Scrivere una poesia dopo Auschwitz

Bozza 52: Midrash

 

Rachel Blau DuPlessis

 

Nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben ist barbarisch”

(Theodor Adorno, “Kulturkritik und Geselleschaft” in Prismen)

Quanto più totale la società, tanto più reificato lo spirito e tanto più paradossale la sua impresa di svincolarsi dalla reificazione con le sue sole forze. Persino la più lucida consapevolezza dell’imminente catastrofe rischia di degenerare in chiacchiera inane. La critica della cultura si trova davanti all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere poesia.”

(Theodor Adorno, “Critica della cultura e società”, 1949, pubblicato per la prima volta nel 1951, in Prismi nel 1955)

 

 

 

1.

 

Poesia / Auschwitz / barbarie.

 

Triangolo obliquo.

 

Oppure

 

il pattume umano

 

non smette / di essere / creato.

 

 

2.

 

e guarda in faccia Cos’È, quel che è, che questo

accadde. E in tal modo. Il dito puntato –

tributo inquietante attraverso il sedimento –

su un indicibile inenarrabile yod,

legno, pelle, stoffa, carbone organico, cenere da cenere, e

inoltre c’è la stanchezza

di inseguire qualunque cosa

come questa.

 

 

 

3.

 

La sedia riconosce due punti di informazione.

 

Con una tale affermazione stava cercando retrospettivamente di modellare la complicata resistenza che doveva poter accadere “prima di Auschwitz” (e “durante Auschwitz”) molto più diffusamente di quanto non accadde a livello ideologico e politico, e tuttavia, non avendo avuto luogo, lei ha deflesso il suo commento e fatto appello, ancorché tardivamente, all’opporsi al letterario che fu “dopo”?

 

Inoltre: in cosa consiste la specifica vulnerabilità della poesia? Perché non dire che fare quadri, sculture, scrivere romanzi, costruire monumenti, fare cinema o teatro, dramma e calliope

talia cruda, ottusa, grottesca, sono “un atto di barbarie”?

Perché fu

solo la poesia?

Solo “una poesia”?

 

 

 

4.

 

Dopo Auschwitz

comporre musica, scrivere romanzi, è un atto di barbarie.”

La “poesia” è dunque la sola suppellettile ottimista in questa casa?

Ricordini kitsch esposti a prender polvere su un mobile?

Bottoncini madreperla penzolanti da una maglia slabbrata?

Sono le blandizie delle poesie, l’automatica adesione

all’attrazione, radure di bagliore, omaggi al compleanno, gemiti sui tumuli,

fantasmi femminili, il fringuello ciuffolotto che becca il bocciolo di pera,

i pensieri trasognati su pianeti, stelle e luna –

sono la taglia modesta delle poesie, i loro lembi graziosamente acconciati,

l’accento e le posture che ne rimangono fuori,

lo status di flautati, eleganti monili

(che nascondono feroci, compiaciuti piaceri)

che fanno di “una poesia” tal particolare insulto e degrado?

 

 

 

5.

 

Una poesia: simbolo di cultura normale. Cultura:

divenuta barbarie. Indi, la poesia: e via dicendo.

Il sillogismo resta.

 

O un altro. Le parole vengono meno all’esatto accadere di questo.

La poesia è fatta di parole.

Da cui: non scrivere poesie.

 

Altern.: scrivere poesie in cui le parole non bastano.

 

(dunque era una poesia investita di cotanto

smisurato risuonare ke essa stare in questo tempo zitta defe?

era già allora impossibile da subito?

Non possiamo più mai scriverla, tanto meno ora, in più

non possiamo più più scriverla per ragione raddoppiata).

 

 

 

6.

 

Perché qualcosa deve essere scritto o no

cos’è una “crisi”

cos’è un “evento”

cos’è una “politica”

cos’è “normale”

cos’è “egemonia”

 

La poesia ignora la crisi

falsifica l’evento

dice ‘poco importa la politica’

accetta la norma

addobba l’egemonia?

quindi, non dovrebbe essere proibita?

 

E da chi, per l’esattezza? e come farlo bene?

C’è un meccanismo di esecuzione

che gradirebbe suggerire?

 

 

 

7.

 

Impossibile scrivere poesia perché si riduce a “chiacchiera inane” sul nostro destino, senso del perfetto Terrore della Bomba, oppressione cellulare che segue l’efficace annientamento. Ogni elemento di ogni cosa trasformato.

Qual è il nome di questa cessazione? 1949 è solo 4 anni dopo

Hiroshima e Nagasaki. Impossibile scrivere poesia

in altri modi da “Auschwitz”, perché la poesia partecipa

di una ulteriore corrosione. È stanza sibilante Zyklon B, o

incallito, di massa, sistemico sterminio.

È Hiroshima/Nagasaki lanciate

a soluzione: distruzione di massa specifica.

O forsennate politiche e mucchi d’ossa

nel tempo che passa. E un giorno. E di colpo.

Tutti e chiunque stanno in bilico lì

sull’evento.

Qual è, dunque, la misura di questa perdita?

 

Oltre il non ritrovamento.

 

 

 

8.

 

Veniva (venivamo) da una civiltà

che la pensava così. Questo la rese barbarie.

 

Che avesse il potere di avverare tale

genocidio è, pensavamo una volta (pensò), impensabile.

 

Ma molti vi hanno preso parte, abbastanza volentieri, alcuni alacremente,

alcuni con disgusto ma tecnicamente complici: altri con livore

 

forse per ragioni personali, motivi circoscritti, chi per gli interessi,

chi per rancorose convinzioni. Non vorrei omettere nessuno.

 

Sistematico sterminio nel lungo secolo ventesimo.

Le speranze moderniste e i fatti della modernità.

 

Dover pensare l’impensabile richiede riassestare

etica, ontologia, vita quotidiana, e senso di integrità

 

così massiccio e polverizzante, che, a Stunde Null, lui

usa la parola barbarie, a chi non sa guardare in faccia la necessità,

 

e dice, lacerato, Basta Adesso.

Basta scrivere Poesia, ché tanto andare avanti

 

è solo sintomo che non hai capito.

La morte è cambiata. Queste morti hanno cambiato il pensiero.

 

Ora, da allora in poi, tu vivi nella differenza.

Vi sono regimi di Impensabile.

 

Entriamo nell’oscuro di questa oscurità

senza l’assistenza di convenzioni quali l’elegia.

 

Perciò, basta con la poesia. Non puoi cavartela

con liriche che trafficano in trascendenza e abbellimenti.

 

La poesia si lagna (così le hanno insegnato) troppo facilmente.

Allora niente, non scrivere poema, non scrivere poesia.

 

 

 

9.

 

O forse quel che diceva era:

scrivere una qualsiasi poesia adesso è inutile/inadeguato/ridicolo,

per una questione di genere. La poesia non è all’altezza del [compito.

Ci serve critica culturale, ci serve una diagnosi analitica.

 

Queste morti, non solo ontologiche,

ancora esistono dentro la politica.

 

Tuttavia “ridacchi sottovoce nella maledizione

che chiami ‘l’immagine di Adorno’”.

Poiché l’affermazione, fredda e irriducibile,

crea un gioco intricato di retorica e metafora,

recitando la poesia contro se stessa. Per così dire.

 

 

 

10.

 

Era la persona contro cui la sua cultura si ritorse.

Chiunque sia scampato

vive una vita postuma nella sua testa.

Sogna di venire gasato nel 1944,

al “risveglio” pensa

che lui, la vita in cui è dentro, è il sogno

di qualcuno che fu ucciso, qualcuno già defunto.

 

 

 

[…]

 

 

 

17.

 

Porta tutto via,

via nessuno è

ammesso,

mai sarà, noi mai

capimmo, mai fu nulla

come questo; niente come qualsiasi

altra cosa, eppure altre enormità

sono e possono e furono e accadranno

spiegate in echi ingenui di parole

come da un regno di ombre.

Una ad una

le foglie cadono

sull’erba

in volate casuali

su rotte madide

il giorno

dedicato

a un silenzio

non riconciliato

così tante foglie, vi erano

così tante ossa.

 

 

 

 

Draft 52: Midrash è un poemetto in 27 sezioni incluso in Rachel Blau DuPlessis, Drafts 39-57, Pledge, with Draft, Unnumbered: Précis (Salt Publishing, 2004) e in corso di pubblicazione in italiano per i tipi di Vydia in Rachel Blau DuPlessis, Dieci Bozze, cura e traduzione di Renata Morresi.

Il testo ha un ricco apparato di note di cui qui includo solo un estratto:

«Questa poesia non ha dedica, vorrei comunque ringraziare Barrett Watten per la costante riflessione su poesia e negatività, Lyn Hejinian per il saggio “Barbarism”, Andrew Joron per il suo lavoro sulla Via Negativa, Jerome Rothenberg per Khurbn.

In Khurbn & Other Poems Rothenberg afferma: “Le poesie che cominciai ad ascoltare per la prima volta a Treblinka sono la spiegazione più chiara che io sia mai riuscito a darmi del motivo per cui scrivo poesia. Sono anche una risposta all’affermazione, di Adorno e di altri, che la poesia non può e non deve più esistere dopo Auschwitz. Da allora in poi quel che ho fatto è stato tentare di andare alle origini della poesia, non solo per una ostinata volontà a voler cominciare da capo, quanto per riconoscere finalmente quelle altre voci, i frammenti di poesie che esse hanno lasciato nel fango.” (Khurbn, New York: New Directions, 1989, p. 4).

In “Barbarism” Lyn Hejinian scrive : “Tuttavia l’affermazione di Adorno può essere interpretata anche in un altro modo, non come una condanna del tentativo di fare poesia ‘dopo Auschwitz’, piuttosto come provocazione e come mandato a scriverla. La parola ‘barbarie’, arrivata a noi dal greco barbaros, significa ‘essere stranieri’, ovvero, ‘non parlare la stessa lingua’, e in quanto tale designa il compito della poesia: non parlare la stessa lingua di Auschwitz. La poesia dopo Auschwitz deve perciò essere barbara; deve essere straniera alla cultura che produce atrocità.”»

4 pensieri su “Scrivere una poesia dopo Auschwitz

  1. Chi cammina sulla testa, Signore e Signori, chi cammina sulla testa ha il cielo come abisso sotto di sé.
    Paul Celan

    La critica della cultura si trova dinnanzi all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie: scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie, e ciò avvelena la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie.
    Th. W. Adorno

    Tutta l’opera di Paul Celan è la sofferta, drammatica confutazione di tale assioma.

    Dopo Auschwitz si possono scrivere poesie solo in virtù di Auschwitz.
    Peter Szondi

    alles ist weniger als
    es ist,
    alles ist mehr
    Paul Celan

    tutto è meno, di
    ciò che è,
    tutto è di più
    Paul Celan

    Con questa lingua ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per accertare dove mi trovavo e dove stavo andando, per darmi una prospettiva di realtà.
    Paul Celan
    Discorso di ringraziamento per il premio Buchner.

    Paul Celan scrive in tedesco, l’idioma della madre, ma anche quello degli aguzzini.

    Dopo Auschwitz si possono scrivere poesie solo in virtù di Auschwitz.
    Peter Szondi

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  2. Lyn Heyinian e Celan rispondono, secondo me, nel modo più appassionato alla domanda provocatrice di Adorno, con la scommessa della poesia stessa, e redimibile dal peccato, perché ancora umana, anche (troppo) umana-

    Maria Pia Quintavalla

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  3. Pingback: #68 – Rachel BLAU DU PLESSIS – Ammirazioni

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