Ganesh Del Vescovo. La chitarra, il suono, l’anima

Introduzione e intervista di Giovanni Agnoloni

da Postpopuli.it

Fin dalla prima volta che andai a un concerto di Ganesh Del Vescovo, ormai più di quindici anni fa, capii di trovarmi davanti a un artista che nella musica aveva realizzato qualcosa di straordinario: evocare a ogni nota immagini e percezioni che nel rumore del mondo di oggi tendono a sfuggire, anche se sono sempre lì, pronte a essere colte e sottolineate.
La sua vita artistica è interessantissima: musicista e compositore, il Maestro Del Vescovo è nato come autodidatta, sebbene poi abbia condotto studi formali al Conservatorio “Cherubini” di Firenze, sotto la guida sensibile e raffinata del Maestro Alvaro Company, celebre compositore italiano e allievo di Andrés Segovia.
I pezzi di Ganesh Del Vescovo, dalle sonorità lievi e avvolgenti, esprimono l’essenza di esperienze di viaggio nello spazio, ma soprattutto nell’anima. Attingono a un fondo di energia-spirito che attraversa i luoghi e il tempo, trasmettendo ogni volta sensazioni che risuonano immediatamente con chi ascolta e vede. Non lo dico a caso. La sua è una musica che non è improprio dire che vada vista (ho recentemente scoperto che questo concetto è proprio della visione della musica del grande pianista Keith Jarrett).
Lui, come racconta nel suo sito, si sente un ‘tramite’ verso qualcosa di altro: qualcosa che sta oltre, direi. È la coscienza della sostanza profondamente spirituale della musica, che ha scoperta da ragazzo, quasi ricevendo un’illuminazione, grazie a una chitarra con una corda sola che una sua zia aveva in casa. Come se le altre dovesse aggiungercele lui (come poi in effetti avrebbe fatto), col suo estro e la sua ispirazione. Forse il tutto risale ai tempi dell’infanzia, quando scorrazzava nelle campagne della provincia di Teramo, di cui è originario, e al periodo in cui ha girovagato con una roulotte, rivelando uno spirito gitano, che, al vederlo oggi, non gli riconoscerebbe. La musica che lui compone (che oggi è suonata in tutto il mondo: due interpreti ne sono il giapponese Kazuhito Yamashita e il fiorentino Leonardo Masi) è espressione proprio del suo ricco vissuto e della sua sensibilità.

Recentemente ho assistito al concerto che il Maestro Del Vescovo ha tenuto al Teatro dell’Affratellamento di Firenze nell’ambito della rassegna chitarristica “Omaggio agli ottant’anni di Alvaro Company”. Come sempre, ma oserei dire ancor di più, si è trattato di un’esperienza artistica raffinatissima, che ha spaziato dal repertorio classico, con brani, tra gli altri autori, di Heitor Villa-Lobos e Isaac Albéniz (come il suo celeberrimo Asturias, nella sua trascrizione per chitarra classica curata dallo stesso Ganesh Del Vescovo), alle composizioni del musicista protagonista di questo evento. Tra queste, spiccano per intensità spirituale e pervasività del suono, raggiunta attraverso soluzioni di tecnica chitarristica estremamente suggestive, la trascrizione di un lungo pezzo del grande sitarista indiano Ravi Shankar (pezzo di cui non esisteva, in origine, una partitura, com’è tipico della musica classica indiana) e Schegge di Luce, con cui Del Vescovo ha recentemente vinto il Concorso per composizione “Claxica 2011”.

In occasione del mio primo incontro privato con il Maestro Del Vescovo, nel suo studio fiorentino, avevo potuto già vedere da vicino i suoi strumenti, e in particolare, oltre alla chitarra tradizionale a sei corde (ne ha pure una a otto), la chitarra chikari (una chitarra classica con due sottili corde metalliche aggiunte alla sesta, che suonano a vuoto una nota diversa a seconda di dove viene collocato un ponticello lungo la tastiera – v. qui il suo componimento per chitarra chikari Vritti due) e la chitarra sarod (che è appunto l’incrocio tra una chitarra classica e un sarod, affascinante strumento indiano con venticinque corde metalliche su una tastiera anch’essa di metallo, che emettono suono solo venendo pigiate con l’unghia – v. qui e qui il brano Advaita Ananda). Con questi strumenti, Ganesh Del Vescovo è riuscito a sviluppare – e tuttora sviluppa, seguendo l’ispirazione che gli viene dagli strumenti stessi – le sue tecniche in gran parte innovative, sia pur nel rispetto dei canoni della musica classica occidentale (grandioso l’effetto dell’applicazione di un diapason alla tastiera a mo’ di ponticello, o quello dell’oscillazione della chitarra nell’esecuzione di determinate note, che provoca un’ondulazione del suono del tutto particolare).

– Io partirei dal tema del suo rapporto con la musica in relazione all’ispirazione. Il modo in cui è nato il suo amore per la chitarra, che sembra avere un significato spirituale.

– Per me è stato molto importante capire dopo quel che mi era successo all’inizio. Quando conobbi per caso la chitarra con una corda sola dei miei zii, iniziai a tirarci fuori delle note e fui affascinato dal suo suono. Passavo nottate intere a tirarne fuori dei suoni. Sono state fondamentali le vibrazioni della musica, che mi portavano a vivere stati d’animo molto elevati. Per questo ho scelto di fare musica; non per fare una carriera da musicista. Tra l’altro, venivo dalla provincia di Teramo, un luogo molto isolato (e bellissimo), dove al tempo la musica classica quasi non si sapeva cosa fosse. Poi tornai al paese con la chitarra a una corda, e iniziai ad aggiungere le altre.

– Come avvenne, poi? Incontrò il Maestro Company, giusto?

– Andò così. Al mio paese, col tempo, avevo elaborato una tecnica tutta mia, e quello che suonava piaceva alla gente. Un giorno il direttore (o forse il segretario) dell’Accademia Musicale di Pescara passò dal paese e mi sentì suonare. Gli piacque la mia musica e mi convinse ad andare a Pescara, dove incontrai Alvaro Company. Lui mi chiese cosa suonassi e io, innocentemente, risposi: “Ma, vediamo un po’, di solito faccio quello che mi viene”. Mi chiese se avessi studiato composizione, ma io non sapevo neanche che volesse dire. Non scrivevo musica, allora. Iniziai a improvvisare, e lui prese a girarmi intorno e a guardarmi con grande attenzione. Rimase stupito al rendersi conto che stavo veramente improvvisando. Insistette allora per farmi andare a Firenze, ché mi avrebbe anche dato lezioni gratuite. In seguito ci andai, a Firenze, e studiai chitarra al Conservatorio “Cherubini”. Arrivai col mio strumento tutto rotto e finii per classificarmi primo in graduatoria, anche se a me il posto in classifica non è che interessasse molto. La cosa più importante, fin dal periodo delle mie prime improvvisazioni, era che la musica mi dava degli stati di pace interiore che non ritrovavo da nessun’altra parte, esternamente. E ancor oggi li trovo solo nella musica. Così, agli inizi mi ero fatto l’idea che tutti i musicisti, più andavano avanti, più crescessero in queste sensazioni. Venendo a Firenze, invece, mi accorsi che non era proprio così. Competizione esasperata, accademia all’ennesima potenza. Non era quello che veramente volevo.

– E questo si riallaccia alla sua ispirazione legata all’Oriente, testimoniata, tra l’altro, dalle sue “Fantasie sopra melodie indiane” (v. qui per ascoltare la n. 4).

– Infatti. Seguii tutti i miei studi di Conservatorio pur portando avanti le mie ricerche autonome. Conobbi una famiglia che praticava yoga, e venni a sapere che quello che cercavo nella musica loro lo trovavano nello yoga. Così mi dedicai, oltre che allo yoga, alla musica indiana. Anche se è vero che io faccio musica indiana solo quando suono strumenti tradizionali indiani (anche il tabla, percussioni tradizionali indiane – v. qui). Quando realizzai questa possibilità, capii che la musica è un mezzo per capire chi siamo. Anche i concerti non li cerco affannosamente. Certo, se vengo invitato porto volentieri in giro la mia musica. Però non è questo che conta davvero. È la ricerca di cui parlavo.

– In un suo passato concerto nella Pieve di Sant’Andrea a Cercina, sopra Firenze, mi colpì molto il pezzo Ricordi di Nagasaki, ispirato al Giappone. Qui spicca, forse ancor più che nei pezzi d’ispirazione indiana, la sua capacità di trasportare nella dimensione del luogo a cui la musica si ispira. Allora mi sono posto la domanda se questo sia prevalentemente frutto della sua tecnica personale o della sua compenetrazione profonda con l’ambiente, nel momento in cui ha composto il pezzo.

– In realtà quel pezzo non si ispira alla musica giapponese, anche se c’è un piccolo tema che ricorda Sakura. Però non l’ho fatto apposta. Me sono reso conto dopo. In realtà non scrivo mai musica pensando a un luogo. Non sono (almeno consciamente) ispirato da un luogo. Posso scrivere un pezzo lentissimo mentre sono in mezzo al caos, o uno animato stando immerso nella natura. Alla radice del pezzo sta sempre un atteggiamento interiore. Per questo il titolo lo scelgo sempre dopo.

– Nella sua tecnica mi colpisce in particolare il suo tocco magnetico, che mi coinvolge completamente, come spettatore. Che cosa contraddistingue il suo approccio alle corde? Una profonda integrazione con il respiro?

– In realtà il suono è l’ultima cosa che avviene. Certo, per la parte tecnica ho avuto il grande esempio di Alvaro Company, che ha imperniato gran parte della sua ricerca sul suono e sulla respirazione. Però non si può imparare il suono ‘facendo le cose in un certo modo’. Il suono non nasce da un movimento ‘fatto bene’, ma da un atteggiamento interiore. Quando abbiamo un’idea musicale, la mano può iniziare a muoversi da sé in modo strano, insolito. Quindi non c’è una posizione giusta o una sbagliata. La tecnica ‘giusta’ si elabora a partire da un atteggiamento interiore, che genera spontaneamente un modo di muovere le mani. Partendo da qui si può costruire una tecnica.

– Quindi, il suo implicito suggerimento è che qualunque studio formale non deve ingabbiare la spontaneità d’ispirazione, che è l’elemento determinante.

– Sì, però non confondiamoci. La spontaneità, o meglio l’intuizione, conta, ma dev’essere corredata da una grande disciplina. Senza di questa le cose non vengono. E la disciplina, e il metodo di studio, è anch’esso espressione della personalità. Io mi sono creato il mio metodo, ma ad un allievo non lo impongo per forza. Ci sono allievi che recepiscono di più se spiego loro tutto, in modo intellettuale. Altri, invece, apprendono in modo intuitivo, vedendomi suonare. Questa è la trasmissione diretta, che è quella migliore. In questo caso, si può anche insegnare senza parlare assolutamente. È una trasmissione non verbale, la più importante.

– Il discorso dell’interiorità ispira dunque la sua musica nella sua interezza.

– Sì, anche se diciamo che la mia musica si può complessivamente dividere in tre parti: la musica d’ispirazione orientale, quella non di ispirazione orientale (magari evocativa dell’oriente, ma non direttamente ispirata alla musica tradizionale indiana), e infine le trascrizioni di pezzi composti per altri strumenti (per esempio da Frescobaldi, Mozart, Schubert, Verdi). Comunque, qualunque cosa scriva (a parte le trascrizioni), la mia ricerca non si basa sullo studio di altri autori a cui mi sia coscientemente ispirato. Tutto, certo, concorre, ma a livello inconscio, perché la ricerca è guidata da un’ispirazione di natura interiore.

– Veniamo all’ultimo concerto fiorentino, nell’ambito della rassegna dedicata ad Alvaro Company. La sua trascrizione di Ravi Shankar ha senza dubbio rappresentato una sfida, musicalmente. Ne esiste una sua versione per chitarra e tabla e una per sola chitarra. E’ stata maggiore la difficoltà di rendere sulle sei corde dello strumento le sonorità e la mobilità compositiva dell’improvvisazione del sitar, o calarsi nello spirito del musicista indiano?

– Sì, esiste una versione per chitarra e tabla e una mia trascrizione per chitarra, nata su una commissione che ho ricevuto da un noto chitarrista di Parma, Giampaolo Bandini che mi aveva chiesto se fosse possibile farne una versione per flauto, chitarra e tabla, da un originale per sitar, flauto e tabla. Io accettai. Il pezzo ce l’avevo su un vinile, e così l’ho ascoltato e ho riportato a orecchio tutto su carta, nelle parti del flauto e della chitarra. La parte del flauto non presenta nessun problema, perché la composizione è per un flauto traverso occidentale, per cui ho dovuto soltanto ascoltare e trascrivere sul pentagramma. La parte del sitar è stata la più difficile, perché non si trattava solo di trascrivere le note, ma di riscrivere, sostanzialmente, certe parti, per far sì che sulla chitarra il tutto rendesse, in particolare lo spirito. Spesso, in queste musiche, se si cerca di riprodurre alla perfezione quello che fa un altro strumento, si rischia di tradire la natura del pezzo originario. Quindi, lo spirito è stato senza dubbio la cosa più difficile, ma anche la più importante da riportare sulle sei corde.

– Durante il concerto ha sottolineato che Schegge di luce può essere visto come un pezzo “sperimentale”, ma non è nato con questo spirito. Personalmente, ho avuto la sensazione che la sua intenzione fosse di svolgere una ricerca sul suono e le sue vibrazioni. Sembrava che lei cercasse di esprimere sottili movimenti e dinamiche interiori, stati di letizia intima, direi. Ci può parlare della genesi di questo componimento?

– Sì, ho detto che a mio avviso lo si potrebbe forse considerare un pezzo di avanguardia, ma non è assolutamente nato con questa intenzione, anche se presenta tante tecniche nuove, e le sonorità sono particolari. Per esempio, il picchiettare la mano sinistra sulle corde con la destra, a un certo punto. Questo lo facevo agli inizi del mio percorso musicale, quando non sapevo ancora suonare, da ragazzo. Poi, però, queste cose fatte intuitivamente e per gioco mi si sono rivelate dei preziosi aiuti e un arricchimento tecnico importantissimo. È una specie di “ritorno alle origini”.

– Quali sono i prossimi appuntamenti in arrivo, concerti, rassegne…?

– Il 5 febbraio terrò un concerto all’Ambasciata Italiana a Calcutta, e suonerò anche a Nuova Delhi e in altre città. Poi terrò una “masterclass” con un concerto di musiche mie a Innsbruck, in Austria, Inoltre, ci sono vari progetti in corso di definizione, tra cui un DVD appena completato di un concerto di circa un mese fa in un bellissimo teatro che ho inaugurato a Pian di Sco’, costruito su progetto dell’architetto Maurizio Montani Farga. È una sorta di fattoria riadattata a teatro, totalmente ecocompatibile e dall’acustica perfetta. Il DVD è appena stato pubblicato. Il concerto era intitolato – come anche il DVD – “La chitarra senza confini di Ganesh Del Vescovo”. In questo teatro ho poi tenuto un altro concerto il 20 novembre 2011, dal titolo “Architetture in musica”, sull’onda delle affinità tra queste due arti (anche di questo, presto uscirà un DVD). Amo molto le registrazioni dal vivo, perché sono più veritiere, nonostante tutte le possibili imperfezioni (il rumore di fondo, una persona che passa…). Sanno di vita vera. Sennò è come mettersi in posa per fare una foto!

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