Impressioni lombarde

di Giovanni Agnoloni

da Tornogiovedì

Via Monte Sabatino, a Sesto San Giovanni, sembra un piccolo salotto, intimo e silenzioso. Le case sono vicine, proprio davanti alla mia pensione, ma stanno quiete. Porgono le loro finestre socchiuse da tende come occhi stanchi, mostrano gesti misurati, emettono suoni sommessi. In fondo, la ferrovia e l’illusione di una città. Un grigio accogliente, dopo tutto, come un limbo che non durerà in eterno. Fiondate di meditazione metropolitana mi immergono in un paesaggio intessuto di ragnatele invisibili ma elastiche, sovrastate da nuvole come spugne sudicie e intrise di storia. Ricordi tristi penzolano inerti come bave elettriche. Accenni, inizi, approcci proletari spalmati su orizzonti di periferia. È presto, ma è già tempo di andare.
Cammino per strada col mio trolley al seguito, e mi sembra di tirarmi dietro un esoscheletro rappreso. Il mio. Sono sull’orlo di una metamorfosi, l’ennesima. Mi imbevo delle ultime vibrazioni di Sesto, portandole in un luogo oscuro e intimo, dove coveranno trame.

Ho preso il treno a Cadorna. Il convoglio è semivuoto, tranne qualche raro pendolare diretto in provincia e un paio di studenti semiaddormentati. La valigia riposa sul sedile di fronte. Non mi sono neanche accorto di essere partito. Fuori scorrono piattaforme grigie di stazioni anonime, come bagni di un manicomio ben tenuto. Treni nell’altra direzione, carichi di anime compresse, molte in piedi, dirette in città, verso il destino del lavoro. In silenzio, forse per educazione, o perché hanno accettato una condanna.
Un tipo, accanto a me, bofonchia mentre armeggia con un cruciverba. È giovane, ma ha un’aria svanita. Una donna mi guarda. Magari le piaccio, o mi sta solo registrando col bio-scanner dei suoi occhi. Passa il controllore, e per sbaglio gli do il biglietto della metro. Grugnisce ma non sclera. Ha i capelli lunghi, la barba incolta. Uno di quei tipi barbarici che a volte s’incontrano al Nord. Tra poco sarà Svizzera, e non ci sarà più spazio per le eccezioni.

Certe volte mi pigliano delle botte di malinconia. Sono tornato a Milano, in zona Navigli. Aspetto in un bar, mentre fuori diluvia. Spioverà, prima o poi.
Gli avventori sembrano presi dagli anni Cinquanta e trapiantati qui. La padrona parla sboccato, senza sussieghi idioti. Mi ha fatto la cioccolata calda.
“Sono solo” penso, e lascio sospesa quell’idea, mentre tuona e la signora dice che il diavolo gioca a bocce e piscia. E la pioggia continua, uguale, a darle ragione.
Poi mi arriva un’impressione di futuro, una proiezione incongrua. Qualcuno che mi accompagna. Quel qualcuno che sento nei momenti di silenzio – che il diavolo pisci oppure no. Che lo fa star zitto anche se parla. Lui, il dolore e la solitudine.
Piove, a Milano. Tra poco esco.

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