Eppure era ancora primavera

di Elisabetta Bordieri

“…..Lisa stava correndo a perdifiato da più di un’ora. Come se scappasse. La sensazione era quella, tanto era lo sfinimento. Non si voltò indietro mai. Ormai non sentiva più nemmeno il dolore alle gambe. Voleva solo sbrigarsi. La testa le martellava dentro. Ma tra poco sarebbe arrivata. Ancora poco e ce l’avrebbe fatta. Continuava a correre senza tregua. Ormai sapeva che le rimanevano poche forze. E soprattutto poco tempo. Corri Lisa. Corri. Non ti voltare. Corri. Guarda solo davanti a te. E corri. La notte sembrava non finire mai. Si dibatteva così tra un surreale sudore e le bianche lenzuola. Tra un sogno e la realtà. Come se le gambe sbattessero penosamente sullo spigolo del letto. Come se le braccia si dimenassero a tenere il ritmo costante di una sfrenata corsa. Come se la testa sembrasse una trottola senza carica. Ma non era così. Ogni parte del suo corpo giaceva nell’immobilità della stanza. E Lisa era persa dentro il divenire del suo sogno….. ” La sala d’attesa era deprimente, in realtà era un corridoio alle cui pareti, di un colore bianco spento, erano appesi dei manifesti posticci tenuti su da un adesivo poco efficace, le sedie, di un metallo freddo, erano lì una in fila all’altra, stanche e vuote e così sarebbero rimaste. Nemmeno i due tipi pensarono di sedersi. Erano lì da più da più di due ore e aspettavano. “…..per quanto ancora avrebbe dovuto correre Lisa non lo sapeva. Sapeva però che non doveva mancare poi molto. Sentiva che nell’aria c’era qualcosa di impalpabile, un sapore buono che le diceva che c’era quasi. Ed infatti poco dopo arrivò. Si fermò di scatto. Ogni sensazione di stanchezza svanì all’improvviso. Il suo intero corpo riacquistò le forze che sembrava non aver mai perso. Come se le sue gambe e le sue braccia avessero smesso di agitarsi nel letto al ritmo di un ballo senza musica. Ed il suo sogno prese le parvenze di una insolita realtà…..” Per un attimo parve quasi che i loro sguardi si incrociassero. Ma forse fu solo una sensazione, una brutta sensazione. L’uomo era fermo, appoggiato con una spalla al distributore di bevande e con le mani accartocciava nervosamente un pezzetto di carta, girandolo e rigirandolo tra le dita, riuscendo anche a formare qua e là qualche strana forma di oggetto. Il ragazzo, dall’altra parte di quella specie di sala, gli era di fronte e, a testa china, masticava a bocca aperta un chewing-gum che gli spuntava vistosamente fra un dente e l’altro rumoreggiando con lo scoppio delle bolle. “…si trovò di fronte ad una porta semi aperta. Come mai non era chiusa? Forse qualcuno l’aveva lasciata aperta per lei? Ancora Lisa non poteva saperlo. Piano la sospinse verso l’interno. Il cuore prese a batterle forte. E se non fosse stato così? Se avesse dovuto tornare indietro? In quel momento non desiderò altro. Cosa ci faceva lì? Perchè non era a casa sua? A quell’ora poi doveva trovarsi nel suo caldo e rassicurante letto a dormire. Ed invece il letto dove si trovava aveva davvero poco di rassicurante. La mano sulla maniglia della porta le tremava…” Il ragazzo si allontanò di qualche passo. Aveva un piercing sul sopracciglio sinistro e uno sulla parte inferiore del labbro, capelli neri lunghi a sfioragli il collo. L’uomo cercava di studiarlo. Il ragazzo aveva indosso solo una maglietta nera aderente a maniche corte che lasciava intravedere un fisico notevole. Lui li aveva sempre odiati quelli lì, quelli palestrati, quelli che non facevano niente dalla mattina alla sera, quelli che pensavano solo a divertirsi. Non come lui che da quasi trent’anni pensava solo a lavorare per dieci ore al giorno, solo alla famiglia, solo a Lisa. “…si calmò. Ancora la mano sulla maniglia appena abbassata. Fece per chiudere quando si trovò a fare esattamente il contrario. Qualcuno al suo posto aprì la porta. Ancora titubante la spalancò definitivamente. Quello che si trovò di fronte Lisa è qualcosa di inenarrabile. E la cosa assurda è che solo ora in quel letto maledetto poteva avere la percezione netta di cosa ci fosse al di là della porta. Chissà perchè non c’era il tunnel di cui tutti parlavano o la luce bianca abbagliante o ancora la musica soave raccontata da quelli che avevano varcato quella porta. Lisa non vide nulla di tutto questo…” L’uomo sembrava assente in quella sua giacca marroncina e un po’ vecchiotta. Chissà a cosa pensava. Il ragazzo si sentiva gli occhi addosso. Certo lo capiva, poveraccio. Si sarà sentito cadere il mondo addosso. Quante volte Lisa glielo aveva detto, e quante volte erano stati lì lì per mollare tutto. Ma lui non ci poteva fare niente. Quello che era successo non era stato previsto e l’imprevisto, si sa, è il sale della vita. E la vita è una. Ed una quanto unica era Lisa. “…si ritrovò catapultata in una notte buia illuminata solo da uno strano bagliore, lontano ma costante, la cui provenienza Lisa non seppe definire. Poi dolcemente fu sollevata su fino a toccare la notte. Una sensazione troppo forte. Quello che si dice toccare il cielo con un dito. Lisa stava toccando il cielo della notte. Un tocco leggerissimo di una consistenza molto densa. Provò ancora ad allungare l’indice della sua mano destra e lo ritrasse subito dopo. Sembrava come se ci fosse un morbido respingente con cui giocare a tira e molla. E poteva andare ancora più in su e oltrepassare quella densità aiutandosi con le sue braccia, quasi come ritrovarsi a farsi spazio in mezzo a mille lenzuola stese al sole senza mai trovare la fine. Presa da questo vortice di sensazioni si dimenticò delle stelle. Dov’erano mai finite le stelle?…” -Anche tu qui- disse l’uomo. -Certo, cosa credevi?- fece il ragazzo. Si guardarono. I loro occhi avrebbero dovuto lanciare fiamme incandescenti, ed invece erano occhi pieni di amarezza e poco disposti alla comprensione. -Non sarebbe dovuto accadere- ancora l’uomo. -Si, infatti- ancora il ragazzo. -Sarebbe bastato che tu non fossi mai esistito- riprese l’uomo. -Sarebbe bastato che tu l’amassi per davvero- rispose il ragazzo. -Ma che ne sai tu dell’amore? Che ne sai tu di una vita passata insieme? Che ne sai tu del dolore e della gioia da condividere ad ogni costo? Che ne puoi sapere di me e di lei?- si accalorò l’uomo. -Adesso lascia perdere- concluse il ragazzo. “…un cielo senza stelle non aveva ragione di essere. Poi in lontananza la vide. Vega era lì davanti a lei. Non era un puntino luminoso. E non aveva nemmeno cinque punte. Ancor meno era gialla. Vega era una sfera di gas che proiettava luci colorate ovunque intorno a lei. E si muoveva. Vega si muoveva e si stava avvicinando a lei. Le luci si fecero sempre più intense. Lisa poteva percepirne il calore. Poi iniziarono ad assumere strane sagome avvinghiate intorno a se stesse in una danza senza tempo. Una scia blu senza mai smettere di ballare la prese per mano e la attirò a sè. Lisa si lasciò condurre. Ormai…si ormai era dentro Vega.” Il silenzio tornò a farla da padrone in quella squallida stanza. L’uomo ed il ragazzo sapevano che le parole non avrebbero potuto risolvere niente. Di certo non avrebbero permesso a Lisa di alzarsi da quel letto di ospedale dove si trovava in coma da troppe ore. E poi, avrebbe mai potuto Lisa cambiare il corso delle loro vite? Possibile che era tutto concentrato sulla sua voglia di scappare via da se stessa e da loro? Ed ora, strano a dirsi, c’era riuscita. Si stava facendo tardi. Una notte maledetta quella, da prendere a calci e buttarla fuori da quella stanza. I due si fecero un cenno ed uscirono fuori a prendere una boccata d’aria prima di andare via. Quasi a voler allentare la tensione che inevitabile li avrebbe accompagnati da lì a sempre. Si guardarono ancora una volta. Solo il tempo di memorizzare qualche inutile particolare. Sapevano che non si sarebbero rivisti mai più. Senza salutarsi si allontanarono dandosi le spalle. Nessuna arma da scegliere, nessun duello da affrontare. Solo il peso di una notte buia come quella, solo il ricordo di un cielo senza stelle. Strano. Una sola stella brillava in alto nel cielo. Era molto lontana, ma sembrava emanare sprazzi di luci colorate. E poi quell’aria densa e calda da mancare il fiato. Strano. Eppure era ancora primavera.

7 pensieri su “Eppure era ancora primavera

  1. Penso che la fatica maggiore sia stata prima, per quei tre: fatica di vivere.
    Un caro saluto,
    Roberto

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