Vivalascuola. Non facciamo la “scuola dei nonni”

Gli insegnanti sono più esposti a patologie psichiatriche (ed a suicidio) e oncologiche in seguito allo stress-lavoro-correlato della loro helping profession. Il prepensionamento rappresentava per alcuni l’ultima via di fuga per scampare a un destino tutt’altro che felice, e ora non c’è più. (Vittorio Lodolo D’Oria)

Un bambino piccolo ha il diritto ad avere un’insegnante affettuosa e capace, ma piena di energia fisica, di pazienza, che abbia la voglia e la forza di giocare, di sperimentare e di “abbassarsi” al suo livello, di permettergli di crescere. (Franca Valentini)

Un ordine del giorno riapre la partita sulla “riforma delle pensioni“. L’iter della legge non si è ancora concluso: dovrà essere discussa al Senato ed è possibile che il decreto, in scadenza il 27 febbraio, subisca ulteriori modifiche e debba tornare a Montecitorio.

Non possiamo fare la “scuola dei nonni”
di Giovanna Lo Presti

Esistono crimini contro l’umanità non contemplati in nessun codice penale e che determinano uno stato di violenza senza spargimento di sangue, un asservimento di fatto degli esseri umani pur in un apparente stato di libertà. Tre di questi crimini continuano ad essere perpetrati in Italia dalla classe dominante: la rottura del patto tra generazioni (patto che prevedeva una buona trasmissione ereditaria – in tutti i sensi – da una generazione all’altra), la vanificazione della speranza in un futuro migliore, il reiterato ricorso ad argomentazioni evidentemente illogiche, finalizzate a rendere “naturali”, “inevitabili”, “necessari” sia il presunto antagonismo tra generazioni sia il futuro di lacrime e sangue.

Il governo Monti è il punto d’approdo di un lungo percorso, caratterizzato dall’erosione dei diritti conquistati dai lavoratori in lunghi anni di lotta e da una crescente posizione di privilegio da parte del padronato. Il progetto manifesto è quello di ridisegnare i rapporti sociali, sottraendo ulteriori diritti alla gran massa degli individui e confermando, per pochi, spropositati privilegi. Mentre il pianeta rischia la catastrofe ecologica i nostri tecnocrati sproloquiano di aumento del PIL e di sviluppo ed invocano il fantasma dell’Europa e quello della globalizzazione per convincerci che tutto si decide altrove.

Non è vero: tutto si decide qui ed ora. E’ qui ed ora che deve cominciare la riscossa. Nessuna guerra è vinta per sempre – e questo vale anche per i Signori della Borsa. Recuperare il senso del futuro è un’urgenza – e non solo per le giovani generazioni che, giustamente, hanno individuato nei “ladri di futuro” i loro antagonisti. La possibilità di pensare il tempo futuro è la caratteristica che ci rende quel che siamo, e cioè esseri umani. Ma il futuro che ci appartiene è il nostro futuro, non un futuro generico. Inutile pensare sui tempi lunghi, perché, come ci ricordava un economista di statura ben diversa dai nostri Monti e Tremonti, sui tempi lunghi saremo tutti morti.

E’ tempo di giocare il nostro hic et nunc contro l’ hic et nunc di chi ci governa. Il loro è l’hic et nunc della mancanza di memoria storica, dell’appiattimento degli eventi, della trasformazione di decisioni umane in decisioni metafisiche, inappellabili, stoltamente “naturali” ( è il leitmotiv del “si deve fare così, perché così vogliono i mercati”). Il nostro deve essere l’hic et nunc di chi ragiona, si rifiuta di accettare un futuro minaccioso e sente perciò l’urgenza di un cambiamento positivo. Dice Marc Augé:

La paura di diventare poveri, il senso del tempo che passa, l’impazienza dell’adolescente o il pessimismo di chi invecchia, il senso dell’urgenza, per dirla tutta, sono armi terribili che risvegliano la lucidità. L’Illumismo, da questo punto di vista resta il riferimento rivoluzionario più consono, perché aveva puntato sul risveglio delle coscienze individuali che tutto l’apparato politico e religioso dell’Ancien Régime intendeva tenere addormentate. Quella battaglia non è mai stata completamente vinta e continua ancora. L’idea di individuo rimane sovversiva finché significa che il mondo nasce con me e muore con me”.

Dar senso alla nostra finitezza mantenendo vivi i legami sociali è quello che siamo chiamati a fare. Contro il conformismo, contro il futuro-minaccia, contro la prospettiva di una crescita esponenziale della diseguaglianza, contro la morte della speranza dobbiamo giocare la carta del dire “no” a tutto quanto vuol rendere la nostra vita peggiore. E’ questo l’unico modo di batterci anche per i nostri figli. Oggi i padroni di turno stanno togliendo loro l’aspettativa di una vita dignitosa; l’unica, vera eredità che possiamo lasciare alle nuove generazioni è quella della speranza, che si nutre di ragione e che si ribella – sempre – quando la ragionevolezza viene calpestata in nome del privilegio di pochi.

La classe dominante ci vuole indigenti e precari, dalla culla alla tomba. Un’istruzione pessima, un lavoro indecente, gravoso e mal pagato, una pensione da fame, da percepirsi in età avanzata, è tutto quello che ci vogliono offrire. Quando Monti parla di “equità” della sua manovra dice paradossalmente il vero: non solo i precari, ma anche gli stabilizzati devono patire. L’allineamento verso il basso è l’“equità reale” del banchiere Monti. Si tratta di un’aggressione inaccettabile – eppure non c’è ancora stata la risposta sociale che queste provocazioni avrebbero richiesto.

Questo è un appello alla mobilitazione dei lavoratori della scuola, volto ad evitare che, dopo i guasti epocali della “riforma” Gelmini un’altra piaga venga a martoriare la già devastata scuola italiana. Mettiamo tra parentesi tutte le altre superficialità che il nuovo ministro dell’istruzione, Francesco Profumo, è riuscito a dire nelle poche settimane del suo mandato e concentriamoci soltanto su una, quella che ha a che fare con l’acrobatico balzo in avanti dell’età pensionabile proposto dal governo Monti, un balzo così ardito che, in un sol colpo, è riuscito a fare molto, molto più danno di tutte le precedenti “riforme” del sistema pensionistico ed ha fatto apparire come giochi da dilettanti gli interventi di Amato, di Dini e tutte le diatribe su “scaloni” e “scalini” cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

Ci sono molti modi per compromettere il buon funzionamento della scuola pubblica. Negli ultimi due decenni governi successivi lo hanno fatto attraverso una continuativa politica di tagli di risorse e di personale, accompagnata da una crescente burocratizzazione del lavoro a scuola, da una messa tra parentesi dei problemi della scuola reale e da un continuo, insopportabile, dilettantesco chiacchiericcio su una scuola virtuale, esistente solo e soltanto per tecnici, politici e, ahimé!, sindacalisti di professione.

Adesso arriva il colpo finale, il “botto” che chiude i tristi fuochi d’artificio del ministero Gelmini, in perfetta continuità con la cialtroneria dilettantesca della ministra dedita a propugnare la meritocrazia per tutti gli altri e il percorso facilitato per se stessa. Il “botto” del governo Monti è quello che ha individuato nell’innalzamento dell’età della pensione una delle riforme strutturali richieste dall’ Europa. Con le belle e illogicissime motivazioni che soltanto così possiamo pensare al futuro dei nostri figli, soltanto così si aumenta l’occupazione (!). bla, bla, bla.

E’ ora di dire basta a questi riti tribali del capitalismo finanziario nella sua fase marcescente; che l’Europa non sia quella dei popoli ma quella del finanzcapitalismo, per usare l’efficace neologismo che ha coniato Luciano Gallino, lo sanno ormai anche i bambini.

Dobbiamo trovare il coraggio di dire un “no” secco ad un’età della pensione spostata sempre più in avanti, con la scusa di un aumento della vita media. Andare in pensione alle soglie dei settant’anni potrà andar bene per qualcuno, ma non per tutti. Non va bene per chi fa un lavoro usurante e faticoso per il fisico, non va bene per chi, ed è il caso degli insegnanti, fa un impegnativo lavoro di relazione, ridotto ormai, sempre più spesso, ad un lavoro di cura. Non mancano gli studi che hanno messo in evidenza il fenomeno del burnout che colpisce gli insegnanti, categoria che nell’immaginario collettivo gode di ingiustificati privilegi, ma che nella vita vera fa un lavoro rischioso per la salute fisica e mentale.

Ecco quanto Vittorio Lodolo D’Oria, il medico milanese che da tempo si interessa del problema, ha scritto, nel novembre 2011, quando in realtà la questione riguardava “soltanto” l’impedimento ad andare in pensione prima dei quarant’anni di servizio:

“La questione di fondo […] riguarda la salute del cittadino-lavoratore. L’art. 32 della nostra Costituzione afferma che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. In aggiunta il nuovo T.U. sulla tutela della salute dei lavoratori (D.L. 81/08) specifica che il datore di lavoro effettua la valutazione di tutti i rischi da stress lavoro correlato, inclusi quelli connessi alle differenze di genere ed età (art. 28) ed ancora che i rischi specifici cui il lavoratore è esposto in base all’attività svolta (stress-lavoro-correlato per i docenti), una volta individuati, devono essere enunciati nel Documento di Valutazione dei Rischi, indicando le contromisure atte a contrastarli (art.17). Più volte e con toni accesi abbiamo segnalato attraverso pubblicazioni scientifiche italiane, europee e di altri Paesi (USA, Giappone) che gli insegnanti sono più esposti a patologie psichiatriche (ed a suicidio) e oncologiche in seguito allo stress-lavoro-correlato della loro helping profession. Il prepensionamento rappresentava per alcuni l’ultima via di fuga per scampare a un destino tutt’altro che felice, e ora non c’è più”.

Questo prima della “riforma” Monti – figuriamoci adesso.

Non possiamo avere la “scuola dei nonni; già ora entrare in una sala insegnanti stringe il cuore. L’età media è altissima (si veda l’ultimo rapporto della Fondazione Agnelli sulla secondaria di primo grado, in cui si sottolinea come l’età media dei docenti sia ben oltre i cinquant’anni e come, anzi, lo scaglione più consistente si attesti attorno ai 58 anni di età), la distanza anagrafica dai propri studenti enorme, drammatica, soprattutto se guardiamo alle scuole materne e alla primaria. Inoltre i giovani docenti non esistono, se non in modo accidentale, vorremmo dire residuale. Gli stessi precari hanno un’età media alta (attorno ai quarant’anni; basti guardare i dati relativi alle rare immissioni in ruolo). La scuola italiana ha perso una, forse due, generazioni di insegnanti – chi è vessato dal precariato non può svolgere con serenità il proprio lavoro, costretto com’è a saltabeccare da un posto di lavoro ad un altro, a fare i conti con una retribuzione esigua e discontinua, a non poter vedere i frutti del proprio lavoro, a non essere in condizione di costruire relazioni stabili e confronto reale con i colleghi più anziani.

Al dramma del precariato (e senza precari, ricordiamolo, la scuola italiana non potrebbe funzionare) si aggiunge adesso il dramma di insegnanti trattenuti al lavoro ben oltre i 35 anni di servizio. Aggiungiamo che la forte femminilizzazione della categoria rende questo provvedimento ancora più ingiusto e cruento. La massiccia presenza di donne docenti è un dato patologico che meriterebbe un approfondimento; in questa sede basti ricordare che, in un Paese che brilla per l’assenza di sostegno alle famiglie, quelle donne docenti hanno dovuto, quasi sempre, conciliare, con fatica, lavoro e accudimento familiare. Dalla cura dei figli sono spesso passate, nel giro di pochi anni, alla cura degli anziani genitori – ma non hanno smesso di fare il loro mestiere. E, se la scuola italiana si regge ancora in piedi, questo avviene a causa della buona volontà e dell’impegno dei singoli che provvedono alle carenze del sistema con impegno e buona volontà.

In questo momento persone che hanno iniziato a lavorare tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, accettando un patto che, a fronte di retribuzioni modeste, garantiva un lavoro con una forte vocazione sociale e culturale, un impegno orario limitato nella giornata e la possibilità di ritirarsi in pensione in un’età non avanzata, si ritrovano a fare un lavoro svilito dal punto di vista culturale, sempre più gravoso, diventato, in termini di orario giornaliero, quasi a tempo pieno; anche se, fuori dalla scuola, nessuno se n’è accorto. E le retribuzione sono ancor più modeste e l’età per andare in pensione è diventata spropositatamente alta.

Da troppo tempo si è rotto il patto sociale, da troppo tempo i privilegi di quel dieci per cento che detiene metà della ricchezza nazionale sono diventati diritti mentre, parallelamente, i diritti di chi lavora sono divenuti privilegi.

E’ ora di rivendicare i nostri diritti con energia; se i sindacati maggiori tacciono, più o meno sgomenti, facciamo sentire comunque la nostra voce. Facciamo girare il presente appello, raccogliamo firme per sostenere:

  • il ritiro della “riforma” pensionistica varata da Monti;
  • il ripristino dei trentacinque anni come come soglia per aver accesso alla pensione; e che questa sia una pensione dignitosa, non con indebite penalizzaioni;
  • un piano di immissione in ruolo che affronti, finalmente, il problema del precariato; la scuola non può massacrare altre generazioni di insegnanti.

Frattanto pretendiamo, nelle nostre scuole che lo stress-lavoro-correlato per i docenti venga individuato e denunciato nel Documento di Valutazione dei Rischi e che si mettano a punto le misure per arginarlo; sarà ben difficile individuare tali misure, ma rientra tra gli obblighi del dirigente. Per noi docenti questo è comunque un modo di far affiorare un problema sommerso e che va portato, con più decisione, a conoscenza dell’opinione pubblica.

A chi ci dovesse accusarci di irrealismo rispondiamo che irrealista è chi, contro ogni evidenza, ci racconta che andare in pensione più tardi favorisce la creazione di nuovi posti di lavoro e che far entrare un paese in recessione è la via necessaria per lo sviluppo.

* * *

Cerchiamo di farli riflettere
di Franca Valentini

Sono un’insegnante di Scuola dell’Infanzia e scrivo a nome mio e di tante nella mia stessa condizione: avrò 58 anni di età ad aprile ed ho maturato 36 anni di contributi il 31 dicembre 2011. Il problema che vorrei sottoporvi, in questo momento dove molti faticano a trovare il pane quotidiano, se prima di quest’ultima riforma delle pensioni era serio ed importante, ora è altamente preoccupante per noi insegnanti e per i bambini che ci verranno affidati.

Il problema che sollevo è questo: IL LAVORO DI EDUCATRICE DI NIDI E DI INSEGNANTE DI SCUOLA DELL’INFANZIA E’ DA CONSIDERARARSI USURANTE (ma lo è anche, per altri motivi, quello dell’insegnante in genere). La manovra che il nuovo governo (cambiamento tanto atteso) ha promulgato non solo alzerà per tutti l’età pensionabile, non garantendo più nemmeno i 40 anni di contributi, ma costringe molte come me a lavorare ben 43 anni arrivando, nel mio caso, a 64 anni di età.

Se avrete la pazienza di leggere quanto seguirà, capirete perché sono MOLTO preoccupata per la dignità dei miei alunni e della mia salute mentale e fisica (una cosa è fare l’impiegata, altro è fare l’insegnante di scuola dell’Infanzia!).

Voglio solo ricordarvi le affermazioni fatte da alcuni a proposito dell’età pensionabile, dei cosiddetti privilegi di cui le donne non debbano usufruire e della assurdità di inserire il lavoro di insegnanti tra quelli usuranti.
Non tutti sanno, anzi lo sanno in pochi, cosa vuol dire fare l’insegnante ed in particolare di Scuola dell’Infanzia.

Ho 36 anni di servizio e solo 57 di età e sono rimasta a lavorare in questo tipo di scuola perché ci credevo, perché insieme ad altre pioniere abbiamo trasformato un servizio che era pura assistenza e sorveglianza in una vera scuola (che tutti ci invidiano): abbiamo studiato, sperimentato, imparato a leggere i bisogni, a dare risposte, a progettare, a rapportarci con i genitori ed il territorio. E’ stato difficilissimo e faticoso, ma di grande soddisfazione ma ero certa (così erano le regole) che quando non ce l’avrei fatta più a garantire tutto ciò sarei potuta andare in pensione con 35 anni di servizio. Quello non era un patto tra lo stato e me? Se avessi saputo che lo stato avrebbe cambiato i termini, avrei cambiato scuola, o meglio mansione.

Nel frattempo la società e quindi i bambini sono cambiati: 28 individualità per sezione (ora 29!) per 8 ore al giorno. Sì, dico 29 bambini dai 3 ai 5 anni che passano a scuola molto più tempo che con la loro famiglia: chiedono di star bene, “pretendono“, manifestano bisogni che devi soddisfare. Mai si può riproporre il percorso che era andato bene un anno prima: c’è il diversamente abile, ci sono almeno 10 bambini stranieri da “includere“, ci sono diversità che aspettano risposte.

Ma c’è anche l’età (la mia e quella del bambino): un bambino così piccolo ha il DIRITTO ad avere un’insegnante affettuosa e capace, ma piena di energia fisica, di pazienza, che abbia la voglia e la forza di giocare, di sperimentare e di “abbassarsi” al suo livello, di permettergli di crescere.

Io dentro la scuola ci sto bene e ho fatto di tutto per renderla migliore: sono stata per anni Funzione Obiettivo responsabile dell’Offerta Formativa, sono collaboratrice di un dirigente reggente, ho sempre partecipato agli organi collegiali, ho acquisito competenza e professionalità e mi ritengo una buona insegnante, ma alle 4 del pomeriggio quando riesco ad uscire dopo 6 ore di scuola sono sfinita. Mi accorgo che con il tempo non sarò più in grado di svolgere il mio lavoro con DIGNITA’, che i bambini hanno bisogno di forze fresche, di figure più giovani e piacevoli (e non di un gruppo di nonne o peggio ancora di streghe sfinite!). Le forze fisiche, dopo anni di questo tipo di lavoro, stanno scemando (molte di noi hanno problemi alle corde vocali, alla schiena) e la mente perde elasticità, memoria, prontezza: non lavoriamo con delle pratiche ma con bambini molto piccoli e una dimenticanza può risultare fatale.

Nel frattempo sono stata moglie (ora vedova), madre, figlia, nuora e casalinga: non credete che dopo 36 anni di lavoro (e sono certa di non rubare la pensioni ai giovani che hanno il diritto di lavorare e costruirsela!) sia giusto che riesca ad andare in pensione?

Ma ho “solo” 57 anni e si pretende di farmi lavorare altri 7 anni!
Non posso andare in pensione? Se pensate che questo non sia più fattibile (ma se non vado con 36 anni di servizio, quando lavoreranno le mie figlie?), vorrei avere almeno la possibilità di restare nella scuola (fino ai 40 anni) per supportare i giovani che entreranno: fare il tutor, dare la mia competenza per la progettazione, per lo svolgimento dell’attività didattica… ma essere esonerata, al bisogno, dal lavoro con i bambini.

Se non verrà prevista questa possibilità, molte di noi per problemi fisici e mentali dovranno ricorrere alle Commissioni mediche per essere esonerate dal servizio: “non più idonea a svolgere il lavoro frontale con gli alunni“.

Dopo anni ed anni nella scuola affrontati con passione, professionalità, spendendo forze poco riconosciute dall’opinione pubblica ma apprezzate da bambini e famiglie, ci chiuderanno in un ufficio, occuperemo i posti degli Amministativi senza averne le competenze: non ci possono fare questo anche se senza dubbio è da preferire all’alternativa di fare del male ai nostri alunni.

Vorrei aggiungere, se si pensa in coscienza, che renderci uguali nell’età pensionabile sia giusto se uguali, uomini e donne, specialmente in Italia, non lo siamo stati mai. Sicura che leggerete con attenzione la mia lettera e ve ne ricorderete nel momento dei confronti e delle decisioni.
Distinti saluti a mio nome e di tutte quelle nella mia condizione.

* * *

La settimana scolastica

I salari crescono, ma cresce il doppio l’inflazione. Diminuisce, quindi, il potere d’acquisto delle famiglie italiane. Lo dice l’Istat, che ha rilevato come nel 2011 le retribuzioni contrattuali orarie sono aumentate dell’1,4%, mentre i prezzi sono cresciuti del 3,3%. Una differenza pari a 1,9 punti percentuali, la più alta rilevata dall’agosto del 1995.

Aumenti significativamente superiori alla media si registrano per i comparti militari-difesa (+3,3%), forze dell’ordine (+3,1%), gomma, plastica e lavorazioni minerali non metalliferi (+3,0%). Mentre le variazioni più contenute interessano ministeri e scuola (per entrambi l’aumento è dello 0,2%), regioni e autonomie locali e servizio sanitario nazionale (0,3% in ambedue i casi).

D’altra parte lo dice anche un’indagine Ocse: le disuguaglianze sociali in Italia sono in crescita. La disuguaglianza dei redditi in Italia è superiore alla media dei Paesi OCSE. Nel 2008, il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro) indicando un aumento della disuguaglianza rispetto al rapporto di 8 a 1 di metà degli anni Ottanta.

Per diminuire le disuguaglianze – segnala l’Ocse – occorrerebbe una riforma delle politiche fiscali e previdenziali, che costituisce lo strumento diretto per accrescere gli effetti redistributivi. Ma avviene il contrario: la redistribuzione reddituale attraverso i servizi pubblici è diminuita dal 2000 a oggi. La sanità, l’istruzione e i servizi destinati alla salute – che da sempre contribuiscono ad evitare che si accentui il divario tra i più e i meno abbienti – sono di fatto incapaci di ridurre le disuguaglianza perché la spesa pubblica in questi anni è fortemente diminuita.

Non sono un’eccezione allora situazioni come questa di Adelmo Monachese:

Ho 28 anni e ancora non mi sono laureato. Vivo a Foggia e stavo cercando di laurearmi a Bari in Scienze della comunicazione mantenendomi con vari ed eventuali lavori…. sono: studente fuori corso, pendolare, lavoratore saltuario, sottopagato e a nero. Sto mollando l’Università (mi mancano quattro esami e ho una media del 28/29, di preciso non la ricordo ma non è inferiore a quanto vi ho indicato) perché da quando mi sono iscritto le tasse, le tariffe dei treni e i prezzi dei libri sono solo aumentate. Le borse di studio? Non ne parliamo: sono un traffico così oscuro…

Invece il viceministro al Lavoro e alle Politiche sociali, Michel Martone, parlando alla “Giornata sull’apprendistato” organizzata dalla Regione Lazio, al fine di dare “messaggi chiari ai giovani” gli ha dato dello “sfigato“:

“Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa”.

C’è chi dice che Martone ha sbagliato solo nello “stile e che, è vero, l’età della laurea in Europa non arriva a 24 anni, mentre gli studenti italiani si laureano in media a 23,9 anni con la triennale, mentre per i laureati specialistici biennali l’età si contrae fino a 25,1 anni, tendendo presente chi si iscrive all’università nei termini previsti (età inferiore a 20 anni).

Però “Non tutti coloro che s’iscrivono all’università sono figli di papà replica di Pietro De Leo di Gioventù e Libertà. “Indignata” l’Unione degli Universitari, che ricorda che gli investimenti per il diritto allo studio in Italia sono i più bassi d’Europa, a fronte delle terze tasse universitarie più alte in Europa: logico che il 40% degli studenti universitari faccia un lavoro, anche in nero, per mantenersi gli studi. La Rete degli studenti chiede le scuse immediate da parte del viceministro. Disgustato si dice Claudio Riccio, portavoce della Rete della Conoscenza: “E’ vergognoso che il componente più giovane del governo Monti sia anche colui che più offende la nostra dignità di giovani“. Per Andrea Pomella

Il “messaggio culturale” di Martone è un’ingiuria, una grettezza ereditata direttamente dagli anni del berlusconismo, dalla politica del linguaggio sboccato, una volgarità gratuita… Quello che Martone non sa è che lui stesso rappresenta un messaggio culturale… Lui, il figlio di papà, il privilegiato, il beneficiario della fortuna che insulta quelli che la fortuna non ce l’hanno (e quindi magari sono costretti a lavorare e rallentare gli studi per pagarsi la retta all’università), lui che dovrebbe occuparsi di politiche sociali, ossia della prevenzione e riduzione delle condizioni di bisogno e disagio.

A conferma dell’essere “figlio di papà” di Michel Martone la Rete dei ricercatori ne ricostruisce la carriera da “raccomandato. Anche Susanna Turco ne evidenzia il percorso: è figlio di un potente amico di Previti e raccomandato da Sacconi, Brunetta e Montezemolo.

Un’altra discussione è stata innescata dall’intenzione del governo di abolire il valore legale della laurea, sostenuto soprattutto da Confindustria.

Cosa vorrebbe dire abolire il valore legale della laurea? Ad esempio che

chi bandirà concorsi pubblici – dagli albi ai ministeri – potrà chiedere titoli diversi dalla mera laurea: master, specializzazioni, corsi post-laurea, dottorati, l’aver superato certi esami e non altri. Di più: la richiesta di un «congruo numero di crediti formativi» significa far valere il diploma di una certa università più di un altro… l’accesso ad un concorso per avvocato permesso perfino ad un laureato in economia, purché avesse i «crediti formativi necessari» (vedi qui).

Il mondo universitario, rettori compresi, ha manifestato subito la sua contrarietà, già espressa in occasione delle audizioni per l’indagine conoscitiva lanciata dal Senato nei mesi scorsi. Anche sindacati e associazioni professionali hanno detto no.

Abolirne il valore legale, come ha avuto modo di dire a Palazzo Madama il presidente della Crui – la conferenza dei rettori – Enrico Decleva, “potrebbe significare liberalizzare la formazione universitaria, lasciando che chiunque possa istituire una ‘università‘ e che il mercato faccia da regolatore del valore – sostanziale e non formale – dei titoli rilasciati“. Per Guido Fabiani, docente di Politica economica e Rettore dell’università Roma Tre, “Con l’idea di abolire il valore legale si trasmette un messaggio di ingiustizia sociale”.

Sulle stesse posizioni gli studenti. Così commenta Michele Orezzi, coordinatore dell’Udu (Unione degli universitari):

“Vogliamo denunciare il grave rischio che implica la mancata valutazione del voto di laurea nei concorsi pubblici. Più che colpire le cosiddette ‘fabbriche di titoli‘ sembra che questo governo voglia incentivarle inviando un messaggio molto grave agli studenti: non importa quanto impegno si ripone nel proprio percorso formativo, l’importante è ottenere una laurea. Questo rischia anche una deresponsabilizzazione da parte delle stesse università, creando un vortice che non pone più al centro la conoscenza e l’apprendimento, ma solo il traguardo finale”.

Così Link-Coordinamento Universitario Nazionale:

Con l’abolizione del valore legale si incentiverà la nascita di atenei di serie A e atenei di serie B e si favoriranno solo quegli studenti che possono permettersi costosissimi master e decine di corsi di specializzazione post-laurea, a discapito di chi con fatica e sacrifici è riuscito a terminare gli studi universitari, nonostante le enormi lacune del sistema di diritto allo studio.”

Ed è partito un appello “In difesa dell’università pubblica” in cui leggiamo fra l’altro:

Date le posizioni di partenza degli atenei, diseguali e caratterizzate da sottofinanziamento, l’unica concorrenza che scatterebbe fra Università sarebbe appunto per le risorse, con conseguente vantaggio dei gruppi di potere accademico, politico ed economico consolidati che invece, si suppone, dovrebbero essere il bersaglio delle politiche di liberalizzazione nel loro spirito più nobile. Il ‘valore legale’ tenderebbe semplicemente ad essere sostituito dal valore monetario necessario per conseguire il titolo di studio. Le due misure associate produrrebbero un effetto micidiale di stratificazione per censo delle Università, acuendo i già presenti dislivelli territoriali che caratterizzano il nostro sistema universitario nazionale.

Il governo per ora dice di aver rinviato l’intervento sul tema. Però è cosa fatta che il valore del titolo di studio non sarà più determinante grazie a una norma inserita nel decreto semplificazioni, che per la partecipazione ai concorsi pubblici prevede all’articolo 9 «l’equiparazione dei titoli di studio e professionali nei casi in cui non sia intervenuta una disciplina di livello comunitario». A parte alcuni casi come la laurea in medicina, dove esiste appunto una disciplina comunitaria, la laurea perderà peso nelle selezioni per la pubblica amministrazione. Non ci saranno punti in più a seconda del tipo di laurea e neanche in base al voto.

C’è anche chi si domanda che senso abbia laurearsi, visto che un italiano su quattro è a rischio povertà, in Italia la metà della ricchezza è in mano al 10% delle famiglie, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha superato la soglia del 30%, un milione e mezzo di disoccupati sono scoraggiati tanto da non cercare più il lavoro.

E’ anche per questo che all’inaugurazione del XX anno accademico dell’Università Roma Tre gli studenti hanno contestato il ministro Profumo accusandolo di muoversi in continuità con il ministro Gelmini ed esponendo cartelli con scritto: “C’è Profumo di vecchio”; “Le nostre lauree diventeranno carta straccia”; “Prestito d’onore uguale regalo alle banche”.

Lo stesso decreto “semplificazioni” comprende altri interventi per la scuola: l’elaborazione di un Piano nazionale dell’edilizia scolastica; “un organico funzionale all’ordinaria attività e un organico di rete che andranno a completare l’organico dell’autonomia dei singoli istituti“; le iscrizioni all’università si effettueranno esclusivamente per via telematica. Il ministero curerà presto un portale unico su tutte le possibilità offerte dagli atenei italiani, con dati e informazioni per una scelta consapevole del percorso di studi da intraprendere. Sarà informatizzata la verbalizzazione e registrazione degli esiti degli esami di profitto e di laurea. Sarà più snello l’iter di approvazione dei progetti di ricerca nazionali e internazionali.

E poi c’è un articolo nel decreto destinato a fare molto discutere, quello espressamente dedicato al presunto “Potenziamento del sistema nazionale di valutazione“, che attribuisce alle scuole tutta la gestione delle prove Invalsi, quale attività ordinaria. E’ un modo per aggirare il rifiuto di tali prove da parte di docenti e famiglie, ma con una soluzione assolutamente impropria nell’assegnare ai docenti la responsabilità di gestire la valutazione esterna che deve spettare – per essere seria e credibile – ad un organismo esterno. Proteste da parte di Gilda degli insegnanti e Flc-Cgil.

Un’altra discussione si è svolta in settimana su “Se a scuola internet rende stupidi“, a partire da un articolo del linguista Raffaele De Simone.

Ma ci sono problemi urgenti che richiedono pronta soluzione, come quello della cittadinanza italiana ai figli degli immigrati nati in Italia. Quello dei 300.000 precari della scuola che aspirano a buon diritto a un posto fisso iscritti alle graduatorie ad esaurimento. E c’è un tema che ogni tanto ritorna: gli albi regionali dei precari e la chiamata diretta dei docenti.

Poi c’è il problema dei fondi destinati all’autonomia scolastica. A questo proposito è bene chiarire: se si dice che 11 milioni di euro andranno direttamente alle scuole per realizzare i progetti del Piano dell’offerta formativa, 11 milioni possono sembrare una grossa cifra. Se ne coglie la vera dimensione se si pensa che vogliono dire 1 euro e mezzo a studente e che in 10 anni tali finanziamenti si sono ridotti del 93%.

Mentre i problemi del concorso per dirigenti scolastici eredità dell’ex ministro Gelmini non accennano a finire. Il Consiglio di Stato ha confermato il provvedimento monocratico che ha consentito l’ammissione alla prova scritta del 14 e 15 dicembre di candidati che nella prova preselettiva di ottobre avevano totalizzato fino a 5 punti di meno di quanto previsto per essere ammessi allo scritto, a causa degli errori presenti nei test ministeriali. La regolarità dell’intera procedura concorsuale è in forse.

Un problema, per concludere, ce l’ha anche il ministro Profumo: il doppio incarico di ministro dell’Istruzione e di presidente del Cnr, mentre per legge un ministro non può «ricoprire cariche o uffici pubblici diversi dal mandato parlamentare e di amministratore di enti locali».

* * *

Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

* * *

Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

33 pensieri su “Vivalascuola. Non facciamo la “scuola dei nonni”

  1. Chi aiuterà gli insegnanti, chi riconoscerà loro lo status di professione fondante che svolgono? Dovrebbero iniziare da se stessi, nell’autovalutazione, così come insegnano a scuola, ai ragazzi. Ma l’età media molto alta e la totale femminilizzazione della categoria- di cui si parla qui con lucidità – sono i prim nemici “dal di dentro”: quando la maggioranza va verso i 55/60, ed è sposata con il marito che magari guadagna molto di più, e ha fatto della cura e dell’assistenza (gratuite) agli alunni – invece della pura didattica – la sua missione, organizzare una protesta di massa, a livello nazionale, è davvero arduo. La verità è che molti insegnanti non sanno e non vogliono sapere che l’insegnamento è, insieme alla professione medico-chirurgica, l’unico lavoro senza il quale una nazione non esisterebbe, e che le rivendicazioni sarebbero sacrosante, anche spinte al ricatto (che invece subiamo da altre categorie, come conducenti dei mezzi pubblici, tassisti, farmacisti, ecc.: incrociano le braccia e la cittadinanza va in ginocchio, così il Governo deve venire a patti; tutti conosciamo il meccanismo).
    Grazie per questi post, disperati quanto – credo purtroppo – inutili ai fini di una sollevazione generale.

    Mi piace

  2. purtroppo è già la scuola dei nonni e dei vecchi…..il precario che entra nella scuola domani di ruolo a quarantanni, io sono entrato che ne avevo trentanove, starà in cattedra, forze permettendo fino a settantanni…..mi stupisce la mancata ribellione delle donne, equiparate agli uomini e doppiamente sacrificate al lavoro, a casa, con i figli.
    Il silenzio dei sindacati della triplice era invece più prevedibile.

    Mi piace

  3. Pingback: LA SCUOLA DEI NONNI di Giovanna Lo Presti « Doctor Blue and Sister Robinia

  4. E’ vero, Fiorella e Fabio, stupisce il fatto che di questo problema, il primo in questi giorni in tutte le sale insegnanti, nessuno parli pubblicamente. Eppure mi pare giusto continuare ad alimentare una disperata speranza che qualcosa possa succedere, proprio perché consapevoli che l’insegnamento è alla base di una nazione, e che in questo caso non si tratta di una rivendicazione corporativa: il testo di Giovanna Lo Presti e la testimonianza di Franca Valentini mi sembrano molto eloquenti al riguardo: è proprio l’educazione che è in gioco.

    Mi piace

  5. È in atto una espropriazione ai danni del Paese, condotta ad arte non dai burocrati di Bruxelles, ma da quelli che li tengono a libro paga, gente, forze che stanno dietro. Il resto d’Europa è già normalizzato da tempo, i loro leader stanno lì per questo. Sappiamo tutti cosa è accaduto in Islanda, che è stato taciuto dai media perché non si doveva sapere. Qualcuno sta mettendo le basi per il fallimento tecnico del nostro continente, in modo che sia più facile successvivamente imporre una nuova dittatura. Che non avrà un dittatore classico, ma uno che verrà eletto dal popolo tutto contento.

    Mi piace

  6. Pingback: Vivalascuola. Non facciamo la “scuola dei nonni” « TRANSITO SENZA CATENE

  7. Condivido parola per parola, e ringrazio.
    Ahinoi, è tardi per mettere in pratica il consiglio dei precedenti maestri di ballo, e corteggiare a scopo matrimonio miliardari/ie.
    Ed anche mangiare brioches al posto del pane per noi di tarda età e salute traballante può presentare non pochi inconvenienti.
    Si potrebbe magari provare con una cosa arcaica che leggo in uno degli interventi del post, ossia con la mobilitazione dei lavoratori (della scuola, certo, ma anche di altri comparti).
    E’ vero, i lavoratori oggi sono stati fatti evaporare perché qualcuno non si bagni i piedi; ma sarebbe incauto da parte di quel qualcuno pensare di poter uscire senza portarsi l’ombrello.
    Un abbraccio,
    Roberto

    Mi piace

  8. Condivido, anzi bisogna dire che riaprire la partita è un termine un pò grosso, visto che l’ordine del giorno linkato vuole semplicemente “introdurre il termine del 31 agosto 2012 per il personale del comparto scuola che ha maturato i requisiti di accesso”. il problema rimane assolutamente invariato, non saranno qualche migliaio di insegnanti in più a godere di diritti acquisiti a non farci avere la scuola dei vecchi.

    Mi piace

  9. sono stata insegnante elementare prima, con i piccoli e poi, dirigente dei loro maestri: posso assicurare ,che l’impegno di crescere bambini, educandoli e istruendoli, non ha eguali come competenze, fatica, passione, tanto è vero che si è parlato di laurea obbligatoria. Ora che lo proseguo con giovani e adulti è una passeggiata, anche se la didattica appare più impegnativa, e complessa, il carico non ha paragoni.
    A pensarci bene, questo governo ignora, come sempre i politici fanno, la realtà viva di ogni professione, ma anche il carico di futuro che spetta ai giovani, che va garantito! Dunque pollice retro a questo innalzamento età pensione per eroici, ma non supportati e rinnovati…, insegnanti

    Maria Pia Q

    Mi piace

  10. sono stato docente tecnico precario per 6 anni, poi l’arrivo di “marystar”, ora sono disoccupato.
    me a parte, ricordo questa donna, anziana oramai, insegnante di lingua..ha ottenuto il “ruolo” 6 mesi prima della pensione, in pratica lo stesso anno.
    mi sono fatto una risata, hahah a beh, ho pensato, se è cosi che funziona…,poi ha smesso di funzionare.

    Mi piace

  11. E’ vero, il lavoro del docente è psicologicamnte “usurante”, in quanto implica una continua e attenta relazione con “materiale umano” in continua crescita e cambiamento, che richiede flessibilità e disponibilità ininterrotta. Quindi è sempre più un lavoro di “cura”, senza la quale viene vanificato ogni tentativo di insegnamento-apprendimento. E allora, come si può continuare ad insegnare fino a 70 anni? Perchè penalizzare ancora una volta i docenti, riguardo i tempi del pensionamento? Perchè ci si lamenta dell’età troppo elevata dei docenti italiani e poi si impedisce alle nuove leve di entrare nella scuola, non permettendo agli anziani di andare in pensione? Ministri di questo governo tecnico riflettete!!!

    Mi piace

  12. “La classe dominante ci vuole indigenti e precari, dalla culla alla tomba. Un’istruzione pessima, un lavoro indecente, gravoso e mal pagato, una pensione da fame, da percepirsi in età avanzata, è tutto quello che ci vogliono offrire. ”

    Ma il Governo Monti è un Governo che opera all’insegna dell mediazione con la classe politica, economica e finanziaria attuale (a cui deve dare conto), all’insegna della continuità coi processi di riforma in atto da anni. Possiamo dunque aspettarci (la tanto richiamata) “sobrietà”, onestà, competenza, attendibilità, impegno e buona immagine all’interno e fuori del Paese. Ma niente di più. Siamo dentro un conflitto epocale tra classi e tra sistemi valoriali. Tutto è complesso e reso artatamente confuso, affinché non ci si ponga nemmeno il problema di quale classe e in quali valori riconoscersi, a di là dei bisogni primari o contingenti, chi siano o possano essere i leali portatori e difensori degli stessi, su un piano politico.

    Più specificamente, c’è da chiedersi quanti dirigenti scolastici si attivino realmente per ” la valutazione di tutti i rischi specifici cui il lavoratore è esposto in base all’attività svolta (stress-lavoro-correlato per i docenti), e una volta individuatili enunciandoli nel Documento di Valutazione dei Rischi, indicando le contromisure atte a contrastarli (art.17).” Credo che non sia solo un diritto degli insegnanti, ma un interesse evidente di tutte le famiglie di studenti.
    Le testimonianze riportate confermano ad ogni modo l’assurdità e disumanità di tenere dentro un aula un docente oltre il sessantesimo anno di età.
    Molti dei fattori di stress mi risulta che siano determinati dalla presenza di alunni h non riconosciuti, o con turbe nel comportamento tali da rendere ardua la tenuta di una classe, costretta a vivere ogni giorno un conflitto permanente distruttivo sia per gli insegnanti sia per gli studenti, nelle loro aspettative di apprendimento e di buon clima d’aula. Ci sono classi letteralmente ostaggio di uno o più studenti con questi problemi, senza che si possa intervenire in alcun modo, non potendosi neanche parlare di classi differenziate e attrezzate per gestirli adeguatamente, per un forse malinteso principio di integrazione.

    Grazie a Giorgio e a chi ha contribuito a questo post di enorme rilievo.

    Giovanni

    Mi piace

  13. testo ricchissimo di problemi e questioni aperte, apertissime. lo leggerò con calma. per adesso mi limito a segnalare alcune cose, che magari sono state già rilevate nei commenti e mi scuso per la diurezza e la schiettezza.
    per me i mali della scuola riguardano essenzialmente queste cose:
    formazione universitaria delle nuove leve: i ragazzi che arrivano a scuola sono dei tecnocrati, che non sanno da che parte incominciare. in genere non hanno un adeguato approccio umanistico, visto che li formano sui manuali e sulle tecniche e non so se leggano le grandi esperienze educative sul campo, passate e presenti. il loro tirocinio dovrebbe riguardare il lavoro in situazioni di frontiera, estreme: scuole speciali, scuole con grave disagio, palestre in cui o ti fai le ossa o te le spacchi. dopo vai a fare l’insegnante.
    questi ragazzi, inoltre, immersi come sono, come tutti, ma loro di più, in questa cazzo di società dei consumi e del valore zero, devono portare a scuola un surpluss di umanità e di sensibilità che è il vero tesoro che fa la differenza fra gli insegnanti.
    capisco l’entrata in campo delle giovani leve ma io non mi sento un nonno a scuola e non è detto che l’esperienza di insegnanti con anni di insegnamento alle spalle non possa costituire un valore aggiuntivo.
    i ragazzi che entrano a scuola hanno due modi per imparare:
    o da se stessi, rompendosi le ossa e non barando (molto spesso mi capita di assistere a comportamenti assimilabili a quelli di chi non vuole più andare a fare il cameriere perchè non è più lavoro di italiani) oppure imparando da insegnanti che rappresentino dei modelli di riferimento – non si impara certo da tutti – e quandomai lo stato è stato in grado di valutare i percorsi, le esperienze. lo stato è più interessato a darti un punto per ogni inutile corsetto di aggiornamento che porti a termine.
    altro grosso problema della scuola primaria è il matriarcato. i maestri sono fuchi, in genere soccombono adattandosi, arruffianandosi qualcuno per sopravvivere o spaccandosi le ossa con atteggiamenti di sana libertà – ma questo è molto raro –
    in una classe ci dovrebbero stare obbligatoriamente un maestro e una maestra: equilibrio educativo, di atteggiamenti, di visuale. così non è.
    non si possono rimpinzare le classi con 5 insegnanti che, per forza di cose, istituiscono con i bambini comportamenti non paritari, affettivamente irrilevanti o peggio.
    la retorica del giovane a tutti i costi sinceramente mi ha rotto un po’ le scatole. I giovani, al pari degli anziani, per entrare a scuola, devono essere bravi, altrimenti non entrano perchè fan danni come tutti: e potrei fare un elenco di insegnanti con 50 titoli e con zero capacità professionale, zero approccio educativo etc… etc…
    un bravo insegnante deve essere dotato di tecnica, spirito di iniziativa, testardaggine, senso della libertà, senso del dolore. non è un mestiere dove, al termine della lezione esci e te ne vai allegramente in discoteca.
    quindi largo ai giovani ma senza considerare gli anta ferrivecchi da scambiare con carne fresca come si vede nei films americani.
    mi scuso se qualche giovane leva si sentirà offesa ma così la vedo.
    Sebastiano Aglieco

    Mi piace

  14. Caro Sebastiano, capisco lo spirito del tuo intervento, e condivido quello che sostieni, la necessità che chi insegna abbia una adeguata formazione iniziale, nonché in itinere, anche se la prassi di chi governa la scuola è intervenire sul contorno ma non su cose basilari come la formazione. Penso anche che chi insegna da più tempo e ha acquisito esperienze dovrebbe poter trasmettere in forma non episodica il suo sapere ai nuovi insegnanti.

    Cionondimeno rimane da affrontare con urgenza il problema pressante posto in questa puntata: se ha senso tenere un docente a insegnare fin quasi a 70 anni, come risulterebbe dalla “riforma delle pensioni” dell’attuale governo.

    Mi sembra molto eloquente al proposito la lettera di Franca Valentini sopra riportata:

    “… sono MOLTO preoccupata per la dignità dei miei alunni e della mia salute mentale e fisica… Ho 36 anni di servizio e solo 57 di età e sono rimasta a lavorare in questo tipo di scuola perché ci credevo… 29 bambini dai 3 ai 5 anni che… chiedono di star bene, “pretendono“, manifestano bisogni che devi soddisfare… ho acquisito competenza e professionalità e mi ritengo una buona insegnante, ma alle 4 del pomeriggio quando riesco ad uscire dopo 6 ore di scuola sono sfinita. Mi accorgo che con il tempo non sarò più in grado di svolgere il mio lavoro con DIGNITA’…”

    Proprio perché, come tu dici, l’insegnamento “non è un mestiere dove, al termine della lezione esci e te ne vai allegramente in discoteca”, un insegnante nelle condizioni sopra descritte potrebbe rischiare di fare del male a se stesso e agli alunni.

    Bisognerebbe trovare il modo di farglielo capire ai nostri governanti, affinché usino anche la ragionevolezza oltre alla scienza dei bilanci. Che fare, insomma?

    Mi piace

  15. Silvana della classe ’52
    Ogni volta che mi avvicino alla pensione la spostano di 5 anni.E si va avanti!!!! Ma a tutto c’è un limite!Ho 60 anni il prossimo mese e se non varano l’emendamento(ritirato a gennaio) sui 60 anni entro il 31 agosto con 35(36) anni lavorativi andrò in pensione a 66 anni.Ho bimbi di 3-4-5- anni e il mio impegno scolastico è stato sempre elevato (F.S.,collboratrice della Presidenza,referente di vari progetti ecc) Andrò veramente col bastone a scuola x non fare la fame(con l’attuale legge andrei con 35 anni meno il 30%a 1000 euro al mese

    Mi piace

  16. Io credo che il grosso problema della scuola è quello di non aver saputo salvaguardare, nel corso degli anni, le esperienze importanti, massificando e appiattendo l’insegnamento su un livello di mediocritas che non pesta i piedi a nessuno. Non si è voluto “valutare” i percorsi, ritenendo che un aggiornamento – neanche una formazione, ma un aggiornamento – spesso portato da gente che arriva dalle università e che conosce la scuola dai libri scritti da se stesso, non dalla concretezza delle realtà, sia sufficiente ad alzare il livello della qualità e di conseguenza la didattica.
    Non contesto l’entrata a scuola dei giovani, premettendo , poi, che oggi si entra a scuola giovani a quarant’anni! –
    Ma è che in questo mestiere spesso ti senti vecchio perchè ti senti solo, perchè il tuo lavoro, che assai poco ha di burocratico, ha perso di prestigio e credibilità presso i genitori, la società, e gli stessi colleghi, con i quali bisogna sempre tener alto il livello di guardia, tenersi, appunto, dentro una mediocritas che non pesta i piedi a nessuno, altrimenti sei il matto o il rivoluzionario o l’idealista che non può insegnar niente a nessuno perchè assai poco c’è da imparare dalla libertà e dal rischio.
    I giovani che entreranno a scuola, mi chiedo, da quali modelli impareranno il loro mestiere? Da criteri di valutazione docimologica, per esempio? Perchè su questi criteri li formano, perchè su questi criteri è costruito il baraccone scuola.
    Da quali modelli di scuola/vita impareranno? Saranno loro stessi a sentirsi vecchi nel più breve tempo possibile se il problema non viene trattato e considerato dai signori politici nei termini di una osmosi generazionale che fa trapassare non solo i saperi e le conoscenze, ma i valori che le esperienze più belle realizzate nella scuola hanno trasmesso agli altri, e poi sono diventati programmi ed esperienza talmente assimilata che nessuno sa più da che pensiero provenga!
    Riporto, questa breve conversazione con miei ex alunni di scuola primaria, ora in terza superiore, credo, che forse la dice assai lunga su che cosa viene percepito come insegnamento dagli allievi:
    – ma che cosa vi hanno fatto sti cazzo di insegnanti!
    – ahahah niente appunto proprio niente,un insegnamento passivo!
    – ma non è quello che hanno fatto loro, ma quello che hai fatto tu.

    Sebastiano Aglieco

    Mi piace

  17. Classe 52, anch’io tra gli sfortunati bloccati quando ormai pensavamo di essere arrivati al traguardo. Alcune considerazioni dopo aver letto gli altri commenti. Penso che la scuola abbia bisogno di insegnanti preparati, motivati e …in salute. Io lavoro nella scuola primaria, è un lavoro che ho scelto tanti anni fa, quando ancora la mia laurea in sociologia mi offriva alternative più allettanti (almeno sul piano economico), ma ho scelto di insegnare e non sono pentita perchè penso che questo sia un lavoro bellissimo che mi ha dato tanto ma al quale anch’io ho dato tantissimo e non potrebbe essere diversamente. I bambini ti prendono in maniera totalizzante, non riesci a lasciarteli alle spalle, i loro problemi diventano anche i tuoi, le loro conquiste sono anche le tue. Alla lunga, però, tutto ciò ti logora e se alla stanchezza si aggiungono i problemi di salute, allora diventa uno sforzo esagerato continuare a lavorare in modo serio. Abbastanza spesso mi capita di non stare bene, ma non riesco a restare a casa perchè mi rendo conto del disagio che causerei con un alternarsi di supplenti, perciò mi sforzo di continuare a svolgere il mio lavoro come ho sempre fatto, ma è difficile reggere la fatica. Penso che per preparazione, esperienza e passione per il mio lavoro, potrei dare ancora molto, ma …ci vorrebbe un “fisico bestiale”. Se qualcuno ce l’ha è giusto che possa continuare a fare il suo mestiere, altrimenti trovo altrettanto giusto che sia permesso a chi non ce la fa più di lasciare il posto a qualcun altro.
    Ultima considerazione sui giovani insegnanti: ne conosco tanti, mediamente sono molto preparati, ma spesso considerano questo lavoro al pari di tanti altri. Non è così e se non si comprende questo è meglio lasciar perdere!

    Mi piace

  18. Sono d’accordo con Giovanna, Giorgio e tanti altri interventi. Quella della “scuola dei nonni” non è un rischio. E’, in parte, già la realtà. Perché non c’è sollevazione? Perché i docenti non bloccano scuole, strade e autostrade come i tassisti e i camionisti?…Perché hanno le entrate dei mariti. Può darsi. Ma è probabile che ci siano anche altre ragioni. I docenti entrano in contatto con le famiglie più di quanto si creda. Scoprire che vi sono tanti genitori in cassa integrazione o licenziati, parlare con giovani mamme supersfruttate e malpagate da qualche cooperativa o, peggio, disoccupate, osservare la desolazione (e la disperazione) del paesaggio sociale in cui la scuola è immersa, sono azioni e relazioni che parlano alla sensibilità e all’intelligenza dei docenti. “Sto male, lo so…ma se penso a quella poverina della mamma di Luigi…”. La percezione di sciagure sociali più grandi fa forse accettare le proprie…A questo, si aggiunga, che la scuola, ormai, ha scarsa o nulla “sponda politica”. Sui docenti non spara a zero solo Brunetta, Tremonti e Gelmini. Che siano “privilegiati” e “fannulloni” è forse “pensiero(?!) sociale” diffuso. In questo Paese gli intellettuali alti, bassi, intermedi, accademici o di massa, non sono amati…Ciò detto sono per l’indignazione e la disobbedienza civile. La scuola, luogo non solo di trasmissione della cultura, ma di creatività dei rapporti intergenerazionali, potrebbe inventarsi nuove forme di denuncia sociale e di lotta al ceto nazionale e internazionale dei banchieri.

    Mi piace

  19. La classe dominante ci vuole schiavi:
    “Noi continueremo a lavorare fino ai 70 anni: ma a fare che? Ma con che voglia, con che stimoli? Parteciperemo, anziani e fuori tempo massimo, a riunioni sulle innovazioni e sulle nuove proposte per rendere ogni attività brillante e interessante?
    Naturalmente senza dar fastidio, i politici devono lavorare, A loro spetta il pensiero, a noi comuni mortali solo l’ obbedienza”.

    Mi piace

  20. Caro Donato, anch’io mi domando spesso i motivi della scarsa reazione degli insegnanti, e spesso mi arrabbio; per tanti aspetti essa è colpevole, ma certe volte mi sono dato la tua stessa risposta: che comunque gli insegnanti hanno un diverso senso di responsabilità rispetto a chi lascia un taxi in mezzo a una strada. In questo caso però una reazione è necessaria, proprio per responsabilità non solo verso i docenti che sono penalizzati oggi, ma anche verso quelli che verranno, nonché verso gli alunni.

    Segnalo che sul blog dell’on. Manuela Ghizzoni, a questo indirizzo:

    http://www.manuelaghizzoni.it/?p=28998

    dei docenti della classe del 52 si stanno organizzando in prospettiva di una azione legale nei confronti del governo. Capisco questa azione difensiva, visto che questa è la classe più penalizzata, nello stesso tempo non bisogna perdere di vista che il problema è più generale: che non possiamo fare la scuola dei nonni.

    Mi piace

  21. CONDIVIDO TUTTO

    IL MALE DELL’ECONOMIA E’ LA BOCCONI… E I BOCCONIANI… E TUTTI COLORO CHE HANNO DATO ALL’ECONOMIA UNA SVOLTA PREISTORICA: DA VELOCIRAPTOR

    OSSIA COME SPECULARE SULLA PELLE DEGLI ALTRI RENDENDOCI SCHIAVI

    I VERI MALI SONO :

    LE BANCHE CHE SPECULANO E VAMPIRIZZANO

    LE ASSICURAZIONI CHE SE LE CHIUDI PRIMA DEVI PAGARE PER RIPRENDERE I TUOI SOLDI

    LE FINANZIARIE: DELINQUENTI ASSOCIATI

    I NOSTRI POLITICI, SPESSO LAUREATI A TRENT’ANNI PERCHE’ MANTENUTI DA PAPA’ E POI PER DARSI UN CONTEGNO SI SONO BUTTATI IN POLITICA, FREGANDO LA GENTE CON PAROLE IMPARATE NEI VARI PARTITI E SINDACATI CHE SONO RITROVI PER SFIGATI!!! PERCHE’ SE AVESSERO VOGLIA DI LAVORARE DAVVERO STAREBBERO IN FABBRICA, NEGLI UFFICI, TRA LA GENTE CHE LAVORA DAVVERO!

    I NOSTRI POLITICI AMICI DI INDUSTRIALI E PETROLIERI CHE ACQUISTANO CALCIATORI A MILIONI DI EURO CON I SOLDI DELLA NOSTRA BENZINA CHE CI SERVE PER LAVORARE: VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA O CI FAN PAGARE 180 EURO LE SCARPE PRODOTTE IN CINA…

    E NOI ABBIAMO IL DOVERE DI DENUNCIARE QUESTE COSE E DIRLE A VOCE ALTA

    PERCHE’???

    Io come DOCENTE ho sempre avvertito la necessità di trasmettere i fatti : la storia vera, le persone vere, le situazioni dell’umanità, la VERITA’

    PERCHE’ I DOCENTI SONO INVISI A CERTA GENTE???

    PERCHE’ ABBIAMO IL DOVERE DI TRASMETTERE I VALORI, LA VERITA’, I FATTI

    Non pensiate che sia una rivoluzionaria: queste cose le penso e le dico da sempre perché sono una PROLETARIA

    Ho letto anni fa dei testi: PROLETARI SENZA RIVOLUZIONE

    Ho sentito dentro quei testi: DIGNITA’ , DECORO , EVOLUZIONE , PASSIONI DA COLTIVARE , GIUSTIZIA , PACE E AMORE PER L’UMANITA’

    Prendevo il pullman alle sei del mattino per andare a Milano a “raccogliere” da Abbiategrasso i bambini ambliopici da portare in Via Clericetti, che era una scuola speciale

    Prendeva il pullman con me un operaio di 37 anni che di sera studiava, perché voleva laurerarsi in letteratura: era appassionato di poesia e ci scambiavamo libri ed esperienze

    OGGI QUESTO NON LO PUOI PIU’ FARE, PERCHE’ QUALCHE POLITICO IGNORANTE E ZOTICO CHE NON CONSIDERA LE PULSIONI DELL’ANIMA HA DECISO DI LIVELLARCI: GENTE DI SERIE A CON I SOLDI E GENTE DI SERIE B CHE DEVE SOLO LAVORARE E NON PUO’ ACCULTURARSI E COLTIVARE LE PROPRIE PASSIONI!!!!

    IL VERO PERICOLO DI TUTTA QUESTA SITUAZIONE E’ QUESTO!

    Andavo alla STATALE di Milano e lavoravo già a diciott’anni: avevo bisogno dello stipendio perchè appartengo ad una famiglia numerosissima, formata da persone colte e magnifiche che han fatto dell’ARTE la loro vita

    Ho cercato di dare vari esami, ma non ce l’ho fatta, perché erano gli anni in cui andavi in statale e trovavi gli istituti occupati da coloro che adesso ci comandano!!!

    Però ho continuato a prepararmi con corsi di aggiornamento: ho TOTALIZZATO 1300 ORE DI AGGIORNAMENTO che per me rappresenta ORO rispetto ai corsi universitari

    Questo è il mio 39esimo anno d’insegnamento, ma ho appena 59 anni!!! una ragazzina!!!

    La scuola mi ha IMMESSO nel DNA la voglia di andare avanti forse anche geneticamente

    Ma quando vedo ragazze e ragazzi freschi giovani vivi entusiasti della vita con tanta voglia di mettersi in gioco, li vedo come vedo i miei figli, con un futuro da costruire e sento nelle mie ossa qualcosa che scricchiola: sarà l’artrosi???O l’osteoporosi???

    Ogni tanto vado a finire al pronto soccorso per gonfiori strani alle articolazioni, zoppie varie di origine sconosciuta, strette al petto ( mi han detto che sono CRISI D’ANSIA: quando non sanno cosa dire tirano fuori le crisi di panico, forse han ragione, basta VEDERE I NOSTRI POLITICI, ALTRO CHE PANICO E ANSIA…)

    E ALLORA MI CHIEDO: CHE COSA RIESCO A DARE AI MIEI ALUNNI CHE ADORO E CHE MI AMANO???

    Cerco di INVENTARMI QUALCOSA DI NUOVO ogni settimana che passa, CONTANDO PERO’ QUANTI GIORNI MI MANCANO ALLA FINE DI QUESTA PENA DA SCONTARE!!!!

    PERCHE’ HO CAPITO CHE PRIMA LAVORAVO PER I MIEI NUMEROSI FRATELLI E SORELLE, POI, PER UN PERIODO HO LAVORATO PER AIUTARE I MIEI FIGLI A TERMINARE GLI STUDI DECOROSAMENTE ( mentre anch’essi si mantenevano lavorando, come la maggior parte dei FIGLI DELLA GENTE ONESTA ) E ORA MI TOCCA LAVORARE PER MANTENERE IN VITA UN BARCONE CHE FA ACQUA DA TUTTE LE PARTI ( la CONCORDIA insegna )

    Avevo cominciato a scrivere con l’intenzione di esprimere il mio assenso a tutti i post, ma mi sono lasciata prendere la mano, come si suol dire e FORSE OGGI NON ZOPPICHERO’, PERCHE’ ANDRO’ IN GIRO A TESTA ALTA A FARE IL MIO LAVORO DA PERSONA ONESTA CHE LA SERA PUO’ DORMIRE TRANQUILLA PER AVER FATTO IL SUO DOVERE

    Mi piace

  22. @ Rosa

    Rosa, non ho il piacere di conoscerti. Ho letto con entusiasmo il tuo commento, perché rappresenta un vero sussulto, descrive senza moralismi o filtri la situazione ma soprattutto descrive la vita reale. Ti aspetteresti commenti come questo da persone che lo fanno di mestiere, che hanno la responsabilità di comunicare, ma che essendo inevitabilmente sul libro paga di qualcuno, possono farlo solo in un senso, faziosamente magari alterando i fatti a vantaggio di chi li tiene al guinzaglio. Non mi resta che ringraziarti.
    Marco

    Mi piace

  23. Hai ragione da vendere , Rosa. Ho fatto immensi sacrifici anch’io, ; ora che potrei andarmene a riposo, dopo aver allevato 4 figli, arrivata all’età dovuta, sono presa dal panico……riusciranno i nostri eroi?

    Mi piace

  24. Appunto. Basta con la scuola dei nonni. Basta con l’idea che gli insegnanti sono, in fondo, dei previlegiati, perchè hanno tante vacanze e sono ben stipendiati “per quello che fanno”. I nostri politici continuano a sottolineare l’importanza della scuola, ma le loro parole sono un vuoto esercizio di retorica, dal momento che non sono mai seguite dai fatti. Svolgere a 65 anni, e oltre, un lavoro che non è solo di “relazione”, ma sempre più di “cura”, richiede attenzione, impegno, energia e vivacità che, di fatto lo rendono “usurante”, anche a livello psicologico. Aderiamo quindi alla proposta, avanzata dall’onorevole Manuela Ghizzoni, di intraprendere un’azione legale contro il governo, relativamente alle ultime norme sulle pensioni dei docenti. Basta con la scuola dei nonni.

    Mi piace

  25. Ringrazio gli organizzatori di questo blog per la possibilità di esprimere il nostro dissenso.
    Classe 1955, mi ritrovo con tutto quanto è già stato detto. Sottolineo che l’insegnamento in trincea non è più istruzione da molto tempo, ma sempre più facilitazione e cura.
    Pensate anche agli istituti superiori SERALI dove la Sperimentazione Sirio è stata annullata e siamo tornati indietro di 60 anni!!!!! Non sarei sopravvissuta finora se a 50 anni non fossi diventata anche un facilitatore e un counselor, ovviamente a mie spese, economiche ed energetiche.La ricaduta positiva è in mondo del lavoro che sa solo ghermire e penalizzare, siamo fortunati quando abbiamo colleghi e gerarchie vicine equilibrate, ma alla fine insegno solo per i LAVORATORI-STUDENTI che tornano in formazione dopo 8-10 ore di lavoro per 5 anni sperando in un diploma che dia loro una nuova possibilità nel mondo del lavoro. Hanno diritto ad una scuola degna del loro impegno!
    Spero che le nostre voci si facciano sentire e basta col senso di colpa della classe privilegiata, nella situazione attuale, come ha citato Lodolo D’Oria, le vacanze sono una convalescenza!
    Grazie per l’impegno di tutti e BASTA CON LA SCUOLA DEI NONNI!

    Mi piace

  26. Ho letto solo adesso il commento di Rosa e dire che si è d’accordo è troppo poco: un abbraccio, Rosa, da uno della classe ’52 che sarebbe andato in pensione tra pochissimi mesi e che invece dovrebbe ancora lavorare almeno 5 anni.
    Per favore, non stiamocene zitti: non siamo pedine mosse a piacimento e sbattute qua e la da interessi esclusivamente finanziari.
    Per quanto mi riguarda, pubblicherò l’indirizzo di questa pagina sul mio sito, per fare in modo che quante più persone possibile ed estranee al mondo della scuola e all’oscuro di questi problemi (credetemi, sono in tante), sappiano dello scempio e dei disagi che questo malfamato governo sta creando.
    L’indirizzo del sito, che manutenziono esclusivamente a mie spese, è http://atripalda.homeip.net

    Mi piace

  27. BASTA CON LA SCUOLA DEI NONNI! Appunto..

    Nel prendere atto delle modifiche migliorative apportate al “decreto mille proroghe” in sede di conversione in legge alla Camera dei Deputati, è indispensabile richiamare l’attenzione su un problema rimasto insoluto, che pure è stato oggetto di un ordine del giorno approvato alla Camera e su cui il Governo ha, tra l’altro, espresso parere favorevole.
    Si tratta della salvaguardia dei requisiti di accesso e del regime delle decorrenze vigenti prima dell’entrata in vigore del decreto legge 6 dicembre 2011 n. 201 convertito, con modificazioni, con legge 22 dicembre 2011 n. 214 previsti al 31 dicembre 2011.
    Nel fissare tale termine non si è tenuto conto delle peculiarità del comparto scuola che, per effetto di una specifica disciplina, prevede un’unica “finestra” di uscita, legata alla decorrenza dell’anno scolastico. Si rende, quindi, necessario prevedere per il comparto scuola un differimento del termine generale al 31 agosto 2012, quale data per la salvaguardia dei requisiti di accesso e del regime delle decorrenze vigenti ante le nuove norme legislative citate al comma precedente.
    Il correttivo richiesto non solo è motivato da esigenze di equità e giustizia, ma eviterebbe inevitabili tensioni in un settore strategico qual è quello dell’istruzione e un inevitabile contenzioso dalle conseguenze imprevedibili con pesanti ricadute negative sul regolare inizio del prossimo anno scolastico.

    Flavio Giantin. Fossò, VE.
    Docente di scuola primaria.
    60 anni di età il 07 marzo 2012,
    40 anni di servizio il 31 agosto 2012

    Per seguire la ..questione vedi il blog dell’on. Ghizzoni, al link
    http://www.manuelaghizzoni.it/?p=28998&cpage=3#comment-8880

    oppure quello della sen. Bastico al link: http://www.bastico.eu/?p=15141

    Mi piace

  28. Sono d’accordo con quanto è stato detto finora, vorrei solo aggiungere che un lavoratore ultrasessantenne costretto a lavorare 42-43 anni,sentendo l’ingiustizia di un intervento iniquo che ha solo lo scopo di far cassa a scapito dei più indifesi e onesti, sarà portato ad andare avanti per inerzia , distaccandosi sempre di più dal suo lavoro, limitandosi a fare solo le cose indispensabili.
    Probabilmene è questo quello che si vuole, cosi l’utenza si rivolgerà sempre di più alla scuola privata, dove possono trovar spazio gli insegnanti più giovani, che non possono accedere alla scuola pubblica a causa del blocco del turnover e del notevole innalzamento dei requisiti pensionistici.

    Mi piace

  29. Un aggiornamento: in commissione Affari costituzionali e bilancio del Senato è stato bocciato l’emendamento proposto dal Pd affinché i diritti maturati per la quiescenza da circa 4 mila docenti slittassero dal 31 dicembre 2011, come previsto per il resto del pubblico impiego, al 31 agosto col termine dell’anno scolastico: vedi qui:

    http://www.orizzontescuola.it/node/22394

    Prosegue frattanto l’organizzazione della class action dei docenti del 52 sul blog dell’on. Ghizzoni:

    http://www.manuelaghizzoni.it/?p=28998

    Nello stesso tempo bisognerebbe continuare a porre il problema più generale della assurdità di proporre l’insegnamento a 70 anni, e ideare altre forme di mobilitazione: per non fare la scuola dei nonni.

    Mi piace

  30. Pingback: Vivalascuola. No alla scuola dei nonni « La poesia e lo spirito

  31. Pingback: Vivalascuola. No alla scuola dei nonni | Poeme Sur Le Web Blog

  32. Gli insegnanti a 60 anni li chiamate nonni e allora i politici, le classi dirigenti, molti professionisti….! Forse è il fatto che la maggior parte del corpo insegnante sia femminile, che vi fa pensare ai “nonni”. Una donna di 60 anni non può essere all’altezza del compito di insegnare!? Una donna a 60 anni è vecchia! No, io ho 60 anni, ho insegnato quest’anno in una prima della scuola primaria. Come sempre è stata un’esperienza bellissima che spero di avere la possibilità di proseguire. Mi sento ancora in grado di esser una buona insegnante, anzi migliore di quella che ero in gioventù. Certo capisco di esprimere una posizione assolutamente personale, ma dietro l’espressione “nonni” sento una svalorizzazione delle persone non più giovanissime, della loro esperienza, delle loro potenzialità!

    Mi piace

  33. Gentile Lidia, nessuna svalorizzazione, anche chi scrive ha suppergiù la sua età e ritiene che insegnare sia il lavoro più bello e più importante che ci sia. Il problema è un altro: come dice Giovanna Lo Presti, un sistema d’istruzione pessimo, un lavoro importante sì, ma anche usurante e mal pagato e peggio considerato, una pensione da fame, da percepirsi in età avanzata.

    Infatti dal 2020 l’età della pensione sarà in Italia il più alto d’Europa, con previsioni di prolungamento dell’età lavorativa fino a 70 anni:

    http://www.corriere.it/economia/12_marzo_05/eta-pensione-record-italia-marro_5e7cda5a-6692-11e1-a7b0-749eb32f5577.shtml

    Altri Paesi hanno un sistema più flessibile che permetterà uscite dal lavoro molto prima, il sistema italiano, così come è stato disegnato da questo governo, sarà particolarmente rigido.

    Per non parlare dei soprusi del legislatore, come a proposito della “classe del 52”, che viene a determinare una incertezza del diritto tipicamente italiana. E per non parlare del fatto che l’età media degli insegnanti italiani è già adesso la più alta d’Europa: insomma, di tutte le cose che Giovanna Lo Presti analizza nell’articolo, a cui rimando…

    Grazie per l’attenzione, comunque, e buona estate.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.