“Addio, Liguria”: franano le Cinque Terre care a Eugenio Montale

Articolo e foto di Marco Grassano (già pubblicati su AlibiOnline, qui e qui)

“Addio, Liguria”: franano le Cinque Terre care a Eugenio Montale
“Addio, Liguria, per i tuoi grandi paesaggi d’olivi
dove il colore in maggio è bronzo fiorito; per il verde
chiaro delle vigne di cui vivono anche in estate
le ardenti terrazze di pietra sollevate all’infinito sul mare…”
Vincenzo Cardarelli

Il sole di fine settembre balugina caldo sul mare in un crepitio luminoso mentre dall’uscita autostradale di Carrodano scendo verso Monterosso. Il mio albergo – Hotel Cinque Terre – è nella frazione Fegina, di fianco a Villa Montale. Scriveva il poeta:

La casa delle mie estati lontane
t’era accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano l’aria le zanzare.

Passeggio con gli Ossi di seppia in tasca come guida e compagnia. Indugio tra gli orti, mi trovo a “seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, sfocio “tra gli alberi dei limoni”. Passo ai vicoli del paese vecchio. Pranzo con soddisfazione al ristorante Alta marea e mi attardo a sorseggiare una prelibata grappa locale (“ohne eiss”, senza ghiaccio, come precisano ad ogni consumazione i numerosi turisti tedeschi che visitano il borgo) nella taverna vicina alla parrocchiale dalla facciata a strisce bianche e nere. Seduto al bancone accanto a me, Serafino, classe 1917, vecchio socialista, già assessore comunale ed ex operaio Shell, invalido al 100% dopo un’operazione alla gola, mi racconta la sua storia: gli oltre otto anni di guerra, dalla Spagna alla Liberazione; il fronte popolare (un errore da cui nacque l’anomalia politica italiana); l’amicizia con Pertini; l’impegno amministrativo, all’epoca gratuito e opera di puro volontariato…

Salgo la lunga scalinata fino alla chiesa dei Cappuccini per vedere la Crocefissione attribuita a Van Dyck, poi entro nel vicino cimitero. Mi intristisce, nella torre, la pietra sepolcrale di una certa Lia, mia coscritta, morta da dieci anni: cosa le sarà capitato? Trovo infine la tomba della famiglia Montale: le lapidi dei genitori del poeta – a destra Domingo, 1855-1931, e a sinistra Giuseppina, 1862-1942; altri famigliari sepolti ai lati; l’iscrizione rossa, in campitura azzurra e con una croce marrone, “Beati mortui qui in Domino moriuntur” (Apocalisse, XIV, 13); sul pavimento, una botoletta tonda, in marmo o pietra chiara, con incisi un teschio e la data 1893.

Percorro il sentiero aspro e suggestivo che arriva a Vernazza dall’alto, scende lento a rasentare l’ultimo piano della canonica (dove pochi mesi dopo sarà brutalmente ucciso il parroco, un mite studioso di teologia, per motivi che non si sono mai chiariti: forse aveva scoperto qualcosa che non doveva sapere e che toccava interessi importanti…) e poi cala improvviso nei primi vicoli. Il nome latino del borgo, Vulnetia, fa pensare a un vulnus, cioè a una ferita, un’offesa, una calamità. La chiesa, dentro, è in pietra grigia, ruvida, antica. Si entra da un uscio sulla piazza, si monta una rampa di scale alta più di un piano di casa e si arriva alla navata, abbastanza grande, con quattro pilastri per parte; l’abside, quasi cieco, si curva sullo stesso lato dove si apre l’ingresso inferiore, mentre, di fronte, il portone principale, sprangato, dà probabilmente su qualche vicolo inerpicato allo stesso livello.

Mangio una saporita focaccia di verdure sotto i portici della piazza, tinteggiati di un rosa così carico da rasentare il rosso terracotta, e proseguo la mia escursione. Un cartello collocato or ora comunica che il Parco Nazionale delle Cinque Terre è stato istituito con Decreto del 24 settembre 1999 e che l’area è Patrimonio Mondiale dell’Umanità (“World Heritage List”) tutelato dall’Unesco. Guardando in giro tra vicoli e vetrine raccolgo altre informazioni: il geologo Girolamo Guidoni, morto nel 1870, ha studiato a fondo la zona; il giornalista americano Rick Stevens ha dedicato alle Cinque Terre un ampio capitolo e la copertina della sua guida Italy; l’area marina di Punta del Mesco è caratterizzata dalla presenza di colonie di Gorgonia paramuricea clavata, mentre a ovest di Monterosso si può trovare una prateria di Posidonia oceanica e il Capo di Montenero, a est di Riomaggiore, è un coralligeno popolato dalla Gorgonia leptogorgia sarmentosa
Dodici anni dopo, mentre fango e detriti coprono i vicoli nei quali ho camminato, ritrovo le foto e i ricordi dell’epoca. Certo, i sentieri offrivano scorci di geologia e di botanica magnifici, colori, luci e trasparenze di grande intensità emotiva. Ma già allora si potevano intravedere i presupposti del disastro odierno. Sopra il borgo antico di Monterosso, colava il cemento recente di edifici incongrui (altro che “non si è più costruito dal 1966”!): “Troppe case con vista mare dove non ci dovevano essere case” ha opportunamente osservato qualche giorno fa il vicedirettore de La Stampa Massimo Gramellini. L’allora sindaco (andreottiano) di Monterosso era già vocato di suo alle “opere”, più o meno “grandi”, e voleva realizzare un parcheggio sul mare, allargando una piazzola già in parte “gettata” (il progetto, con tanto di simulazioni fotografiche, era esposto in Comune). Ma anche il Presidente del Parco, esponente del PD, è di recente finito in carcere per una gestione dell’Ente ritenuta, diciamo, “disinvolta”.

L’alluvione dell’estremo ponente ligure che si verificò nell’ottobre 2000 trovò come commentatore amaro e profetico Francesco Biamonti. Passati più di due lustri senza che quella lezione venisse recepita, è lo scrittore “dirimpettaio” Maurizio Maggiani a sfogarsi altrettanto amaramente: “Questo non è un angolo di paradiso violentato dalla Natura, ma un angolo di Natura violentato dall’uomo”; “Non serve piangere in televisione, come ha fatto il Sindaco di Monterosso, bisogna piangere sugli errori commessi e sulla propria malafede”; “Il Presidente del Parco è in galera… aveva fatto approvare una variante ai vincoli, per consentire la costruzione di trenta villette definite alloggi popolari… qui dove tutti hanno la casa, molti ne hanno due e qualcuno anche tre… E che dire della piscina di un albergo di lusso, realizzata a picco sul mare? Si è scelto scientemente di arraffare più milioni possibile costruendo un turismo mordi e fuggi che porta ogni anno milioni di presenze nel punto più delicato del territorio italiano, in un’area grande come un quartiere di Roma. Si è preferito guadagnare tantissimo e subito anziché guadagnare di meno, ma nel tempo. Nel giro di una generazione hanno spolpato fino all’osso una risorsa paesistica denominata Patrimonio dell’Umanità!”. Non posso che condividere totalmente le posizioni di Maggiani, autore attaccato a questa terra come il collega Biamonti lo era alla sua e al pari di Biamonti impegnato da tempo a denunciare lo scempio del territorio.

Troppo spesso la malafede di alcuni si sposa all’ignoranza (nel senso di “non conoscenza”) di altri, a tutto danno dell’ambiente, del paesaggio, della natura. Se un torrente esonda perché nel suo bacino sono aumentate a dismisura le aree cementificate e impermeabilizzate, e pertanto si è drasticamente ridotto il tempo di corrivazione, la colpa è, naturalmente, dei “verdi” che “non hanno lasciato togliere la ghiaia dall’alveo”. Se lo stesso torrente va in secca, perché l’acqua è stata derivata o pompata ad uso industriale o agricolo, ecco che la colpa è ugualmente dei “verdi” e della ghiaia che non è stata tolta: “Se si scava la ghiaia, l’acqua c’è!” (e certo: è acqua di subalveo, collegata alla falda sotterranea; ci mancherebbe che non ci fosse più nemmeno quella!). Insomma, si piange, si protesta e si minaccia per favorire, sostanzialmente, i cavatori, i quali a loro volta estraggono la ghiaia a beneficio di quanti vogliono costruire, costruire, costruire… Così il rimedio invocato finisce per coincidere con la causa del male.

Lo scorso anno, la classe di mia figlia (all’epoca, una quinta elementare) mi chiese: “Come mai la popolazione della nostra città non aumenta, eppure continuano a tirare su palazzi di appartamenti, che rimangono vuoti?”. Bella domanda. Ma come spiegare ai bambini che gli operatori economici, e quanti stanno “nella stanza dei bottoni”, tendono troppo spesso a confondere lo sviluppo (che può anche consistere in un aumento della qualità della vita grazie al miglioramento dei servizi messi a disposizione) con la crescita (incremento continuo del ciclo produzione-consumo-produzione, anche di beni inutili)?
Mi sono chiesto a lungo come sia possibile che persone dotate di intelligenza non indifferente, e di altrettanto cospicue conoscenze tecniche settoriali, si prestino a questo gioco, che offre benefici immediati per alcuni ma, più a lungo termine, provoca danni a tutti. Nessun filosofo, nessuno psicologo mi ha mai saputo dare una risposta. Finché ho letto il bel libro La creazione (Adelphi, 2008) del biologo americano Edward O. Wilson, dove si osserva che l’Uomo è una curiosa chimera nella quale una tecnologia da semidei si abbina a emozioni e ambizioni rimaste all’età della pietra. Insomma, siamo come dei bambini che hanno fra le mani un’arma micidiale. Qualcuno ci fermi, o ci faccia ragionare, prima che sia troppo tardi.
Marco Grassano

Didascalie:
– Villa Montale, in frazione Fegina di Monterosso al Mare
– La Crocefissione attribuita a Van Dyck, nella Chiesa dei Cappuccini
– La tomba della famiglia Montale al cimitero di Monterosso
– Il centro storico di Monterosso dal sentiero per Vernazza: nella parte alta della foto, alcune costruzioni “inopportune”
– Vernazza dal sentiero di Monterosso

Un pensiero su ““Addio, Liguria”: franano le Cinque Terre care a Eugenio Montale

  1. ECHI DI SPUME

    Cinque terre

    Afrore salmastro di reti:
    sulla proda
    tra gozzi distese
    e nasse
    s’asciugano al sole del tramonto.

    Echi di spume
    si perdono
    nei vicoli angusti,
    tra scalcinati muri
    bianchi di salino.

    Richiami di voci
    nei vicoli scuri:
    sbattere d’usci,
    sommesso parlottare
    nelle case
    corrose dal vento di mare.

    La risacca
    tra gli scogli borbotta:
    echi di spume
    “lontanando”
    muoiono nei vicoli.
    *
    Giorgina Busca Gernetti
    Da “La luna e la Memoria”, Genesi, Torino 2000

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