Intervista a Roberta Borsani

Intervista di Marino Magliani

Persuasori di morte (OGE, 2011) è il secondo romanzo di Roberta Borsani. Un racconto di potere regolato dal male, narrato da una Borsani che predilige per le sue storie una provincia piemontese che sa di corteccia e odori di muschio e pioggia. Ma qui la storia è grande ed è come se non si parlasse solo di provincia, ma come se l’Italia intera fosse una provincia. La provincia d’Italia. Il commissario Realis ama curare le sue rose, come una specie salvacondotto, di vaccino contro l’orrore che va conoscendo, mentre indaga sulla morte di Fiammetta Uslenghi, ragazza fragile.

– Cosa si può raccontare, Roberta, di questo romanzo popolato dal male, senza rivelare troppo?

Il cadavere di una ragazza dal passato borderline affiora da una palude. Testimonianze e indizi sono tutti contro un giovane sacerdote che qualche tempo prima ha avuto rapporti sofferti con la vittima. Ma il commissario chiamato a indagare sul caso presto si deve confrontare con la tenebrosa presenza di personaggi altolocati della zona, impegnati in un gioco perverso, difficile da smascherare per la gratuità delle sue motivazioni. Il gioco consiste infatti nello scegliere una vittima (il “topo”), metterla in condizioni disperate, suggerendole via via il suicidio come unica soluzione possibile. Lo scopo vero è “la conoscenza senza limiti e pudori e l’uomo vivo come materia di studio”, niente a che vedere con il movente com’è classicamente inteso. Nessuno ci ricava vantaggi materiali, benché l’ideatore del gioco cerchi di stimolare la passione e l’interesse dei giocatori invitandoli a scommettere sulle modalità e sui tempi con cui il “topo” si dovrebbe avvicinare al suicidio.
Il male è la scimmiottatura del bene, i malvagi della letteratura di tutti i tempi ce lo insegnano. La gratuità del bene si presenta a suo modo anche nel male, se è male vero. Come indifferenza, gioco fine a se stesso, in cui gli altri, il mondo intero, si riducono a forme di cartone. Io nel mio romanzo ho cercato di dire questo.

– Le rose, la passione di Realis, non sono solo coreagrafia.

Io le adoro, ma non ho il giardino giusto per poterle coltivare. Mi limito ad ammirare quelle bellissime nei giardini altrui. Nella mia infanzia ho conosciuto quella straordinaria fragranza che una volta, a maggio, riempiva le piazze e le strade, e non me la dimentico.
Purtroppo anche le rose oggi risentono del culto dell’esteriorità che ha investito tutti: più colori e sfumature ma niente profumo. Una rosa senza profumo è un’assurdità per me. Io, come Realis, amo le rose tradizionali.

– Ci sono cose ai margini del mondo che riconosco bene. Le osterie e i vecchi, gli odori di cibo che impregnano i tavoli.

Un ambiente un po’ retrò che resiste bene in Piemonte e di cui ho sentito molto il fascino da bambina. Mi piacciono molto i romanzi di Georges Simenon, perché ci ritrovo queste atmosfere. Vorrei che non si smarrissero mai.

– Far finta di niente e ignorare che Valter Binaghi è tuo marito sarebbe una cosa corretta, ma io non ci tengo ad alzare l’asticella della qualità di questa intervista. E allora ti chiedo quanto sia importante – o ingombrante – essere la moglie dell’autore de I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano. Mi spiego: in entrambe le storie c’è l’oscurità e la morsa del male che pare sempre azzannare lontano da noi, ma non è così, e c’è la maschera, la buona società con le sue crepe e il pus dentro le crepe. Le storie sono pienamente autonome, su questo non c’è dubbio. Eppure c’è questa ossessione dell’indagine sul male. Sei d’accordo? Quanto si parla dei propri libri e delle proprie storie con il compagno o marito narratore? Quanto soprattutto si rischia – fortunamente anche – di complementare mondi, progetti…

Io e Valter in generale parliamo molto, sicuramente ci scambiamo intuizioni, idee, emozioni, progetti. Ci hanno sempre affascinato gli stessi interrogativi, fin da ragazzi, le risposte però quasi mai sono le stesse, anche perché a me manca parte delle sue certezze. Che poi questo ci abbia portato a confrontarci entrambi sul quesito del male non è cosa così straordinaria, la domanda è antica ed è di quelle che restano sempre aperte. Vero che talvolta, leggendo alcune cose di Valter, mi sono stupita di riconoscervi lo stesso mio pensiero, e penso che dopo tanti anni di vita in comune un po’ di telepatia ci sia. La nostra sensibilità e di conseguenza il nostro stile sono però molto diversi e credo che tali resteranno, benché io consideri sempre preziosi, anzi, indispensabili, i suggerimenti che generosamente Valter mi regala.

– A cosa stai lavorando?

In questi ultimi due anni ho scritto parecchio sul simbolismo della fiaba, indagando le categorie del femminile alla luce anche dell’attualtà e della cronaca. Le fiabe sono come lanterne magiche, accortamente interrogate ci permettono di capire molti aspetti dei nostri giorni, indicandoci perfino la strada. Personalmente mi hanno aiutata moltissimo.
Ho in sospeso anche altre cose, che voglio riscrivere, ma non so che ne sarà. Ci sono lavori destinati ad uscire dal cassetto ed altri a rimanerci. E’ giusto che sia così.

4 pensieri su “Intervista a Roberta Borsani

  1. Un’intervista molto interessante dal punto di vista dello scambio di idee (tra Roberta e Valter)tenendo conto degli stili di scrittura diversi.
    Fare tesoro dell’arte (nella quale includo ogni tipo di lettura)è una gran cosa.
    Grazie a Marino che l’ha proposta e naturalmente a Roberta che l’ha rilasciata.
    C.

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  2. L’ossessione dell’indagine sul male è una delle delle ossessioni più salutari che conosca.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  3. Grazie a tutti voi, in particolare Carla, Roberto e naturalmente Marino, cui va tutta la mia riconoscenza.
    Roberta.

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