“Soglia d’amore”, di Monica Pareschi

[Sono particolarmente lieta di pubblicare questo racconto di Monica Pareschi, una tra le più apprezzate e capaci traduttrici editoriali italiane. Se volete avere un’idea di massima delle autrici e degli autori che ha tradotto, vi invito a leggere la nota biografica alla fine del racconto. Monica Pareschi è una donna che lavora con le parole degli altri e che, una volta di più, dimostra attraverso le sue parole che grande scuola di scrittura sia la traduzione. Soglia d’amore è un racconto cui tengo molto, che amo molto, di un amore razionale e viscerale al contempo. L’immagine a sinistra è La fine del mondo, di Leonor Fini.G.C.]

di Monica Pareschi

Un brusio d’insetti. Forte. Come quando cerchi i canali col telecomando. Una tempesta d’insetti. Nero e materia stellare. Lampi. Esplosioni. Un po’ di rosso. Come quando si strizzano forte gli occhi premendoci sopra le palme delle mani. Ma il suo occhio è aperto adesso. Contempla quest’ultimo paesaggio galattico. L’occhio rimasto scruta nel buio. Un occhio cieco, un occhio buono. Sulla soglia.

Qualcuno, sulla soglia.

“Ciao… Ciao… Siamo noi…”

La chiave entra e gratta nel silenzio che la strangola, le voci recitano l’allegria. Cigolio di porta, bisogna darci l’olio, e poi la gragnuola dei tacchi sul marmo, lo scatto degli interruttori, la lama di luce che scivola sotto il battente e taglia un triangolo bianco sul pavimento. Sei al buio, si scandalizza la voce di quella che guida la truppa, che irrompe e poi spiega: La nonna è al buio. Braccia protese, pratica, un po’ ansante, si avvicina vivamente alla finestra e con grandi gesti capaci si appende alla cinghia della tapparella: un po’ ginnasta e un po’ infermiera.

Tu-tu-tu-tu-tun, hai visto che bella sorpresa, tu-tu-tu-tu-tun, avete visto la nonna ragazzi, i ragazzi sono sempre di fretta, solo un salutino, sedetevi ragazzi, come stai, no, ferma, non ti alzare, non ti alzare ho detto. Si affanna, anfitriona, con cuscini e lampade, spiana, sprimaccia, aggiusta, smorza e accende, raddrizza, blocca. E poi finalmente crolla, oh, là, si sistema, fruga nella borsa, fa cadere l’accendino, lo recupera, aggrotta le sopracciglia, accende dolorosamente una sigaretta, aspira, s’ingolfa, tossisce, lacrima, espira, inspira, sospira, e finalmente è pronta: Come stai?

Uguale, dice l’altra, con gli occhi che parlano — uguali gli occhi. Fasciato nella vestaglia stretta il corpo è una manciata bislacca d’ossa, membra affastellate, spolpate e grosse alle giunture. Nelle giunture, nell’attacco, sembra raccogliersi una forza pazzesca. Anzi, in pratica il corpo è ancora tale solo in virtù di quei nodi, di quegli incastri.

Ma le applicazioni, insiste l’altra, ti avranno pur fatto qualcosa le applicazioni. Non hai male come prima.

Come prima no… perché non mi muovevo più, eh…

Vedi allora…

Come prima no, ripete la vecchia, compunta come una scolara. Ma certo le gambe…

Le guarda — con l’occhio — scuotendo un po’ la testa, guarda quelle due cose morte e secche che avvallano appena la stoffa celeste malato della vestaglia, la depressione nel mezzo e i due picchi aguzzi dei ginocchi. E in fondo, insaccati nei calzettoni, i piedi che quasi scoppiano nelle pantofole di feltro rosso col rialzo. Quei piedi, non riesce a farci pace. Non è come col resto, le ossa, le vene, la cute che luccica in mezzo ai capelli quando viene la pettinatrice e la mette davanti allo specchio. Quei piedi sono il suo insulto.

Eh, le gambe, ripete l’altra. Ma pensa che c’è di peggio. Tanti mali… Almeno il tuo è lì, circoscritto. Sai che cos’hai. E poi l’età, per il resto stai bene, non si può pretendere. (Un tantino aggressiva, adesso).

Sì, conviene la vecchia, non posso pretendere, per quello… e gli occhi scivolano, tutti e due, sembra assopirsi, poi di colpo si scuote, si pencola in avanti e storcendosi tutta piega il braccio all’indietro, verso il fondo della schiena, e tirando il collo segue tutto il movimento con gli occhi girati al massimo nelle orbite: una posa astrusa da discobolo. Le sopracciglia a tettuccio, sollevate fin quasi all’attaccatura dei capelli, le danno un’aria mattacchiona. Mostra la sede delle applicazioni.

Me le facevano qui… e qui. Per fortuna, aggiunge, digerisco benissimo.

Digerisci tutto, l’aggredisce l’altra, meglio di me. Anche i peperoni. Anche le cipolle. Il merluzzo con le cipolle. Hai uno stomaco di ferro, rincara.

Eh sì, ammette la vecchia, civettuola. Mai avuto problemi col mangiare.

E neanche col bere!, sbotta sua nuora, sporgendosi pericolosamente in avanti. Pare che voglia mangiarsela. La vecchia si bea per un attimo, regale al centro del salotto, e il corpo pelleossa, spiaccicato nella grande sdraio a fiorami verde e giallo — sto bene solo qui, con la mia schiena — il corpo ha un guizzo. Un guizzo malevolo, a ben vedere.

Per un po’ rimangono tutti a fissarla imbambolati, come una tarantola: la nuora, i nipoti, il marito della nipote grande, che non c’entra nulla ed è il primo a schiarirsi la gola, a battere i tacchi. Incominciano pian piano a parlottare tra loro, università, computer, vacanze, impegni, spostamenti: un ronzio cifrato. Ma la vecchia, imbaldanzita, riprende.

Si mangiava male in clinica. Se non c’eri tu, Marisa, a mandarmi le cose. Che buono il minestrone. E il coniglio. Mi mancava solo un bicchiere di vino.

Ah, be’, dice l’altra rabbonita dal complimento, perché la vecchia ci sa fare. E cos’hai mangiato oggi.

Brodo. E carne.

Brava. E stasera ti fai il tè.

Sì. E poi vado a letto. Non dormo, sto lì.

Ma se te lo dico sempre di non andare a letto presto. Nei vecchi l’insonnia è normale. Stai un po’su, no, guarda la televisione.

Oh, mi stufo. Sempre le stesse cose. Tutte quelle ragazze mezze nude che sgambettano. Pippo Baudo… (Ma in effetti le ragazze che sgambettano. Che sembra si spacchino e poi tornano normali, come se niente fosse. E lei che quando decide di alzarsi deve pensarci dieci minuti, a come mettere i piedi).

E tu guarda i film, no.

Eh, i film. Col mio occhio… Mi sembra di vederci ancora meno, da quando sono tornata. E poi sai, Marisa, dopo un po’… non mi ritrovo. Cos’ha fatto questo, cos’ha fatto l’altro… E allora mi stufo e spengo. Come per le cose, sai, che non mi ricordo più dove le ho messe. Ma questo è il meno. A volte mi capita anche che non so più se una cosa è già successa o deve succedere, e poi anche…

Siiì?, fa Marisa, sinistra.

La vecchia agita le mani davanti alla testa, per spiegarsi. Tiene la bocca un po’ aperta, nello sforzo. Brancola, per pescare le parole dalla pece dove si sono incagliate.

… come qualcosa che si stacca… come un foglio… che gira dentro la testa… una pagina.

Frr, fa voltando con la mano orrenda una pagina immaginaria davanti alla fronte.

Marisa gira intorno uno sguardo sapiente e trionfante. Ecco, ci siamo, ve l’avevo detto.

Sono solo una povera vecchia, pigola la vecchia.

Maledetta ipocrita, pensa Marisa, eppure in clinica mi hai costretta a cambiarti le mutande, e c’era l’infermiera per questo.

Bisogna fare il bagno, annuncia al mondo, già che c’è. Domani bisogna fare il bagno alla nonna.

La vecchia, è sicura, già gongola alla prospettiva di abbandonare le sue nudità svuotate alle mani sue e di Tessy, di mostrare alle due ancelle cosa può diventare il corpo di una donna. Marisa a volte riferisce di questi lavacri alla figlia di mezzo, una ragazza levigata e bionda che rabbrividisce visibilmente. Mi ha disgustato, le sussurra, mentre l’altra storce la bocca in smorfie, poi ride e glissa.

Quando lo racconta a Giulio — con la mia fissa dello sporco, figurati — lui fa quella faccia da oracolo e dice solo: Nemesi.

Di colpo la vecchia snuda un avambraccio e poi l’altro. La pelle dal gomito al polso forma una serie impressionante di drappeggi, sottili e friabili come le ali di un insetto morto. Nel cavo sformato del gomito risaltano due fieri bolli color prugna.

Mai presa un’influenza, dice. In clinica, vado a prendermela. Dovevo tornare a casa la settimana scorsa. Ma col febbrone… Toh, mi hanno perfino fatto le flebo…

E gira intorno gli occhi terribili, a conferma.

Adesso glielo dico, s’incarognisce Marisa.

Non hai avuto l’influenza, esordisce piano.

La vecchia, risoluta, fa sì con la testa, gli occhi due pietre.

TU NON HAI AVUTO L’INFLUENZA, sale di un tono Marisa, come se istruisse un idiota.

Mamma, per favore, dicono gli occhi della figlia grande, che ha scorto un lampo di gioia selvaggia nello sguardo della madre.

TU NON HAI AVUTO L’INFLUENZA…

Come il gatto col topo, pensa il marito della figlia di Marisa, e infila due dita nel colletto della camicia, preparandosi.

Il figlio di Marisa prende una caramella.

La figlia di mezzo armeggia col cellulare.

Il figlio di Marisa scarta lungamente la caramella.

La figlia di mezzo fa bip bip bip e non trova nuovi messaggi.

Tosse, dice Marisa alla fine. Una brutta tosse. Due linee di febbre non sono influenza.

Ischemia, recita dentro di sé, come un rosario. Atassia cerebellare, lacuna talamica, difetto piramidale a predominanza crurale, lacuna della corona raggiata, lacune nei nuclei grigi centrali. Edema papillare. Dopo il colloquio col medico, l’altra mattina, è tornata a casa e ha consultato il testo di neurologia di suo figlio Gianluca, secondo anno di medicina, al capitolo Accidenti vascolari cerebrali. Lui, il medico, non era stato per niente chiaro, e Marisa non se ne era stupita più di tanto. Un ragazzo sotto i trent’anni — Marisa reprime infastidita il pensiero Potrebbe essere mio figlio — col fanatismo acerbo di chi crede sempre in quello che fa, con la dura idiozia di chi ancora crede. Le ha mostrato i muscoli.  Le ha sparato addosso il suo gergo iniziatico da trenta e lode.

Per lacune, ha spiegato sorridendo schifato a quella parola così domestica, per lacune noi intendiamo piccoli focolai di disintegrazione parenchimale, formanti una cavità ben delimitata da 1 a 4 millimetri di diametro, che appartengono alla patologia degli ipertesi dopo i 50 anni di età (A questo Marisa aveva riso come per obbedire a uno scherzo). Risulterebbero dall’occlusione di un’arteriola il cui lume è ostruito per la necrosi ialina della parete. Si trovano preferibilmente nel nucleo lenticolare, nel ponte, nel nucleo caudato, nella capsula interna e nella corona raggiata. Quando sono molto numerose, crivellando i nuclei grigi, realizzano lo stato lacunare.

Ma, aveva chiesto a questo punto Marisa, crivellata. Ma… che cosa dobbiamo aspettarci?

Il ragazzo aveva incrociato le mani come un prete e incontrollatamente Marisa si era chiesta che effetto dovevano fare due di quelle dita lunghe e bianche, con le unghie perfettamente smussate, inserite nella sua vagina. L’aveva guardata a lungo, prima di parlare, la pausa di un giudice prima di pronunciare la sentenza.

Noi- non- lo- sappiamo, aveva sillabato.

Poi aveva continuato, inflessibile: Noi- siamo- medici- non- indovini.

Capisco, aveva detto Marisa. Io non le chiedo certezze, ma… un possibile decorso… secondo la sua esperienza… in termini di tempo…

E si era vergognata immediatamente.

Vede, aveva cominciato lui di malavoglia. L’episodio che ha colpito sua suocera è, in sé, di entità abbastanza irrilevante. Dal punto di vista semiologico… I sintomi che abbiamo riscontrato, si è corretto notando il moto di insofferenza della sua interlocutrice, i sintomi non sono per niente vistosi. Un episodio confusionale, dovuto alla puntata ipertensiva, che ha provocato un leggero obnubilamento intellettivo accompagnato da afasia transitoria e da una violenta cefalea. In seguito abbiamo notato una certa irritabilità, qualche disturbo dell’attenzione e della vigilanza, un rallentamento dell’attività, qualche disturbo della memoria, qualche difetto delle funzioni simboliche… Insomma, nessuna manifestazione brutale.

A me, scusi, è sembrato che facesse i capricci. E poi dice cose terribili. (Figa marcia, l’aveva salutata al suo arrivo in clinica).

Be’, dice lui con un sorriso storto e un gesto vagamente ecumenico delle mani. Diciamo che rientra nel quadro.

Mia suocera, spiega Marisa, vive sola da anni. Da quando è morto il marito. Ha una donna delle pulizie tre volte la settimana, che le prepara da mangiare anche per gli altri giorni. Io passo a trovarla un giorno sì e uno no, per vedere se le serve qualcosa. Quando occorre ci vado con la donna. Per lavarla, sa. Mio marito le telefona tutti i giorni. Una volta al mese la porta al cimitero. Il mese scorso abbiamo festeggiato il compleanno. Novantadue. A casa mia. Coi ragazzi. È ancora lucida. Quando vuole. Tiene ancora i conti. Una persona fissa non la vuole, dice che non le serve. Potrebbe permettersela… La verità è che non è mai stata una persona socievole. Tiene alla sua privacy, come dire. Io e mio marito abbiamo discusso di un eventuale ricovero… soggiorno, anche temporaneo, in una casa di riposo, una residenza per anziani… un centro privato, magari. Con un’equipe fisioterapica specializzata. Sarebbe un vantaggio anche per l’artrosi. Ginnastica, applicazioni…

Annaspa, Marisa. Mentre parlava ha notato il sorriso sadico e sprezzante del ragazzo.

Certo, lei fa il suo dovere, signora. E ha la coscienza a posto. Ma forse sua suocera vuole, ha il diritto di passare gli ultimi mesi… o anni che le restano in un ambiente a lei familiare, tra facce amiche. Non sarà un po’ di ginnastica passiva, un po’ di ionoforesi  a cambiare la qualità della sua vita. Qualità della vita che è già drasticamente ridotta dalla condizione di anzianità. Che non è, si badi, una patologia in sé. Lo è agli occhi di una società che vuole delegare alle strutture mediche, pubbliche o private, compiti che a queste strutture non competono. Un modo di estromettere dalla famiglia tutta  una serie di realtà scomode, che si ritengono, a torto, ingestibili. La cura dei vecchi. La nascita. La morte. La malattia terminale. La malattia psichica… E così si delega…

Io non delego nessuno. Solo…

 Sarò franco con lei: gli episodi difettivi che hanno colpito sua suocera sono generalmente regressivi. A parte la lesione alla retina. Ma la regressione apparente maschera una progressiva disintegrazione delle funzioni encefaliche, che, a scadenza più o meno breve, si manifesterà con disordini permanenti.

E cioè?

Oh, la casistica è varia. Possiamo prevedere le manifestazioni più frequenti… riso e pianto spastico, disartria, disturbi della deglutizione, abolizione del riflesso del velo. Disturbi che si inquadrano in una più complessa disorganizzazione della motilità: marcia a piccoli passi, astasia abasia, disturbi del controllo degli sfinteri…

Insomma, quanto può durare, le scappa.

durare?!

Sì, perché toccherebbe a me, sa, solo a me. Non vuole nessun altro. È già tanto che faccia entrare in bagno la donna. Ma tra noi non c’è confidenza. Con mia madre sì, sarebbe diverso. Non ci siamo mai piaciute. Non voglio farle mancare niente, ma… E poi, ci sono ancora i ragazzi, a casa. Due cani…

Oh, ride lui — ride di cuore. Capisco. Lei giustamente si preoccupa per la sua vita, e per quella del suo nucleo familiare, che include due cani ma di cui sua suocera, evidentemente, non fa parte. Sì, certo: ma attenzione! Grazie al progresso scientifico negli ultimi decenni la vita umana si è allungata notevolmente, e l’aumento della popolazione anziana pone gravi problemi… alla società, d’accordo, ma anche e in primo luogo alle famiglie. Lei vorrebbe delegare ad altri…alla struttura pubblica… ai medici… allo Stato…

Le ho già detto che non delego…

…decidendo per sua suocera, in sua vece… interpellandola, naturalmente. Oh, sì, persuadendola che quella è la cosa migliore, per lei… Ma, vede, di questo passo, sappiamo che si apre la strada a una serie di soluzioni sempre più drastiche, fino alla soluzione finale…

… Soluzione finale?!

… del problema. Eutanasia. Aborto. Manipolazioni genetiche. Eliminazione di soggetti devianti, e i criteri di devianza, del tutto arbitrari, saranno via via stabiliti da…

E qui Marisa boccheggia, avvampa, teme quasi di avere un mancamento. Pietà. Ho tre figli, le vortica in testa. Un solo aborto. Spontaneo. Il gatto con la peritonite felina me lo sono tenuto in casa tre mesi prima di fargli fare la puntura. Gonfio come un pallone. Un pallone di pelo. Strisce di cacca dappertutto sul pavimento. Ma lei, quel corpo, membra aggrovigliate, pube spelacchiato, bava rigurgiti merda, no.

… perché quando l’uomo, approfittando dei progressi della scienza, pretende di essere padrone della vita… padrone della vita…

È certa di aver letto questa espressione sui giornali degli ultimi giorni. O forse era: signore della vita?

…ma noi medici abbiamo il compito, sempre e comunque, di difendere, di conservare la vita 

umana, ha concluso rabbioso. Ad ogni costo.

Pietà di me, pensa Marisa, che vivo senza amore. Che sento il fiato di mio marito nel letto, la puzza degli altri nel bagno, pietà dei miei capillari rotti, delle mie caldane, della mia colite, della mia cistifellea, dei miei ponti e dei miei innesti, della mia vagina secca e dei miei cerotti, pietà. Pietà del mio seno, che vorrebbe la tua bocca.

Invece dice:

Non lo sa vero? Non si è accorta di niente…

Ed è bene che continui a non saperlo, dice lui guardandola dritto negli occhi. A quell’età, spesso, la morte arriva quando si abbassa la guardia, per stanchezza. Non saperlo la aiuterà a riprendersi. Le abbiamo detto che ha avuto la febbre…

Stronzo, ha pensato Marisa. Mica te la devi beccare tu. Mica devi spogliarla, lavarla. Poi si è accorta che lui la guardava come si guarda una donna.

Ni le soleil ni la mort se peuvent regarder fixement, pensa allegramente Marisa uscendo dalla clinica, mentre una sciabolata di sole invernale la obbliga a schermarsi gli occhi con la mano. Nel naso ha ancora l’odore verde del lisoformio e il tanfo caldo e fitto della malattia. Dopo il colloquio col medico ha attraversato di gran carriera i corridoi della clinica, ticchettando spavalda sui tacchi, poi quasi correndo, i lembi del cappotto in danza, una donna elegante e ancora attraente nonostante tutto, piacente, come si dice, incastonata nelle sue stoffe morbide, nei suoi aromi di crema e cipria, la sua aura. Via, via, giù per lo scalone solenne e curvo, incrociando suore dai cappelli alati, e lungo altri  e altri corridoi dove si aprono camere di malati, cucine e mense, e una stanza chiusa con un’insegna affissa alla porta  che dice: SVUOTATUTTO. Di corsa, negli occhi una scia di cose che si confondono e si mischiano, eppure fa a tempo a registrare tutto, tutto si imprime dentro di lei, la folgora, un fotogramma dietro l’altro: i letti cromati nelle stanze aperte, parenti dalle facce grigie in piedi ai capezzali o sulle porte, le carrozzelle parcheggiate in un angolo, una sedia di formica verde e i piedi di ferro accostata al muro, un inserviente in grembiule verde che viene avanti spingendo un carrello, in una camera una vecchia su un letto con gli occhi chiusi e le labbra raggrinzite come un ano sopra le gengive, sacchi di rifiuti aperti pieni di batuffoli di cotone insanguinati, garza pelle croste e altri cascami, malati scarmigliati in pigiami arricciati enfi svuotati, bacinelle di cromo, sputacchiere e forbici, pile di piatti sporchi di salsa, arti ingessati, dita di piedi che fanno capolino, padelle. Svuotatutto.

Sulla soglia Marisa si scrolla come un cane, attraversa la strada come una liceale, viva sana e intera sotto i vestiti, compra fiori, entra in un bar, ordina un prosecco e sfoglia un articolo sulle nuove cinquantenni. Donne sulla soglia. E sotto i consigli sulle ultime terapie ormonali, sulla dieta ricca di calcio, sugli antidepressivi più efficaci, sul sesso in menopausa. Mentre posa il calice sul banco si accorge di una macchiolina rossa sul polsino della camicia. Lea — si sorprende a chiamarla Lea, un nome da cane, pensava da ragazza, si sorprende a chiamarla — Lea l’ha costretta a lavare le posate unte nel lavandino del bagno e uno schizzo di pomodoro l’ha raggiunta proprio lì, sul polsino di seta. Lea con le sue tirannie. Stronza fino all’ultimo. Lea è a letto adesso, col cervello bucato, il suo occhio perso e il suo occhio buono. E lei ha cinquant’anni e appena un po’ di grasso attorno alla pancia e sui fianchi, e caviglie sottilissime. Quando sta bene, come adesso, quel grasso le si adatta perfettamente addosso, le dà un che di solenne. Un abito da cerimonia: sontuoso, un po’ scomodo. Cinta da quella veste di carne adesso lei è un’oca liscia e grassa, un cigno che taglia l’acqua scura, sovrano. Quel ragazzino bacchettone e  presuntuoso con le sue lunghe dita. Ah, quelle dita. Marisa butta giù l’ultimo goccio di prosecco e pensa che stanotte farà l’amore con Giulio.

Da quando è tornata a casa, Lea, con l’occhio buono, vede le cose un po’ spostate, come se fossero sempre lì lì per scappare. Per fermarle si aggancia ai loro contorni, fissa i perimetri finché iniziano a tremare, come sotto ondate di calore. La colonna del tavolino. Il bracciolo ricurvo della poltrona. Lucido, lucido. La lampada col suo chiarore giallo. Le cose, il loro duro mistero. Le persone non hanno mistero. Suo figlio, i suoi nipoti. Carne estranea. I suoi nipoti che la baciano cauti e si ritraggono immediatamente dal suo alone rancido. Quel puzzo, lo sente anche lei. Per quanto si lavi, per quanto la lavino. È attaccato, ma non sulla pelle. Viene da dentro, a zaffate. Un ristagno di acqua immonda, bile, fiele. Rigaglie. Suo figlio non lo ha mai amato. Amava suo marito, lei. Un mistero. Ecco, l’amore è un mistero. Marisa…  Marisa è come lei. Per questo si odiano. Marisa col suo corpo in piena battaglia. Le ha detto il fatto suo. Lea ascolta il moto dei suoi intestini, e quel barbugliare acqueo le fa compagnia. L’infinita beatitudine di abbandonarsi all’onda del corpo, lasciando che il corpo strabocchi, deragli, si sfaldi. Un godimento che non ci si è mai permessi. Svuotare la pancia al mattino, quando ci riesce. Ruttare a bocca aperta. Dire cose che mai. Gridare il suo nome ridendo. Lea. Lea. Schizzare d’acqua Marisa che le fa il bagno. Abbrancarsi al suo collo, non coprirsi. Consegnarsi all’acqua tiepida. L’acqua che entra in tutti buchi, in tutte le pieghe. Le mani morbide della filippina, gli occhi tirati che fanno pensare a uno scampanellio, che mettono allegria. Ci sono ancora le cose.  Tra un’ora il suo pranzo in cucina, il padellino coperto già sul gas e dentro i pezzetti di carne fredda con le croste di pomodoro rappreso sopra, molto pomodoro, come piace a lei, e larghi occhi di unto. Basta aggiungere un po’ d’acqua sul fondo e scaldare a fuoco basso. Si puntellerà sul piano della cucina con una mano e con l’altra smuoverà i pezzi di carne nel padellino, con la forchetta, e l’odore acido e succulento le entrerà nei capelli. Il suo stomaco ancora intatto, la lingua, la gola. Il boccone sulla lingua, la patina grassa in bocca e il vino rosso e asciutto che lava giù tutto. Tra le gambe è morta da un pezzo. È giustizia, questa. E nella testa quel frr, quel foglio che trema e fruscia per un attimo e poi ricade, si volta. Frr, la memoria.

Fare il bagno a una vecchia è una faccenda complicata. Anche per due donne forti, come lo sono Tessy e Marisa. Più semplice sarebbe metterla a mollo e amen, e poi passarle addosso la cornetta della doccia, ma Marisa è fatta così: le cose o non le fa, o le fa come si deve. Lavare, fregare, dappertutto. Bere l’amaro calice, fino in fondo. Che poi non si dica che lei è una che si tira indietro. Sollevare, allargare, tirare. Tutte quelle ossicine friabili, pronte a sbriciolarsi. Quelle braccine e gambine che non ti seguono, come le zampe di un passero stecchito. Lea non collabora, tutto quello che sa fare è lamentarsi perché l’acqua è troppo calda o troppo fredda. Marisa usa la spugna, con metodo: sopra sotto, in mezzo, labbra serrate, occhi furiosi, attenta agli schizzi. Tessy invece attacca Lea a mani nude, senza fretta, passando e ripassando soprattutto sotto le ascelle e tra le gambe, con quel sorriso asiatico perenne, come quando il cane piccolo ha fatto pupù in cucina e Marisa imbarazzata è corsa a pulire e lei era già a terra con la Scottex e il lisoformio e i suoi giulivi faccio-io. E adesso, angelica: Signora Lea, pazienza… adesso quibene-bene…tutto fatto…

Poi la estraggono, in qualche modo, e la piazzano sulla sedia che hanno approntato. Ingolfata nel grande lenzuolo di spugna bianca, coi piedi che non toccano terra, Lea è una grossa e terribile bambina. Marisa le dà le spalle per cercare il borotalco. Non ha bisogno di girarsi per sapere come ride quell’occhio.

Marisa ha fatto l’amore con Giulio. Hanno armeggiato nel buio della stanza, mescolato i loro fiati odorosi di dentifricio — quello di Giulio un po’ ulceroso — la stoffa dei pigiami — flanella Marisa, cotone Giulio — odori e umori risaputi che il letto cova e rilascia ad ogni smuoversi di coperte. Hanno strofinato e leccato, strizzato e allargato, pizzicato e impugnato, con metodico amore. Si sono concentrati, spremendosi le meningi e continuando a incastrarsi, ciascuno pescando scampoli di pornografia privata dalla propria testa, girandole di culi lisci dilatati Giulio, generici orifizi luccicanti Marisa. Poi Giulio è venuto con una serie crescente e ritmata di emissioni d’aria, grandi boccate sonore un po’ doloranti, come di sforzo. Marisa, a cavallo di Giulio, ha finito come una furia, come se strappasse qualcosa, facendo cozzare le pelvi contro quelle di lui, facendogli male. Poi è smontata e ha aspettato ferma il rigurgito rancido tra le cosce, il rivolo estraneo, tiepido e poi subito gelato che le avrebbe incrostato la pelle come una filigrana. È stato allora che ha pensato ai bambini, al sudore aspro che gli impastava i capelli sulla fronte quando erano piccoli, modellandoli in piccole ciocche flaccide e appuntite, la pelle della fronte trasparente e lucida come cera, lei che li acchiappava quando avevano finito di giocare e gli cacciava il naso addosso, tra le pieghe di carne grassa e liscia, bambini sporchi, odore di bambini sporchi, la sua pelle che beveva quel sudore, avida, il sudore che le si gelava addosso. E dopo il bagno con le gocce, le paperette, lo shampoo che non brucia gli occhi ma un po’ sì, invece, le dita nell’ombelico, nelle orecchie. Quando i bambini erano ancora lei. Allunga la mano verso Giulio, per dirglielo, ma Giulio dorme, chiuso nel suo corpo duro e muto che non sa. Fa’ che io muoia prima di Giulio, chiede Marisa al buio. Si chiede se è questo l’amore, o solo la sua soglia.

Mentre gli altri parlavano Lea si è addormentata. Svuotata di ogni espressione, la faccia è una maschera grottesca e divina. È strano, pensa Marisa, che non l’ha mai considerata intelligente —  bisognava vederla, quando c’era ancora suo marito, se ne stava lì di fronte a lui, lui alto alto e lei piccolina e già un po’ insaccata per l’osteoporosi, a guardarlo da sotto in su,  ferma e zitta e fremente come un cane, pronta a scattare, raccontava con disprezzo, e infatti lei privatamente l’ha sempre chiamata così, Il Cane — è strano come questa faccia esprima adesso una sua speciale sapienza, il senno imperscrutabile degli idioti.

Si alza e chinandosi su di lei la punge appena con le dita, senza toccarla.

Noi andiamo, noi andiamo… Lea…

Qualcosa si raccoglie dentro Lea, preme dal petto, gonfia le guance, la gola, le labbra, le palpebre chiuse, una forza, una spinta, un rigurgito, aria acqua o peggio, tutto pronto a sboccare. Il busto scatta su, s’impenna, mentre Marisa si ritrae come davanti a un rospo pronto a schizzare il suo veleno.

VECCHIA!, esplode da Lea, insieme a spruzzi di saliva lacrime muco, un gran getto. BRUTTA VECCHIA!, e poi annientata dal suo stesso impeto si sgonfia e ricade.

Nonna, chiama la figlia di mezzo.

Mamma, dice lo studente di medicina.

Marisa, azzarda il marito della figlia di Marisa.

Niente, dice Marisa. Non è niente, la nonna non si sente bene. E le trema lo stomaco.

Sto benissimo, boccheggia Lea. E si abbranca forte al collo della nipote sposata che si è chinata per sfiorarle la guancia, la tira giù.

È vero, sussurra Marisa ai ragazzi, avviandosi con loro verso l’ingresso. Non è mai stata così bene.

Poi la sentono, sentono lo stropiccìo secco dei passi e il clop-clop del bastone sul pavimento, e lei appare, piccolissima e spettrale nel riquadro della porta.

Marisa, dice imperiosa. Il bagno, domani.

Sì, dice Marisa, senza rendersene conto. Torno domani, sì. A farti il bagno.

Frr, fa Lea alzando la mano. Un frullio di uccelli, la sera.

E rimangono ferme, tutte e due. Sulla soglia. Stupefatte.

[Monica Pareschi è nata in Piemonte e cresciuta a Milano, ha un’antica laurea in Lingue, dai ventitré ai trentatré anni ha viaggiato troppo e male.  Dal 1994 si sforza di star ferma, come vuole la sua natura. Abita con suo figlio in una casa piena di porte che spera definitiva, traduce letteratura e collabora con diverse case editrici. Tra gli autori che ha amato tradurre ci sono Doris Lessing, Willa Cather, James Ballard, Bernard Malamud, Alice McDermott, Muriel Spark, Shirley Jackson, James Hogg, Margery Kempe. Quando glielo propongono insegna traduzione all’università e ogni tanto scrive di suo].

20 pensieri su ““Soglia d’amore”, di Monica Pareschi

  1. Vi ringrazio molto. La mia è una scrittura faticosa e faticata. Scrivo a fatica. E scrivo poco. E’ un po’ come estrarre qualcosa da un terreno pietroso, per questo l’immagine minerale di Fabrizio mi piace molto. Non so narrare – solo, forse, dire. E sono naturalmente portata verso le aree dell’indicibile. Ecco, credo che la differenza sia questa: ci sono scritture narrative – che peraltro io ammiro moltissimo – e altre rivelative. La mia credo appartenga a queste ultime. Sono poco progettuale. Quando scrivo rivelo qualcosa in primo luogo a me stessa. Mi sento una scrittrice un po’ religiosa, ecco. Un grazie immenso a Gaja Cenciarelli, che se ha deciso di pubblicarmi chiaramente l’ha capito.

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  2. Sono io a ringraziare Monica per essersi lasciata leggere. Non è stato facile convincerla, ma sin da quando ho avuto tra le mani questo racconto ho pensato che fosse [uso le parole di Yeats, a me care per più di un motivo] “bello e terribile”. Poi è passato del tempo, qualche mese, e nel momento in cui mi sono trovata a rileggerlo prima di pubblicarlo, mi sono resa conto che toccava una corda profondissima della mia esistenza, un nervo scoperto, una parte della mia vita che sto vivendo, purtroppo.
    Dunque, ho avuto modo di apprezzarne ancora di più il cosa e il come e il perché.
    Ho avuto modo di trovare ulteriore conferma al fatto che la traduzione editoriale, per chiunque sia dotato di un certo talento di base, rappresenti una splendida scuola di scrittura.
    E Monica è la testimonianza che le parole degli altri [quelle con cui i traduttori lavorano] sono sempre – o lo diventano, comunque -, parole nostre.
    Grazie.

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  3. Sì, una gran bella partitura, tante misure di cruda realtà e di annoiate insofferenze, spezzati di esistenze in cui, a tratti, mi ci ritrovo. Complimenti Monica.

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  4. Analisi cruda e realisticamente straordinaria dei pensieri che attraversano le donne: quelle sincere li rivelano, molte non si curano e passano oltre. Non è facile fare i conti con certi pensieri “bassi” e “ipocriti”che ci abitano in alcuni momenti della nostra vita. Mi sono ritrovata in questo racconto, mia suocera, centroitalica, che davvero mi considerava una figlia non mancava occasione per dirmi: voi qui a Milano siete tutti frenetici, devi riposarti di più e non affaticarti così tanto, guarda che viso stanco e quante rughe ti vengono, io che ho 30 anni più di te e uso solo la Nivea ho il viso più rilassato; a 80 anni ho ancora tutti i capelli neri e tu poverella te li tingi da quando avevi 30 anni; e, come scritto nel racconto, io digerisco tutto, i cibi mi piacciono belli conditi, non come si usa qui al nord che è tutto sciapo e anche i giovani come te hanno problemi di stomaco! E io diventavo un po’ come Marisa…Eppure, fino alla fine, lei voleva quasi solo me: uno dei tanti rapporti che rientrano nelle aree dell’indicibile, come scritto dalla bravissima Monica! Grazie per questo bel racconto.

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  5. Felice di poter finalmente conoscere Monica Pareschi autrice. Nelle sue traduzioni avevo già letto la fluidità della narrazione, la capacità di mantenere il ritmo e ricreare la bellezza delle parole, ora sento anche l’essenza di un’anima in piena.
    Complimenti Monica,
    Francesca Colosi

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  6. Un commento che mi fa particolarmente piacere perché viene da una scrittrice che conosco e apprezzo. Grazie, Francesca.

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  7. “Soglia d’amore” : letto con sottofondo di ultimo Peter Gabriel “New blood” “…Marisa è come lei. Per questo si odiano…”, osservare se stessi, con quell’attenzione ai particolari che nessuno è mai stato in grado di cogliere, il proprio presente e forse il proprio futuro, due donne o la stessa donna in due, distinte solo dal perverso gioco del tempo, unico vero potente autore, nell’attesa vana che qualcuno sia così sensibile da riuscire a raccontarci la nostra storia… due donne affascinanti, vere, grazie per l’opportunità Monica, ho amato la tua scrittura, sinceramente, dario…

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