Autore senza libro, scrittore senza scritto

a cura di Loris Pattuelli

Joubert non scrisse mai un libro. Solo si preparò a scriverne uno, cercando con risolutezza le condizioni giuste che gli avrebbero permesso di scriverlo. Poi, dimenticò anche questo progetto. Più precisamente, quel che egli cercava, la fonte della scrittura, lo spazio dove scrivere, la luce da circoscrivere in quello spazio, richiese da lui, creò in lui inclinazioni che lo resero inadatto a qualsiasi fatica letteraria ordinaria o lo distolsero. E’ stato perciò, uno dei primi scrittori veramente moderni, in quanto preferì il centro alla sfera, sacrificò i risultati alla scoperta delle loro condizioni, e non scrisse per aggiungere libro a libro, ma per prendere possesso del punto da cui gli sembrava sorgessero tutti i libri; punto che, una volta trovato, lo avrebbe dispensato dallo scrivere libri.
Maurice Blanchot

Joseph Joubert, ma chi era costui? L’8 febbraio 1815 scrive sul suo quaderno: “Tormentato dalla maledetta ambizione di mettere sempre tutto un libro in una pagina, tutta una pagina in una frase e questa frase in una parola. Sono io”. Uomo estremamente dotato, forse anche troppo, quasi ogni giorno ha con sé un taccuino dove scrive. Autore senza libro, scrittore senza scritto, Joubert non pubblica niente in vita e non lascia niente da pubblicare. Ieri sera sono andato a frugare sulla rete, ma non ho trovato molto. Dieci citazioni sul wikipedia italiano, diciassette sul francese, otto sull’inglese, e poi una decina su frasicelebri.it. La francese Evene ne pubblica invece duecentoventisei, e questo è tutto. Fino a tre anni fa, in italiano esisteva soltanto un bellissimo saggio di Valerio Magrelli intitolato La casa del pensiero (introduzione all’opera di Joseph Joubert), Pacini Editore. Adesso c’è anche un Joseph Joubert, Pensieri per vivere, Guerini e associati, ma è una antologia, un greatest hits, un the best, una compilation di pensieri raccolti secondo un ordine tematico: la condizione umana, la religione, l’arte, le donne, i sentimenti, la poesia, la filosofia, il senso del vivere, eccetera, eccetera. Non riesco ad immaginare niente di più distante dallo spirito di Joubert. Davvero un’occasione sprecata. Joseph Joubert era tutto fuorché un fabbricatore di massime, e quello che ha scritto, l’ha scritto quasi ogni giorno, datandolo, senza dargli a proprio uso altro riferimento che la data, né altra prospettiva che il fluire dei giorni che glielo portavano. Così dovrebbe essere letto, così può essere letto nell’edizione in due volumi che André Beaunier ha curato per Gallimard. Elias Canetti lo considerava il più grande di tutti. Paul Auster l’ha tradotto in inglese. Maurice Blanchot dice che c’è un qualcosa di “essenzialmente nuovo, anzi di futuro nella sua ricerca: il tracciato di un pensiero che non pensa ancora o di un linguaggio di poesia che tenta di risalire a se stesso”.

Dai Carnets
traduzione di Loris Pattuelli

Sento la mandorla nel guscio, l’acqua nella terra, il fuoco nel ciottolo.

L’occupazione di guardare scorrere il tempo.

Il mobile sentiero delle acque, un fiume d’aria e di luce, lembi di chiarore. Da questo punto della terra la mia anima prenderà il volo.

Io sono, confesso, come un’arpa eolia, che dà qualche bel suono ma non esegue arie.

Luogo dove niente avrà luogo se non il luogo.

Il trasparente, il diafano, la scarsa pastosità, il magico; l’imitazione del divino che ha fatto tutte le cose con poco e, per così dire, con niente: ecco uno dei caratteri essenziali della poesia.

Dio è quel posto dove io dimentico tutto il resto.

Ci devono essere molte voci in una voce e molti significati in una parola.

Vorrei che i pensieri si succedessero in un libro come gli astri nel cielo, con ordine, con armonia, ma sciolti e staccati, senza toccarsi né confondersi.

Ma qual’è, propriamente, la mia arte? Quale fine si prefigge? Che cosa produce? Che cosa fa nascere ed esistere? Che cosa pretendo e che cosa voglio fare esercitandola? Scrivere ed avere la certezza di essere letto? Unica ambizione di tanta gente! E’ questo che voglio? Devo esaminarmi lungamente, fin quasi a saperlo.

Rappresentare con l’aria, circoscrivere in piccoli spazi grandi vuoti o grandi pieni, che dico? L’immensità stessa e l’intera materia, queste sono le meraviglie incontestabili e facilmente verificabili che perpetuamente si operano nella parola e nella scrittura.

Niente più fogli di carta bianca, niente più inchiostro sulla terra? Bene! Prendi una punta di ferro, un pezzetto di cuoio, e l’incisione è fatta.

Rotondità derivata dalla combinazione di altezza e lunghezza di un bell’edificio.

Il negro disteso sulla neve.

Lui è uno strumento a vento, io sono uno strumento a corde. A lui basta un soffio per partire, io ho bisogno di intrattenere me stesso. Se i miei nervi s’accordano, gira anche l’armonia. Ma sono pur sempre un’arpa, un tipo che si rilascia e ogni tanto stecca. Non c’è poi giorno che non mi presenti la sua ricarica, e questo porta sempre via un sacco di tempo.

Di trasparenza e limpidezza è fatta la consolazione delle acque.

Chiamiamo buon senso la facilità di comprendere e di fare nostre le verità volgari, usuali, facili, conosciute, eccetera. L’intelligenza consiste invece nell’appropriato riconoscimento delle cose nuove, sconosciute, e in gran parte anche inutili.

Del centro bisogna scorgere il cerchio.
Ma come cercare dove bisogna, quando s’ignora persino quel che si cerca? Ed è quel che sempre succede quando si compone e si crea. Fortunatamente, perdendosi così, si fa più di una scoperta, si hanno incontri fortunati.

Osservate come dappertutto, e in tutto, il sottile porta il compatto, il leggero tiene sospeso tutto il pesante.

Bisogna somigliare all’arte senza somigliare a nessuna opera.

Il ricordo risale il tempo, mentre l’oblio ne segue il corso.

Piacere d’esser scorto da lontano.

Il vero, il bello, il giusto, il santo.

Madame Victorine de Chastenay, una sua cara amica, parlava di “un’anima che ha incontrato per caso un corpo e adesso cerca in un qualche modo di cavarsela”. Fontanes, un altro amico, così gli scriveva nel 1803: “Vi esorto a scrivere tutte le sere, rientrando, le meditazioni della vostra giornata. Sceglierete, dopo qualche tempo, tra quelle fantasticherie della vostra mente e avrete la sorpresa d’aver fatto, quasi a vostra insaputa, un libro bellissimo”. Va a merito di Joubert l’essersi rifiutato di fare quel libro bellissimo.

Non avendo trovato niente che valga più del vuoto, egli lascia lo spazio vacante.

Saggezza è il riposo nella luce.

Farsi ignorante.

Sono buono a seminare, non a costruire o a fondare.

Ornata brevità.

Che l’ultima parola sia l’ultima.

La poesia di Joubert non ha certo bisogno dell’accompagnamento musicale, ma proprio per questo mi permetto di suggerire un Brian Eno d’antan quasi perfetto.

Joubert ha serietà, grazia e profondità. Nel suo pensiero queste tre qualità sono presenti in ugual misura, e così egli è vicino agli antichi più di ogni altro autore di aforismi. Un incanto particolare viene dalla sua mancanza di peso. La sua malinconia non appesantisce le sue frasi, ma dà loro il sapore di una partecipe bontà. Lo attaccano, sì, ma lui non attacca mai. La sua pudica ritrosia non gli permette di mordere; il suo senso della durata lo tiene lontano da tutto ciò che è piccolo. Accoglie ciò che appartiene allo spirito come se fosse un moto dell’aria. Sente pensieri e parole come respiri o come il librarsi su e giù degli uccelli.
Elias Canetti

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