Krishna Biswas e la magia della chitarra acustica

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Da Postpopuli.it

Krishna Biswas è un chitarrista elettrico e acustico con all’attivo quattro CD di composizioni sue proprie, suonate e concepite in uno stile acustico personale. Ha all’attivo esperienze in gruppi musicali della zona fiorentina e toscana, la presenza come insegnante in scuole di musica privata e la conduzione di seminari musicali.
Una selezione dei suoi brani e ulteriori dettagli si trovano sul suo spazio Myspace.

– Parlaci del tuo percorso musicale, di come hai iniziato a suonare, dei tuoi primi maestri.

Provengo da una famiglia che mi ha esposto a stimoli musicali di differente natura, da quella classica occidentale a quella indiana e americana. Ho cominciato a studiare il pianoforte da bambino, a 5 anni credo, con un insegnante classico. Dopo qualche tempo ho cambiato strumento, attratto dalla chitarra classica. Sono stato fortunato a conoscere il mio primo e più influente maestro, Ganesh Del Vescovo – chitarrista classico e compositore – che poi è diventato amico di famiglia e mio maestro fino ai 15 anni. A quell’età poi ho subito il fascino della musica afroamericana e sono passato all’elettrica. Ho riscoperto i suoni acustici successivamente, ma non per esigenze limitate all’esperienza musicale, ma semmai più vicine a una ricerca di emancipazione dall’imitazione di esercizi di stile e sonorità ormai conformate, in cui molti musicisti che mi circondano si riconoscono.

– Tu hai un rapporto molto speciale con le corde dello strumento. Dicci di come “senti” la musica, e di come componi.

Il contatto con la musica che sento più vicina alla mia identità è di matrice umana. Ad un certo punto della mia attività musicale mi sono reso conto di essere intrappolato in una ragnatela di cliché musicali, più o meno sofisticati,ma pur sempre icone codificate. Ho sentito l’esigenza di connettermi in modo più profondo alla mia persona suonando uno strumento che evocasse suoni della natura acustica, indipendentemente dall’ausilio di amplificatori e strumenti simili. Ho scelto oltretutto di evitare la consueta impostazione della mani che prima seguivo, per svincolarmi dai gesti meccanici che ogni musicista impara per esprimersi, e di codificare un linguaggio personale mio proprio. Ecco perché il rapporto con la mia musica lo percepisco come connesso in modo stretto alla mia parte più intima.

– Hai apportato anche delle modifiche ad hoc all’accordatura della tua chitarra. Scelta coraggiosa, per uscire dagli schemi. Com’è andata?

Le accordature che sfrutto sullo strumento non sono di natura convenzionale. Ho scelto di sfruttare rapporti diversi tra le corde per liberarmi da riti gestuali e per permettermi di utilizzare in modo significativo le corde a vuoto. Suono da solo, senza l’ausilio di basi né di altri musicisti, il che mi pone di fronte alla necessità di essere polifonico, pur sfruttando una tecnica della mano destra, che abbisogna del plettro. Per scardinare questa catena monodica, ho scelto di sfruttare le corde a vuoto, accordature aperte e un largo uso della tecnica del legato per la mano sinistra, che mi permette di essere percussivo e di avere la mano destra libera di suonare altre voci, groove e polifonia.

– Una tua grande fonte d’ispirazione è la musica di Keith Jarrett. Che cosa significa per te?

Per ciò che concerne Keith Jarrett posso dirti che per me è fonte di ispirazione umana e musicale. Questo significa che l’impatto della sua produzione di piano solo, per me, al momento è fondamentale. L’elemento che più mi scuote è la connessione profonda tra il suono e l’energia vitale che riesce a trasmettermi, la sua presenza e la capacità al contempo di disinnescare il suo IO per un obiettivo di portata universale; come se fosse una sorta di porta per il mondo sottile di cui ci parlano i veri artisti. Un altro elemento che ha un peso importante nella sua musica è che la percepisco come un testamento etico. Le note che sceglie nelle sue improvvisazioni sono figlie di un contatto intimo e spietato con se stesso, feroce. Questo fa sì che non possa ammettere la presenza di ciò che percepisce come superfluo o come un ostacolo alla sua estasi. Va da sé che la selezione delle note, dei climi musicali, dei groove e di quant’altro si combina con una discriminazione tra ciò che merita di aver vita e ciò che viene scartato. Tutto questo, anche senza un testo scritto, Jarrett riesce a comunicarmi. È ascoltando lui che ho sentito la pulsione di connettere la mia identità umana col suono, un mio suono. Questa la considero una sorta di opera maieiutica.

– La musica, come ogni altra forma d’arte, è una scelta vocazionale. Tu la vivi così?

La mia musica richiede una dedizione totale della mia persona, sia sotto il profilo superficiale, ovvero la tecnica gestuale per far scaturire i suoni, sia in senso più profondo, ovvero un’indagine costante e spietata sul mio percorso e le mie esperienze vitali. Il tutto costa delle rinunce in termini di esposizione ad ambienti sociali o a certi tipi di relazioni con il prossimo, ma questo prezzo per il momento non può non essere pagato.

– Quali sono le carte che un musicista-compositore acustico, e per di più solista, ha in Italia, ora come ora? E quali sono i tuoi progetti in corso?

Non posso rispondere se non per me stesso. Il mio rapporto con la musica è svincolato dall’appartenenza a insiemi e sottoinsiemi con un codice comune più o meno riconosciuto socialmente o sofisticato; posso dirti che ancora devo trovare i canali, sempre che esistano, per espormi al pubblico in situazioni dignitose. Nel frattempo lavoro sulle mie composizioni e pubblicazioni, a cui affianco l’attività professionale collaborando con un trio di swing ed accompagnando scrittori e lettori nelle loro performance dal vivo.

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