47. Perché?

da qui

Inutile ricordare come la Pacem in terris scatenò la guerra tra le opposte fazioni.
La porta si spalancò con un rumore sordo. Si vedeva una fila di persone, lungo la parete, uomini in divisa quasi immobili, braccia che si affacciavano alle grate.
Queste sono le ragazze della fabbrica: in posa, l’una accanto all’altra, sorridenti. Potremmo chiederci che ci sia da ridere, in quelle condizioni.
La mia intenzione era chiara, forse solo a me, venne da pensare.
Altri stavano al piano superiore, appollaiati come uccelli in gabbia – e poi dicono che l’uomo sia fatto per volare. Guardavano in basso: cosa si aspettavano? E tu, cosa ti aspetti dalla vita?
Eccole alle macchine, attente a non sbagliare davanti alla fotocamera che le riprende: gesti precisi, regolari, una vita rinchiusa nel tirare e ruotare, nel fissare e lo stringere.
Come sempre, le critiche arrivarono da destra e da sinistra: è un gioco che impari giorno dopo giorno, col cruccio di chi deve fronteggiare sempre il pregiudizio.
Battono le mani, come se per muoverle occorresse l’energia di un titano: ci vuole fegato a fare ancora festa dopo che ti hanno gettato a marcire nello scatolone.
Gli operai hanno le stesse braccia, la concentrazione dell’atto che costruisce il mondo, l’umiltà di chi non chiede altro.
Scrissi di giustizia, di distribuzione equa, di diritti e doveri da rispettare dall’una e l’altra parte.
Che cosa avrà pensato varcando la soglia dell’inferno? Si sentivano voci, uno strepito diffuso di cui era impossibile decifrare l’alfabeto, le note laceranti del dolore, della rabbia.
Le facce hanno la stessa espressione sofferente, la coscienza delle ore snocciolate come rosari inascoltati, una preghiera capace solo di riempire la pancia del padrone.
Da destra, la solita accusa di fiancheggiatore comunista, un’apertura folle, sostenevano, lo sdoganamento del regime dei mangiatori di bambini.
Qualcuno si toglie il berretto, altri sorridono tra loro, sotto l’occhio responsabile del secondino.
Mi commuove pensare che stiano lì pazienti, a trenta metri di profondità, coi tubi che potrebbero scoppiare da un momento all’altro – quanto vale una vita? Isaia! Vendono il povero per un paio di sandali.
Da sinistra, l’epiteto di conservatore, teso a congelare i privilegi della Chiesa, a cambiare in superficie perché nella sostanza tutto rimanga come prima.
Che cosa passa tra una guardia e un detenuto? Che avranno in comune, benché respirino la stessa aria? Che si diranno se i loro occhi s’incrociano, anche per un attimo?
E che dire dei bambini che muoiono per gioco, un po’ alla volta, senza sapere che non sarebbe ancora il loro turno, che dovrebbero fare i capricci e litigare e ridere e rimuovere il peso del futuro?
Erano sicuro che tramassi, che volessi far cadere le barriere, da una parte e dall’altra e vedevano crollare le loro sicurezze – perché la vita dev’essere sicura; ma di sicuro non c’è solo la morte?
Che cosa si aspetta un abitante di Regina Coeli da un uomo vestito di bianco, con una mantella d’altri tempi? Che cosa può portare di nuovo il Medioevo?
Non ricordo monumenti agli operai morti sul lavoro, ma conosco i poeti: le favole, come ho scritto un’altra volta, dicono ogni volta cose vere.
Feci nascere speranze e attirai maledizioni, la Curia mi temeva e i preti di campagna, delle periferie della città, vedevano in me un interprete insperato del vangelo di Cristo.
Che cosa attende un uomo sepolto in queste mura, magari per sempre? Come potrebbe salvarsi dal cinismo? Perché, all’improvviso, scende il silenzio, i lazzi si arrestano, le risate sguaiate si accartocciano in gola? Che cosa disse, il papa, quella volta?
Fa impressione vederli tutti insieme, un meccanismo perfetto, ognuno col suo gesto, un ingranaggio nel meccanismo che li stritola, stranieri a se stessi mentre tirano e ruotano, fissano e stringono.
Dicono che il vangelo esista ancora e si nasconda nelle pieghe della storia, dove nessuno ha il coraggio di guardare.
Perché all’improvviso i detenuti dalla facce dure abbassano il capo, piangono? Insomma, cosa disse, il papa, quella volta?
Conosco i poeti, so che nelle favole, là dove l’uomo non ha il desiderio, o il coraggio, di guardare, proprio là si nasconde quello che ancora chiamiamo verità.
“Tu che hai oltraggiato l’uomo semplice/ ridendo sguaiato sulla sua sorte/ con intorno una corte di buffoni/ per confondere Bene e Male./ Benché tutti sian proni ai tuoi piedi/ virtuoso e saggio te proclamando,/ medaglie d’oro in tuo onore forgiando/ lieti del giorno che loro concedi,/ non ti sentire al sicuro. Il poeta ricorda./ Puoi ucciderlo, un altro è già nato./ Ogni atto e parola verrà registrato./ Meglio per te un ramo dal peso piegato/ in un’alba invernale e una corda.

12 pensieri su “47. Perché?

  1. – Che cosa passa tra una guardia e un detenuto? Che avranno in comune…?

    C’è l’amore che ci rende tutti uguali; il desiderio di pace, di libertà e di amare ed essere amati, accumuna tutti, anche chi non vuole ammetterlo.
    E sempre trapela se, anche solo per un attimo, gli occhi s’incrociano…

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  2. “Perché all’improvviso i detenuti dalla facce dure abbassano il capo, piangono?”

    Si piange perchè sarebbe semplice e la facciamo difficile….si piange perchè quello che piace al mondo è vano.

    “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
    di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
    in sul mio primo giovenile errore
    quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,
    del vario stile in ch’io piango e ragiono
    fra le vane speranze e ‘l van dolore,
    ove sia chi per prova intenda amore,
    spero trovar pietà, nonché perdono.
    Ma ben veggio or sì come al popol tutto
    favola fui gran tempo, onde sovente
    di me medesmo meco mi vergogno;
    e del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
    e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
    che quanto piace al mondo è breve sogno.”

    F.Petrarca

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  3. -Quanto vale una vita?….
    La vita non ha prezzo ,essa ha un valore incalcolabile per ognuno di noi.Ma ce ne rendiamo conto sempre troppo tardi.

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  4. Perchè al’improvviso i detenuti dalle facce dure abbassano il capo,piangono?
    Forse perchè la durezza del loro cuore ha incontrato la misericordia di Dio e per una volta dopo tanto tempo sentono dentro di loro la fiamma viva dell’Amore.

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  5. E tu, cosa ti aspetti dalla vita?

    “Per divertirsi, non basta volerlo. Un bambola da quattro soldi fa felice un marmocchio per un’intera stagione, ma un vecchio sbadiglierà davanti a un gingillo costato un occhio della testa. E perché questo? Perché ha perduto lo spirito d’infanzia.“

    Georges Bernanos
    Diario di un parroco di campagna

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  6. Che cosa si aspetta un abitante di Regina Coeli da un uomo vestito di bianco, con una mantella d’altri tempi?

    La vicinanza di Dio, la testimonianza della lotta di Gesù contro il male non condannando ma risanando, magari lo sguardo di un amico, come Gesù agli apostoli: “Vi ho chiamati amici”.

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  7. Che cosa passa tra una guardia e un detenuto? Che avranno in comune, benché respirino la stessa aria? Che si diranno se i loro occhi s’incrociano, anche per un attimo?

    Forse il Vangelo è entrato nei loro cuori e nei loro sguardi ed entrambi hanno capito che esiste una sola verità: siamo tutti fratelli figli di un solo Padre.

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  8. Dicono che il vangelo esista ancora e si nasconda nelle pieghe della storia, dove nessuno ha il coraggio di guardare.

    Il Vangelo esiste ancora..ha un sapore,un profumo che possiamo respirare in ogni momento della nostra esistenza..si trova tra coloro che
    hanno sbagliato,tra gli umili,in quella parte di umanità che soffre e spera…nelle carceri come ai margini della città, dove ben pochi hanno voglia di volgere lo sguardo..L’idea che esistano dei “titoli” per ogni essere umano,di certo non è presente nel Vangelo..ma quella di trovarlo in un incontro, in una situazione,è importante per cogliere nuove possibilità di camminare insieme, alla scoperta della verità,e del senso profondo degli insegnamenti di Cristo.

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  9. Quanto vale una vita?

    Il prezzo della vita? E chi lo decide? Forse chi pensa di comprarla, quella dell’altro, decidendo e facendo i propri comodi a discapito di chi è più debole, o di chi è più povero e non può dire la sua, rendendolo schiavo di un sistema malato di egoismo e prepotenza, convincendolo che quella è l’occasione da non perdere, plagiando ogni pensiero e ogni emozione. Ma chi fa il prezzo non è solo l’acquirente, ma anche il ‘mercato’ che assiste muto alla trattativa, e acconsente indifferente e subdolo alle “condizioni di fornitura”

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