Vivalascuola. Auschwitz, la memoria e il presente

L’ingiunzione assoluta a ricordare esclude che noi, oggi, possiamo cercare conforto nel credere che avremmo agito diversamente. Il nostro compito, oggi, è di curare che quella ferita rimanga aperta. Di fissare in volto quella stridente contraddizione tra la “serena, accogliente umanità” da riservare agli studenti “normali” e la disumana cacciata degli studenti ebrei. Il vero pericolo non è tanto che si possa dimenticare ciò che è accaduto nel passato, ma che si trascuri il senso per noi degli eventi che si sono verificati. (Guido Panseri)

Auschwitz, la memoria e il presente
di Stefano Levi Della Torre

1 – Il 27 gennaio, data stabilita per la “Giornata della memoria”, ricorda il giorno in cui l’Armata Rossa, nella sua avanzata contro le armate naziste, raggiunse il campo di Auschwitz. Primo Levi, testimone di quel momento, così ne scrive nelle prime pagine de La tregua:

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti dei nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.

Erano quattro soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.

A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo […]

Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.

Questa pagina sobriamente monumentale fu scritta nel 1947, ma La tregua uscì anni dopo, nel 1965. Racconta la liberazione e il ritorno di un superstite attraverso l’Europa, a guerra finita. Eppure il suo titolo è il più terribile dei titoli di Primo Levi, più terribile di Se questo è un uomo e de I sommersi e i salvati. Questi, tutto sommato, sembrano volti al passato. La tregua è invece un esplicito avvertimento per il futuro. La fine dell’orrore più grande è solo una tregua. Ciò che è stato introdotto irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, proprio perché è stato potrà più facilmente prodursi di nuovo. E abbiamo da temerlo non solo come possibili vittime, ebrei o Romi o Sinti o di qualunque altro gruppo umano, ma anche come possibili persecutori, o retrovia consenziente o passiva o cieca in appoggio alla persecuzione, o alla strage, o al genocidio. E’ con questo sguardo al futuro che la nostra memoria trova il suo senso più forte.

Possiamo sapere tutto di Auschwitz, eppure resta per noi inimmaginabile. Se digiuniamo, possiamo forse immaginare la condizione di chi giorno per giorno è consumato dalla fame fino a morirne? Se sentiamo freddo, possiamo forse immaginare le condizioni di chi è costretto a restare in piedi per ore, solo coperto da una divisa di cotone logora, a 10, 15 gradi sotto zero? Se siamo angosciati, possiamo immaginare l’angoscia di chi teme ad ogni istante di essere bastonato, torturato, ucciso e sa che ciò avverrà fatalmente? E non solo come destino individuale e anomalo, ma come universo collettivo in cui questa è la norma, l’orizzonte che rende irreale il ricordo e l’attesa di un mondo vivibile. Solo vagamente possiamo intuire Auschwitz, quell’“altro mondo” che pure è stato costruito tra noi, nel cuore d’ Europa e appena pochi decenni fa.

Per avvicinarmi almeno un poco all’orrore dei Lager, sono ricorso altra volta a due immagini: la prima è tratta da La vita offesa, composto di testimonianze raccolte da Anna Bravo e Daniele Jallà (Angeli 1987): un superstite ricorda: Sotto la catasta dei morti veniva un’erbetta; io quanta di quell’erbetta ho mangiato! La seconda è una scena riportata nel rapporto di Lord Russel poco dopo la fine della II guerra mondiale (Il flagello della svastica, Feltrinelli 1955): Per divertire la sua bambina di nove anni, Wilhaus qualche volta si serviva di bambini molto piccoli per fare esercizio di ‘tiro al piccione’, gettandoli in aria e tirando su di loro al volo. La figlia applaudiva e diceva: ‘papà, fallo ancora’, e papà lo faceva. Ecco, in quel mondo alla rovescia, quale trasfigurazione possono subire l’erbetta e una bambina, che cosa diventa la tenerezza di un padre per la sua piccola figlia, che cosa diventa l’innocenza di una bambina affascinata da un gioco e dalla bravura del padre. Una scena così personalizzata, così “familiare”, questa perversione radicale della tenerezza ci tocca di più che non la nozione ancor più terribile ma quasi astratta di migliaia, milioni di morti. Le figure e i volti parlano alla nostra sensibilità più profondamente che non i numeri.

Nei Lager si realizzava il programma nazista per la “purificazione del mondo, attraverso la distruzione di intere categorie di uomini e donne: gli oppositori politici, gli omosessuali, i Testimoni di Geova, i prigionieri di guerra, i “devianti” d’ogni genere rispetto ai canoni dell’ordine totalitario. “Purificazione del mondo” attraverso la strage e il genocidio di interi popoli. La schiavitù e la strage era il destino di tutti i reclusi nei campi, ma il genocidio era riservato agli ebrei e agli “zingari”. Ma che cos’è genocidio? E’ la distruzione programmatica di un intero gruppo umano. Ciò che soprattutto lo caratterizza è l’uccisione sistematica dei bambini. La morte era il destino riservato appunto al milione e mezzo di bambini ebrei, alle decine di migliaia di bambini zingari, deportati appositamente per passare per i camini. Perché gli ebrei e gli zingari dovevano sparire completamente, come “razze”, dalla faccia della terra.

Certo, dopo la seconda guerra mondiale ci sono stati altri massacri con intento genocida, come in Cambogia, in Ruanda, nelle “pulizie etniche” dell’ ex-Jugoslavia, in Sudan o in Cecenia. Ma qualcosa differenzia la Shoà da queste tragedie . Come ricorda lo scrittore israeliano Avraham B. Yehoshua (“La pace tra Israele e i palestinesi è l’unico antidoto al veleno dell’odio”, su “La Stampa”, 3/2/ 2010), i nazisti non sterminarono gli ebrei per impossessarsi dei loro territori (gli ebrei non possedevano alcun territorio), né perché erano seguaci di una diversa religione, e neppure per impossessarsi delle loro sostanze (la grande maggioranza degli ebrei, soprattutto nell’Europa orientale, era povera, e chi possedeva qualcosa vi avrebbe certo rinunciato in cambio della vita), né per motivi ideologici perché gli ebrei non erano seguaci di un’unica ideologia. Li sterminarono per una loro immaginaria, terrificante essenza “razziale”, inamovibile se non attraverso l’annientamento biologico.

2 – Oggi c’è chi parla di “genocidio” di fronte all’ oppressione sanguinosa di un popolo o di un gruppo umano, della sua identità nazionale o linguistico-culturale, di fronte alla strage e al crimine di guerra in un conflitto etnico. Questa generalizzazione, questo appiattimento sull’estremo spesso riguarda più la retorica dell’indignazione che non la realtà dei fatti.

C’è in particolare chi definisce “genocidio” la durissima, umiliante occupazione dei “territori” e le devastanti azioni militari di Israele nei confronti dei palestinesi. Ora, io credo che i crimini di guerra perpetrati da Israele (dalla copertura data da Sharon alla Falange cristiano-maronita a Sabra e Chatila nel 1982 fino alla guerra nel sud Libano in risposta agli attacchi terroristici degli Hezbollah appoggiati dalla Siria e dall’Iran; fino nell’operazione “Piombo fuso” a Gaza nel 2009) siano appunto crimini di guerra. Che non sono giustificati dalle minacce reali alla propria sicurezza ed esistenza. Né credo che il terrorismo di parte palestinese sia giustificato dalla reale necessità di non lasciar soffocare nel silenzio la rivendicazione dei propri diritti nazionali, sotto la potenza preponderante di Israele. Non credo che il terrorismo di Stato, attuato da un esercito regolare come Zahal, né le vessazioni ai posti di blocco, siano moralmente più dignitosi (perché statuali) del terrorismo che fa strage di civili da parte di organizzazioni non statuali palestinesi. Sono entrambi terrorismo, guerra contro la popolazione civile. Parafrasando il famoso motto di Carl Von Clausewitz, nel conflitto israeliano-palestinese la guerra è la continuazione della non-politica con altri mezzi. E’ spinta dall’interesse reciproco a non concludere il conflitto col compromesso, perché ciascuno spera che il tempo lavori a proprio favore: Israele puntando sul conflitto interno ai palestinesi, tra Hamas e Al-Fatah, i palestinesi sulla propria preponderante dinamica demografica. Ma tutto ciò ha a che fare con un conflitto territoriale ed etnico reale e sanguinoso, non con un “genocidio” in atto. Caso mai, lo sfondo del genocidio appare come minaccia conclamata a scopo politico nel programma atomico dell’Iran di Khamenei.

Ora, per gli ebrei e per Israele la Shoà è memoria fondamentale; ma è vero che è una memoria che è stata anche piegata a strumento di propaganda, per giustificare ogni atto come “legittima difesa”. Ma chi oggi si compiace di qualificare come “genocidio” la prevaricazione di Israele sui palestinesi lo fa per creare una falsa simmetria tra Israele e il nazismo, col seguente risultato: o riduce la Shoà a un conflitto reale tra ebrei e Germania hitleriana (e tale era l’idea nazista) , qual è quello tra israeliani e i palestinesi, o equipara le vessazioni e i bombardamenti israeliani alla deportazione su scala continentale, alla reintroduzione in Europa della schiavitù di massa, ai campi di sterminio, alle fosse comuni, alle camere a gas, ai forni crematori… Tutto ciò ha un sapore “revisionistico”. Inconsapevole? Altra e più limpida è la critica radicale all’uso propagandistico e nazionalistico della Shoà venuta da parte ebraica e israeliana: da un Vidal- Naquet, da uno Sternhell, da un Leibowitz, da un Friedlànder, da un Burg…

Il primato nazista è indiscutibile: un suo carattere specifico sta nella deportazione. La strage non avveniva solo sul luogo. Al pari di un moderno sistema industriale, le “fabbriche della morte” importavano la loro materia prima da ogni angolo d’Europa: erano i corpi viventi di donne uomini e bambini da trasformare in cadaveri.

Luoghi dello sterminio e del genocidio, i Lager nazisti sono un caso unico. Lo sono perché in essi ogni forma di violenza è portata al limite: la violenza fredda, tecnologica, di un sistema industriale di deportazione, di riduzione in schiavitù e di strage a scala continentale; la violenza furibonda dell’ ideologia; la violenza fisica e la violenza psicologica, collettiva e individuale, del più forte sul più debole, ed anche la violenza reciproca delle vittime, l’una contro l’altra, in una lotta estrema di sopravvivenza, fin dentro alle camere a gas… Lo sterminio nazista è un caso unico, ma non perché nessun’altra violenza o massacro vi si può confrontare per quantità di morti e di orrore; al contrario, ogni massacro e forse ogni atto di violenza può avere un suo riscontro nel Lager, perché questo tutti li riassume. Qui sta l’unicità dei campi di sterminio.

Chi rifiuta ogni paragone con altre tragedie per timore di una relativizzazione del “male assoluto”, riduce la memoria a muta contemplazione di quell’orrore come fosse alieno, rifiuta di vedervi l’insegnamento di ciò che l’uomo è stato capace, è tuttora capace di fare all’uomo. Chiude Auschwitz nel passato, ne cancella l’avvertimento attuale. “E’ successo, dunque può di nuovo succedere”: questo è l’insegnamento, l’avvertimento di Primo Levi. Se pure nessuna atrocità di massa giunge ad essere equiparata ad Auschwitz, tutte vi si possono confrontare. Tanto che il diritto internazionale ha implicitamente assunto Auschwitz come unità di misura dei crimini del mondo, ha assunto Auschwitz come sfondo quando denuncia i “crimini contro l’umanità” o i “genocidi” di ieri e di oggi. Di domani.

3 – Io do qui per scontata la nostra solidarietà con le vittime. E’ però una solidarietà che può riposare troppo facilmente sul nostro desiderio di sentirci dalla parte del bene contro il male. Oggi (quasi) tutti si dichiarano contro l’antisemitismo, e con particolare zelo si dichiarano tali gli eredi del Fascismo. Eppure questo non sembra una garanzia, se criteri affini all’antisemitismo, ma rivolti ad altri gruppi umani, ad altre minoranze che non gli ebrei, si diffondono nel senso comune e sono fomentati da forze politiche della destra anche di governo. Dopo gli orrori del Nazismo, il genocidio è stato dichiarato crimine contro l’umanità, eppure di stragi di massa, di pulizie etniche, di genocidi è piena anche la storia dei nostri giorni. La barbarie dei campi di concentramento, della tortura sistematica, della morte per fame di intere popolazioni non appartiene al passato, ma è in atto.

Dunque, se la solidarietà con le vittime dei Lager soddisfa la nostra buona coscienza, la domanda che qui intendo invece affrontare è questa: che cosa ci può accomunare se non con i carnefici, almeno con il conformismo consenziente, o con l’indifferenza al destino altrui, o con il non voler sapere per evitare responsabilità, con tutti quegli atteggiamenti, insomma, che hanno permesso che Auschwitz avvenisse?

Nel leggere e rileggere I sommersi e i salvati (Einaudi 1986) di Primo Levi, uno dei testi fondamentali su cui si fonda la nostra memoria e la nostra riflessione su Auschwitz, ci imbattiamo in un’affermazione che a prima vista ci sorprende e ci spiazza: “Nei campi di sterminio, tra i tedeschi i sadici erano relativamente pochi”.
Che cosa ci saremmo aspettati? Che quell’atrocità organizzata su vasta scala e senza limiti non potesse venir condotta se non da esseri “disumani”. Questa era la nostra aspettativa “logica”. Un’aspettativa in un certo senso rassicurante: gente normale come noi non arriverebbe mai a fare simili cose; solo dei sadici patologici potrebbero spingersi a tanto, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Questo è un nostro meccanismo di riparo dall’orrore: spontaneamente cerchiamo un sollievo dall’angoscia pensando “logicamente” che, nel suo complesso, il personale del Lager fosse di una specie animale diversa da noi.

L’affermazione di Primo Levi ci impedisce questo sollievo, questo pensiero rassicurante su noi stessi. La sua affermazione ci dice che, in genere, gli stessi funzionari del Lager erano gente comune, e ci pone una domanda inquietante: che cosa ci garantisce da che ciascuno di noi, in determinate circostanze e sotto la pressione di una propaganda capace di produrre un senso comune pervertito non sarebbe indotto (per conformismo, per opportunismo, per bisogno di un posto di lavoro e di uno stipendio) a farsi rotella di un immenso meccanismo di oppressione e di strage? Il burocrate che gestiva i documenti e gli archivi, il ferroviere che conduceva i convogli della deportazione di massa verso i campi della morte, la guardia che conduceva i semi-vivi al loro lavoro di schiavi, che guidava alle camere a gas una massa umana, resa repellente dalla sporcizia, dalle privazioni e dalle violenze, erano padri e madri di famiglia che svolgevano le loro mansioni parcellizzate e feroci pensando amorevolmente ai propri figli ecc.

L’affermazione di Primo Levi sulla banale normalità dei funzionari del Lager non diminuisce l’orrore; al contrario lo aumenta, perché ci dice come la normalità, la nostra stessa normalità, interessata al proprio particolare, possa trovare mille giustificazioni private che la rendano disponibile a far funzionare, ciascuno per la sua parte, un colossale sistema pubblico di distruzione dell’uomo. Un sistema capace di trasformare la normalità delle persone in una macchina di sterminio, immersa e lubrificata dal consenso o dal conformismo di massa.

E’ qui il massimo ammonimento che ci viene dalla memoria di Auschwitz. Un ammonimento condensato nel titolo del libro di Hannah Arendt, La banalità del male (Feltrinelli 1964), sul processo del 1961 ad Adolf Eichmann, che dal suo ufficio lontano dal sangue e dalla sofferenza gestiva, senza odio ma con dedizione coscienziosa di banale burocrate, tutta l’organizzazione continentale della deportazione e dello sterminio.

4 – Ci salverà dunque la ragione? Eppure tutta l’organizzazione dello sterminio e le motivazioni personali di chi lo metteva in atto erano anche razionali. Una volta posto il problema assurdo, irrazionale, di sterminare milioni di esseri umani, le procedure adottate erano razionalmente orientate a realizzare l’obiettivo. Se Eichmann svolgeva razionalmente il compito assegnatogli, altrettanto razionalmente lo svolgevano gli altri agenti dello sterminio. Se l’obiettivo era di produrre schiavi e poi cadaveri, “razionali “ erano la violenza, l’umiliazione, le camere a gas, i forni crematori e le discariche di cadaveri. E qualcosa di perversamente “razionale” possiamo trovare persino nel ridurre all’estrema abiezione gli esseri umani, per fame, sporcizia, malattie, torture, in uno stato permanente di terrore e di degradazione, per prevenire non solo la capacità di rivolta delle vittime, ma anche l’eventuale ritegno ad ucciderle. E’ infatti più facile uccidere un essere ridotto all’abiezione che qualcuno in cui si possa ancora riconoscere un normale carattere umano.

Ne I sommersi salvati, il capitolo intitolato “Violenza inutile” si conclude affermando un’ utilità “razionale” della violenza inutile: Primo Levi riporta un passo dell’ intervista di Gitta Sereny (In quelle tenebre, Adelphi 1975) all’ex comandante del campo di sterminio di Treblinka, Franz Stangl:

“Visto che li avreste uccisi tutti – domanda la Sereny a Stangl , che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà?”; risponde Stangl: “Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendergli possibile fare ciò che facevano”. “In altre parole – conclude Primo Levi , prima di morire la vittima deve essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della sua colpa”.

E’ una spiegazione atrocemente razionale.

Razionale apparirà anche l’uso che tanti hanno fatto delle ossessioni ideologiche della propaganda. Se gli ebrei erano esaltati come un nemico così straordinariamente potente e dunque pericoloso, massacrare miserabili popolazioni ebraiche disarmate assurgeva a compito singolarmente eroico, ma svolto prudentemente nelle retrovie: lo zelo antisemita e l’accanimento spietato dei massacratori, che a noi pare così assurdo, aveva una traccia di “buon senso“: poteva risparmiare loro i pericoli del fronte…

Ma la violenza inutile ci dice anche un’altra cosa: che qualunque potere ci venga conferito, siamo tentati di approfittarne, ce ne compiacciamo per narcisismo. Umiliati, ci rifacciamo umiliando. Chi dispone di potere, dispone di libertà. Il potere esente da responsabilità, cioè l’arbitrio, è la forma degenerata della libertà, libertà senza etica. La sopraffazione sui deboli, sugli indifesi, o sulle minoranze è l’esercizio di libertà di chi è servile con i forti e forte con i deboli. Si rivale sui deboli di ciò che non gli è concesso sotto il giogo dei forti. Dell’arbitrio che subisce si rifa imponendo il proprio arbitrio a chi è in sua balia. Questo fenomeno che possiamo in una certa misura riconoscere facilmente in noi stessi e in qualunque ambito normale della vita economica e sociale, è portato alla massima intensità nei sistemi fortemente gerarchici e nei regimi dittatoriali e totalitari. E’ il più potente fattore di corruzione di ogni sistema rigidamente gerarchico, che intesse insieme il servilismo verso l’alto e l’arbitrio verso il basso.

Nel Nazismo come nel Fascismo o nello Stalinismo, questo fattore corruttivo è l’anima stessa del sistema. Nel Lager, anche il kapò di più basso rango, soggetto a sua volta all’arbitrio dei superiori, era dotato di sovranità quasi illimitata sui reclusi, ed era indotto a valersene per sentirsi qualcuno. Con la “violenza inutile”, si rivaleva sulle vittime di quella libertà arbitraria che gli era negata dalla gerarchia al cui arbitrio era a sua volta sottoposto. Era un sistema a cascata di poteri assoluti, dall’alto al basso. Se il Fuhrer era dotato di poteri assoluti, anche i penultimi della catena dei poteri si sentivano a loro volta a sua immagine e somiglianza quando disponevano di un potere assoluto di vita e di morte sui reclusi del Lager.

5 – Da queste derive, ci salverà forse la cultura? Eppure uno degli interrogativi più drammatici riguardo alla catastrofe nazista è proprio questo: che il massimo della barbarie si sia prodotto in un Paese di alto livello civile e culturale. La cultura non è bastata a frenare la degenerazione nazista. Anzi, si può dire che sia stata piegata dal Nazismo per fomentare il bisogno di rivalsa della Germania sconfitta nella I Guerra Mondiale e umiliata dalla pace di Versailles. Questo bisogno di rivalsa è stato il terreno più fertile per la nascita e la crescita del Nazismo; il quale ha usato il prestigio culturale della Germania per infiammare la ferita narcisistica di una nazione umiliata, l’orgoglio di una superiorità conclamata e il vittimismo dell’umiliazione subita. Orgoglio ferito e vittimismo: il senso di una superiorità umiliata è la miscela esplosiva, il terreno su cui attecchisce il nazionalismo esasperato e il razzismo.

Con argomentazioni di questo genere: Noi siamo la nazione di Goethe e di Beethoven, di Bach e di Wagner, di Hegel e di Nietzsche. A voi, uomini e donne del popolo tedesco, quella superiorità spirituale, di cui peraltro non sapete nulla, appartiene per natura, per biologia, per razza. Grazie al vostro stesso corpo appartenete razzialmente, biologicamente all’aristocrazia dello spirito. Ma la nostra superiorità di natura è stata umiliata dalla storia e si merita una rivalsa. La rivalsa è anzi un dovere verso la “civiltà ariana” di cui il nostro sangue è portatore. La civiltà ariana, la civiltà superiore, è minacciata dalle democrazie liberali e dal comunismo, strumenti entrambi dell’occulto potere ebraico che inquina dall’interno, come un corpo estraneo, la nostra società e la nostra cultura. La guerra e la spietata ferocia da noi scatenate sono un dovere per rispondere a questa aggressione: sono legittima difesa. Di più, sono la logica imposizione di noi, signori per natura, sugli altri per natura schiavi. Scateniamo il disordine della guerra, per fondare un ordine nuovo, un ordine naturale perché basato sulla naturale gerarchia della nostra razza superiore sulle razze inferiori, impure o degenerate.

Così la qualità culturale, invece di costituire un antidoto alla barbarie, viene giocata come incentivo alla barbarie. Così oggi, in modo attenuato, ma analogo, le virtù etiche del Cristianesimo e le qualità della civiltà occidentale, invece di costituire uno spirito di accoglienza e di integrazione, vengono agitate da molte forze politiche per giustificare la discriminazione, la xenofobia e il razzismo nei confronti degli immigrati.

Ci salverà forse la religione? Ma le religioni non hanno mai emesso un messaggio univoco. Ci sono stati credenti che trassero dalla loro fede i motivi per opporsi alla persecuzione fino a rischiare la vita, e credenti e gerarchie religiose che di fronte alla dittatura preferirono il compromesso (il Concordato del Vaticano col Fascismo è del 1929; col Nazismo è del 1933), oppure il consenso passivo, o la collaborazione convinta. Il regime cattolico croato di Ante Pavelic impressionava per la sua ferocia persino i suoi alleati nazisti, e l’arcivescovo di Zagabria, Stepinac, pienamente colluso con un tale regime, è stato beatificato da Giovanni- Paolo II nel Giubileo del 2000… A maggior ragione daremo riconoscimento a coloro che per la loro fede furono giusti, malgrado il pericolo, e l’ambiguità delle loro “guide spirituali”.

6 – Il Fascismo tedesco si definiva Nazional-socialismo, il Fascismo italiano alleato di Hitler aveva istituito la “Repubblica sociale”. Ma se il socialismo predicava la giustizia sociale e l’uguaglianza, qual era l’uguaglianza predicata dal Nazifascismo? Era la perversione dell’ideale di eguaglianza, era l’uguaglianza nella “razza”. Come a dire: se tu, lavoratore tedesco, sei sfruttato dal tuo padrone, ciò che conta è che entrambi siete pari nella nobiltà di sangue, entrambi appartenete alla “razza superiore”, alla “razza ariana”. Tu, l’ultimo dei tedeschi, puoi sentirti superiore al primo degli “altri”. E’ questo il messaggio consolatorio, seducente della demagogia razzista.

La seduzione del razzismo, ieri e oggi, il suo successo di massa soprattutto nei periodi di crisi e bisognosi di sicurezze e consolazioni, sta in primo luogo nel suo appello narcisistico: potete, dovete sentirvi migliori e più belli degli altri. Il razzismo e il nazionalismo xenofobo hanno un sapore negativamente materno: “ogni scarrafone è bell’ a mamma soja”. La Grande Madre, la Patria, vi ama perché siete suoi figli, sangue del suo sangue; voi dovete tutto alla Patria compreso il sacrificio della vita. Il vostro essere persone singole è secondario, perché la nazione e la razza sono come un unico corpo e un unico sangue. Il razzismo avvilisce la persona per fare di una nazione un unico corpo, un unico organismo di cui ciascuno non è che una cellula parziale e secondaria. L’odio o il disprezzo degli altri serve per riuscire ad amare di più ss stessi; la demonizzazione e la paura degli altri, la creazione di “capri espiatori” a cui imputare la responsabilità del male sociale e psicologico, serve a sentirsi vittime esenti da responsabilità per nutrire la tenerezza verso se stessi, per giustificare come “legittima difesa” la propria aggressività e i propri sfoghi sacrificali ai danni degli “altri”.

La lusinga narcisista (“noi siamo i puri, i nobili, i civili”) anima la propaganda razzista. Nel “Manifesto della razza” emesso dagli “scienziati” fascisti nel luglio del 1938 e che precede di pochi mesi la promulgazione delle leggi antisemite di Mussolini, leggiamo, ad es., nel paragrafo 6, di una

“purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana”.

Chi fosse sedotto dalla falsa leggenda di una purezza demografica millenaria in una terra composita e rimescolata come l’Italia, da sempre attraversata da migrazioni ed invasioni, si sarebbe compiaciuto che il suo “titolo di nobiltà” non richiedesse alcuno sforzo o alcuna virtù, ma riposasse sull’ automatica appartenenza a un gruppo sanguigno, su una mitica, immaginaria “purezza del sangue”, sbandierata per gli scopi politici di regime.

7 – L’antisemitismo è stato un carattere centrale del Nazifascismo. Specifico del razzismo anti-ebraico è l’immaginazione che un gruppo minoritario e disperso nel mondo sia dotato di uno straordinaria potenza. Per questa sua immaginaria potenza può essere indicato come la più terribile minaccia; e per la stessa presunta potenza può essere immaginato come autore di ogni male, e in quanto tale può venire assunto come “capro espiatorio”, la figura a cui attribuire le più gravi responsabilità sullo stato del mondo. Lo sterminio degli ebrei (indifesi) fu allora, nell’immaginario e nella propaganda del Nazifascismo, qualcosa di particolarmente eroico, era , nell’immaginario e nella propaganda, la distruzione di una straordinaria potenza negativa e nemica. E chi distrugge il nemico più potente e terribile esalta se stesso, al pari di Sigfrido che uccide il Drago. C’è qualcosa di sinistramente infantile nella paranoia antisemita hitleriana.

Siamo perseguitati dagli ebrei, siamo loro vittime, dunque o noi o loro”: tale era il tenore vittimistico dell’antisemitismo nazista e fascista. Il vittimismo è un grande strumento del potere per ottenere consenso. Poiché il sentirsi vittime è una condizione normale delle masse alle prese con le difficoltà sociali dell’esistenza e sotto il giogo dei potenti, se il potere riesce a convincere d’essere, lui per primo, vittima di qualche comune nemico sia pure immaginario, riesce anche a creare una saldatura tra masse e potere, un’identificazione delle masse con il potere stesso che le opprime. Ogni demagogo, ogni populista è vittimista e ogni regime totalitario è vittimista. E’ lamentoso e feroce. Col vittimismo, specchio ospitale per ciascuno, ottiene il consenso della gente alla gerarchia e agli interessi dominanti.

Un altro insegnamento ci viene dalla memoria di Auschwitz: che la xenofobia, il razzismo, la persecuzione politica e di genere possono raggiungere il loro apice estremo, non se rimangono atteggiamenti sia pure diffusi, ma solo se divengono ideologie e pratiche di governo. L’autorità riconosciuta (istituzionale, ideologica o religiosa) ha una particolare potere di legittimazione, può legittimare gli atti illegittimi, può rendere concepibile e “legittimo” il crimine. Ricade sul potere la responsabilità di legittimare o de-legittimare il crimine, ricade sui popoli la responsabilità di consentire o meno un potere che legittima il crimine.

Guardiamo ai nostri giorni, sullo sfondo della tragedia storica di cui parliamo. Ora, entro certi limiti, un’ostilità al “diverso” può essere fisiologica, ci viene spontaneo sentirci disturbati dal veder cambiare intorno a noi il paesaggio umano a cui siamo abituati, sentir cambiare le abitudini e i linguaggi, soffrire della concorrenza d’altri sul mercato del lavoro e nell’uso del territorio. Il pericolo insorge quando questo fondato disagio viene assunto come politica di governo, quando l’ostilità, l’odio e il senso di insicurezza invece di essere curato con campagne culturali mediatiche e con misure politiche concrete volte a favorire la tolleranza, il rispetto umano, la convivenza e l’integrazione viene invece fomentato e infiammato per la captazione demagogica del consenso al potere, per la cattura dei voti. E’ ciò che sta appunto avvenendo oggi in Italia. La sommaria equiparazione tra immigrazione e criminalità, mentre appare in superficie venire incontro al bisogno di sicurezza, funziona in realtà per creare una massa posta costantemente sotto ricatto, costretta a rinunciare ad ogni diritto. E quindi più facilmente piegata allo sfruttamento o alla schiavitù, e perciò tanto più concorrenziale sul mercato del lavoro.

8 – In Germania, lo sterminio era cominciato dai “devianti” e dai “deformi” tedeschi. Le famiglie erano indotte a ricoverarli in istituti, e ricevevano poi il comunicato della loro morte “accidentale”. Furono uccisi a migliaia, finché non sorse il sospetto e la protesta che fermò la strage. Non così avvenne per gli ebrei e gli zingari. I “devianti” e i “deformi” erano pur sempre dei “nostri”, gli altri erano “altri”. Così ci si può accanire in nome del “valore assoluto della vita” per non lasciar morire le cellule di qualcuno in stato vegetativo irreversibile, perche è dei “nostri”, e si può al tempo stesso restare indifferenti o applaudire alla morte in mare di persone respinte, perché “altre” da noi.

Era difficile se non impossibile prevedere i campi di sterminio. Gli stessi carnefici sapevano di essersi spinti fino all’incredibile: “Se qualcuno di voi sopravvivrà – dicevano alle loro vittime – la sua testimonianza sarà vana, perché nessuno gli potrà credere”. L’incredibile era un incubo dei reclusi: sognavano di tornare, di raccontare, e che il loro racconto cadeva nell’indifferenza e nell’incredulità. Il processo che ha portato alla dittatura, poi alla soppressione violenta di ogni libertà e di ogni opposizione, poi alla guerra e ai campi di sterminio è una china che pone la domanda: fino a quando quel precipitare poteva ancora essere fermato? A che punto era diventato ormai inarrestabile, tanto da scivolare fino al fondo? Nel corso degli eventi, ogni passo lungo la china sembra parziale, qualcosa a cui ci si può ancora adattare se non condividere, quando non ci si senta ancora colpiti direttamente, quando il colpo cade ancora su qualcun altro.

Una catastrofe come quella di Auschwitz può apparire oggi impossibile, inconcepibile per la nostra civiltà; eppure ci si può trovare sul ciglio di una china di cui non si vede il fondo, ma che, scivolandovi, può diventare ad un certo punto irresistibile.
Quando viene avanti l’idea che la nostra vita o la nostra sicurezza possa valere cento, mille volte la vita e la sicurezza degli altri;
quando in nome di una superiorità morale, civile o religiosa ci si abbandona ad atti che contraddicono e smentiscono proprio i principi di cui ci si vanta;
quando in nome della democrazia e della lotta al terrorismo si interviene in modo terroristico con la guerra, con i campi di concentramento o di tortura;
quando in nome del Dio dell’ amore si predica la discriminazione e il disprezzo;
quando in nome di Allah misericordioso, si instaurano teocrazie persecutorie e si minaccia la distruzione atomica e si propugnano le strage e il terrorismo nel mondo;
quando nella concorrenza per le risorse del mondo si decide che alcuni gruppi umani hanno diritto alla libertà e al benessere e si condannano altri alla fame, alla schiavitù e alla morte;
allora Auschwitz non apparirà solo come un gigantesco crimine del passato; ma anche come una oscura profezia di qualcosa che è sempre possibile, se non in atto.

Ma infine, se qui parlo e scrivo, è perché come altri sono stato salvato. La memoria del male è anche memoria del bene, memoria di quanti non accettarono la legittimazione del crimine da parte di quei regimi, di quanti opposero la ragione all’irrazionalità di quei presupposti ideologici, di quanti non separarono i principi dell’etica dalla propria cultura, di quanti, per salvare vite, preferirono esporsi al pericolo per riaffermare la dignità umana propria e altrui, di quanti cercarono e aprirono brecce nel sistema totalitario della persecuzione e dello sterminio. La memoria di Auschwitz è anche memoria della possibilità di una resistenza, armata e civile.
(Mantova, giornata della memoria, 27 gennaio 2010)

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Materiali


Un viaggio della memoria

Racconti del “viaggio della memoria” a Mauthausen, Gusen e Hartheim di una classe di studenti milanesi. L’impegno di tanti studenti e docenti nell’affrontare la tragedia dei campi di concentramento e di sterminio nel cuore dell’Europa è quasi eroico, non solo per l’argomento ma anche per la condizione in cui è stata ridotta la scuola italiana, la cui qualità si affida sempre più alla buona volontà di chi vi partecipa. (vedi qui)

Poesie per il “Giorno della Memoria” qui.

Come insegnare Auschwitz?
Se ricordare è un dovere e se il riconoscimento del valore politico e civile di tale memoria non può essere un’acquisizione naturale ma il frutto di un’educazione oltre che dell’istruzione, come educare a ricordare? Come insegnare Auschwitz? (Luigi Monti, vedi qui)

Le leggi razziali
A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammesse persone di razza ebraica… Alle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche o private, frequentate da alunni italiani, non possono essere iscritti alunni di razza ebraica… Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica. (vedi qui)

piccoli consigli al ventenne che in italia studia la shoah
Diffida delle mode. Oggi la Shoah è una moda… La Shoah non può essere imposta dall’alto, per circolare ministeriale… Non sono cose che si possano imporre per decreto. Attento a chi vuole imporre dall’alto il Dovere di ricordare. Quando s’impongono cose dall’alto, il ribellarsi è giusto… Adesso bisogna trovare il coraggio di dire che il fascismo non è solo Salò e l’Italiano, ebreo e non, è stato Fascista. (Alberto Cavaglion, piccoli consigli al ventenne che in italia studia la shoah, qui)

Dati storici, testimonianze, documenti, filmati sono disponibili nella pagina dedicata alla “Giornata della memoria” su ForumScuole.

Iniziative e materiali di lavoro per il Giorno della Memoria sono segnalati su storieinrete.

Una bibliografia a cura degli Amici della Biblioteca di Sesto San Giovanni qui.

* * *

Il rischio di dimenticare ricordando
di Guido Panseri

Alle cinque della sera del 15 settembre 1938, nel collegio dei docenti del Liceo Berchet, il primo successivo all’approvazione delle leggi razziali, il preside, dopo aver richiamato alla stretta osservanza dell’uso del “voi” e del “tu” in sostituzione del “lei“, comunica che il Ministero dell’Educazione Nazionale ha avocato a sé, per tutte le opportune sostituzioni, la revisione dei libri di testo di autori ebrei già adottati e dà lettura della circolare ministeriale n. 34 in data 9 agosto 1938 – XVI sulla difesa della razza e sulla propaganda da svolgersi a tale scopo presso le scolaresche.

Passando poi a discutere degli esami della sessione autunnale, il preside raccomanda ai professori di seguire una linea giusta nel giudicare gli alunni, pregandoli di trattarli affabilmente e di “creare un’atmosfera di serena, accogliente umanità“. La seduta del collegio viene tolta alle 18, dopo che tutti i docenti presenti si sono associati al saluto rivolto dal preside a un professore che lascia l’insegnamento e ad un altro trasferito al ginnasio Parini. Neanche un accenno al prof. Pio Foà, ebreo, costretto a lasciare il Berchet nello stesso anno.

Del resto, inutilmente si cercherebbero nei verbali del collegio docenti anche le più tenui tracce della brutale eliminazione dal Berchet dei 46 studenti di religione ebraica, fatto, dunque, che si consumò nel silenzio di tutti, anche di chi, in cuor suo, certamente ne sentiva l’obbrobrio.

L’ingiunzione assoluta a ricordare esclude che noi, oggi, possiamo cercare conforto nel credere che avremmo agito diversamente nei confronti di quegli studenti. Il nostro compito, oggi, è di curare che quella ferita rimanga aperta. Di fissare in volto quella stridente contraddizione tra la “serena, accogliente umanità” da riservare agli studenti “normali” e la disumana cacciata degli studenti ebrei.

Il vero pericolo non è tanto che si possa dimenticare ciò che è accaduto nel passato, ma che si trascuri il senso per noi degli eventi che si sono verificati. Allora vi furono indifferenza e rassegnazione; nessuno seppe ottemperare alla prescrizione minima della Bibbia: “Apri la tua bocca in favore del muto” (Prov., 31, 8). Queste sono le cose che dobbiamo ricordare oggi, sulla scia della confessione di colpa gridata da Bonhoeffer per rimediare al silenzio serbato dalla sua Chiesa di fronte alla violenza nazista.

Oggi occorre guardarci da un entusiasmo scintillante e dalle profezie “a ritroso“, nutriti dall’illusione di poter sostituire alla verità una filosofia edificante che rischia di autocelebrarsi in un applauso postumo.

* * *

La settimana scolastica

Passata la manovra “salva-Italia per la parte che riguarda il lavoro dipendente e le classi più deboli a cui è stato fatto pagare il costo più grovoso, adesso il governo Monti è alle prese con i privilegi della politica e di categorie forti per le condizioni di favore di cui hanno goduto e per il ricatto che sono in grado di esercitare.

Nel frattempo a Rivoli cade un pezzo di soffitto in un’aula accanto a quella in cui nel 2008 morì lo studente Vito Scafidi; nella stanza, sotto sequestro, per fortuna non c’era alcun alunno, però il crollo riporta alla ribalta il problema della sicurezza nelle scuole. Secondo i parametri fissati dai ministeri dell’Istruzione e del Tesoro, in Italia quasi una scuola su tre è “a rischio: il record spetta alla Calabria con più di cinque scuole su dieci, ma anche il Lazio ne conta quattro su dieci. Il risultato è che ogni anno nei plessi scolastici accadono una ventina di incidenti.

E’ solo uno degli indicatori dell’impoverimento della scuola pubblica italiana. Un altro è quanto rimane da fare sulla dotazione di nuove tecnologie alle scuole, in particolare quelle richieste per l’integrazione di alunni con disabilità.

Oppure il fatto che per attività scolastiche come corsi pomeridiani e attività sportive, giornalini d’istituto e recite teatrali, gite e viaggi d’istruzione, corsi di lingua straniera e per conseguire la patente informatica, corsi per ottenere il patentino per i ciclomotori, assicurazione, ecc., ma anche per materiali per il normale funzionamento, a pagare sono le famiglie, con contributi economici che coprono la metà delle spese e che il alcuni casi arrivano fino all’80%. A generare questa situazione è stato anche il taglio ai finanziamenti destinati all’autonomia scolastica operato dall’ex ministro Gelmini. Basti pensare che nel 2001, per finanziare la legge 440/97 furono stanziati 269 milioni di euro, che dieci anni dopo (nel 2011) si sono assottigliati a 79: meno 71%.

Cosa che viene confermata dal rapporto “Noi Italia” diffuso dall’Istat il 19 gennaio. In Italia l’incidenza sul Pil della spesa in istruzione e formazione è pari al 4,8% (2009), valore inferiore a quello dell’Ue (5,6%). Circa il 45% della popolazione tra 25 e 64 anni ha conseguito la licenza di scuola media inferiore come titolo di studio più elevato, un valore distante dalla media Ue27 (27,3% nel 2010). La quota dei più giovani (18-24enni) che ha abbandonato gli studi senza conseguire un titolo di scuola media superiore è pari al 18,8% (la media Ue è 14,1%).

Ne deriva il fenomeno dei “Neet” (l’acronimo che riassume la definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che “non” lavorano e “non” studiano. E non sono neppure impegnati attività di “formazione” e “apprendistato”. Una sorta di generazione “non”. Priva, per questo, di identità. Perché se “non” sei studente e neppure lavoratore, semplicemente, “non” esisti. Resti sospeso nell’ombra. Senza presente né futuro. Ebbene, i giovani (tra 15 e 29 anni) che si trovano in questa posizione sono oltre 2 milioni e 200 mila. Il 22%.

Ma l’impoverimento della scuola per gli effetti dei “tagli” del triennio Gelmini non è ancora finito. La “riforma” della scuola primaria per i prossimi due anni prevede l’assegnazione dell’organico d’istituto sulla base di 27 ore settimanali nelle classi di nuova formazione e non più di 30 ore come quelle in uscita dalla scuola primaria. In questo modo si perderanno ancora circa 2800 posti nella scuola primaria.

I genitori si domandano quanto sarà riparato dei danni provocati dal ministro Gelmini e se mai saranno applicate le sentenze dei tribunali che condannavano il ministro per le classe pollaio e per la mancata concessione del sostegno agli studenti disabili.

Intanto rimane sempre complessa la questione dell’assorbimento del precariato. Per settembre 2012 sono 24.152 i docenti che possono lasciare il lavoro avendone i requisiti, quindi questi sarebbero i “potenziali” posti vacanti per il ruolo per l’anno scolastico 2012/2013. Per l’anno 2013/2014 invece (66 anni compiuti entro il 31 dicembre 2013) i posti lasciati vacanti sarebbero solo 4.750 e per l’anno scolastico 2014/2015 (66 anni compiuti entro il 31 dicembre 2014) sarebbero 6.880 per un totale di potenziali assunzioni nei prossimi 3 anni di 30.228. Potenziali perché, secondo la recente legge Fornero, i docenti potrebbero restare in servizio anche fino a 70 anni di età.

Alla luce di questi dati e visto il numero degli aspiranti oggi presenti nelle graduatorie ad esaurimento, le affermazioni del neo ministro Profumo con la sua politica di annuncio di un megaconcorso risolutore appaiono del tutto astratte. A proposito del concorso, che si dovrebbe svolgere a ottobre, prevedendo per tale data la partecipazione anche dei docenti futuri abilitati con il I ciclo di Tirocinio Formativo Attivo, viene fatto osservare che, se il TFA non parte subito, il concorso sarà solo per i docenti delle Graduatorie ad esaurimento e non per i giovani.

In settimana abbiamo appreso che il progetto di legge del nuovo ministro dell’Istruzione sulla riduzione di un anno dei cicli scolastici è stato sospeso: troppo alti sarebbero stati i rischi di incorrere in un giudizio negativo da parte dell’opinione pubblica, visto che gli 8 milioni di famiglie e un milione di dipendenti non avrebbero di certo bene accolto un provvedimento a cui nessuno era preparato e che si temeva avrebbe comportato la riduzione di 60.000 posti di lavoro nella scuola.

Delle novità introdotte dal ministro una è invece apprezzabile, quella della “Scuola in chiaro. Con i dati forniti dal ministero ad esempio viene smentita la tesi della “furbizia” dei docenti meridionali che andrebbero al Nord per accumulare punteggio e poi farsi rimandare nelle regioni d’origine, uno dei cavalli di battaglia della Lega. Rendere noti i numeri della scuola italiana serve infatti ad alimentare una reale conoscenza del sistema e a smentire dicerie ideologiche.

Per finire qualche buona notizia. Nel decreto sulle liberalizzazioni potrebbe essere varata una importante misura di sistema: l’organico funzionale in tutte le scuole. Sono stati sbloccati 556 milioni di euro per l’edilizia scolastica. Salta il vincolo per le assunzioni di supplenti per i servizi educativi comunali. Forse potrebbe essere consentito l’accesso alla pensione con i vecchi requisiti per il personale della scuola che li maturi entro il 31 agosto 2012 (anziché entro il 31.12.2011).

* * *

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

5 pensieri su “Vivalascuola. Auschwitz, la memoria e il presente

  1. “La memoria del male è anche memoria del bene, memoria di quanti non accettarono la legittimazione del crimine da parte di quei regimi, di quanti opposero la ragione all’irrazionalità di quei presupposti ideologici, di quanti non separarono i principi dell’etica dalla propria cultura, di quanti, per salvare vite, preferirono esporsi al pericolo per riaffermare la dignità umana propria e altrui, di quanti cercarono e aprirono brecce nel sistema totalitario della persecuzione e dello sterminio. La memoria di Auschwitz è anche memoria della possibilità di una resistenza, armata e civile.”

    Condivido appieno queste parole di Levi della Torre. Non ostante i tempi difficili, dobbiamo riconoscere che l’informazione corre veloce, le istituzioni nazionali e internazionali sono vigili; non so se e in quali nuove forme una tragedia simile potrebbe ripetersi, ma è certo che siamo più consapevoli, anche delle antiche ferite non ancora richiuse, che tali forse debbono restare.

    Grazie, Giorgio.

    Giovanni

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  2. Grazie della nota di ottimismo, Giovanni, che comunque, come dice il brano da te citato, risiede nella possibilità della resistenza e nella consapevolezza che “E’ successo, dunque può di nuovo succedere”.

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  3. GIANPAOLO

    gennaio 28, 2012 alle 3.05 pm

    Ieri GIORNO DELLA MEMORIA secondo me GIORNO DEL SILENZIO, DEL DOLORE e quindi DEL RISPETTO; oggi e da qui fino al prossimo 27 gennaio è un dovere discutere, confrontarsi. Nessuno di noi, a meno che partecipe della tragedia di tanti anni fa, può immaginare quello che ha determinato in chi l’ha subita la deportazione e il conseguente sterminio. Bisogna distinguere l’immaginazione nel BENE da quella nel MALE: il credente in un Essere Supremo immagina una figura al di fuori dell’umano anche se presente nella vita sotto forma di Divina Provvidenza; chi immagina il Male sa di pensare ad una figura dalle sembianze umane. E’ logico quindi concludere che quello che è avvenuto potrebbe ripetersi, con le stesse modalità purtroppo.
    Approfitto per inviare un caro saluto al collega Giorgio
    gianpaolo

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  4. “GIORNO DELLA MEMORIA secondo me GIORNO DEL SILENZIO, DEL DOLORE e quindi DEL RISPETTO; oggi e da qui fino al prossimo 27 gennaio è un dovere discutere, confrontarsi”

    Grazie, Giampaolo, è un grande piacere leggerti. Un caro saluto, e a spero presto.

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