86. Lo sapevo

da qui

A volte ritornano.
A volte.
Cerchi d’immaginarlo con Arturo, nella mansarda, a scrivere canzoni, e poi andare a rimorchiare. Facile: scrivono, cantano e chiavano.
Ne è passata di acqua sotto i ponti.
E ne è caduta dai tetti.
Ecco, ora reagirà: dirà che sei acida e cattiva. Continua a leggere

DISPOSITIVI DEL FANTASTICO. L’horror, il fantasy, la sword & sorcery. Saggio di Giuseppe Panella

«Si aggirava spesso a rapidi passi per la pianura; quando un giorno il cielo azzurro gli apparve segnato da grandi strisce di sangue che dalla valle arrivavano a coprire la città di Samarah. Poiché questo spaventoso fenomeno sembrava raggiungere la sua torre, Vathek pensò sulle prime di accorrere laggiù per vederlo più da vicino; ma sentendo di non potere andare avanti, sopraffatto dall’inquietudine, nascose il volto nelle pieghe della veste. Per quanto terrificanti, fossero questi prodigi, l’impressione che producevano su di lui era appena momentanea e serviva solo a stimolare il suo amore del meraviglioso. Perciò, invece di tornare al palazzo, egli tenne fermo nella decisione di non muoversi…» (William Beckford, Vathek)
«Il cuore di ciascuno di noi rimane misterioso in eterno, in quanto dotato di una volontà sua propria. Si mise a scrivere e, facendolo, capì un’altra cosa: che la casualità governa ogni angolo dell’universo tranne i recessi del cuore umano»
(David Guterson, La neve cade sui cedri)
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di Giuseppe Panella*

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1. “L’unica passione della mia vita è stata la paura” (Thomas Hobbes)

Del Fantastico come genere letterario abbiamo ormai una buona tipologia e diversi tentativi (anche accurati, anche se nessuno soddisfacente) di analisi e spiegazione teorica. Li si vedranno all’opera a partire dal meccanismo socio-culturale impiantato da Romolo Runcini per finire con quello psico-formalistico di Tzvetan Todorov. Ce ne sono poi parecchi altri, tutti interessanti e stimolanti ma nessuno certamente definitivo. Manca invece una teoria sia formale che psicologica del Fantasy e delle sue diverse allocazioni letterarie a partire dalla Sword & Sorcery per finire con le diverse ramificazioni (e strutturazioni) dell’ Heroic Fantasy.

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PoEtica e Premi

Premio Nazionale Opera Edita

Rosa d’Eventi

Isola di Ustica 2012

Organizzato da

Associazione culturale “La Rosa d’Eventi Ustica”

Associazione culturale Teke

Libreria Libra

Associazione culturale PoEtica

con il Patrocinio del

Comune di Ustica

Premio articolato in tre sezioni per Opera edita Continua a leggere

Il grande Walter Chiari raccontato dal figlio Simone Annicchiarico

di Guido Michelone

A vent’anni dalla scomparsa di Walter Chiari (1926-1991), si torna a parlare del grande comico veronese, utilizzando diverse maniere di racconto biografico: dopo il bel saggio critico di Michele Sancisi Walter Chiari. Un animale da palcoscenico (Medine, Milano 2011) e accanto allo sceneggiato Walter Chiari per la regia di Enzo Monteleone con Alessio Boni che Rai Uno manda in onda il 26 e 27 febbraio (con probabile uscita in DVD nei mesi prossimi), ecco Walter e io. Ricordi di un figlio, le memorie di Simoncino, ovvero Simone Annicchiarico – questo, all’anagrafe, il vero cognome di entrambi – unico figlio nato nel 1970 dal matrimonio con Alida Chelli. L’autore che, come i genitori, intraprende giovanissimo la carriera nel mondo dello spettacolo, ritagliandosi in tempi recenti un notevole spazio da entertainer televisivo, rinuncia alla narrazione sistematica, per evocare invece i momenti più belli vissuti accanto alla figura paterna, la quale viene ulteriormente esaltata dalle informazioni indirette e giunte alle orecchie di un bambino e, poi, di un ragazzo che si trova nel bel mezzo di uno show business italiano in via di transizione: un momento particolarissimo, di cui Walter Chiari è protagonista e vittima al tempo stesso. Quando Simone nasce, il papà è in galera per scontare tre mesi che gli cambieranno la vita: accusato di uso e spaccio di droga (cocaina), viene prosciolto, ma la carriera è ormai rovinata; per lui gli anni Settanta e Ottanta rappresenteranno un punto di inesorabile declino artistico, l’esatto contrario di quanto accaduto nei due precedenti decenni che lo vedono trionfatore al cinema, nel varietà, in una televisione nascente, che egli stesso tende a nobilitare con un umorismo colto e popolareggiante al tempo stesso. Continua a leggere

85. Freddo o caldo

da qui

E’ un bel palazzo: hai voluto il migliore, come sempre. Uno schiaffo a tuo padre, con cui non fai mai pace. E’ un secolo che lotti con il peggior nemico, ma non sei più sicuro che sia lui. Guardi i finestroni lucidi e immagini un interno che non c’è: gli studi di registrazione, gli uffici in cui prendere accordi coi cantanti, i depositi di compact disc che formano pile alte quasi fino al cielo. Continua a leggere

La fabbrica dei sogni: Hugo Cabret, di Martin Scorsese

di Ezio Tarantino
Appena terminata la visione di Hugo Cabret viene voglia di aspettare che il film ricominci e riguardarlo da capo, per catturarne ogni dettaglio, ogni sfumatura, per capire ogni movimento di macchina, trucco, effetto. Ma già, non si può più. Alla fine della proiezione bisogna abbandonare la sala, come fosse un treno, la corsa è finita e non si può replicare. Il biglietto era valido solo per un sogno, e il sogno non si ripete. Forse è giusto così.

Che Martin Scorsese abbia contratto nel corso della sua straordinaria carriera un debito con la storia del cinema è cosa nota. Con Hugo Cabret Scorsese prende di petto l’oggetto del suo desiderio, ne indossa i vestiti, rende esplicite le premesse, apre la valigia della memoria e ne tira fuori tutto ciò che vi ha raccolto per tutta la vita.

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Da Gibara a Londra – La vita esule di Cabrera Infante

La rivista cubana VOCES (numero 13 – febbraio 2012), ovviamente clandestina, diretta da Orlando Pardo Lazo e Yoani Sánchez, presentata a casa di Yoani. ha pubblicato un lungo articolo-racconto (tradotto in spagnolo da Desogus e La Torre) di Gordiano Lupi che ha per tema la vita di Guillermo Cabrera Infante. Gordiano qui figura come l’unico autore straniero in una rivista fatta da soli cubani. Il mio articolo (qui nella versione italiana) è liberamente riproducibile citando autore e fonte.
La rivista è scaricabile qui.
Da Gibara a Londra – La vita esule di Cabrera Infante

di Gordiano Lupi

Guillermo Cabrera Infante nasce a Gibara il 22 aprile del 1929, povera cittadina della provincia di Oriente che ancora non ha scoperto il fascino del cinema povero di Humberto Solás. Negli anni Trenta a Gibara tutto è povero, non serve un festival cinematografico, si respira miseria frammista al profumo di salmastro che proviene dal lungomare. Oceano Atlantico, testa del Caimano che spinge le fauci in un caldo mare tropicale, diventerà provincia di Holguín, ma adesso territorio di confine, sperduto paese lambito da venti orientali e da inclementi tempeste di pioggia. Guillermo Cabrera fa il giornalista e trasmette al figlio insieme al nome di battesimo anche la passione per la scrittura. Zoila Infante è la sua compagna di vita e di lotta politica, ché nella piccola cittadina di Gibara sono proprio loro i coraggiosi ad aprire una sezione del Partito Comunista, fondato all’Avana nel 1925 da un romantico personaggio come Julio Antonio Mella. Non è la stagione ideale per essere comunisti, sono gli anni di Machado, il dittatore più terribile della storia di Cuba. I coniugi Cabrera Infante vengono arrestati nel 1936, imputati di attività sovversive, insieme al figlioletto che ha soltanto sette anni e deve conoscere per qualche giorno i rigori d’una prigione. La polizia provinciale della dittatura machadista sono le temute Guardie Rurali, che entrano in casa Infante e fanno man bassa, armi alla mano, catturano la madre e il fratello, distruggono mobili e suppellettili, bruciano libri e incartamenti di partito. Il padre non è in casa, ma si consegnerà alla polizia di Santiago – cinquecento chilometri a sud-ovest di Gibara – appena saprà dell’arresto della moglie, mentre il bambino verrà affidato ai nonni fino al giorno della liberazione. Continua a leggere

Shhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh!

Non è facile parlare di un film muto senza avere l’impressione di essere a fargli un torto. Verrebbe piuttosto voglia di usare le braccia e i fianchi, di battersi le mani sulle cosce e di scambiarsi occhiate come a dire ‘ecco qui qualcosa da andare a vedere al Cinema, nel silenzio degli sguardi di chi ci sta attorno’. Ma soprattutto verrebbe voglia di riuscire a farlo come ha fatto Michel Hazanavicius in “The Artist”, trasgredendo un po’ di regole per riaffermarne di più importanti, e reinventando (nel nostro caso) un modo di recensire che sia insieme classico e improbabile, comprensibile e sorprendente, inaspettato e prevedibile. Continua a leggere

Effekappa (Zona) – due nuove date a Milano.

Effekappa (Zona) verrà presentato nuovamente a Milano – dopo la bella presentazione alla trattoria La Fermada a cura di Marco Saya – mercoledì 29 al Circolo Romeo Cerizza via Meucci 2, a cura di Francesca Genti e Anna Lamberti Bocconi, e giovedì 1 marzo al GAV in via Accademia (traversa di via Porpora) a cura di Alessandra D’Agostino.

Perché i morti non serbano rancore. Intervista a Nando Vitali.

Nando Vitali, I morti non serbano rancore, Gaffi, 2011, Pagg. 296, 15.50 €
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di Marino Magliani

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E’ possibile pensare a un romanzo sulle foibe senza farsi sfiorare dal pregiudizio: un libro sul revisionismo? Devo ammettere che io ci casco sempre, ed è la prima cosa che mi è venuta in mente: la solita corrente… Mi è successo lo scorso dicembre, a Roma, durante la Fiera dei libri. Presi il libro e non lo lessi subito, intendo in quei giorni. Eppure sarebbero bastate due pagine, tre, forse (cominciai a leggere e a pensarci su dopo una decina di giorni, distante qualche migliaio di chilometri) per capire che I morti non serbano rancore, di Nando Vitali (Gaffi, 2011) era un’altra cosa, era una cosa che faceva i conti con dell’altro, entrava nelle cicatrici carsiche ma non se ne serviva per… Forse se ne serviva solo per uscirne, una volta per tutte. Se ne serviva un figlio, Lorenzo Goretti, senza mai esserci stato, nel ventre dei carsi, eppure si può dire anche senza esserne mai uscito. Perché questa è la storia di una di quelle guerre che non finiscono mai, di un padre che l’ha combattuta e di un figlio che l’ha ricevuta come un’eredità, una disfunzione genetica, se mi si consente, un trauma. A volte si riesce solo a guarire, o a tentare almeno di capire, attraverso qualcosa… Ma cosa? Il racconto che proviene dal proprio sangue?

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Vivalascuola. No alla scuola dei nonni

No alla scuola dei nonni. Cioè no a incongruenze legislative, no all’invecchiamento degli insegnanti, no all’ignoranza dei dati della ricerca medica, no al disinteresse per i giovani, no al disinvestimento nell’istruzione. Un’altra scuola è possibile. E’ da dire in tutte le occasioni di discussione e mobilitazione, a partire dall’Urlo della scuola del prossimo 23 marzo.

In questa puntata di vivalascuola Mario Piemontese illustra le conseguenze dell’innalzamento dell’età della pensione per gli insegnanti, Marina Boscaino, Giuseppe Caliceti, Girolamo De Michele e Marco Guastavigna ne indicano le ricadute sociali e didattiche. Dalla Camera l’on. Manuela Ghizzoni denuncia ingiustizie e improvvisazioni. E un appello: “No alla scuola dei nonni“. Continua a leggere

84. Quanto resta

da qui

Amore, amore. Da dove volevi ripartire? La suonata al campanello. Cos’è successo, dopo? Ti sei trovato nel campo degli uomini persi, incorreggibili. Come hai deciso di seguire Marius? Per cercare ispirazione ai tuoi romanzi? Non sai che è la vita il romanzo che si scrive e ogni giorno se ne gira un’altra pagina, sperando sia più bella di quella precedente? Continua a leggere

83. Un nome strano

da qui

Sei atterrata dal volo in cui hai rivisto la tua vita: ti sei accorta che qualcosa vale, che in fondo non tutto era sbagliato; ci credi, adesso, anche se non sei stata amata come ti aspettavi; ricominciare, sì, ma in quale direzione per non sbandare ancora? I vigili festeggiano, ti accarezzano la fronte; e l’uomo dal soprabito scuro? Continua a leggere

Manuel Cohen, Winterreise. La traversata occidentale – Premio Fortini 2011

o qui ed ora, cedono ad uno ad uno

se il tempo li trascina poi nel folto

o al margine del bosco, e arretrano

oltre il canneto o acquitrino tolto

da ogni mappa della zona o atlante

e gli uni e gli altri sempre annaspando

tra orali blà blà – fanga dilagante

palude incomunicante – sfiatando

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Caryl Férey, un giallo tra polar e noir

di Guido Michelone

Joe Strummer del titolo è il leader e chitarrista dei Clash, gruppo punk inglese degli anni Settanta, noto anche per l’attivismo politico: è la musica preferita dal protagonista del romanzo, lo scorbutico Mc Cash, cinquantenne irlandese, già terrorista nell’IRA, quindi regolare agente in varie località francesi. Agile e prestante ma con un occhio di vetro, dolori su tutto il corpo, la consapevolezza di essere gravemente malato, Mc Cash si licenzia improvvisamente dalla polizia quasi per obbedire alle richieste di una delle tante ex mogli, che in una lettera,poco prima di morire, lo mette al corrente dell’esistenza di una loro figlia, Alice, di otto anni, che vive con una famiglia adottiva nel piccolo villaggio di Montfort-sur-Meu vicino a Rennes. Partito alla ricerca della bambina, Mc Cash s’imbatte in un misterioso omicidio, che sarà il primo anello di una lunga catena di delitti collegati a loro volta a traffici loschi dalla pedofilia alla corruzione politica. E qui il racconto prende corpo in maniera efficacissima, alla maniera del miglior polar francese, con qualcosa anche del noir americano: Mc Cash, come tanti altri suoi colleghi letterari è il classico giustiziere anarcoide, in apparenza anaffettivo (in quanto grezzo, scorbutico, maleducato), in realtà alla ricerca di nuova identità, forse addirittura desideroso di affettivi nobili, sinceri, duraturi. Uomo incorruttibile, Mc Cash si fida a naso della verità altrui e trova quindi nella giovane mulatta Saholy, la bella assistente sociale che di fatto salverà Alice, un punto di riferimento per un happy end preceduto da una raffica di colpi di scena della miglior tradizione pulp, dove Mc Cash non lesina a fare a cazzotti e soprattutto a impugnare il revolver per farsi giustizia da sé. L’abilità, quasi cinematografica – che rivela forse nel giovane autore una conoscenza profonda e un’adesione ideale non solo alla narrativa ma pure a film e telefilm di questo tipo – nel comporre ogni capitolo con un montaggio serratissimo, fanno di questo libro un vero cult nell’attuale scena gialla; e l’idea, infine di intitolare proprio i capitoli come tante canzoni dei Clash di Joe Strummer, rende omaggio a un gruppo che basa la propria forza proprio sulla secchezza dei tratti e sulla rapidità dell’esecuzione.

Caryl Férey, La gamba sinistra di Joe Strummer, Edizioni E/O, Roma 2012,pagine 167,euro 17,00.

82. Istante

da qui

Perché sei tornata? Pensi che una città possa cambiare prospettiva alla tua vita? Non confondi l’arte e l’esistenza? Come puoi pensare che il ponte pieno di negozi, di gente che guarda le vetrine, il riflesso dell’acqua in cui si specchiano i sogni, facciano di te una Dalia che cambia finalmente pagina, come lo scrittore che davanti al foglio bianco freme all’accavallarsi delle immagini, si emoziona a una svolta della storia, ti vorrebbe capace di dire anche di no, di prenderti il tuo, di non essere fedele a tutti i costi, perché la fedeltà ti sta svuotando e solo se incontrassi un uomo vero potresti dare una scossa a una trama che rischia d’ingolfarsi? Continua a leggere

Identità duplice

di Meth Sambiase

Il fare comunità è un atto sociale, apparentemente bizzarro in un luogo storico dove le identità si staccano esponenzialmente da valori referenziali classici (la decomposizione dei ceti, per seguire le parole di Alain Peyrefitte). Nulla è diventato pressante se non il seguire la fluidità degli stimoli che continuamente la globalizzazione dell’identità, propone. L’identità con cui confrontarsi, non è intesa qui come come funzione psicologica, dove apparirebbero valutazioni in merito alla dualità mente corpo, ma piuttosto come il suo riferimento sociologico.

Ancorata alla richiesta continua di semplificazione, il confine dell’io e del noi dovrebbe conquistare sequenze naturale per accrescersi e anche modificarsi in parte, ma in tempi di mobilità delle collocazioni sociali ha finito per forzare e stratificare le trasformazioni.

“L’identità ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come traguardo di uno sforzo, un obiettivo … per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora, anche se questo status precario e perennemente incompleto dell’identità è una verità che, se si vuole che la lotta vada a buon fine, dev’essere – e tende ad essere – soppressa e laboriosamente occultata”(Z. Baugman) Continua a leggere