Leonardo Masi, la chitarra e l’armonia delle vibrazioni

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Leonardo Masi è un chitarrista classico fiorentino, oltre che uno studioso di Letteratura Polacca. Insegna Storia ed Estetica della Musica a Varsavia presso la Uniwersytet Kardynała Stefana Wyszyńskiego.

– In occasione del tuo ultimo concerto fiorentino, nell’ambito della rassegna dedicata ad Alvaro Company (novembre 2011), hai presentato un repertorio molto “meditativo”, ispirato alla notte. Perché questa scelta?

All’interno dei programmi che propongo mi piace tracciare un percorso che sia stimolante, almeno per me. Per il programma notturno il concept è nato dall’unione della voglia di rendere un omaggio al maestro Company e da quella di riprendere il Nocturnal di Britten, un brano che non suonavo da diversi anni. Per l’appunto i brani di Company che avevo in repertorio erano un Notturno e la Barcarola per una culla. E poi c’era il pezzo di Carlo Prosperi per chitarra e violino intitolato In nocte e dedicato proprio a Company: dunque avevo già quattro brani ispirati alla notte. C’è da dire che la chitarra è uno strumento “notturno” di per sé, quindi non è difficile trovare brani con simili atmosfere nel repertorio. Su questa base, ho però voluto inserire un elemento di simmetria che ora ti spiego. Il Nocturnal di Britten è costituito da una serie di episodi ispirati dall’aria Come heavy sleep di John Dowland, ma questo lo scopriamo solo alla fine del pezzo, che dura una ventina di minuti. Dobbiamo prima compiere un vero e proprio viaggio attraverso veri stati d’animo legati alla notte: si inizia con un “meditativo”, poi ci sono i momenti agitati, c’è il momento del sogno, l’andamento cullante di una barcarola e una monumentale passacaglia che si chiude appunto con la citazione per intero del brano di Dowland. Ma siccome pochi conoscono Come heavy sleep, con la collaborazione di una soprano ho pensato di farlo ascoltare all’inizio del concerto, proseguendo poi con altri brani che in maniera speculare rimandano alle varie parti del Nocturnal: una passacaglia di Rodrigo, una barcarola di Company, etc. Non sono stato così rigoroso, si trattava comunque di creare un discorso unitario e di suggerire qualcosa. Ammetto che possa sembrare un po’ cervellotico, ma ogni ascoltatore può prendere e apprendere quello che vuole. E per di più, se si vuole addormentare ne ha tutto il diritto!

– Il tuo approccio alla musica, legato anche alla lezione di Alvaro Company e di Ganesh Del Vescovo, è improntato alla ricerca della “vibrazione perfetta”. Parlaci del tuo modo di avvicinarti all’esecuzione di un brano.

Molto importante per me, accanto ad Alvaro Company e Ganesh Del Vescovo, è stato l’apprendistato con Alfonso Borghese. Cito questi tre, perché sono stati gli insegnanti con i quali ho lavorato più a lungo, ma anche le masterclass di un giorno con altri grandi chitarristi sono state importanti. Tutto è importante e tutto può essere fonte di ispirazione, un film, un cane, un tramonto, un clochard, un guanto giallo…
Il maestro ti può spiegare una tecnica, può censurare certe scelte interpretative di cattivo gusto, può fare moltissime cose. Tuttavia personalmente sento l’obbligo morale di non nascondermi dietro ai miei maestri, perché comunque, alla fine, certi terreni li devi esplorare da solo, perché chi suona sei tu, con la tua storia, le tue luci, le tue ombre, talvolta purtroppo le tue paure… Tanto più se si ha l’ambizione di trovare qualcosa come la “vibrazione perfetta” di cui tu parli. Lì si entra in un campo che è totalmente personale. Puoi essere un chitarrista abile quanto vuoi, ma prima di tutto sei un uomo, la chitarra è solo uno strumento che usi per esprimerti o per trasmettere quello che un compositore ha scritto. Il maestro a quel punto può avere casomai un approccio socratico, può essere un ostetrico che ti aiuta a tirar fuori quello che hai, ed è qualcosa che deve venire dall’interno, non può essere imposta. Vedere allievi che sono cloni dei propri maestri è una cosa veramente triste, e lo dico da persona che ha un grandissimo rispetto per i propri maestri.

– Che cosa ami, in particolare, nello studio di un autore classico, e quanta parte delle tue ricerche di reiki e dei tuoi studi sulla meditazione si trasmette al tuo suonare?

Parto dal presupposto che ci sarà sempre qualcuno che suona in maniera più veloce, più pulita e più “musicale” (su cosa poi voglia dire “musicale” si potrebbe discutere) di me. Tuttavia, dopo tanti anni di studio, credo la tecnica “meccanica” che ho imparato basti e avanzi per suonare qualsiasi cosa, è solo questione di studio. Per fortuna, difficilmente sono costretto a preparare un pezzo in poco tempo, e quindi cerco di inserire un brano nel programma di un concerto soltanto dopo che le mani hanno acquisito la giusta sicurezza nei movimenti. A quel punto inizio a pensare nella prospettiva di presentare il brano in pubblico e a fare in modo che l’energia fluisca dalla musica e arrivi il più pura e pulita possibile. Inizio un lavoro volto a far sì che la musica sia efficace, e questo vuol dire anche cercare di capire e prevenire le cause che potrebbero disturbare il corpo e la mente quando sarò sul palco – e non parlo del vecchietto che tossisce e ti distrae, ma di pensieri ed energie, dei vari scherzi della mente, dell’ego, delle sue ambizioni. Quella che tu chiami “vibrazione perfetta” non è una cosa che esiste in assoluto, è un po’ come accordare diverse vibrazioni: durante un concerto l’esecutore ha una sua vibrazione, il pubblico ne ha altre, la sala in cui si suona ha le sue, i suoni hanno le loro. Io lavoro molto per creare armonia fra tutte queste vibrazioni. Sembrano cose astratte, eppure vedo dei risultati e ne sto capendo l’importanza. Però qui si entra in un campo che difficilmente si può riassumere in poche parole, per lo meno per quanto mi riguarda. Ci sono quelle grandi personalità alle quali tutto questo viene naturale, per me è un percorso lungo e pieno di ostacoli.

– Dicci qualcosa sui tuoi autori preferiti.

In generale mi indirizzo sul repertorio del Novecento. Nella musica per chitarra dell’Ottocento ci sono alcune cose pregevoli, ma non ho mai trovato la chiave per interpretare in modo efficace quel tipo di estetica – in questo è a mio avviso geniale il lavoro che ha fatto Pavel Steidl. Se ad oggi, per gioco, dovessi fare una classifica personale dei brani “di repertorio” per chitarra che ritengo più significativi, metterei sul podio i Dodici studi di Villa-Lobos (che però se la giocano al fotofinish con i Cinque preludi), il Nocturnal di Britten e Invocación y danza di Rodrigo. Io però cerco sempre di proporre anche cose meno eseguite e meno scontate: ho suonato per esempio molte cose di Ganesh del Vescovo, alcuni brani di Dusan Bogdanovic, Alborada di Luca Francesconi. Mi piace poi molto trascrivere e suonare musica da camera, dove ci sono bellissime cose, secondo me troppo trascurate dai chitarristi.

– Tieni regolarmente concerti in Italia e in Polonia. Quali differenze trovi, tra questi due paesi, per quanto riguarda la sensibilità e l’offerta culturale, in campo musicale e non?

Dirò una cosa banale, ma rispetto all’Italia credo che siano molti i paesi nei quali la sensibilità per la cultura è più sviluppata. In Polonia ci sono molti più spazi. Per quanto riguarda i concerti, magari nelle sale di Varsavia e di Cracovia non troviamo in cartellone così tanti grandi nomi come ne troveremmo a Roma o Firenze, tuttavia vi sono molti concerti interessanti che nascono in maniera spontanea in vari luoghi della città. Se voglio organizzare qualcosa in Polonia trovo molte meno difficoltà rispetto all’Italia, dove bisogna fare cinquanta telefonate, domande in carta bollata e chiedere in ginocchio – una cosa umiliante. Detto questo, devo però anche dire che in Polonia ancor più che in Italia la chitarra classica stenta ad essere considerata uno strumento colto. Dalla prospettiva polacca, capisco ancora di più l’importanza che da noi ha avuto Alvaro Company, sia come allievo di Segovia che come compositore. In Polonia non c’è stata una figura di simile spessore, e questo lo si percepisce tuttora: ci sono molti chitarristi polacchi di grande livello, ai quali però mi pare manchi una certa “cultura” dello strumento. Ma ormai purtroppo ce ne sono tanti anche in Italia, ce ne sono dappertutto e sono una delle cause che fanno sì che la chitarra resti uno strumento alla periferia della vita musicale.

– Parlaci dei tuoi prossimi progetti musicali e del tuo lavoro di docente di Storia ed estetica della musica a Varsavia.

Già, a proposito di spazi liberi… dopo aver insegnato gratis per quattro anni all’Università di Firenze in attesa di un concorso che poi non c’è stato, ho deciso di cercare lavoro in Polonia. Ho mandato un curriculum all’Università Wyszyński di Varsavia e mi hanno subito chiamato proponendomi delle lezioni – sembra fantascienza! Mi hanno affidato materie musicali all’interno dell’indirizzo di studi culturali alla Facoltà di Lettere. Io non sono strettamente un musicologo, però si tratta di dare un’infarinatura di base agli studenti, e quindi è una cosa alla mia portata. Il lavoro mi piace molto, e credo che anche gli studenti si divertano a sentire le mie lezioni in polacco storpiato. Per il futuro i progetti sono tanti, sia legati all’Università che alla musica. Approfittando del fatto che in questo periodo non ho concerti, ho iniziato a studiare un po’ di repertorio per chitarra e orchestra: Carulli e Rodrigo. Poi vorrei mettere su un programma e magari registrare un cd con autori polacchi contemporanei. Ci sono delle autori sconosciuti fuori dalla Polonia che hanno scritto cose molto interessanti: Piotr Moss, Agata Zubel, Stanisław Mroński, Aleksander Nowak…

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