57. Quell’uomo

da qui

Dove trovarlo, Gilda? Perché ti vengono in mente altre domande, mentre cammini in strada e posi lo sguardo sui parcheggi per le biciclette, i sottopassi che porteranno chissà dove, le vetrine dei negozi, ognuno con il suo alberello che ricorda una natura diversa dal cemento, dal ferro, dalla plastica? Perché pensi che la vita sia tutta programmata, che i passi sull’asfalto siano già previsti da qualcuno, che anche se decidi di girare a sinistra e non a destra, qualcuno lo aveva predisposto? Hai scartato all’improvviso: c’è una strada dalle case in mattone stile antico, con portici simili a quelli delle città del nord Italia. Continua a leggere

I versi color amaranto di Krauspenhaar

Lo scrittore milanese nella sua nuova raccolta esplora
la realtà attraverso il dramma umano e la fisicità del dolore.

di Angelo Molica Franco

Se il poetare di Franz Krauspenhaar fosse un colore, sarebbe l’amaranto poiché esso tocca tonalità – cremisi, scarlatto, granata capaci solo di somigliargli. Allo stesso modo, le strofe di “Effekappa” (Editrice Zona, 2011) sono ammantate da un sentimento che non è solo malinconia, dolcezza, dramma, dolore, bellezza: c’è sempre una traccia che sa sfuggire all’interpretazione del lettore. Continua a leggere

“Il mare immobile”, di Valentina Ferri

Recensione di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli

Un sogno di vacanze passate, un incubo affiorante d’infanzia rubata. Il mare immobile di Valentina Ferri (Galaad Edizioni) è un romanzo che si potrebbe definire di de-formazione. Racconta la storia di una bambina di dieci anni, Lia, che negli anni Settanta va in vacanza in Toscana con la mamma e le sorelle più piccole, ma si porta dietro, e dentro, tutto un mondo di ricordi e sensazioni da incubo. La scrittrice evidenzia molto bene i sottili passaggi del suo tormento, che si manifestano nei suoi nervosismi, nei non detti e nelle tensioni sempre latenti e a tratti affioranti nel rapporto con la madre, donna molto bella ma riluttante al contatto e alla dolcezza. Continua a leggere

56. Buono a nulla

da qui

Non ti senti tranquillo, è naturale. Quanti errori avrai fatto nella vita? Ti riesce difficile affondare lo sguardo nella nebbia degli anni. Quando è scattata la molla del potere? Cos’ha innescato il meccanismo perverso che ti ha ridotto a questo punto? Dovresti fermarti, concentrarti. Tuo padre non ti ha mai stimato, diceva che eri solo un fannullone, un buono a nulla. Continua a leggere

Non dimenticare il salvagente

Trama, emozione, personaggi, tema, stile, ambientazione, dialoghi, disciplina, cura del dettaglio, visione d’insieme: scrivere fiction (e soprattutto buona fiction) “può essere un lavoro difficile e solitario, come attraversare l’Atlantico con una vasca da bagno” dice Stephen King in “On writing, a memoir of the craft”.
Ma per quanto negli ultimi decenni il ‘segreto’ di tale traversata sia stato rivelato, sviluppato e sviscerato con bussole, mappature, guide, manuali di navigazione assistita e GPS, le vasche da bagno continuano a costituire il mezzo meno indicato ad attraversare gli oceani, soprattutto per chi, a metà strada, scopre di soffrire il mal di mare.
Nel suo “On writers and writing” John Gardner, usando una metafora un po’ più camuffata ma altrettanto autoevidente, dice: “fiction is the only religion I have”. E chi davvero naviga lo sa, che vasche da bagno o meno nessun oceano può essere attraversato senza fede. Continua a leggere

Vivalascuola. Non facciamo la “scuola dei nonni”

Gli insegnanti sono più esposti a patologie psichiatriche (ed a suicidio) e oncologiche in seguito allo stress-lavoro-correlato della loro helping profession. Il prepensionamento rappresentava per alcuni l’ultima via di fuga per scampare a un destino tutt’altro che felice, e ora non c’è più. (Vittorio Lodolo D’Oria)

Un bambino piccolo ha il diritto ad avere un’insegnante affettuosa e capace, ma piena di energia fisica, di pazienza, che abbia la voglia e la forza di giocare, di sperimentare e di “abbassarsi” al suo livello, di permettergli di crescere. (Franca Valentini)

Un ordine del giorno riapre la partita sulla “riforma delle pensioni“. L’iter della legge non si è ancora concluso: dovrà essere discussa al Senato ed è possibile che il decreto, in scadenza il 27 febbraio, subisca ulteriori modifiche e debba tornare a Montecitorio.

Non possiamo fare la “scuola dei nonni”
di Giovanna Lo Presti

Esistono crimini contro l’umanità non contemplati in nessun codice penale e che determinano uno stato di violenza senza spargimento di sangue Continua a leggere

55. In cambio

da qui

Perché sei venuta fino a qui? Non ne potevi più dell’uomo che ti chiedeva un sacrificio: la vita è così breve e ne hai goduta così poca. C’è un silenzio irreale, tra le piante rade, a tratti, per l’incendio che ha divorato la pineta. Dimenticavi  il passato mentre ti stringeva e tu dicevi arriverà qualcuno e lui ma che t’importa, le stelle erano occhi discreti che fingevano di guardare altrove, gli uccelli notturni conversavano piano, la luna vegliava come una madre preoccupata per i figli. Continua a leggere

Vecchie idee per nuovi canterini

di Loris Pattuelli

Il 31 gennaio uscirà Old ideas di Leonard Cohen. Dieci nuove canzoni a otto anni dall’ultima raccolta di inediti. Attesa neanche poi lunghissima, se consideriamo che la sua discografia non supera la dozzina.
Questo lavoro arriva dopo 247 concerti in giro per il mondo, e molto probabilmente non sarebbe mai diventato disco, se il suo conto corrente non fosse andato in rosso. Il gossip (o koan) promozionale parla di un “pigro bastardo” recluso per cinque anni in un monastero zen nei pressi di Los Angeles e della sua manager che scappa con cinque milioni di dollari.
“Io non scrivo canzoni, solo poesie che corteggiano la musica”, ha detto l’altro giorno a Londra. E poi, sempre più civettuolo, ha pure aggiunto quanto segue: “Vede, per conservare questa voce, devo fumare moltissimo. Ho quasi 78 anni, potrebbe essere pericoloso; però, se smetto, rischio di diventare un soprano”.
Continua a leggere

Impressioni lombarde

di Giovanni Agnoloni

da Tornogiovedì

Via Monte Sabatino, a Sesto San Giovanni, sembra un piccolo salotto, intimo e silenzioso. Le case sono vicine, proprio davanti alla mia pensione, ma stanno quiete. Porgono le loro finestre socchiuse da tende come occhi stanchi, mostrano gesti misurati, emettono suoni sommessi. In fondo, la ferrovia e l’illusione di una città. Un grigio accogliente, dopo tutto, come un limbo che non durerà in eterno. Fiondate di meditazione metropolitana mi immergono in un paesaggio intessuto di ragnatele invisibili ma elastiche, sovrastate da nuvole come spugne sudicie e intrise di storia. Ricordi tristi penzolano inerti come bave elettriche. Accenni, inizi, approcci proletari spalmati su orizzonti di periferia. È presto, ma è già tempo di andare.
Cammino per strada col mio trolley al seguito, e mi sembra di tirarmi dietro un esoscheletro rappreso. Il mio. Sono sull’orlo di una metamorfosi, l’ennesima. Mi imbevo delle ultime vibrazioni di Sesto, portandole in un luogo oscuro e intimo, dove coveranno trame. Continua a leggere

54. Altre stelle

da qui

Mi chiamo Peter.
Ha qualcosa di strano, te ne accorgi adesso.
Lo vediamo insieme?
Non posso sedere accanto a una donna sconosciuta.
Perché mai?
Potevi risparmiarti di bere quelle birre.
Il mio credo non me lo permette.
Quale credo? Continua a leggere

Nota su Effekappa – di Andrea Caterini

Leggo le poesie di “Effekappa” di Franz Krauspenhaar. Di Krauspenhaar colpisce il modo in cui l’invettiva sia la bolla che custodisce la propria solitudine: “Per rabbia consumo chilometri. E’ così. Vite/ appese al collare del diavolo/ si nasce spalancati…”. Colpisce, poi, come l’io, la sua nudità (che è quel “nascere spalancati” al quale Franz desidererebbe fare ritorno) sia l’unica arma contro la cecità del mondo. Un’arma però, che incendia solo se stessa, che in se stessa s’illumina e s’accende, che sogna una vita fatta di slanci. Leggo da “Letteratura” questi tre versi: “Insegnami a mirare in alto/ a fare della vita un salto/ verso l’estremità del cielo”. Ecco, nel libro si contrappongono continuamente poesie scritte, si direbbe, per rabbia e altre scritte in intimità. Ma se a un primo sguardo si potrebbe pensare che le poesie scritte per rabbia siano quelle nelle quali Franz si rivolge a qualcuno, a un interlocutore preciso e determinato (un soggetto estraneo alla sua persona e quindi fuori da sé), credo però che quelle più intime, scritte come in un ripetuto dialogo con se stesso – o col se stesso desiderato e nudo – quasi fossero preghiere, siano invece quelle che più delle altre cerchino occhi capaci di incontrarsi con i suoi. Occhi che finalmente si riconoscono. Occhi che riconoscono l’uno la solitudine dell’altro: “Nessuno/ di caro che si affacci/ dalla vita, un minuto, a guardarmi”.

Franz Krauspenhaar

Effekappa (Zona Editrice.)

128 pagg. 13 euro.

53. Pazienza

da qui

Hai scoperto che è a Berlino. Puoi sapere tutto, Gilda, oggi non ci sono più segreti. Lo troverai? Non è un paese di campagna. E come ti presenti? Con la tua busta di giocattoli? Che cosa è accaduto da quando hai deciso per la prima volta di parlargli? Non sai niente di lui. Sarà ancora un romanziere? E’ diventato già famoso? Da un po’ di tempo ti agiti per nulla: che sia il segno che qualcosa sta cambiando, che è arrivato il tuo momento? Sull’aereo sei piena di speranze: tutto ti sembra nuovo, le poltroncine verdi, la pensilina chiara coi soprabiti e i giubbotti accartocciati, che ricordano i pensieri accavallati senza un ordine preciso, i passeggeri che chiacchierano, ridono o tradiscono espressioni preoccupate. Continua a leggere

Scrivere una poesia dopo Auschwitz

Bozza 52: Midrash

 

Rachel Blau DuPlessis

 

Nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben ist barbarisch”

(Theodor Adorno, “Kulturkritik und Geselleschaft” in Prismen)

Quanto più totale la società, tanto più reificato lo spirito e tanto più paradossale la sua impresa di svincolarsi dalla reificazione con le sue sole forze. Persino la più lucida consapevolezza dell’imminente catastrofe rischia di degenerare in chiacchiera inane. La critica della cultura si trova davanti all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere poesia.”

(Theodor Adorno, “Critica della cultura e società”, 1949, pubblicato per la prima volta nel 1951, in Prismi nel 1955)

 

 

 

1.

 

Poesia / Auschwitz / barbarie.

 

Triangolo obliquo.

 

Oppure

 

il pattume umano

 

non smette / di essere / creato.

 

 

Continua a leggere

Stazione della memoria (Shoah)

da qui

Una scritta sbilenca, come un gioco
per bambini a cui servono favole
per crescere felici.
Un albero stecchito a ricordare
che se hai qualcosa di tuo,
se t’illudi d’essere qualcuno,
questa è la prospettiva che smentisce,
è l’indice di tutte le sconfitte,
anche quella finale con te stesso.
Ma saranno le facce,
gli occhi stupiti di chi non capisce,
l’attesa opaca dentro le garitte
gelide della sua disperazione,
sarà il binario che avete orientato
verso la porta dell’inferno a strisce,
saranno quelle tracce
dentro le fosse senza paragone
a dirvi chi vi aspetta,
all’ultima stazione.

LA PAROLA PLURALE. “Ero(s)diade” di Antonino Contiliano. Saggio di Marta Barbaro

La parola plurale. Ero(s)diade di Antonino Contiliano.

______________________________

di Marta Barbaro (1)

.

non dirmi più canto la poesia
dell’uomo o l’elegia del virtuale dolore
o va dove il verso ti porta delle ali
controcorrente per abbattere gli stealth
e il silenzio dei radar e delle veline
e le vergogne delle zattere e dei gommoni
o dei capannoni dell’ospitalità per le stragi
questa è una buona brava guerra!
Buona guerra (2)

.

Per presentare l’ultima raccolta poetica di Antonino Contiliano, Sergio Pattavina chiama in causa la satura latina della Roma imperiale e, servendosi delle parole di Hegel, punta l’accento sull’«appassionata indignazione» di un animo virtuoso che si trova impotente e adirato contro un mondo che «contraddice alle sue idee di virtù e verità» (3). L’accostamento alla satura si rivela particolarmente felice se si considera, unitamente all’aspetto ideologico e antagonistico, l’esito compositivo dell’Ero(s)diade di Contiliano (Quaderni di “Collettivo R/Atahualpa”, 2010), tenendo a mente la formula, coniata da Edoardo Sanguineti, di coincidenza fra Ideologia e linguaggio (4); la raccolta si presenta, infatti, come una mescolanza di tematiche e di misure espressive, di linguaggi e di discorsi, che sembrano aggredire il lettore per un eccesso di sapori.

Continua a leggere

Krishna Biswas e la magia della chitarra acustica

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli.it

Krishna Biswas è un chitarrista elettrico e acustico con all’attivo quattro CD di composizioni sue proprie, suonate e concepite in uno stile acustico personale. Ha all’attivo esperienze in gruppi musicali della zona fiorentina e toscana, la presenza come insegnante in scuole di musica privata e la conduzione di seminari musicali.
Una selezione dei suoi brani e ulteriori dettagli si trovano sul suo spazio Myspace.

– Parlaci del tuo percorso musicale, di come hai iniziato a suonare, dei tuoi primi maestri.

Provengo da una famiglia che mi ha esposto a stimoli musicali di differente natura, da quella classica occidentale a quella indiana e americana. Ho cominciato a studiare il pianoforte da bambino, a 5 anni credo, con un insegnante classico. Dopo qualche tempo ho cambiato strumento, attratto dalla chitarra classica. Sono stato fortunato a conoscere il mio primo e più influente maestro, Ganesh Del Vescovo – chitarrista classico e compositore – che poi è diventato amico di famiglia e mio maestro fino ai 15 anni. A quell’età poi ho subito il fascino della musica afroamericana e sono passato all’elettrica. Ho riscoperto i suoni acustici successivamente, ma non per esigenze limitate all’esperienza musicale, ma semmai più vicine a una ricerca di emancipazione dall’imitazione di esercizi di stile e sonorità ormai conformate, in cui molti musicisti che mi circondano si riconoscono. Continua a leggere

52. Una chitarra

da qui

Uno dopo l’altro: gioiellerie, supermercati, banche.
Vieni, sbrigati!
Passamontagna, calzamaglie, caschi: ma quante te ne inventi, Marius?
Sfondalo, dài, non stare lì come un babbeo.
Sei diventato abile: scardini sbarre, mandi in mille pezzi vetrine con cristalli rinforzati, possibile che non ci prendano? Prima o poi capiterà.
Avanti, riempi il sacco, fatti dare il codice della cassaforte. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.92: Risate a denti stretti. Aa.Vv. “Riso nero”, a cura di Graziano Braschi e Mauro Smocovich

Risate a denti stretti…Aa.Vv. Riso nero, a cura di Graziano Braschi e Mauro Smocovich, Milano, DelosBooks, 2010

______________________________

di Giuseppe Panella*


Il sottotitolo dell’antologia di Braschi e Smocovich recita: “Gialli comici, brividi brevi e comici microcefali. Diversi modi per ridere in noir” e, tutto sommato, alla fine della lettura del libro, mantiene la parola. Non farà magari “morire dal ridere” – come ha dichiarato Carlo Lucarelli – ma mette in relazione due aspetti fondamentali dell’esistenza: il riso e la morte in un contesto che non è quello filosofico tradizionale e che ha attraversato tutto il passato Novecento partendo da Bergson per arrivare a Bataille e a René Girard.

Continua a leggere

Theodoros Angelopoulos (Θόδωρος Αγγελόπουλος), regista e poeta, 1935-2012




Theo Angelopoulos viene oggi ricordato come un regista cinematografico apprezzato e premiato. 1977: Orso d’oro a Berlino per I cacciatori, 1988: Leone d’Argento al Festival del cinema di Venezia per Paesaggio nella nebbia, 1998: Palma d’oro a Cannes per L’eternità e un giorno.

Angelopoulos è stato in realtà uno dei pochissimi autori la cui arte abbia travalicato i limiti stessi del linguaggio cinematografico. Il suo è stato un lavoro epico, lirico, in una parola tragico, che ha fatto rivivere il cuore stesso della civiltà greca, inizio dell’identità di questa turgida parte di mondo che chiamiamo occidentale. Il suo è stato uno sguardo lucido e spietato, mai cinico, carico di pietas per tutti gli esseri umani.

Tutti, davvero tutti i suoi quattordici film consegnano immagini potentissime. Noi spettatori (termine inadeguato) siamo catturati in un ritmo, in una scansione narrativa che riproduce il passaggio delle stagioni naturali e umane, e il tempo del dolore.

La sublime ironia del miliziano fascista che si spoglia di fronte all’attrice, rimane nudo dimenticandosi i calzini, e si vergogna allora del suo piccolo sesso. L’intollerabile intensità del piano sequenza fisso sul telone chiuso di un camion fermo sul ciglio della strada: sappiamo che un fatto orribile si sta consumando dietro il telone, ma da lì emerge una bimba seria che pare aver accettato l’oltraggio come un sanguinoso e inevitabile rito di passaggio, ed è questo il vero dramma. Bosnia, urla e spari nella nebbia, nei Balcani le persone scompaiono quando il paesaggio si offusca. Al posto di frontiera un bambino senza famiglia corre e si rifugia tra le braccia aperte di uno sconosciuto. Lo spettatore non si limita ad assistere, ma viene pro-vocato, deve completare le storie con la sua più personale immaginazione.

Ecco, forse il cinema, se è ottava arte, non può davvero aspirare a niente di meglio.