Peter Genito e Franz Krauspenhaar, poeti a confronto

di Francesca Tini Brunozzi

La Casa della Poesia di Vercelli riapre le porte al pubblico con il primo incontro del 2012: sabato 21 gennaio, alle ore 17, presso la sede di Santa Chiara, in corso Libertà 300 (1° piano), nuovo appuntamento per la serie POETS DUETS che vedrà l’incontro e le letture “incociate” tra l’esordiente Peter Genito e lo scrittore e poeta Franz Krauspenhaar.

Entrambi gli autori presentano un libro di poesie fresco di stampa: Genito il suo Dal buio al cuore (Marco Del Bucchia Editore, 2011) mentre Krauspenhaar il suo Effekappa (Editrice Zona, 2011). Gli autori leggeranno i propri testi e faranno una lettura delle poesie l’uno dell’altro, presentati e moderati da Francesca Tini Brunozzi.

Peter Genito, galliatese classe 1972, dopo la laurea in lettere classiche all’Ateneo vercellese, si è trasferito negli ultimi anni a Figline Valdarno dove è direttore della biblioteca civica, e ha intrapreso la scrittura poetica con la complictà della poetessa Francesca Tini Brunozzi che lo sollecitò a partecipare a un poetry slam da lei organizzato a Vercelli nel 2005 presso le Officine Sonore.

“La poetica di Peter non sembra infatti riconducibile a una forma espressiva unitaria: ci sono le assonanze in rima baciata, che richiamano la tradizione dell’ottava rima, ma anche gli accumuli linguistici dei poeti del Gruppo 63 e in particolare di Edoardo Sanguineti nonché di Nanni Balestrini e Antonio Porta. E sono presenti anche componimenti maggiormente narrativi: sono quelli piú prossimi a tematiche esistenziali e amorose declinate in chiave autobiografica. I suoi versi sono pieni di pathos ma mai patetici, sentimentalistici o – peggio ancora – intimistici. Quelli piú belli hanno il ritmo della battaglia, e sono rivolti allo stomaco prima che al cuore. Altri, pure riusciti, hanno la levità del gioco e dello scherzo, basati come sono su bisticci ed equivoci semantici. Seppure abilmente dissimulate, molte – forse troppe per esser citate in modo esaustivo – le letture di cui si trovano tracce. In ordine sparso (tra filosofi, scrittori e poeti), potremmo citare Guido Ceronetti e Manlio Sgalambro, Andrea Zanzotto e Pier Paolo Pasolini, ma anche Emil Cioran, Albert Camus, i futuristi e – indietro nel tempo – persino John Donne. Ai lettori piú attenti e colti il gusto di individuare tutti i riferimenti” (dalla nota di Roberto Carnero).

Franz Krauspenhaar, milanese classe 1960, romanziere con molti titoli al suo attivo, esordisce nella poesia a quarantacinque anni con l’ebook Champagne (2005), a cui seguono Monoscopio segreto (2007) Cocktail K (2008) e infine, per i tipi Manifattura Torino Poesia, Franzwolf, un’autobiografia in versi (2009) presentato alla Casa della Poesia di Vercelli nel corso del Festival Torino Poesia nel 2009.

“A una prima lettura, sembra che l’intero far poesia di K sia drammatico, in quanto drammatica ne è l’origine: stupore e ribellione di fronte all’orrore del mondo. Poi, e velocemente, tutto si capovolge, il drammatico diventa la grammatica che definisce un mondo costruito da un ego spropositato che trancia via ogni fede precedente, fiducia, senso reale del tempo o regola di viaggio.
Egli “emana” intendo quasi fisicamente, non la visione che ognuno ha dell’universo con i vari rapporti umani e sentimentali, bensì una qualità di mondo utile a che lui solo possa soffrirne, sopportarlo e parlare. Disperarvisi dentro, nella fedeltà dichiarata a se stesso che quella rappresentata sia l’unica Terra possibile. E fa poesia. (…) Niente sta al di fuori di K (il rovesciamento con Kafka, ricordato ironicamente da Franz per uguaglianza di iniziali, in un suo componimento, e ripreso dal titolo stesso di questa raccolta, è evidente). Si direbbe che è lui, a generare continue catastrofi emozionali del cui peso – a volte reale per chiunque – l’autore ci fa accorgere proprio attraverso quel tipo di paura. Ciò gli consente di dosare velocità e verità. Leggendo queste poesie ci rendiamo subito conto d’essere nel suo territorio, nella sua Dublino, cioè nella sua testa; bisogna con umiltà abbandonare idee di confronti, di sensazioni comuni, del ritrovarsi o dello star bene.” (dalla prefazione di Cristina Annino).

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