Alfonso Nannariello.

Materie spirituali

Dal 1952 la cacciata dal paradiso è raffigurata alla

Madonna, con l’angelo impietoso, e Adamo ed Eva afflitti.

Alla Madonna la navata centrale aveva motivi laminati

in oro dai quali scendeva nel sensibile di qua l’Irrappresentabile.

Sulla stessa navata erano raffigurate alcune scene

della passione insistentemente sottolineata dalle stazioni della via crucis.

Si passava, senza vie di mezzo, dal trascendente a quella feroce incarnazione.

Al mistero della colpa si arrivava altrettanto bruscamente.

Per quegli uomini, sui fondi intonacati delle case,

il colore, macchia dell’emozione, quasi difetto dell’imperfezione,

non doveva essere scomposto, doveva

invece essere corretto, e avere con il resto un rapporto

esatto. Lì, alla Madonna, il colore era invece liberato.

Forse era già prosciolto dall’accusa di peccato.

Sulle lesene e la zoccolatura era finto il marmo.

Le lesene, piene di variazioni autunnali, specie nelle

venature, incontravano il temporale degli smalti che

infuriava sul corpo della navata, in orizzontale.

Credo che la zoccolatura fosse alta una settantina

di centimetri. Il riquadro principale era un’inondazione

verde bottiglia solcata dai lampi del terremoto e

della tenebra del cielo della passione. Intorno appena

un bordo dorato. Esterna una cornice d’urti di verdemarcio.

Striature di rosso sanguinavano come graffi e ferite.

Fingevano il marmo, ma erano di carne.

Si sarebbe potuto sentire Dio parlare dalla bocca

di Ezechiele: «Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò

un cuore di carne», se non avessero fatto sentire dentro

i nostri istinti, se non fossero state così potenti e sensuali.

Eppure quelle pitture erano mistiche, forse proprio

perché così carnali. Erano illustrazioni dei sensi e

degli istinti più profondi che avevano fatto pace con il

puro. Erano l’intensità del cuore quando ha passione.

Forse erano registrazione delle vibrazioni dell’animo

tellurico del coro che canta alla Madonna durante le funzioni.

***

Se tutto si scombina

(ovvero: sulla tana di una voglia insana)

C’è sempre una tentazione da superare per arrivare a

possedere il cuore delle cose. C’è sempre da combattere

contro un’insinuazione, e da attraversare la chiazza

del barattolo del dubbio rovesciato. È stato così anche per la beata vergine Maria.

Alla Nunziata, perso il giglio, l’angelo sembra il serpente e Maria Eva.

Anzi la scena fa piuttosto pensare a Gen 6, 1-3°

Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi

sulla terra e nacquero loro figlie, i figli di

Dio videro che le figlie degli uomini erano arrapanti

e ne presero in moglie quante ne vollero.

Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà

per sempre nell’uomo».

I primi scrittori ecclesiastici considerarono, infatti,

quei “figli di Dio”, angeli, colpevoli di essere scesi

senza mandato, a godersi “le figlie degli uomini”, donne

mortali. Nella scultura della Nunziata, però, per

quanto l’angelo si presenti da dietro e prenda la vergine

alle spalle, plana delicato, per non spaventarla. Così,

quantunque il suo arrivo sgomenti, facendo uscire

di mente ogni altro pensiero e dal cuore ogni parola, il

suo fare non è troppo brutale.

Poi, nella Genesi si legge che, fatto quello sgarro, lo

spirito si ritirò da quei “figli di Dio”, da quegli esseri perversi.

Se si sposta, sostituisce o toglie una sola nota, una

virgola, un accento tutto si scombina, cosa accade se

proprio lo spirito si ritira e muore?

Restano senza principio l’anima e la carne.

Deve essere stato allora per non permettere che

l’anima sperdesse tutte le sue energie in cose rozze e

vili, come fu per gli angeli diventati ostili, che gli uomini

di qui la imprigionarono nello stomaco, e per

smettere di essere così feroci e rudi, la strinsero con nodi.

***

Al foro dell’occhiello

Maria è la vergine, la zita perfetta. È il fiore che ostentiamo

l’ 8 settembre sul bavero della giacca del paese, al nostro occhiello.

Per noi Maria è così tanto in alto e incontaminata

che a volte attira il fascio degli sguardi troppo su di sé.

Qui da noi la devozione per lei sfiora la bestemmia, accarezza l’eresia.

Da noi, in effetti, la Madonna a volte prende il

posto anche di Dio. Da noi la si prega e canta con questi

versi, con queste immagini, con queste strofe forgiate

per fare più gloriosi e lustri i suoi trofei

Calitri nell’ansia

ricorre al tuo trono

la gioia e il perdono

l’ottenne da te

(terza strofa di La Stella del mare).

Negli ultimi due versi della quartina Maria, nell’opera

della redenzione, più che corredentrice, sembra

la sola unica attrice. Anche in

E una è la stella

e Maria s’incròna

si mise la cròna

e in ciel se ne andò

(strofa tipo ripetuta tredici volte, ogni volta aumentando

una stella, di Una è la stella)

Maria sembra faccia a meno di Dio. Sembra che sia lei

la divina, la stella, come propongono i due titoli dei

componimenti. In questo secondo canto, poi, Maria

oltre a non sembrare affatto essere stata assunta, ma

capace di ascendere in cielo per sua volontà e con le

sue sole forze, risulta anche colei che, come Napoleone,

più che essere incoronata, mette, come insistono

il secondo e terzo verso di ogni strofa, da sé la

corona e si fa da sola regina.

Alla Madonna o dietro la statua dell’Immacolata

durante la processione, le voci delle donne erano primitive,

e si facevano una con quelle delle generazioni

passate. Erano cori tempestosi che vibravano d’una

fede più antica e viscerale. Erano voci lanciate con

impeto mistico, con dentro ancora qualcosa di orgiastico.

***

Da Alfonso Nannariello, Rosso inverso, Libria 2011

6 pensieri su “Alfonso Nannariello.

  1. robertorossitesta

    Caro Alfonso,
    nelle tue pagine si ritrova perfettamente quella reversibilità fra carne e spirito che è uno dei nuclei dell’opera di tanti grandi mistici e credo anche, si parva (?) licet, della “vostra” antropologia narrativa.
    Un ammirato abbraccio,
    Roberto

    "Mi piace"

  2. alfonso

    @ RRT

    Siamo noi, non una razza, ma io e te e tutti, che viviamo le cose con quella integrità, completezza e profondità del cuore quando ha passione.

    un abbraccio a te, carissimo Roberto. Grazie di tutto

    "Mi piace"

  3. fernirosso

    leggendo i passaggi trovo i passi delle scritture, tante, arroccate le une nelle altre, sante(?), blasfeme, credo, poiché da mente e intelletto cuore e passione carne e tutto ciò che in essa si dipana, avviluppa e sviluppa, cresce la parola, bassa, sempre umana, fin troppo anche quando mira ad altezze che sono proprie solo del fiato, in-qui-nato, che da noi si diparte. Giorni come ere e secondi a tutto ciò che è la nostra mortale ignoranza:sempre. Eppure de-siderosi di raggiungere un cielo, che nelle viscere si distende, come veicolo di una grazia dis-umana tanto, che nessuno se ne avvede. Donne e madonne, nate dallo stesso pennello, quel ciuffetto di vermiglio desiderio che si insinua, profondo, nel sangue e ne fa chiostro, inchiostro per una vita (s)pur(i)a. Se si fosse taciuto forse, a nord e a est, di un medesimo oriente, sarebbero mutati gli ori delle pale in cui tante crocifissioni si sono alzate e lacrime sono corse, a fiumi in terra e dentro un mare di desolata inquisizione. Re-legioni di uomini che si sono chiamati padri e hanno forgiato armi e chiese di pensiero, i-dee con cui hanno brandito dio in punta di lama e senza fioretto hanno spir(it)ato il congegnodel cuore in altre cure e in modo tale che dello spirito germinasse appena appena un fioretto.
    Grazie per questa lettura che apre la polpa della nostra iniquità,almeno così a me pare di leggere. fernanda f.

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  4. alfonso

    @ Fernirosso

    dedicato a te questo brano titolato “Impregnato d’incenso”

    ai Mosè che rompono
    le immagini di Dio

    Pare che, per acquietarsi, la coscienza abbia bisogno
    dell’osso di una norma, polpa della legge. Pare abbia
    bisogno, per non sentirsi in colpa, e dentro una semina
    di schegge, di ubbidire, di sentirsi comandare.
    Non so se quegli uomini fossero infantili, affidandosi
    alla norma che s’erano dati. Non credo che
    non avessero capacità creativa.
    Non so nemmeno se fossero davvero senza Dio.
    Non credo facessero a meno proprio di lui. Forse quella
    loro autonomia, quella sovranità che li mostrava
    narcisisti e divinità essi stessi, non era un sentirsi e
    porsi realmente contro.
    Per quegli uomini che erano sì e no, il resto delle
    parole erano tutte in più. E quel loro autoaffrancarsi
    dalle regole da pulpito, venute da chissà dove, era forse
    un mettersi a bella posta in faccia a tutti quelli che soffocavano
    la Parola con rovi d’omelie. Forse, però, la
    loro indipendenza era piuttosto una presa di distanza
    non dall’onnipotente, ma dall’immagine di lui ch’era
    loro data, dall’idolo, dal santino di gloria, di luce, di
    bontà, d’angeli molli in coro. Magari ritenevano che
    un Dio fatto a Dio dovesse essere duro e resistente,
    serio e intransigente. Che dovesse assomigliare in tutto
    proprio a loro.

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