“L’Eretista”, o il paradosso della veste bianca

di Giulio Viano 

“Come si cattura un ermellino?”

Calanca dell’Isola Ichnusa: avvolta da un’ondata di trisillabi, ha inizio la risposta. Però, prima di tutto: risposta a quale faccia di questo stranissimo oggetto vestito di carta?

E così, con precisione geologica, iniziano gli strati da scoprire: “Come si rende prigioniero il bianco?” è anche, per simmetria, chiave per dirci e chiederci: “Come purezza riesce a non morire?”

Milla, animale d’enigma, centro di questo mandala, agisce nella trama – la sua trama – come un riflesso all’interno di un prisma, diamante di cui sola detiene la chiave. Attrice e regista di sé stessa, si circonderà di un barocco magma di eventi, tracce e colpi di teatro sempre sul baratro dell’andare fuori controllo, sempre con piede fermo su quell’affilatissimo millimetro che lei sa.

E il gioco delle svolte a matrioska inizia sin dal titolo: “l’Eretista”. Eresia? No: parola nuova, tratta da “eretismo”, iper-reattività.

Erethismos: “irritazione”, “eccitazione”, ma anche “provocazione”, “incitazione alla rivolta”. Scelga il lettore lo strato che crede – senza mai, tuttavia, crederlo l’ultimo: nei 27 tellurici giorni del romanzo (dalla “maledizione del 27” che allunga la sua ombra sul mondo del rock, elemento portante della narrazione), la quasi ventisettenne Milla distribuirà uno strascico di trappole, lampi e indizi sulla strada dell’incauto Isaak, che, su mandato del padre, dispotico direttore della rivista scandalistica “Gelb”, si mette sulle tracce di lei, per arrivare a una resa dei conti delle cui cause e modalità egli è sostanzialmente all’oscuro.

Curvando allo spasimo le unità aristoteliche, Chiara Daino non soltanto rimbalza senza pace il lettore da un elemento e da un luogo all’altro, ma lo sospinge, in alcune occasioni, indietro nella storia, evocando figure come la Duchessa Anna Vreizh di Bretagna, che, folgorando il suo araldico “Meglio morto che sporco!”, dal 1488 dipana fino a noi un filo d’Arianna che si farà cavo d’acciaio per il resto della scalata.

Nella sua pullulante solitudo, sola beatitudo, Milla non è sola: i suoi amici e complici, schierati ad orchestra, la proteggono e Nemi – amica o alter ego al quadrato che sia – la osserva e cammina al suo fianco, portandole in dono la sua quiete di brina da quel suo “Bricco di Nèive, comune di Nèive, Cuneo”, tana di eterno ritorno, vissuta e ricordata, sorgente di quel bianco che per l’intera storia lotta, a morsi come in punta di fioretto, per continuare a vivere.

“Mia nipote non piange”, dice una frase del diario di Nemi, scritta a bordo di un Frecciarossa fermo a Santa Maria Novella prima di rislanciarsi a trecento all’ora. È un ricordo dei tre anni, età delle memorie prime e uniche: ad una minuscola Nemi in lacrime per la disarmonia che sta spezzando la sua casa, nonna Greca, donna fiera di un altro tempo, lascia in pegno una forza d’animo forgiata per la donna che verrà. “Bambina mia, ti lascio in eredità l’unica cosa che nessuno ti potrà mai togliere: il carattere.” E affilata da quelle parole come quel treno nero, argento e rosso, la trama può riprendere a sfrecciare.

“Io è complesso. Io sa di esserlo. Io pago essere io.” E Milla paga in forma di vortice, di cui è centro e motore tutt’altro che immobile. E a ricordarci che si parla di un essere umano, in questo vortice incontriamo persone, non solo personaggi: Madame dell’accademia di teatro, dura sacerdotessa che non svela per proteggere, l’amico psichiatra Lorenzo Ursidòni, poeta e squisito umanista dal grande cuore – “ti prego, mi dici qualcosa di bello?”, gli chiede Milla durante una telefonata -, il professor Lele dell’Università di Lettere di Genova, l’amico matematico Pascàl, gli amici del mondo metal, tratteggiato con affetto e purezza che stupiranno chi non lo abbia mai vissuto, i folli allegri amici dell’appartamento del Portonaccio a Roma… In una parola, gli Amici: sassi sui quali la ragazza approda, spesso su un piede solo, giusto il tempo per tirare il fiato, ringraziare con un bacio che vola e spiccare il prossimo salto, fra acque spesso gelide.

E senza che ce se ne accorga, i vortici vanno a sommarsi, in un crescendo tambureggiante di ritmi e rimandi interni che, proprio nell’occhio della tormenta, ci svelano man mano che la regia c’è, solida come marmo, in mano a una pilota di uragani. Sapendo la parola collimata che risponde al nome di poesia, Chiara Daino sa bene anche di sintesi, di come tendere e scoccare sillabe e spazi, immagini e segni, quando fiammare vita e quando ghiacciare un’attesa da dietro il sipario.

E se tutto il mondo è un palcoscenico, anche il palcoscenico che ondeggia su queste pagine è tutto un mondo. Pianeta che ruota all’estremo per mantenersi sul proprio asse, un mondo in orbita talmente eccentrica da sfiorare pericolosamente il Sole.

E il resto è Milla. “Buona corsa, mio bucaneve!”

26 pensieri su ““L’Eretista”, o il paradosso della veste bianca

  1. “Il palcoscenico che ondeggia su queste pagine è tutto un mondo”. Giulio Viano non poteva dire meglio su questo romanzo “eccezionale” nella scrittura contemporanea. La senzazione del lettore, a libro ultimato, è quella di un teatro-mondo che si costruisce davanti a lui mentre sta leggendo, teatro di apparizioni e di visioni unite dal flusso di una scrittura rigorosa e barocca.
    Marco E.

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  2. grazie poesia e spirito!!!!!!!1 siamo felici di vederci anche inn siti colti…… tutta crevari è fiera e con voi e al prossimo torneo di maschere ecclesiastiche religiose non potremo fare a meno di pensare a voi tutti!!!!!!!!!

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  3. Buonasera, grazie per i vostri commenti.
    Ciò che, appunto, mi ha colpito, in questo libro – fra i vari altri aspetti – è la sua teatralità, nel senso più stretto del termine: la sua intima ricchezza scenografica, il suo essere concepito come un’estesa sceneggiatura, il che non è senz’altro semplice da abbinare alla dimensione e alle ritmiche di un romanzo…

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  4. Bellissima recensione, Giulio.
    Nessuno può catturare un ermellino o, perlomeno, non determinati ermellini. O ermellini determinati, quello che sia. La posizione è esattamente quello che rende la differenza tra il pensare e l’essere, tra il credere e il sapere.
    Ed è proprio il credere che mi ha reso fiero di tutte le tue parole, Giulio, dai miei trascorsi di recensore musicale. Descrivere un libro, di per sé già fatto di parole, è assai più difficile di quanto non sia tratteggiare un album, a meno che la recensione non sia formulata tramite suoni. Cosa rende la differenza tra una recensione degna di tal nome e quali attributi il recensore intacca nel cercare di rendere degna un’opera [sia essa scritta o suonata] per convincere un possibile lettore?

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  5. @Daniele: Ti ringrazio. E sono d’accordo con te riguardo al recensire con il suono: è un fatto – etimologicamente – di consonanza. Ritmo richiama ritmo: per esprimere materia viva occorre movimento, occorre dinamica. E il suono, questa funzione, l’adempie come poche altre forze.

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  6. Giulio: da musicista [ex che sia, si è musicisti per sempre] concordo. Ma la mia domanda era indirizzata a te e, per estensione, ai letterati TUTTI: quali criteri, passioni, tecnicismi, studi, anaforismi, empatie, quantaltro ecc… ti supportano nello scrivere parole quando si tratta di recensire un libro? So per esperienza quanto sia difficile cercare di fermare su carta le espressioni musicali di un disco, ma sui libri mi ritengo ancora inesperto e pronto ad apprendere i “segreti” del mestiere, visti gli studi scientifici alle spalle. Gli ermellini non si catturano, ma come si catturano i lettori?

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  7. Cerco di sintonizzarmi sullo scritto di cui vado a scrivere – e prima ancora, su ciò che penso abbia sentito l’autore nello scegliere quella certa traccia, quella certa idea. Cerco di immedesimarmi nel suo processo creativo, sempre unico. E una volta creatomi un quadro che mi appaia plausibile, vedo di ritmare ciò che scrivo coerentemente alla sintonizzazione. A livello di immagini e di scansione del suono, soprattutto – che a parer mio, anche nella parola in prosa, sono parametri rilevanti. Cerco, in breve, di derivare una sintesi fra idea, tratto e ritmo: gli aspetti salienti del poièin, almeno secondo me.

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  8. Non grecista a mia volta, peraltro!.. Gli aspetti possono essere i più vari, mi riuscirebbe difficile delinearli: sempre nell’ambito e nell’ottica del sintonizzarsi, dopo avere ragionato sul testo, lascio che una parte – una buona parte – del processo successivo avvenga nella sfera istintiva, che sola può creare vera empatia. Credo che, una volta creato il canovaccio, ciò che si sviluppa al suo interno vada lasciato libero di assumere la propria forma più naturale.

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  9. Recensione splendida e molto nutriente.

    Servirà di lezione per la strada che percorro sempre in attesa di qualcosa che sia”Amore”.

    L’amore che muove il mondo come hai scritto tu, che tutto da se ti ami e hai molti” amici” che te lo dicono continuamente e non ci fai più caso.
    Bello “sfiorare continuamente il sole” meglio di morire.

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  10. In ritardo [certe affezioni sono radicate, fisiologiche e patologiche]: ecce Dama.
    Nel grazie che da sempre e sempre Vi devo [Giulio e Sigismundus, Renata, Fabrizio e Juanito, Marco, Daniele, il Tomerc tutti, Ernesta e le Anime che r’accolgono] – ogni volta che riapprodo nelle terre di LPELS è un ritorno ad Itaca…
    Ulisse disturbato [e sempre meglio rispetto a quella maniaca compulsiva-ossessiva di Penelope: fai la tela/disfa la tela, metti la cera/togli la cera…] ritorno al punto di partenza per poi ripartire, traghettata e trainata dall’eretismo del δαίμων capriccioso che mi abita. Ritorno a casa, sperando avervi resi un poco più fieri, riparto da casa perché c’è sempre una missione incompiuta e una pagina che non è ancora stata scritta.

    *STAND AND FIGHT*, nell’Amore di quell’Atto in corpo cartaceo!

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  11. @Chiara: Quella stessa incompiutezza che chiama moto attraverso lo spazio, quella stessa che affina nel chiamarsi e completarsi. Per scrivere, sempre, ciò che ancora non è stato scritto…

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  12. @Nadia: Bravura di forza e di sintesi, poesia per nascita e prosa per così bella metamorfosi. Un saluto!

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  13. Dama, Dame… Nel romanzo si beve anche molto, dunque non vi manca nemmeno Dama Gianna.
    Un abbraccio a Chiara e un saluto a tutti,
    Roberto

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  14. Parafrasando Beyle: «è difficile scrivere la storia di un ermellino ancora vivo» – e ringrazio Nadia, sorella e sprone, che spero rendera fiera, sempre un poco di più! Baci al setto, amata mia

    Quanto a Bacco, o Roberto, memoria inceppa per difetto o per stanchezza – ma qualcuno scrisse dei *pasti* nei romanzi, sostenendo che [prima o poi] in ogni narrazione sia presente il rito *edùle*… E pur di smentire certe certezze…
    Riabbracci di Dama che sai, che sei

    E sempre, per restare in tema tracheico, brindisi: cheers, Giulio, per le parole, per la presenza, per la poesia che incarni

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  15. Perdonate refuso [*rendere], regale miopia si nutre del vizio…
    “Tobacco
    is a sacred substance
    to some,
    and even though you’ve
    stopped smoking,
    show a little respect.”
    [J.Giorno]

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  16. “Gli ermellini non si catturano, ma come si catturano i lettori?”

    Il lettore è catturato da questa recensione e da questo scambio. Il libro sarà da leggere, Chiara da abbracciare.

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  17. Dissento: Chiara è da leggere, il libro da abbracciare. Ma abbracciarlo sarà come cercare di abbracciare un albero secolare, e le estremità degli arti non riusciranno mai a toccarsi fino in fondo; potranno solamente continuare a scivolare sulla corteccia cercando di scoprire nuove scanalature ad ogni nuovo abbraccio, fino alla conoscenza circolare. Tagliare il libro per scoprirne la storia dai cerchi interni sarebbe come ucciderlo, e quindi non potremo fare altro che continuare a leggere Chiara.

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  18. Caro Daniele,
    “Chiara è da leggere, il libro da abbracciare”. Giusto, mi fai venire in mente “baciando, i detti, e ragionando, i baci”. Quando musica e parola s’incontrano, è un mondo che (ri)nasce.
    Un saluto,
    Roberto

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  19. @ Chiara #21
    “—Let us take the air, in a tobacco trance,
    Admire the monuments,
    Discuss the late events,
    Correct our watches by the public clocks.
    Then sit for half an hour and drink our bocks.”
    [T. S. Eliot]

    #20 Dama che sono?!?

    Riabbraccio,
    Roberto

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  20. A Te, Chiara, per le stelle che vivi e che fai vivere.
    Grazie e un saluto di buona giornata a tutti,

    Giulio

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