Vivalascuola. Che fine ha fatto la relazione educativa?

Quello che avverto ora è, misteriosamente, solo un vago sollievo, nel grande punto interrogativo rappresentato dal futuro, insieme alla consapevolezza che, comunque vadano le cose, non sarà facile. E che gli effetti dell’intossicazione da disinteresse per la scuola, e da conseguenti provvedimenti, saranno smaltiti molto lentamente. Il danno è stato fatto. Un rapido bilancio del triennio passato ci spiega soprattutto una cosa: che si può governare la scuola senza pensare affatto alla scuola. (Marina Boscaino)

Che fine ha fatto la relazione educativa?
di Cecilia Bartoli

Tutto quello che non so, diceva Flaiano, l’ho imparato a scuola e questo è probabilmente vero per la maggioranza di noi. La percezione che il tempo della scuola sia un tempo obbligatorio quanto inutile, da dover sfangare al più presto e nel più economico dei modi è una percezione diffusa specularmente tra la popolazione degli studenti come tra la maggioranza degli insegnanti, dalla scuola d’infanzia all’università. Le cose importanti non si imparano a scuola, i saperi appaiono svuotati di senso, l’educazione a “ciò che serve nella vita” i ragazzi la cercano altrove e non essendoci più una strada, un cortile, un contatto inter-generazionale dato dal vivere all’interno di una comunità che dava ai ragazzi e ai bambini la possibilità di identificarsi o distaccarsi e rifiutare una pluralità di modelli adulti, questo “altrove” assume per lo più le sembianze di una palestra, un centro commerciale, una televisione, la rete, che offrono un’idea univoca quanto povera e mortificante di “ciò che serve nella vita”, utile infine alla formazione di giovani consumatori.

Io sono una psicologa e una psicoterapeuta. Da quando mi sono laureata quindici anni fa mi occupo però principalmente di educazione, persuasa come sono che tre quarti del disagio psichico sviluppato da bambini e ragazzi non esisterebbe se si offrisse loro un ambiente educativo creativo e in cui crescere a proprio agio, persuasa come sono che l’individualismo narcisistico, anche nelle sue propaggini patogene, di cui accusiamo sempre i più giovani possa essere facilmente incrinato da contesti educativi vitali e “inquieti”, persuasa infine come sono che la scuola, nel suo complesso, è morta e svuotata di senso, ma la politica lo è ancora di più e dunque l’agire educativo assume su di sé, più che in altri momenti, anche un valore prettamente politico.

L’aforisma di Flaiano non è del tutto vero nella mia esperienza, non tanto di alunna e di studentessa universitaria rispetto alle quali potrei invece sottoscriverlo in pieno, ma di professionista adulta dove le uniche cose che ho imparato sull’educare al fare e all’essere le ho imparate da maestre di scuola elementare e materna molto curiose e preparate, vere artigiane della relazione educativa e di cura, del cui sapiente “saper fare” all’università non si sente nemmeno il sentore. Persone capaci di costruire con impegno e semplicità vere e proprie nicchie di resistenza alla disgregazione sociale, all’indifferenza e al progressivo declassamento dei più elementari valori civili – come l’integrazione delle differenze fisiche, sociali e culturali – che fino a ieri apparivano scontati e che a brevissimo saremo costretti a riconquistare.

Donne per nulla supine alle scartoffie burocratiche di cui purtroppo le università e le riforme (anche quelle di sinistra) le hanno progressivamente riempite, rischiando di consumare le energie necessarie ad aprirsi ogni giorno al mistero dell’altro; donne che hanno rifiutato in partenza l’idea che un bambino, una persona, possa essere osservato come una sequenza di “competenze” valutabili in una scala a 7 punti; donne che non coagulano il loro quotidiano disagio solo intorno a pur comprensibili rivendicazioni sindacali, ma ne cercano le ragioni anche al di là della loro condizione contrattuale; donne che puntano di netto il loro sguardo sotto il metro e cinquanta e che hanno capito che un pensiero elementare e materno va difeso più che mai, oggi che la scuola, come il mondo, ci appare così inospitale e con così pochi punti di riferimento condivisi con cui crescere insieme ai bambini.

Chi sono queste donne? Sono quelle che in Italia hanno partecipato alla costruzione di un pensiero pedagogico di senso, coloro che si sono fatte contaminare e hanno scambiato idee e proposte con i percorsi di sperimentazione educativa sviluppata fuori dalla scuola, coloro che hanno da sempre ragionato di metodo, coloro che negli anni ‘80 hanno dato vita a gruppi e accettato l’eredità di movimenti come i Cemea o l’Mce. Coloro che oggi, data l’aria che tira, hanno tirato i remi in barca e chiuso la porta dell’aula, restringendo sempre di più la loro nicchia di azione. Questa è forse la loro unica colpa.

Dalla scuola elementare e d’infanzia italiana sono usciti tra gli anni ‘60 e ‘70 i tre capisaldi pedagogici fondamentali: la relazione educativa, la cooperazione educativa e la convivenza delle diversità. Non sono usciti come contenuti alti, che qualsiasi teorico della pedagogia naturalmente potrebbe sottoscrivere, ma come questioni di metodo, per questo la scuola elementare si è interrogata e ha anche lottato per avere il tempo pieno (indispensabile alla relazione educativa), per la compresenza in classe e gli spazi d’incontro tra adulti (necessari alla cooperazione educativa), per integrare bambini e bambine con svantaggi fisici e ragionare, a partire da loro, sui percorsi d’apprendimento.

Questa grande battaglia di metodo ha lasciato nella scuola elementare e materna un impronta forte e profonda, anche i più ignavi, i più frustrati e stanchi vi hanno in qualche modo partecipato. Nella scuola pubblica ci saranno sempre insegnanti persuasi, motivati, insegnanti per vocazione e persone a cui non interessa null’altro che lo stipendio a fine mese, tuttavia l’impostazione che la scuola elementare era riuscita a darsi, garantiva a chi voleva far bene di poter fare bene e non era poco.

Dico “era” perché questi tre capisaldi manifestano solo ora in tutta la loro evidenza gli effetti dell’attacco che hanno subito, smantellati da una riforma dettata non soltanto da esigenze di risparmio economico, ma da un piano dove le logiche del mercato e del privato orienteranno presto tutti i processi di costruzione sociale, marginalizzando, discriminando, fiaccando ogni processo di confronto democratico. Se la scuola elementare è stata finora – se non sempre nella realtà, almeno nella rappresentazione sociale – l’unica porzione di società che garantiva una partecipazione paritaria a tutti, stranieri, italiani, disabili, maestre, genitori, bambini e adulti, presto non ci sarà più “la scuola di tutti”, ma “le scuole di pochi”, o la scuola di tutti con dentro le opzioni per pochi.

Perché glielo stanno permettendo? Forse il sentimento della perdita era già talmente diffuso che davvero limitarsi a guardare ostinatamente sotto il metro e cinquanta continua a rappresentare l’unica salvezza. L’unica salvezza, da quando le riunioni con le colleghe sono insopportabili rituali in cui si vuol parlare di tutto fuorché dei bambini e di come insegnare loro delle cose; da quando le ore in più di programmazione e costruzione di materiali didattici non sono più cercate né apprezzate; da quando l’idea condivisa di vivere in gruppo un’esperienza di crescita personale e di trasformazione sociale è definitivamente tramontata; da quando l’agire educativo non è più per nessuno sinonimo di agire politico; da quando le giovani maestre che si apprestano a insegnare sono talmente sopraffatte dal romitaggio cui le costringe il precariato scolastico e talmente infarcite di astrazioni universitarie da far percepire l’involuzione senza ritorno; da quando il discorso pubblico sulla scuola è diventato un coacervo di giaculatorie insopportabili di chi in una scuola non ci ha mai messo piede.

Solo che quando saranno in 40 dentro a una classe a essere alti un metro e cinquanta, e ci rimarranno solo per 4 ore, anche loro, le brave maestre che hanno passato una vita a ragionare di relazione, cooperazione e integrazione dovranno accettare, a fine carriera, di riprendere in mano il frustino perché altri mezzi, in quelle condizioni, non ce ne sono.

Allora la domanda non è più perché glielo permettono, ma perché glielo permettiamo? Perché gli permettiamo di smantellare definitivamente la scuola elementare? Perchè di fatto glielo stiamo permettendo? Come abbiamo permesso fin qui che la buona scuola scivolasse in nicchie ristrette di volenterose maestre nascoste, mentre il grosso scivolava miseramente in una perdita totale di senso. Eppure nella scuola elementare gli spazi per confrontarsi con i genitori sono stati fino ad oggi garantiti: ma a chi interessa più cosa fa il proprio bambino a scuola? L’importante è che sia impegnato e sotto controllo. Non ci specchiamo più nella nostra scuola, se non quando la nostra scuola rispecchia le parti peggiori di noi.

La disaffezione della società al proprio sistema educativo è tragica, ma dal mio punto di vista non corrisponde solo alle colpe (molte) della scuola, ma a una più generale disattenzione all’infanzia e ancor di più alla giovinezza. Mentre gli adulti rivendicano per sé adolescenze prolungate e spensierate, la società sopprime i tempi necessari ai bambini, mortifica i loro sguardi, occupa di macchine i loro spazi urbani e di oggetti i loro ambienti di vita. Li vuole piccoli, meglio se obesi (così più immobili) consumatori, svagati, parcheggiati, distratti sfiduciati nel futuro e nelle proprie capacità.

Maria Montessori diceva che lo spessore morale, il grado di progresso di una società si misurano sull’attenzione che ha verso i baminbi, vedendo in loro il proprio stesso sviluppo, la propria ricchezza. Noi dimostriamo piuttosto la tendenza a divorare egoisticamente il loro mondo, sotto ogni punto di vista.

Allora il problema della scuola e più in generale dell’educazione non è un problema degli addetti ai lavori, è un problema di tutti, e tutti dovremmo opporci con ogni mezzo alla corrosione della riflessione che la prassi pedagogica ha prodotto, nonostante tutto, nella scuola elementare italiana. Credo che da tutti i campi del sapere, certamente in tutti gli ordini di scuola, dovremmo stingerci intorno a quelle poche brave maestre e riposizionando al centro il ragionamento prioritario sulla relazione, la cooperazione e la convivenza delle diversità, non tanto sul piano dei contenuti, ma soprattutto su quello dei metodi, non tanto con le scartoffie delle docimologie universitarie, ma col loro saper fare. Ritrovando, al di là del cicaleccio inutile e delle giostre dell’apparire politico, un pensiero elementare e materno da condividere con i bambini.
(da Gli Asini, n. 5-6)

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Gelmini addio. E ora speriamo bene
di Marina Boscaino

Mentre mi accingo a scrivere, leggo su Tuttoscuola una notizia che ho atteso per anni, più di 3 per l’esattezza: la Gelmini sta traslocando da viale Trastevere; sta impacchettando le sue cose e salutando i suoi collaboratori. Intanto, il prof. Monti è riuscito a proporre una nuova squadra di governo lanciando, come ministro dell’Università e delI’Istruzione, Francesco Profumo (presidente del Cnr).

Quello che avverto ora è, misteriosamente, solo un vago sollievo, nel grande punto interrogativo rappresentato dal futuro, insieme alla consapevolezza che, comunque vadano le cose, non sarà facile. E che gli effetti dell’intossicazione da disinteresse per la scuola, e da conseguenti provvedimenti, saranno smaltiti molto lentamente.

Il danno è stato fatto. Un rapido bilancio del triennio passato ci spiega soprattutto una cosa: che si può governare la scuola senza pensare affatto alla scuola. Tutto comincia con l’articolo di una legge, il 64 della 133/08, inserito nel capo II (Contenimento di spesa nel pubblico impiego). Un titolo, un programma. In quell’articolo viene inserito l’Abc della devastazione della scuola pubblica, da realizzarsi nei 3 anni seguenti: taglio di 8 miliardi di euro, con relativo annullamento di 135mila posti di lavoro; aumento del rapporto alunni-docente; sottrazione della normativa dell’obbligo di istruzione (ossia conseguito anche attraverso entità estranee alla scuola della Costituzione) al criterio di transitorietà (stabilito dalla l. 296/06) e conseguente configurazione di modi differenti (e l’art. 3 della Costituzione?) di assolvere l’obbligo scolastico: integralmente nella scuola, con la partecipazione delle agenzie formative oppure addirittura anche nell’apprendistato, ex 183/10.

Trattamenti scandalosamente differenziati, come è evidente, tra nati bene (destinati alla scuola e probabilmente a percorsi universitari) e “figli di un dio minore” cui viene alienato (proporzionalmente alla loro marginalità) il diritto che dovrebbe essere di tutti i ragazzi: assolvere l’obbligo scolastico dentro la scuola.

L’unica motivazione è stata, appunto, il «contenimento di spesa», «la razionalizzazione e semplificazione»: risparmio sul futuro, sulla cittadinanza, sulla cultura come elemento identitario. E così, a seguire, sono stati analogamente vincolati a quell’obiettivo le grandi riforme dell’immeritevole Gelmini: lo smantellamento del modello della collegialità pedagogica alla primaria, con l’art. 4 del Dl 137/08, e molto altro ancora.

Non c’è un’ombra di pensiero pedagogico, di pensiero riflessivo, di intenzionalità culturale in quei provvedimenti. Hanno governato la scuola come avrebbero fatto con qualsiasi altro organismo, senza provare a penetrarne specificità e mandato costituzionale.
Speriamo bene.
(da Adista n. 87)

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Segnalazioni

Mercoledì 30 novembre 2011 ore 9.00–13.00, corso di formazione Ex cattedra: mito dell’autonomia e realtà della scuola precaria, Liceo scientifico “A. Volta” (aula magna), via Juvarra 14, Torino (Zona Porta Susa).

Giovedì 1 dicembre ore 14.30, seminario su Scritture migranti per una didattica interculturale, Scuola Civica “A. Manzoni”, piazza XXV aprile, 8, Milano.

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La settimana scolastica

Ancora una settimana di attesa, delle prime mosse: del governo, di cui qualche osservatore italiano o straniero comincia a rilevare una lentezza di iniziativa; del ministro Profumo, di cui al momento abbiamo solo qualche dichiarazione.

Ad esempio mercoledì 23 il ministro ha incontrato il Forum Nazionale delle Associazioni dei Genitori della Scuola (FoNAGS), che raggruppa le Associazioni maggiormente rappresentative, e ha invitato le Associazioni dei genitori degli studenti a lavorare insieme e ad “aprire un canale di collaborazione e confronto continuo“.

In un incontro con gli studenti universitari eletti al Consiglio nazionale (Cnsu) il ministro ha detto che “Ci sono pochi soldi“, che è stato visto come una conferma della possibilità che il suo governo alzi le tasse universitarie, come promesso all’Unione europea dal governo Berlusconi.

E questo succede proprio quando il Tar ha accolto il ricorso dell’Unione degli universitari: poiché gli studenti pagano più di quanto previsto da una legge del ’97, che stabilisce che le tasse universitarie non possono superare il 20% del finanziamento pubblico ricevuto dallo Stato, l’università degli studi di Pavia è stata condannata alla restituzione della quota in più richiesta agli studenti, per un totale di 1,7 milioni di euro. Nella stessa condizione potrebbero trovarsi varie università italiane, nei cui confronti sono in preparazione altri ricorsi.

Nello stesso incontro con gli universitari il ministro Profumo ha espresso questa intenzione:

Voglio vedere gli studenti con regolarità, voglio che partecipino alle scelte sul diritto allo studio e voglio garantire la loro presenza negli organi di decisione degli atenei.

Nel concreto, ha detto però che bisogna chiudere le riforme aperte dal precedente governo. Il che vuol dire che porterà a compimento la “riforma” Gelmini, bloccata nell’applicazione dei decreti attuativi (sono operativi solo 10 su 47, fin qui).

Contraria la Cgil, che attraverso il responsabile università Francesco Sinopoli fa sapere:

La riforma Gelmini oggi sta paralizzando l’università, il ministro deve dare un segnale chiaro sulle competenze che assegnerà, cambiare cavallo.

Il riferimento è alla richiesta di “discontinuità rispetto alla Gelmini” nella scelta del personale tecnico del ministero; la stessa richiesta viene dagli studenti dell’Udu, dai giovani del Pd, dai ricercatori della Rete 29 aprile e da vari rettori. Pare infatti che il ministro voglia nominare sottosegretario con competenze sull’università Alessandro Schiesaro, docente della Sapienza di Roma vicino al rettore Luigi Frati, capo della segreteria tecnica della ricerca che ha scritto pezzi interi della “riforma” Gelmini.

Se pochi sono ancora i fatti, molte sono le lettere indirizzate al presidente del consiglio Mario Monti.

Il movimento de Il nostro tempo è adesso chiede al nuovo governo che affrontare il disagio giovanile sia al centro degli obiettivi del nuovo governo e formula dieci proposte, dal contratto stabile al reddito minimo d’inserimento, dal diritto di sciopero all’indennità in caso di malattia e più in generale all’estensione dei diritti e delle tutele anche ai lavoratori precari, a partire da questa premessa:

La precarietà non è un accidente del destino, né un dato immodificabile. È il frutto di processi economici e di scelte (e non scelte) politiche. La precarietà è un problema di diritti, di stabilità, di continuità del lavoro e di reddito, è un problema di welfare e di opportunità. È un problema di soldi e di previdenza.

Una serie di associazioni giovanili scrive al premier auspicando che:

questo momento di crisi debba essere un’opportunità per l’Italia di rinascere e riconsegnare ai giovani non solo un’idea di politica “pulita”, ma anche una speranza concreta di futuro, dove sia l’uomo il centro di un sistema e non il contorno di un pasto troppo abbondante.

Quale sia oggi la condizione dei giovani lo esprime bene Camilla Panichi:

Ho ventiquattro anni e sono uno studente… Tra pochi mesi non sarò più ciò che sono stata fino a questo momento… Lavoro con un contratto a prestazione occasionale accessoria valido solo fino ai venticinque anni di età, e solo nella condizione di studente. Vengo pagata sei euro all’ora come addetta alla contabilità… I progetti: continuare a studiare, diventare insegnante, una casa… Una volta laureata perderò il lavoro di adesso e la mia vita assumerà una forma diversa. Ma la mia identità è altro dal lavoro che faccio; questo lavoro non sono io. Il lavoro non è mio, come non è mia la casa in cui vivo o i luoghi che frequento… Non è mio il futuro che non vedo, perché il futuro non appartiene più a nessuno.

Varie anche le lettere al ministro Profumo. L’on. Marilena Adamo invita il ministro dell’Istruzione a fidarsi della scuola:

Caro Ministro Profumo, credo che in questi giorni in tanti le diano suggerimenti, le propongano collaborazioni, le sottopongano problemi. Io vorrei dirle una cosa sola prima di essere travolti, come sarà inevitabile, dalle tante urgenze di una quotidianità che la gestione che eredita ha reso per tanti versi drammatica. Si fidi della scuola, delle sue risorse interne, delle professionalità che vi operano, della sua generosità; cancelli insomma da subito il messaggio, peggiore perfino di tutti i pesantissimi tagli subiti, che è arrivato negli ultimi tre anni “siete solo un costo, anzi uno spreco“.

Flc-Cgil, Fir Cisl e Uil Rua hanno scritto al Ministro Profumo e chiesto un incontro urgente per discutere degli interventi da realizzare a sostegno degli enti pubblici di ricerca; una opportunità per favorire la crescita sociale ed economica del Paese. Analoga richiesta è stata inoltrata anche ai vari Ministeri vigilanti degli enti di ricerca.

E gli assessori all’istruzione di Torino, Milano, Bologna e Napoli chiedono al ministero che dal patto di stabilità sia esclusa la scuola, per la quale si auspica che si chiuda l’epoca dei tagli e si apra l’era degli investimenti.

Anche il Forum Mai più precari nella scuola scrive al ministro dell’Istruzione chiedendo l’apertura di un dialogo tra il ministero e le associazioni dei precari della scuola:

Il Forum Mai più precari nella scuola accoglie la nascita del nuovo governo Monti con la speranza di un radicale cambiamento delle politiche scolastiche portate avanti dal precedente governo Berlusconi. Vogliamo una politica seria che sostenga una scuola statale laica, gratuita, aperta a tutti e di qualità, motore dell’unità nazionale contro i localismi egoisti e razzisti.

e formulando una serie di richieste, così sintetizzabili::

  • il ritiro degli 8 miliardi di tagli agli investimenti e dei 150.000 tagli agli organici previsti dalla Finanziaria del 2008, il rispetto della normativa sulla sicurezza evitando la formazione di classi pollaio, un numero adeguato di insegnanti di sostegno per gli alunni con disabilità, il blocco della razionalizzazione dei plessi scolastici che renderà difficile la loro gestione
  • il rispetto nella scuola la normativa europea che prevede l’assunzione a tempo indeterminato dopo tre anni di lavoro precario
  • un aumento della spesa per l’istruzione pubblica che lo porti al 6% del PIL, in linea con gli altri paesi europei. Attualmente l’Italia è al 21° posto in Europa con appena il 4,4% del PIL investito nell’istruzione pubblica
  • una vera e seria riforma della scuola, con l’annullamento di tutte le vecchie riforme che sono servite solo a fare cassa
  • che il nuovo canale abilitante (TFA) – a dispetto di quanto fino ad ora annunciato – metta a concorso un numero di posti calcolato sul reale fabbisogno delle scuole, al fine di non creare ulteriore precariato
  • no a qualsiasi forma di chiamata diretta perché non vogliamo il clientelismo ed il nepotismo nelle scuole
  • no ai finanziamenti alle scuole private visto che solo la scuola statale può consentire a tutti i ceti sociali di avere una istruzione adeguata.

Sul fronte dei precari, il Miur, con il Decreto 11 novembre 2011, ha definito le procedure e le modalità con le quali saranno effettuate le prove di accesso ai corsi di Tirocinio Formativo Attivo (TFA) sia presso le Università che presso le Istituzioni dell’AFAM (DM 249/10 art. 15) (vedi qui). Il dibattito che ne è scaturito sui criteri di accesso e le modalità di selezione si può seguire qui.

Una buona notizia è anche l’auspicio del Capo dello Stato che al più preso i figli degli immigrati possano avere diritto alla cittadinanza italiana. Il presidente Napolitano ha definito una “follia, un’assurdità” che non venga riconosciuta la cittadinanza ai bambini nati in Italia da genitori stranieri, “un diritto elementare” che dovrebbe corrispondere anche al bisogno del Paese di aprire a nuove “energie” che rinnovino una “società vecchia e sclerotizzata“.

La Lega Nord ha annunciato con Roberto Calderoli di essere “pronta a fare le barricate in Parlamento e nelle piazze“. Il neoministro all’Integrazione Andrea Riccardi ha dichiarato che “l’integrazione è un tema centrale di quest’epoca” e ha ricordato che i figli di stranieri nati in Italia “parlano l’identica lingua, vedono i medesimi paesaggi, vivono la stessa storia, sono legati al nostro mondo. Senza di loro l’Italia sarebbe più vecchia e con minori capacità di sviluppo“.

Fra tanti auspici e speranze, le notizie però ci dicono di una scuola sempre più povera. Da varie parti d’Italia viene denunciato il caso di supplenti non pagati perché le scuole non hanno fondi (vedi ad esempio qui).

Per quanto riguarda l’edilizia scolastica, la terza indagine su Conoscenza e percezione del rischio sismico, presentata da Cittadinanzattiva e Dipartimento della Protezione Civile rivela che si sente poco sicuro della tenuta degli edifici scolastici in caso di sisma il 57% degli studenti delle scuole superiori, il 46% di quelli delle elementari e addirittura il 64% dei genitori. Preoccupazioni in particolare in Sicilia, dove solo il 20% degli edifici è sicuro.

E a conferma di quanto chi lavora nella scuola dice da anni, i dati ufficiali della Ragioneria dello Stato relativi agli anni 2008-2009-2010 rivelano che i tagli più pesanti sono a carico della scuola. L’anno scorso in generale la consistenza del personale a tempo indeterminato si è contratta di circa 44.800 unità e, considerando anche il tempo determinato della scuola, la flessione si è accentuata notevolmente arrivando a sfiorare le 58.700 unità. In particolare, sul fronte del personale a tempo indeterminato, le tabelle rivelano che al 31 dicembre 2010 nella scuola era in servizio il 7,7% in meno del personale e nelle università il -7,4%. Solo le forze armate registrano una crescita del personale in servizio permanente effettivo (+1.200 unità).

Intanto si viene a sapere che prima di abbandonare il ministero Maria Stella Gelmini si fa ricordare per un ultimo lascito: ha distribuito 650 milioni di fondi a enti amici e ha nominato all’ultimo minuto a consigliere del Cnr il discusso rettore di una università napoletana. Inoltre al comma 14 dell’art.5 della legge di stabilità 2012 l’ex governo ha previsto uno stanziamento per le scuole non statali di 242 milioni che vanno ad integrare i 278,9 del disegno di previsione del Bilancio. L’articolo si basa su una legge già abrogata dalla Consulta: il nuovo governo darà attuazione a una norma incostituzionale?

* * *

Vademecum di resistenza alla scuola della Gelmini approntato da ReteScuole.

Per chi vuole approfondire, ReteScuole ha raccolto le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse si può leggere una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui.

Il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Alessandro Cartoni, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi)

2 pensieri su “Vivalascuola. Che fine ha fatto la relazione educativa?

  1. Ho apprezzato molto l’impostazione del secondo post, tecnica e propositiva. Riguardo al primo, pur riconoscendo una verità ad alcune diagnosi, non condivido la convinzione (palese nell’impostazione del discorso) che ad avere una sua professionalità specifica e un suo iter pregresso di “fattività” sia solo la scuola materna ed elementare. Anche la scuola media inferiore e superiore li hanno, benché soffocati da una marea di burocratizzazione perversa, che incide sul lavoro quotidiano degli insegnanti.La perdita di senso dello/nello studio non è in ogni caso così totalizzante, né gli alunni né tantomeno i docenti tutti ritengono che il tempo nella scuola sia “un tempo obbligatorio quanto inutile, da dover sfangare al più presto e nel più economico dei modi”. Riguardo al creare un ambiente educativo favorevole per gli alunni, da tempo ho maturato la convinzione che per giungere a tale obiettivo sia imprescindibile:
    1. laicizzare definitivamente l’insegnamento: uno Stato moderno che si rispetti non può continuare a erogare stipendi per una categoria che viene selezionata da un altro Stato (il Vaticano) e che – invece, al limite, di proporre Storia delle Religioni – catechizza gli alunni, i quali – se lo desiderano – possono benissimo scegliere il canale della frequentazione in Chiesa.

    2. stabilire una “quota azzurra” di docenti per ogni ordine e grado: è altamente lesivo della crescita e dell’evoluzione che i ragazzi abbiano ormai quasi esclusivamente interlocutori di sesso femminile. In medio stat (sempre e comunque) virtus.

    3. mettere a punto scatti stipendiali adeguati allo svolgimento di una professione delicatissima, riconoscendo a questa (socialmente ed economicamente) il ruolo di fondamento sociale che possiede, ancora oggi e nonostante si sia fatto di tutto per svilirla. Gli scatti dovrebbero anche essere distinti in base alla mole di lavoro che concretamente un docente va ad affrontare: fuori dai denti, è vergognoso che un insegnante di educazione fisica percepisca uguale o superiore stipendio rispetto a quello di lettere o matematica.

    4. delegare anche le famiglie (fattesi indifferenti; o giustificanti anche contro l’evidenza; o apertamente ostili e sindacanti) nella formazione di un buon cittadino, collaborando con i docenti in qualsiasi evenienza, fatte salve situazioni di palese e documentata ingiustizia nei confronti dei figli. La condivisione nata dai celebri decreti delegati ha portato tante cose buone, ma anche tanto di cattivo, nella scuola.

    Questi, a mio avviso, i punti nevralgici. Prima di mettere in discussione la categoria docenti, che da 50 anni e forse da sempre, è stata fin troppo discussa.

    Grazie alle autrici per questi post, e grazie a LPLS.

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  2. Cara Fiorella, so che anche nella scuola superiore ci sono esperienze interessanti e che i docenti fanno il massimo possibile rispetto alle condizioni in cui lavorano.

    Cionondimeno, non c’è dubbio che quelli che Cecilia Bartoli indica come i tre capisaldi pedagogici fondamentali, la relazione educativa, la cooperazione educativa e la convivenza delle diversità, abbiamo potuto trovare uno spazio privilegiato nella scuola elementare proprio per alcune sue caratteristiche strutturali: il tempo pieno, ad esempio, che ha permesso di dedicare spazio a relazioni e convivenza e di sviluppare una maggiore consapevolezza; oppure la pratica della programmazione comune, che ha stimolato e realizzato una vera cooperazione educativa. Tutto ciò è evidente persino fisicamente nelle aule e nelle pareti di una scuola elementare.

    Oltre che la eccessiva burocratizzazione, la scuola superiore soffre in genere uno spazio più rigido, una vita di classe più regolamentata da norme d’istituto, tempi sempre più ristretti per le relazioni e dominati dalla preoccupazione per lo svolgimento dei programmi, e soprattutto una minore cooperazione tra i docenti: la collegialità è una parola d’ordine praticata con molti limiti e in modi per lo più formali. Si aggiungano rapporti meno frequenti tra docenti e famiglie.

    Grazie comunque, Fiorella, del passaggio e degli spunti. Mi pare positivo questo interrogarci costantemente sul nostro lavoro, e in particolare in questo momento, tra il “vago sollievo” per la fine del triennio gelminiano e “il grande punto interrogativo rappresentato dal futuro”, con la “consapevolezza che, comunque vadano le cose, non sarà facile”.

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