Lia Albricci, Blu

M. aprì gli occhi lentamente, con la sensazione precisa che nella sua stanza fosse successo qualcosa di molto particolare.

Sbatté le palpebre più volte, con un po’ di ansia per quello che avrebbe potuto vedere. In realtà, all’inizio, si limitò a constatare che era cambiata la luce, le pareti, i riquadri delle finestre e gli oggetti erano illuminati da una luce azzurra, sembrava che qualcuno avesse avvolto la lampada in un foulard colorato. Richiuse gli occhi, riadagiò la testa sui cuscini, la scosse avanti e indietro come per scacciare le ragnatele del sonno, con un avanzo di pigrizia da dormiveglia pensò di esserselo immaginato, cosa mai poteva essere, conosceva la stanza dove aveva sempre dormito quando era in città, sin dall’infanzia, dove aveva visto avanzare i giorni e le notti per tanti anni, amava la sua stanza così conosciuta, così familiare e rassicurante, insieme alle piccole crepe del soffitto erano cresciute le proporzioni del suo corpo, conosceva le pareti chiare, i libri e i quadri alle pareti, i mobili che sembravano usciti dai quadri, belli, antichi o più recenti, dove erano custoditi e appoggiati gli oggetti che si erano accumulati durante la vita, la quotidianità che non veniva indagata, faceva da sfondo e contorno allo svolgersi della sua quieta esistenza.

La sua stanza guardava dalla facciata principale, ma era una zona della casa isolata dal resto dell’appartamento, dopo un lungo corridoio senza porte, solo alcune finestre che si affacciavano sul giardino, non grande, affollato di vecchi alberi dignitosi e alcune panchine di solito deserte. Nessuno scendeva mai sotto quegli alberi, ma era una sicurezza sapere che esistessero, una specie di terra di nessuno tra la casa e il portone, era un panorama un po’ triste, per questo aveva scelto la stanza con le finestre sulla strada, che era subito al di là, fuori dal numero civico undici, nella parte vecchia della grande città, quasi una capitale, rumorosa e straniante come tutte le grandi città.

Tutto questo apparteneva alla normalità della sua vita, ma la strana luce azzurra nella sua camera no. Sentì rumori al piano di sopra, come se un involto lungo e pesante venisse trascinato, si ricordò dei lavori sul tetto, se ne parlava ormai da tanto tempo, ma niente di tutto ciò giustificava lo strano fenomeno. Decise di scoprire cosa fosse successo, forse l’aveva solamente sognato, e si mise di scatto a sedere sul letto, gli occhi spalancati per non perdere nulla, li chiuse e li riaprì più volte, con incredulità, su quello che vedeva.

Il suo mondo aveva cambiato colore. Ogni cosa, dalle sue mani sottili alla luce che entrava dalla finestra, dai fiori nel vaso di cristallo ai quadri, dai libri ai fogli sul tavolo, tutto, vestiti sulla sedia, scarpe e tappeto, proprio tutto insomma, era colorato di blu, in tutte le possibili sfumature e gradazioni.

Rimase sul letto come su di una zattera, con le braccia strette alle ginocchia piegate, non riusciva a pensare di andare a verificare cosa succedesse fuori, era già troppo quello che aveva davanti agli occhi e intorno a sé.

Era inquietante, non esisteva nessuna spiegazione logica per tutto questo, ma la mancanza di logica si infrangeva contro la realtà, pensò a una rara sindrome degli occhi, come era avvenuto per Van Gogh con il giallo forse poteva avvenire con il blu, ma capiva che era una scappatoia, il blu era il colore del mare e del cielo, certo era il colore che amava di più ma l’amore non aveva mai avuto la capacità di influire cosi’ a fondo sulla realtà, soprattutto non sugli oggetti, sulle cose inanimate.

A meno che…, ma era pura follia, sembrava che ogni oggetto avesse impiegato tutte le sue capacità, posto che gli oggetti ne possiedano, per colorare ogni molecola e ogni fibra della sua materia della sfumatura di blu più vicina al suo colore d’origine, per esempio tra i libri alcune copertine gialle avevano assunto una gradazione di blu un po’ verdastro, altre rosse o rosate avevano sfumature violette di varie intensità, ma le pareti erano di un purissimo color acquamarina intenso, come le tende e le lenzuola e le coperte, il pavimento risultava una pozza d’ombra scura, come nuvole temporalesche, lo specchio era un angolo di mare screziato.

Il seno profondo delle onde è del colore dei giacinti”, aveva scritto Katherine Mansfield, e poi “dolce color di oriental zaffiro” aveva cantato Dante, le Cronache marziane di Bradbury, uno dei libri più gonfi di azzurro mai scritti, il Film Blu di Kieslovsky, “Il volo blu delle cicogne” del poeta giapponese, una gran quantità di immagini e di parole, tutte colorate, incominciarono a scorrere davanti ai suoi occhi, continuavano a venire alle labbra e alla mente come se nella stanza si stesse dispiegando un lunghissimo catalogo di oggetti e di pensieri, figure che si sovrapponevano e si fondevano l’un l’altra, creando una magica fantasia da caleidoscopio, interamente e perdutamente scintillanti di quell’unico, totalizzante colore.

La memoria era come l’aria, densa di forme dipinte.
Cobalto, azzurro, turchino, celeste, pervinca, indaco, blu, blu Cina, blu di Prussia, blu oltremare, vide draghi cinesi irsuti di scaglie appuntite scivolare fuori dalle nuvole e dalle onde dipinte sui vasi e sui piatti e dirigersi verso porcellane inglesi con paesaggi agresti o verso panciute e ricurve zuppiere di Delft mentre sullo sfondo galoppava veloce il Cavaliere Azzurro di Kandinsky, vide le figurine delle miniature avvolte in vesti di lapislazzuli, come nel Libro d’Ore del Duca di Berry, inchinarsi e danzare con i santi e le vergini dei capoversi dei codici ecclesiastici, vide gli angeli del Beato Angelico volare come grandi farfalle verso il soffitto di Galla Placidia, sentì fluttuare nell’aria lo zel, la nota azzurra che Chopin cercava sedendosi al pianoforte, vide i prati di montagna smaltati di genziane e le radure nei boschi fiorite di giacinti selvatici, i campi di grano azzurrati di fiordalisi e campanule, convolvoli e lavande nane, vide il blu profondo dei piccoli laghi di montagna e i riflessi iridescenti delle ali dei colibrì, vide le gambe di miliardi di donne e bambini e uomini che camminavano per il mondo ricoperte dalla stoffa più diffusa, vide il colore brillare nelle bandiere e negli stendardi, sugli stemmi e sulle divise, vide le vesti color indaco degli uomini dell’Atlante, vide lo scintillio prezioso dei saari d’Oriente, le forme stilizzate delle onde sugli antichi paraventi giapponesi, vide le maioliche rilucenti delle cupole delle grandi moschee e dei minareti, vide tutte le possibili tonalità d’azzurro dei cieli dipinti sulle tavole o sulle pareti nel corso dei secoli, vide un gruppo di saltimbanchi macilenti e svuotati stringersi tra di loro nell’ombra del crepuscolo, vide l’azzurro più tenero ed esangue morire nei grigi di un quadro di De Stael, vide l’oceano lacerato da lame metalliche ribollire intorno alla grande balena, vide il mare appena increspato o in tempesta con onde immense e scintillanti irrompere da ogni immaginabile contenitore, quadro libro poesia riva e spiaggia, rovesciarsi dalle finestre e dal soffitto nella sua stanza aggiungendo al colore degli oggetti il luccichio della materia liquida, ma mentre questo avveniva non provava nessun timore di soffocamento o morte, pensò che, nel peggiore dei casi, avrebbe potuto disfarsi e sciogliersi in quell’immensità trasparente e pur colorata, pensò che avrebbe potuto scivolare via insieme a tutto il blu del mondo diventando una particella di puro colore dispersa nell’infinito.

E proprio perché non aveva paura, mentre vedeva tutto questo chiuse gli occhi e poi li riaprì e poi li richiuse ancora lentamente, in pace. Poi si addormentò, perché la sua mente stanca non avrebbe potuto contenere né altre immagini né altre emozioni, si addormentò quietamente, sognando di fluttuare in qualcosa che non era acqua, non era nuvola, non era aria, ma era azzurro profondo come la somma di quelle entità.

Per le finestre aperte, insieme al sonno, entrarono rumori ovattati.

Dal terrazzo del piano superiore gli operai ripiegavano velocemente la futura copertura del tetto, l’immenso telone blu che era stato disteso sulla ringhiera per controllarne le dimensioni e sciogliere le pieghe.

La facciata del palazzo parve per un attimo rabbrividire, ritornata nuda, contratta, come si ritraesse in se stessa perché all’improvviso era stata privata di qualcosa di essenziale. Per qualche ora era rimasta prigioniera di uno strano sogno, dove si erano mescolate antiche memorie minerali e desideri di cambiamenti e mutazioni, le erano volate davanti immagini bizzarre ma possibili, riflesse nel grande specchio dell’ incredibile colore illuminato da una luce straordinaria, qualcosa che non era mai accaduto prima, in tanti anni, qualcosa che non avrebbe mai potuto immaginare. Poi si riprese, lentamente, impercettibilmente, dall’interno accarezzò e distese ad una ad una le sue pietre e le sue lesene, i cornicioni ritornarono grigi e massicci, i davanzali sporgenti e un po’ consumati, nel sole. Le due colonne a fianco del portone si allungarono come per stirarsi e riassunsero il loro ruolo vagamente presuntuoso di sentinelle, il balcone padronale gonfiò la ringhiera arabescata, un filo di vento fece ondeggiare i lunghi rami delle piante ornamentali, ma avvenne tutto in un attimo, se avvenne davvero, poi tornò ad essere come era da un paio di secoli, la facciata chiara del palazzo al numero civico undici.

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