TIMOR SACRO. Intervista a Sarah Zappulla Muscarà

A corredo di questo articolo, dedicato al romanzo “Timor sacro” di Stefano Pirandello (edito da Bompiani), pubblico l’intervista alla curatrice del libro, Sarah Zappulla Muscarà, realizzata da Simona Lo Iacono.
Massimo Maugeri

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INTERVISTA A SARAH ZAPPULLA MUSCARÀ

di Simona Lo Iacono

https://lapoesiaelospirito.files.wordpress.com/2011/10/pirandello_timor-sacro.jpgC’è un filo tenace nel nostro essere al mondo, nel rapportarci ad esso, nel guardarlo. Ed è in quell’intrico amoroso che ci lega al padre e alla madre. Che ci imprime addosso un destino preannunciato.
Non è sempre amore. Può essere anche dolore, e mancanza, e ansia di penetrare nei silenzi.
Ma anche nella sofferenza siamo figli che bussano alla porta. Anche da esiliati, da rinnegati, da oppressi, siamo figli che cercano, siamo figli che hanno bisogno di essere amati.
E non necessariamente perché questo amore ci manchi. Ma perché le sue manifestazioni sono spesso arcane e feroci, oppure distanti, ingabbiate in se stesse.
Stefano Pirandello è uno di questi figli che grattano gli stipiti di una porta, che vi si acquattano dietro, che la sondano in cerca di segnali. La filiazione, infatti, ha regole sue, tiranniche e ancestrali, come code stellate di comete che si ostinino in ripetuti passaggi sul mondo.
Così, ripercorrere la narrativa di Stefano Pirandello, ha il sapore di un’affermazione di paternità e di tanto amore già speso, ha la carica – anche – di una resurrezione forse balorda e rovesciata, ma consolatoria e profondamente radicata nel mistero della genitorialità.
Il merito di questa riscoperta è di Sarah Zappulla Muscarà. E’ a lei che dobbiamo l’appassionata voglia di non lasciare al buio questa voce di figlio, le sue inclinazioni segrete, i suoi doni a un padre complesso, inquieto, sondato da spasmi e ferite.E’ grazie a lei che Stefano prende forma dal passato, si incoltra tra questi nostri giorni pericolanti, e si pone come simbolo dell’amore di un figlio, e come celebrazione di una scrittura che rende omaggio a questo amore.
Ecco. Non c’è modo più forte per radicarsi in Sicilia che quello di raccontarne i figli nascosti, quelli che un inciampo del destino o le disavventure degli uomini possono coprire di dimenticanza.
Proprio perché rievocarli vuol dire ripeterne lo spaesato bisogno d’attenzione, quella genitorialità che si sposta dai padri naturali a noi tutti, e ci fa a nostro modo di nuovo padri e madri di tanta umanità, di tanta necessità di essere rinarrati.
E dunque Stefano. Chi è, quale è stata la sua vita? Mi rivolgo a Sarah e le chiedo:

Carissima Sarah, questo romanzo s’innesta sul solco della riscoperta di Stefano Pirandello, già avviata con i testi teatrali e l’epistolario intessuto con Luigi. Chi è Stefano? Vuol parlarci di lui?
Grazie, Simona, per questo spazio dedicato a Stefano Pirandello, scrittore fra i più significativi ed interessanti del Novecento che la schiacciante presenza dell’opera paterna ed un lungo, colpevole oblio hanno contribuito a relegare in una condizione di marginalità da cui è finalmente emerso grazie alla pubblicazione, per i tipi di Bompiani, di “Tutto il teatro”, un elegante cofanetto di tre ponderosi volumi che raccoglie, a cura di Enzo e mia, ben 19 testi teatrali corredati da un ricco inserto iconografico della famiglia Pirandello, e di “Nel tempo della lontananza”, il carteggio, edito da Sciascia, da noi curato, intercorso fra padre e figlio fra il 1919 e il 1936, ovvero in un arco di tempo fondamentale per entrambi gli interlocutori. Adesso la casa editrice Bompiani pubblica, sempre a nostra cura, “Timor sacro”, romanzo inedito che, per il forte spessore autobiografico, aggiunge un importante tassello al complesso mosaico di quella ‘fatale’ famiglia della quale Stefano è un punto di riferimento obbligato. Figlio primogenito di Luigi, prezioso segretario, procuratore, amministratore, collaboratore privilegiato del padre, Stefano, anch’egli vocato alla scrittura, rivestì incarichi di rilievo, insieme differenti e complementari, nell’incessante vortice di relazioni con le personalità più rappresentative del tempo, giornalisti, critici, editori, attori, registi, produttori teatrali e cinematografici, impresari, politici. Lo documenta il fitto carteggio, un dialogo d’eccezione, in cui Stefano s’accampa come interlocutore privilegiato via via che il ritmo dell’esistenza di Luigi diverrà frenetico, l’attività scrittoria febbrile, convulsa, con lunghi periodi lontano dall’Italia, le contrattazioni economiche difficoltose. E’ in questi momenti che Stefano, primo lettore dell’opera di Luigi, si sostituisce al padre nella scrittura di testi che saranno destinati al cinema, alla stampa estera, in un’opera di manovalanza di notevole importanza poiché interessa talora aspetti non secondari dell’attività narrativa, saggistica e drammaturgica dell’agrigentino. Un rapporto intenso dunque quello fra Luigi e Stefano che, “nato a donare”, ha spesso dovuto sacrificare la sua opera per dedicarsi completamente e con spirito di abnegazione al padre, una subordinazione intellettuale dalla quale si è liberato proprio scrivendo.

E questo romanzo postumo? Quali i temi? Quali le connessioni con il nostro difficile tempo?
Iniziato negli anni venti, “Timor sacro” è il romanzo di tutta una vita, quella di Stefano, ripercorsa, per obliqui e misteriosi rimandi autobiografici, attraverso la narrazione di due vite a specchio: quella dello scrittore Simone Gei, irretito nella stesura di un’opera di esaltazione del fascismo, e quella dell’albanese Selikdar Vrioni, sfuggito alle arcaiche leggi di vendetta privata della sua stirpe. Fra fedeltà alla memoria e trasfigurazione letteraria, in un sottile, turbinoso gioco di rinvii, ribaltamenti, sovrapposizioni, con i componenti della tormentata famiglia Pirandello, il padre Luigi, la madre Maria Antonietta Potulano, i fratelli Fausto e Lietta, e gli amici più intimi di Luigi e Stefano, s’accampano esponenti di primo piano della politica e della cultura. Mascherati sotto nomi fittizi, o palesemente trasparenti, compaiono gli amici Corrado Alvaro, Corrado Pavolini, Massimo Bontempelli, i politici Ciano e Bottai, scrittori come d’Annunzio o Malaparte, Savinio o d’Amico. In un’alchemica combinazione di storia individuale e collettiva e di artificio narrativo, il romanzo “Timor sacro” unisce vagabondaggi affabulatori a episodi realmente accaduti, lumeggiandone aspetti controversi: il consenso dilatato, la proclamazione dell’impero, la pena di morte, la figura del Boia, le leggi razziali. Per quanto attiene la sfera privata, “Timor sacro”, romanzo pericoloso, è la trasposizione letteraria del legame insieme amoroso e tirannico fra Luigi e Stefano, del difficile ambiente familiare, del tortuoso itinerario esistenziale del suo autore di cui registra le tappe fondamentali. L’entusiasmo irredentista, la partenza per il fronte, la dura cattività, il tradimento degli ideali del Risorgimento, il non facile reinserimento del reduce, la vicenda amorosa, l’emancipazione dal padre, la scelta definitiva dell’arte. E se Luigi approda alla sperimentazione del meta-teatro, Stefano con “Timor sacro” avvia il genere del meta-romanzo. Romanzo sulla genesi del romanzo, dunque, “Timor sacro”, secondo schemi fluidi, irti di svariate possibilità, palesa i dubbi, le incertezze compositive dell’autore. Tant’è che talora la vicenda pare rimanere sospesa nella più assoluta indeterminatezza. O mal concludere. La stessa situazione è narrata con registri differenti, quasi a ridare il verso alla ricerca, ai ripensamenti, ai tanti modi dello scrivere con cui l’autore si confronta. E’ il progetto di Stefano, quello di consentire al lettore di sorprenderlo nell’affanno della creazione. Romanzo semeiotico, dunque, a suo modo calviniano, di straordinaria modernità che, dispiegandosi su un doppio registro, interiore ed esteriore, manifesta le emergenze personali ed emotive dello scrittore e insieme spalanca una finestra sulle laceranti tensioni del XX secolo. Numerosi i richiami alla contemporaneità; fra tutti ci piace ricordare, nell’anno delle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia, l’appassionata esaltazione delle bellezze dell’Italia, patria dell’arte, della cultura, della libertà, di cui è simbolo l’episodio in cui l’albanese Selikdar contempla nella Galleria Borghese le suggestioni coloristiche dello splendido quadro di Tiziano, “Amor sacro e amor profano”.
Riproporre Stefano Pirandello è un atto d’amore e di “riparazione” per tanto passato oblio. Un oblio che questo libro risana e compone grazie al potere della parola. Quali le cause di questa dimenticanza?
“Timor sacro” è il testamento spirituale dell’autore, certamente l’opera sua alla quale attribuiva maggiore importanza e perciò conclusiva, capace di sublimare tanto amaro disinganno, tante amarezze e delusioni. Stefano fu un intellettuale schivo, lontano dalle logiche editoriali, seppure amico di Valentino Bompiani. Negli anni in cui prestò la sua collaborazione al padre dovette soffocare l’esigenza di scrivere per sé. In seguito alla scomparsa di Luigi continuò a scrivere incessantemente testi teatrali, alcuni dei quali messi in scena da registi della statura di Anton Giulio Bragaglia o Giorgio Strelher. E tuttavia a causa dei giudizi spesso miopi della critica, che talora ha ravvisato tracce di pirandellismo nella sua opera in realtà originale e autonoma rispetto a quella di Luigi, Stefano si ritirò a vita privata, continuando a scrivere ma rinunciando a farsi pubblicare.

Stefano e Luigi. Un figlio e un padre importante, uniti però dalla stessa vocazione letteraria. Luigi amava rivolgersi al figlio, raccontargli le intuizioni, i guizzi di fantasia. Ne fa fede un meraviglioso epistolario. Tuttavia emerge anche l’impressione di un confronto padre-figlio complesso, su cui ha certamente pesato la notorietà di Luigi e la malattia della moglie. Come visse Stefano questo rapporto? La sua arte ne registra qualche palpito?
Tutta l’opera di Stefano è rielaborazione letteraria della sua difficile autobiografia. E’ lo stesso scrittore a chiarire meglio il rapporto con il padre e la madre in un felice testo teatrale intitolato “Un padre ci vuole”, titolo emblematico che meglio esplicita la necessità della figura paterna nella vita di un uomo. Una figura che a Stefano è certamente mancata assolvendo anzi lui stesso alla funzione paterna per sé ma pure per il padre, che spesso sollecitava a superare quella terribile “crisi esistenziale” che attanagliava l’agrigentino nell’ultima stagione della sua vita. La categoria dell’assenza, inoltre, informa di sé anche i personaggi femminili delle sue opere dove manca il ruolo della madre, rievocando così la straziante decisione di condurre Maria Antonietta, a causa dell’acuirsi della sua patologia mentale, in una casa di cura lontano dalla vita familiare. A proposito del problematico rapporto con i suoi genitori, così dichiara Stefano: “Enorme e determinante peso hanno avuto su di me fin dall’infanzia le due entità di Padre e di Madre. Esse hanno assunto talora aspetti tragici, in conflitto come erano e chiuse ognuna in una sua sfera di integrale giustificazione: il che scindeva il mio animo”. E in una lettera a Luigi del 10 giugno 1926: “Non so che cosa non farei per darti il sentimento reale che il mio affetto per te è una cosa importante più libero e più schiavo del comune affetto dei figli per il padre”. Quanto al rapporto con la madre: “Restava nel giovane l’immagine della madre, autorità lontana, ininfluente nella vita presente, ma l’unica che avesse voce” leggiamo di Selikdar. Di notevole interesse è poi la descrizione dei rapporti fra Luigi, Stefano e la moglie Olinda nel romanzo Timor sacro dove è rappresentato, fra l’altro, il momento in cui i giovani sposi sono accolti nella casa paterna in una convivenza tutt’altro che facile. Ma il romanzo, in tal senso, è una miniera di informazioni che non smettono mai di stupirci.

Infine, una domanda a lei, cara Sarah, cui va il merito di aver valorizzato tante figure di intellettuali siciliani che – altrimenti – avrebbero perduto la possibilità di essere conosciuti e di lasciare testimonianza commossa della loro voce. Del loro dolore. Del loro, personalissimo, modo di vivere la Sicilia… Addamo, Patti, Bonaviri. E adesso, Stefano Pirandello. Tutti autori della nostra terra, il cui timbro è stato reso più potente dalla sua sapiente opera di studio e di recupero. Questa riscoperta approfondisce il suo essere siciliana?
Sono orgogliosa di essere siciliana, di partecipare del ricco, glorioso patrimonio culturale della nostra terra che si caratterizza e si distingue per l’importanza delle voci dei suoi scrittori. La Sicilia è una proposta culturale. La letteratura italiana della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento non si spiega senza la presenza di Capuana, Verga, De Roberto, Martoglio, Pirandello, Sciascia, Brancati, Patti, Bonaviri, Addamo, solo per fare alcuni dei numerosi nomi. Scrittori che è necessario interrogare per una migliore intelligenza del nostro tempo e della nostra esistenza.

Cosa la trattiene nella nostra Sicilia? È la voce dei nostri scrittori?
Scrivendo le sue opere Stefano Pirandello si propose di “lasciare un filo di suono, pulito”. Quel “filo di suono” che promana dalla voce dei grandi scrittori di cui la nostra terra è fertile, fino ai tanti giovani scrittori contemporanei, consente a noi siciliani di conseguire quei vantaggi dell’anima che solo la letteratura sa donarci.

Grazie, cara Sarah. Credo che grazie a lei Stefano Piarndello abbia lasciato più che un “filo di suono”…
Simona Lo Iacono

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