coloro che ‘diedero l’assalto al cielo’. Io però dico che questa etichetta è sbagliata. Noi non demmo nessun assalto al cielo, noi ci limitammo ad indicare il cielo agli esseri umani affinché lo guardassero e quando davvero gli uomini incominciarono a guardarlo scoprirono che si poteva cambiare. Da allora con quello sguardo al cielo le cose della terra sono state guardate in modo diverso e spero che oggi, con il movimento degli Indignati, avvenga qualcosa di analogo. Il microcredito, la produzione e il commercio equo solidali sono la dimostrazione che un nuovo mondo è possibile”.

Per concludere, che messaggio si sente di lanciare ai giovani Indignati?

“Una frase brevissima che a me è rimasta molto impressa e che ha influenzato la ma vita: contestate e create, vale a dire: dite ciò che vedete e cambiate il brutto e l’ingiusto di ciò che vedete”.

14 ottobre 2011

Da Tiscali Notizie

4 pensieri su “Intervista a Mario CAPANNA – di Michael Pontrelli

  1. Ah, il vecchio Capanna, esce dal ritiro come un padre (nonno?) nobile degli indignati che ha riletto i Manoscritti economico-filosofici del ’44… Lui almeno è una persona perbene e dice cose molto sensate sul microcredito e il no-profit.
    Se penso ai tanti suoi coetanei (e compagni) della Statale di Milano entrati in banca o assunti in Fininvest trent’anni fa… non che ci sia niente di male, per carità, fare bene il proprio lavoro nobilita, basta capire bene quale lavoro si faccia. L’Italia migliore è sempre stata di pochissimi

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  2. Gli indignati. Indignato, io.

    Ancora una volta un bluff. Radunare una massa di insoddisfatti e manipolarli per i propri tornaconti.
    Ancora “gli indignati” non hanno capito che il problema non è il debito, ma è la moneta. La moneta che dovrebbe appartenere allo stato, non a banche private, oppure dovrebbe essere sottomessa agli orientamenti statali, e non viceversa.

    Il problema della banche è il signoraggio bancario (come aveva già profetizzato Pound e Auriti) ma, a chi tiene le redini della protesta, ha fatto comodo tacere il vero problema e parlare di “cancellazione del debito”.

    Ovvio, “cancellazione del debito” lo capiscono tutti, è molto “televisivo” come spot, e riesce ad attirare una serie di istintivi malcontenti, facili da gestire, da strumentalizzare.
    La regola è vecchia quando il mondo: creare disordine per agire di soppiatto.

    Cito:

    #
    Il movimento Occupy Wall Street, gli indignados che in USA dimostrano contro la Borsa di New York e che si espande velocemente in altre città, non è poi tanto spontaneo.
    Ad affermarlo sono due amici stimati e studiosi attenti dei poteri oligarchici americani: Wayne Madsen e Webster Tarpley.
    Madsen è il più esplicito ad indicare in George Soros il manipolatore del movimento: Occupy The Wall Street.
    Il miliardario ebreo-ungherese, attraverso la sua fondazione culturale Open Society Institute, ha notoriamente promosso e finanziato innumerevoli rivoluzioni colorate nell’Est.
    […]
    Quell’1% – contro cui i manifestanti gridano di rappresentare il 99% – «quell’1% ama la crisi… per loro, [per i potenti] è il momento ideale per far avanzare le loro politiche: privatizzare l’istruzione e la sicurezza sociale, tagliare i servizi pubblici, togliersi di torno gli ultimi lacci al potere delle corporation».
    (Di Maurizio Blondet, Effedieffe.com, 13 Ottobre 2011)
    #

    [qui un sunto della vicenda:
    http://www.esteriblog.it/2011/10/16/i-banchieri-sostengono-gli-indignati-anche-economicamente/%5D

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  3. Temo che quello che sogna Capanna sia un’ utopia. Non si può ,poi, paragonare il ’68 a questi movimenti giovanili : il ‘ 68 ha cambiato i rapporti tra genitori e figli, tra studenti e professori, tra uomo e donna; questi “indignati ” di oggi hanno uno scopo chiaramente economico : sono giovani precari, disoccupati, privati di un futuro e anche di una politica in cui riconoscersi.Sono movimenti, comunque, su base mondiale e questo li accomuna al 68 ma rende evidente che essi rivelano la fine di quel capitalismo degenerato che ha separato la finanza e la ricchezza dall’economia reale, dal mondo produttivo. Non so quale soluzione si potrà trovare per questo malcontento globale, ma è certo che come l’89, con la caduta del muro di Berlino, segnò la fine del comunismo reale, così la crisi economica mondiale dei nostri anni segna la fine di quel capitalismo che sembra aver potere anche sugli stati , sull’Europa intera, sugli Stati uniti. Il futuro è comunque molto incerto.

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  4. Grazie a Roberto, Riccardo e Annamaria per i loro interventi.

    Condivido quanto dice Mario Capanna – che, come osserva Roberto, non è entrato né in Fininvest nè è diventato portavoce, ministro o servo ad altro titolo del premier – “Il problema non è sbarazzarsi delle banche ma far si che svolgano un ruolo socialmente utile. Oggi le banche servono per incamerare al massimo livello il profitto”; suggerendo la “produzione e il commercio equi e solidali dove non viene applicato il principio del profitto ma quello del giusto guadagno.”
    Un problema di misura, dunque, che quando non nasce spontanea va indotta attraverso l’intervento – per questo e per altro – dello Stato. Non quello rappresentato da questa classe politica, naturalmente.

    Giovanni

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