Vivalascuola. Scuola e laicità in Italia

Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 33

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali…

Questo è l’andamento dei finanziamenti per l’istruzione: tagliati alla scuola pubblica, raddoppiati alla scuola privata, nonostante la Corte Costituzionale li abbia dichiarati illegittimi. Bisogna aggiungere i finanziamenti regionali e comunali. E ne chiedono ancora. Anche per il 2012 la legge di stabilità ha stanziato per le scuole non statali 242 milioni che vanno ad integrare i 278,9 del disegno di previsione del Bilancio. Il rapporto Sbilanciamoci valuta in 700 milioni di euro il risparmio che deriverebbe allo Stato dall’abolizione del finanziamento alla scuola privata. La scuola privata può avere corsi con meno di 8 alunni e docenti sottopagati. E ce n’è anche per i docenti: scatti stipendiali, ma solo per quelli di religione. E adesso la preside di un liceo privato è stata nominata sottosegretaria all’istruzione.

Perché parlare oggi di scuola e laicità in Italia? Interventi di Marcello Vigli, Corrado Mauceri, Giulio Giorello, Maria Mantello, Gennaro Lopez. Introduce Marina Boscaino.

Saremmo stati orgogliosi di far leggere queste riflessioni a Carlo Ottino.
Il 25 aprile sarà passato un anno dalla sua scomparsa. Vogliamo ricordarne la statura intellettuale, l’impegno politico, la passione etica nel campo della laicità e, più in generale, dell’eguaglianza tra tutti i cittadini dedicandogli il nostro attuale lavoro e il nostro futuro impegno per raccogliere il suo insegnamento e seguire il suo esempio.

Perché una puntata di Vivalascuola sulla laicità
di Marina Boscaino

«La Costituzione proclama la pari dignità sociale di tutti i cittadini e l’eguaglianza di fronte alla legge, senza distinzione di religione (art. 3), il diritto di tutti di professare liberamente la propria fede religiosa (art. 19) e l’uguale libertà di tutte le confessioni religiose (art. 8): principi che non varrebbero nulla se non si tenesse ferma la distinzione tra gli ordini propri dello Stato e della Chiesa cattolica, secondo l’articolo 7», il quale dichiara: “Lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”.

Così l’affermazione del principio della laicità dello Stato, declinata sulla scorta degli articoli della Costituzione da Gustavo Zagrebelsky.

Perché dedicare un’intera puntata di Vivalascuola al rapporto tra scuola e laicità? Parlare di laicità oggi significa reagire e rinvigorire. Non mollare. Vigilare.

Una distorta idea di modernità ha fatto e fa ritenere alcune battaglie – e la riflessione su alcuni principi – una retroguardia demodé e inadeguata. Il riconoscimento delle libertà individuali e la negazione dei diritti collettivi – una delle più pericolose derive del nostro tempo (quella che pian piano ci sta facendo considerare la libertà di lavoro una specificità e non un diritto) – hanno reso ancora più evidente e drammatico l’inesorabile slittamento di alcuni principi forti e un tempo considerati irrinunciabili, oggi strumenti di un armamentario “vetero”: avvertito da alcuni anacronistico, perché non compatibile con la modernità di facciata; inutile da altri, perché non più adatto ai tempi che viviamo.

Quei principi sono stati facilmente confinati da molti al ruolo di una sorta di rimembranza romantica, quasi un orpello retorico da citare ed esibire in determinati contesti, da tacere in altri. Su cui – comunque e sempre – non riflettere mai con analiticità e rigore, restituendo loro la centralità che dovrebbero avere in un mondo meno orientato alla merce e alla mercificazione.

Questa disattenzione progressiva e costante, questo annoiato confinamento di temi fondanti della nostra dimensione pubblica e privata, di cittadini ed individui, del nostro Dna politico in senso ampio, ha provocato un danno non lieve, specie perché ha creato una dolorosa ambiguità anche nel posizionamento della politica rispetto alla centralità di quelle tematiche. Noi qui abbiamo voluto ribadirne alcune declinazioni, alcune chiavi di lettura, suggestioni ed interpretazioni – spesso dimenticati, senz’altro centralissimi – proponendo una riflessione che possa servire da orientamento nel secolo dopo quello delle passioni tristi.

Non starò a dilungarmi sulla statura intellettuale, civile e culturale degli ospiti di questa puntata. Quanto sull’importanza dei punti di vista che sono stati individuati, che hanno composto un quadro d’insieme che restituisce al connubio scuola pubblica/laicità quella posizione dirimente rispetto alla costruzione di una società che individui nella scuola il luogo di tutte e di tutti. E cioè il luogo della costruzione di un futuro di garanzia per la libera esistenza e reciproco di rispetto di scelte differenti e altrettanto legittime. Punti di vista che – ne sono certa – favoriranno e accompagneranno la riflessione dei lettori.

Abbiamo assistito nel corso degli ultimi anni ad una serie di “distrazioni, rispetto alla questione della laicità della scuola. La perenne ed inestinguibile questione dei crediti per la frequenza dell’Insegnamento della Religione Cattolica; la questione dell’ora alternativa all’Insegnamento di Religione Cattolica. Abbiamo dovuto sopportare un premier che inneggiava alla superiorità dell’occidente e delle indicazioni nazionali ispirati all’antropologia cristiana. Abbiamo maldigerito la trasversale – dal punto di vista degli schieramenti parlamentari – collaborazione al finanziamento delle scuole non statali, spesso di matrice cattolica, a dispetto di quanto affermato dalla nostra Costituzione, e ad onta dei tagli che hanno facidiato i nostri istituti negli ultimi anni, e del carico di precariato e disoccupazione che hanno portato con sé.

Le battaglie che sono state fatte e continuano ad essere condotte da una retrovia coraggiosa ed ostinata non trovano nel Paese l’attenzione che meriterebbero. Non sono semplici atti di testimonianza, ma l’affermazione intransigente di un binomio necessario e inscindibile, quello tra scuola pubblica e laicità, appunto. La convinzione che fosse così e che tale inscindibilità fosse una garanzia – di democrazia, di pluralismo, di pari opportunità, di divergenza dal pensiero unico e omologante – di e per tutti è stata una delle spinte propulsive che hanno animato le battaglie della scuola democratica, che si è servita dell’elaborazione di lucidissime menti di fini intellettuali, non di rado di estrazione cattolica.

Individui profondamente convinti che la libertà di religione e di irreligione debba essere garantita dalla legge in egual modo, attraverso la non invadenza della libertà degli uni a scapito di quella degli altri. Cattolici e non cattolici, convergenti sulla difesa del principio di laicità della scuola pubblica ripudiarono e ripudiano l’idea che lo Stato possa imporre una determinata visione del bene e che gruppi particolari – come la Chiesa cattolica – rendano coercitive per tutti, ex lege, le loro scelte etiche e metafisiche. Si tratta di una profondissima opzione di civiltà, di rispetto reciproco, nonché del cardine per edificare una società multietnica, quella alla quale tendiamo, orientata alla convivenza civile.

Giorgio Morale ed io ringraziamo di cuore gli ospiti di questa rubrica, per lo sguardo lucido e disinteressato, veramente democratico, che ci hanno fornito su una questione che deve continuare a mantenere una posizione centrale nel dibattito interno al mondo della scuola e in seno alla società civile.

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La cultura della laicità come fondamento della scuola dello Stato
di Marcello Vigli

Mentre la scuola statale è sotto attacco con tagli e ridimensionamenti, che stanno completando la destrutturazione avviata dal ministro Moratti, può sembrare fuori tempo un richiamo alla cultura della laicità come fondamento della scuola dello Stato. Diventa attuale se lo si colloca all’interno di una riflessione sul degrado della società e sul disfacimento del sistema istituzionale, cioè sulla crisi della democrazia in Italia. Serve a cogliere origine e natura dell’attuale condizione della scuola ritrovandone le radici ben oltre l’avvento del berlusconismo

La democrazia per funzionare ha bisogno di cittadini consapevoli del loro ruolo sovrano e capaci di selezionare la classe dirigente, evitando che si trasformi in casta di occupazione delle pubbliche istituzioni. Il compito di formarli assegnato alla scuola è stato, prima, messo in discussione, e poi reso impossibile. Ancor prima che trionfasse la scuola delle tre i (informatica, inglese, impresa), infatti, l’attacco alla funzione istituzionale della scuola era cominciato con la riduzione della libertà d’insegnamento e la negazione della laicità della scuola: strumenti indispensabili perché la scuola possa assolvere ad essa.

Con la privatizzazione, camuffata da autonomia, e con la burocratizzazione, avviata con la trasformazione dei presidi in dirigenti scolastici, si è limitata la libertà d’insegnamento, proprio mentre l’introduzione del principio della collegialità aggiungeva una ulteriore garanzia per il diritto dello studente a non essere indottrinato.

Al tempo stesso, sotto la pressione dei cattolici integralisti e complice la spregiudicatezza craxiana, si è imposto un limite formale alla laicità della scuola. Tale è la presenza dell’insegnamento della religione cattolica nell’orario ordinario delle lezioni, confermata con gli Accordi di Palazzo Madama, che hanno aggiornato il vecchio Concordato mussoliniano fra Stato e Chiesa.

Questa collocazione oraria, come ha confermato la prassi di attuazione, ha vanificato il carattere d’insegnamento facoltativo previsto negli Accordi. La sua stessa presenza configura la religione non solo come un momento importante e storicamente significativo all’interno delle altre esperienze di vita e degli altri orientamenti culturali, ma le attribuisce anche un ruolo nelle società su cui fondare la richiesta di uno status particolare. La religione cattolica, in forza dell’editto di Costantino, ha ottenuto per il proprio clero nelle istituzioni feudali uno stato, che la Rivoluzione francese ha spazzato via in nome dell’uguaglianza dei cittadini.

All’interno del processo di secolarizzazione della sfera pubblica, che ne è derivato, si è venuta precisando la cultura della laicità. Definitivamente proclamata dall’Illuminismo come espressione dell’autonomia dell’umano e affermazione della ragione critica nella ricerca del vero e del giusto, nei confronti della Verità rivelata e della Giustizia divina proclamati dalla Chiesa cattolica nel Medio Evo, è diventata, nella vita sociale, assunzione della comune dimensione umana come solo criterio per valutare idee, valori, istituzioni, norme, ideologie, confessioni religiose. La laicità è cultura dell’uguaglianza, del riconoscimento del valore delle differenze e delle diversità. E’ metodo fondato sulla ricerca critica. E’ valore perché sollecita alla solidarietà.

Questa cultura della laicità deve ispirare la Scuola della Repubblica per preparare le nuove generazioni a vivere in società pluraliste in modo che la fisiologica conflittualità non si risolva solo con l’ipocrisia della tolleranza reciproca, ma con il pieno riconoscimento del diritto dell’altro ad essere diverso ed a pensare diversamente, perché nessuno è più uguale degli altri.

La presenza di un simbolo religioso, come il crocefisso nelle aule, e di un insegnante, come il docente di religione cattolica, privo della libertà d’insegnamento, autorizzato, lui solo, a trasmettere una dottrina e a proporre valori su mandato di un’autorità, che è tale solo per i fedeli e non per tutti i cittadini, impedisce che la laicità sia assunta come fondamento della cultura scolastica e soprattutto dell’azione educativa dei docenti.

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Laicità e libertà di insegnamento nella scuola statale
di Corrado Mauceri

Con la sentenza 203 del 1989 la Corte Costituzionale ha ribadito che la Costituzione afferma il principio supremo della laicità. Un principio che implica un’assoluta garanzia di pluralismo religioso, ma anche il diritto di professare l’agnosticismo e l’ateismo.

Sempre la Corte, nella stessa sentenza, ha precisato che laicità nel nostro ordinamento costituzionale non significa disinteresse dello Stato al fenomeno religioso. Al contrario: i sentimenti religiosi sono espressione della realtà sociale; pertanto lo Stato (che è espressione della collettività) non può ignorarli, anzi può favorirli, a condizione che sia rispettata la parità di trattamento di tutte le confessioni e non si manifesti alcuna forma di discriminazione nei confronti dei non credenti.

A scuola questo principio generale, che dovrebbe valere per tutti gli aspetti della vita sociale, assume un carattere assolutamente preminente; difatti la laicità è una precondizione del principio della libertà di insegnamento, che è l’elemento caratterizzante della scuola statale della nostra Costituzione (art. 33 1° comma). Un orientamento confessionale nella scuola statale sarebbe quindi non solo lesivo della libertà di insegnamento, ma anche del principio supremo della laicità.

In un tale contesto costituzionale l’Insegnamento della Religione Cattolica rappresenta, senza dubbio, un elemento di criticità (anche se la Corte l’ha ritenuto compatibile con il principio di laicità) ed esige una rigorosa attenzione per evitare ogni possibile forma di ruolo preminente dell’IRC e di discriminazione per motivi religiosi degli studenti.

Un insegnamento essenzialmente confessionale come l’IRC, se può essere recuperato nell’ambito della laicità “attiva”, precisata come «compito dello Stato di svolgere interventi per rimuovere ostacoli ed impedimenti… in modo da “uniformarsi» alla «distinzione tra “ordini” distinti» (Corte di Cass., IV sez. pen., 1 marzo 2000, n. 439), appare però irrecuperabilmente incompatibile con il principio della libertà di insegnamento, che presuppone sempre un insegnamento “laico” anche nel metodo e nel ruolo dell’insegnante; l’IRC si concretizza invece nella maggior parte dei casi in un insegnamento-indottrinamento affidato alla Chiesa Cattolica, svincolato dai principi a cui ho fatto riferimento poc’anzi.

Peraltro, l’IRC ed il diritto di altre confessioni di chiedere ed ottenere l’insegnamento di altre religioni appaiono incompatibili non solo con la libertà di insegnamento, ma soprattutto con il ruolo di formazione democratica che dovrebbe svolgere una scuola democratica.

L’IRC, con tutte le possibili soluzioni alternative e soprattutto con l’eventuale insegnamento di altre religioni, si sostanzia infatti in un momento di accentuazione e separatezza delle diverse culture, sconfessando di fatto il ruolo principale che una scuola democratica dovrebbe avere: favorire al massimo confronto e inclusione, tra tutti e di tutti.

Da queste rapide considerazioni discende anche, ovviamente, l’assoluta incompatibilità con il principio di laicità di tutte le forme di riti e funzioni religiose (visite pastorali, liturgie in occasione delle festività religiose e così via); si tratta di attività specificamente religiose, che vanno svolte nei luoghi a tal fine adibiti dalle autorità religiose e non possono invadere la sfera propria della scuola statale.

In conclusione, va detto però che l’IRC, proprio in ragione delle medesime motivazioni per cui la Corte Costituzionale l’ha ritenuta compatibile con il principio di laicità, ha (aldilà del merito giurisprudenziale) aperto un varco, che rischia non solo di attribuire alla religione cattolica un ruolo preminente nella scuola statale (configurando una “religione di Stato”), ma di snaturare il ruolo stesso della scuola statale, luogo di confronto tra le appartenenze, e non di separatezza.

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Note su una scuola laica
di Giulio Giorello

Lo studio delle materie scientifiche e l’impostazione storica nella presentazione delle teorie più rivoluzionarie

possono servire a renderci consapevoli del fatto che la razionalità, il rigore logico, la controllabilità delle asserzioni, la pubblicità dei risultati e dei metodi, la stessa struttura del sapere scientifico come qualcosa che è capace di crescere su se stesso, non sono né categorie perenni dello spirito né dati eterni della storia umana, ma conquiste storiche, che, come tutte le conquiste, sono suscettibili di andar perdute.

Proprio per questo, aggiungeva un grande storico delle idee come Paolo Rossi, recentemente scomparso, occorre lottare perché non torni il Tempo dei maghi, (come suona il titolo di uno dei suoi più bei libri, da cui ho tratto la precedente citazione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, p. 304), cioè del sapere iniziatico amministrato da caste di sacerdoti o vari altri sciamani dell’Essere, uno dei principali fattori di discriminazione tra esseri umani, ben diverso dalla conoscenza tecnico-scientifica pubblica e controllabile che ha modificato le condizioni materiali e spirituali della nostra esistenza in un modo così profondo da farci considerare come semplici scaramucce le predicazioni di questo o quel profeta.

Dubito che educare a questo tipo di lotta sia impresa che possa essere condotta con successo da qualsiasi istituzione scolastica che non sia robustamente laica. Qui laico vuol dire fuori dal recinto del sacro, data l’irrilevanza sotto il profilo della discussione critica di quest’ultima categoria (ho poco d’aggiungere a quanto ha scritto in materia Karl R. Popper, in particolare in alcuni dei saggi poi rielaborati e inclusi come capitoli nel suo Congetture e confutazioni, tr. it., il Mulino, Bologna 1972).

Per entrare nel concreto, sostengo: 1) che sia essenziale che in ogni società libera possa venir articolata e messo al servizio del pubblico un’offerta didattica senza restrizioni di sorta; 2) che tale offerta non venga minimamente condizionata da qualsiasi impegno religioso; 3) che sparisca da questo tipo di scuola l’insegnamento come materia a sé stante non solo di una qualche religione che magari pretende di essere “la religione della nazione”, ma di qualsiasi religione; 4) che siano destinati ad altri impieghi i docenti di religione presenti nelle “scuole statali”.

I quattro punti di cui sopra meritano alcune qualificazioni. A proposito di 1): l’insistenza sulla laicità nella scuola pubblica non significa affatto la soppressione dell’iniziativa privata in campo educativo a vantaggio esclusivo dell’intervento statale. Riprendo qui l’enfasi che Marco Mondadori e io abbiamo a suo tempo (1981) messo su un passo di John Stuart Mill (Saggio sulla libertà, tr. it. il Saggiatore, nuova edizione, Milano 2009, p.127):

“Tutto ciò che si è affermato sull’importanza dell’individualità del carattere e della diversità di opinioni e comportamenti implica, con la stessa incommensurabile importanza, la diversità di educazione. Un’educazione di Stato generalizzata non è altro che un sistema per modellare gli uomini tutti uguali; e poiché il modello è quello gradito al potere dominante – sia esso il monarca, il clero, l’aristocrazia, la maggioranza dei contemporanei – quanto più è efficace e ha successo, tanto maggiore è il dispotismo che instaura sulla mente. […] Un’educazione istituita e fondata dallo Stato dovrebbe essere, tutt’al più, un esperimento in competizione con molti altri, condotto come esempio e stimolo che contribuisca a mantenere un certo livello qualitativo generale.”

A proposito di 2): dunque, la scuola laica non è un’istituzione che pretende al monopolio dell’istruzione, ma un esperimento didattico in competizione con vari altri in una sorta di libero mercato delle idee. Ovviamente, la selezione del personale non può in tal caso che essere basata sul merito e sulla competenza, e non sull’appartenenza o fedeltà a questa o quella “tribù” religiosa. Peraltro, ogni famiglia scelga qual è l’esperimento didattico che preferisce per i propri figli – e qualora questi siano maggiorenni scelgano loro stessi in prima persona – il che comporta anche la questione del finanziamento: ogni esperimento didattico venga finanziato direttamente da coloro che lo scelgono, senza elargizioni a pioggia su tutti quanti.

Al punto 3): non vedo la necessità di un esplicito insegnamento religioso nella scuola laica, nemmeno di un insegnamento di religioni, al plurale (trucco con il quale oggi si tende a giustificare la presenza dell’ora di religione nella scuola pubblica). Questo non vuol dire, ovviamente, negare l’importanza delle religioni nella storia dell’umanità, anzi! Ma che ci stanno a fare gli insegnanti di storia se non a spiegare anche la rilevanza di questa o quella “Sacra Scrittura” nelle più diverse vicende che hanno portato all’assetto attuale del mondo? Solo che in una scuola laica quelle Scritture non sono esenti dalla critica testuale, e vanno trattate come documenti puramente umani esattamente come la Commedia di Dante o i Canti di Leopardi o, che so io, i Cantos di Ezra Pound.

Ritengo che questa mossa istituzionale giovi anche alla purezza delle varie fedi. I credenti di questa o quella religione possono sempre scegliere una scuola confessionale di loro gradimento, oppure provvedere con altri mezzi alla presentazione della tradizione religiosa da loro preferita, svincolata (e dunque liberata) dall’ipoteca di dover rappresentare, volente o nolente, il braccio confessionale di una qualche politica di Stato o di partito ecc. Sono d’accordo con tutti quei teologi che, dalle più diverse posizioni, hanno insistito sull’equivoco di presentare una qualche religione come una sorta di “religione civile”: qualcosa che mi pare esiziale per la stessa libertà di coscienza.

Al punto 4): conseguentemente con quanto detto sopra sarebbe bene invitare gli attuali insegnanti di religione nella scuola pubblica a indirizzarsi verso scuole confessionali o ad altre attività che mirino a illustrare a fedeli e curiosi i pregi della religione cui aderiscono. Sono contrario, ovviamente, al riciclaggio di questi docenti in differenti insegnamenti entro la scuola pubblica garantendo loro una via di accesso privilegiata rispetto a tutti gli altri concorrenti che dovrebbero venir selezionati solo in base a merito e competenza.

Mi rendo conto che la l’attuale situazione del nostro Paese, tra atei devoti a Destra e partiti a Sinistra che nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche adottano la stessa posizione di una celebre canzone di Gianni Morandi (“In ginocchio da te”) non fa ben sperare. Eppure, come concludono Carla Castellacci e Telmo Pievani in un loro libro di qualche anno fa che non ha perso certo di attualità (Sante ragioni, Chiarelettere editore, Milano 2007, p. 224):

“Le pretese monopolistiche della gerarchia vaticana non sono guizzi improvvisi di interventismo, ma normali conseguenze dei rapporti istituiti attualmente fra Stato e Chiesa. È una rendita di posizione costituzionalmente garantita. Il privilegio, per quanto istituzionalizzato, accumula potere ma a lungo andare toglie credibilità e toglie libertà innanzitutto a chi ne gode. Paura e diffidenza finiscono per non essere buone consigliere. Denunciarlo non è soltanto ‘sdegno’ laicista, ma rivendicazione di un sano rapporto fra uno Stato laico e le confessioni religiose che, di epoca in epoca, lo attraversano.”

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Il nemico della scuola laica della Repubblica oggi si chiama sussidiarietà
di Maria Mantello

«Scuola libera vuol dire scuola che garantisce la libertà rispettivamente d’insegnamento e di apprendimento, e garantendo queste due libertà che s’integrano a vicenda, favorisce la formazione dello spirito critico, di una mentalità critica, di un atteggiamento critico. Questa scuola è la scuola dello Stato laico».

Così affermava Norberto Bobbio, al convegno Stato e scuola oggi. Problemi aperti: il pubblico e il privato.

Era il 1985, e l’anno prima il Governo Craxi aveva firmato il nuovo Concordato rimettendo in sella un clericalismo di cui certo non si sentiva il bisogno dopo la grande stagione dell’emancipazione individuale e sociale degli anni Settanta, che proprio nella scuola dello Stato aveva visto l’affermazione di una straordinaria democratizzazione nel valore costituzionale della laicità, ponendo l’accento su quello sviluppo di capacità analitico-critiche, necessarie a formare cittadini liberi e consapevoli. Insomma la scuola dello Stato democratico, fucina di pensiero e garanzia di promozione sociale attraverso lo studio. Era questa l’alta e migliore aspirazione che gli anni Settanta avevano configurato.

Quel Concordato, rinnovato in un contesto storico in cui da tanta parte della società civile si profilavano istanze per la sua abrogazione, era la benedizione che il craxismo cercava, offrendo al mondo clericale l’insperata opportunità di riconquistare il terreno perduto: «riconoscendo il valore della cultura religiosa e… i principi del cattolicesimo… parte del patrimonio storico del popolo italiano» (art. 30).

In questo scambio simoniaco, il governo in carica chiamava la chiesa curiale alla «reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del paese» (art. 1). Si tralasciava di considerare che quell’uomo era coincidente per la Chiesa con un modello di cui essa pretendeva l’appalto. Un modello a cui conformare, a partire proprio dalla riconquista della scuola.

Così, proprio in nome di quella «reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del paese», che il Concordato sanciva per bloccare il processo di secolarizzazione e laicizzazione in atto, il Vaticano rivendicava il ruolo di funzione pubblica delle scuole cattoliche, per le quali pretendeva anche i finanziamenti dello Stato.

Una pressione costante e capillare, che sfruttando negli anni a venire la debolezza di politici sempre meno preoccupati di tener ben ferma la barra della separazione tra Stato e Chiesa e con essa la salvaguardia della laicità dello Stato, ha consentito al Vaticano infine di averla vinta. Pertanto, in una situazione dove tanta sinistra, rimasta orfana del muro di Berlino, sembrava sempre più in preda della sindrome dell’acquasantiera, veniva emanata la legge 62/2000 che istituiva il “sistema paritario integrato”.

A ben poco valsero le imponenti mobilitazioni della società civile. Ciò che premeva di più alla maggioranza della classe politica era confezionare il suo bel pacco dono per il Giubileo del 2000! Alla Pubblica Istruzione c’era Luigi Berlinguer, che opportunamente faceva scomparire anche la parola “pubblica” dalla denominazione del suo Ministero.

Col “sistema paritario integrato, le scuole private, da istituzioni a cui la nostra Costituzione riconosceva la parità nel rilasciare titoli di studio equipollenti, si sono viste riconosciute addirittura un ruolo identico e funzionale a quello esercitato dallo Stato attraverso le sue scuole. Così si giustificava ad esse il finanziamento dello Stato. Lo stato laico, quindi, riconosceva stessa valenza educativa alle scuole confessionali anche finanziandole. E per fare questa operazione, si aggirava l’articolo 33 della Costituzione. Perché, “senza oneri per lo Stato”, significa solo “senza oneri per lo Stato”.

Il vulnus c’era stato e fare marcia indietro praticamente impossibile, e patetici i quesiti refendari promossi da un sindacalismo pavido che non voleva scontrarsi col “suo” governo e che per questo chiedeva solo l’eliminazione del finanziamento e non di tutto il sistema paritario. Ovviamante prendendosela poi con la Corte Costituzionale che non ammetteva il quesito referendario perché rivolto alla sola questione economica.

Dal 2000 in poi si è assistito così a una vera e propria competizione al rialzo tra i Governi, che sempre più a corto di programmi politici non trovavano di meglio che mettersi sotto la protezione vaticana, ritenendola sicura sacca di voti. Nel 2005, uno spudorato Berlusconi arrivava ad allargare la borsa dello Stato aggiungendo un sopramercato di quasi 500 milioni di euro dei nostri soldi.

Insomma, che si siano via via chiamate “concessione di contributi” o “partecipazione alle spese delle scuole paritarie” o “buoni scuola per le famiglie del governo centrale o periferico (cumulabili peraltro), la sostanza non è cambiata fino ai nostri giorni.

Così è accaduto che il denaro della collettività, che deve essere impiegato per sviluppare «la scuola dello Stato laico», come diceva Bobbio, perché «favorisce la formazione dello spirito critico, di una mentalità critica, di un atteggiamento critico», veniva dirottato su scuole dove gli insegnanti devono per contratto aderire all’impostazione ideologica dell’Ente gestore.

Quindi la favola delle scuole libere non regge. E con molta onestà lo stesso Benedetto XVI ha esaltato il «prezioso servizio che con la Scuola cattolica viene reso all’evangelizzazione della gioventù e del mondo della cultura». Insomma un appalto delle coscienze col pubblico denaro. Che cozza con la Costituzione e che anche gli stessi italiani (credenti compresi) non gradiscono troppo, visto che continuano a preferire la scuola statale.

I dati di decrescita della scuola cattolica parlano da soli. E se la più colpita è la fascia delle superiori, scesa da un totale di 304 nel 1991, ad appena 89 nel 2009, non va certo meglio per la scuola elementare e d’infanzia: la prima passata dal 6,5% nel 1992 al 4,7% del 2008; la seconda dal 28,1% del 1992 al 22,7% del 2008 (vedi qui). E neppure i tagli della Gelmini finanche sul tempo pieno per i bambini delle statali e le precedenti operazioni della Moratti di ridurre il numero di alunni per classe (alle private oggi ne bastano 8) sembrerebbero invertire questa tendenza.

Allora, visto che le scuole statali continuano a tenere alta la testa, c’è chi vorrebbe tagliargliela. È quanto accadrebbe se prevalesse l’ideologia della sussidiarietà dello Stato. Ovvero uno Stato che rinuncia alla gestione diretta delle sue scuole per affidarle al localismo privato prevalente, che in Italia significherebbe affidare in pratica alla Chiesa il controllo della scuola (ovviamente finanziata dallo Stato).

Il principio della sussidiarietà, guarda il caso, cominciò ad essere rivendicato dalla Chiesa già a ridosso del Concordato fascista (1929), quando Pio XI nella Divini illius magistri, affermava:

«La scuola… è di natura sua istituzione sussidiaria e complementare della famiglia e della Chiesa… tanto da poter costituire, insieme con la famiglia e la Chiesa un solo santuario, sacro all’educazione cristiana».

Una strada ideologica che come un fiume carsico riaffiora, quando se ne avvisa la situazione propizia. Così, alla fine degli anni Novanta, il cardinal Biffi – in un contesto dove tutti sembravano presi dall’ubriacatura del “privato è bello” (ovviamente sempre con i soldi dello Stato) e si indicava nella precarizzazione del lavoro (elegantemente chiamato flessibile) la panacea del decollo economico – a proposito di sussidiarietà chiariva:

«la sua applicazione più autentica e coerente è quella di indurre le strutture politiche e amministrative di ogni livello (stato, regioni, province, comuni) ad autolimitare l’ambito dei loro diretti interventi, impegnandosi invece ad aiutare positivamente le famiglie, le comunità di culto, le libere aggregazioni perché possano esse stesse attendere senza impacci al raggiungimento delle loro specifiche finalità» (l’Avvenire, 4 maggio 1998).

In tempi più recenti, era il cardinale Angelo Scola a dichiarare senza mezzi termini:

«lo Stato smetta di gestire la scuola e si limiti a governarla. Rinunci a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici per lasciare questo compito alla società civile» (Corriere della Sera, 16 luglio 2007).

Il principio di sussidiarietà è diventato il nuovo cavallo di Troia. Basta vedere i siti delle scuole cattoliche e le conferenze che esse organizzano alla presenza di cardinali e vescovi per capire come proprio su questo si punta. La partita è ancora aperta, ma potrebbe essere l’ultima per l’unica scuola libera perché laica, quella statale. Non possiamo permetterci di perderla.

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Per una scuola laica all’altezza della crisi
di Gennaro Lopez

La crisi che stiamo attraversando pone qualche domanda anche sulla scuola, sulle sue finalità, sul suo modo d’essere? E queste domande attengono anche alla laicità dei saperi, dell’educazione, della formazione? Da parte mia rispondo affermativamente, ma provo a motivare la risposta positiva seguendo (e proponendo) il filo di un ragionamento.

Intanto, rifletto sulla parola “crisi”, ossessivamente e mediaticamente ripetuta, sempre e soltanto in chiave negativa. E’ paradossale e amaramente ironico – date le circostanze – che per recuperare al termine una valenza positiva (o almeno neutra) ci si debba rifugiare nell’etimologia greca e ricordare che κρίνω può tradursi con “valuto, giudico” e κρίσις con “scelta”. Ecco, dunque, a che cosa siamo chiamati per trovare risposte e vie d’uscita alla crisi: al giudizio e alla scelta.

Infatti, nel momento in cui si va sempre più diffondendo la consapevolezza che ci troviamo a fare i conti con una “crisi di sistema” (che si manifesta sotto molteplici aspetti: in particolare quelli economici, ecologici ed etici), sempre più urgente ci appare la necessità di scegliere un nuovo e diverso modello di sviluppo e, di conseguenza, nuovi e diversi stili di vita, nuovi e diversi rapporti tra uomo e ambiente, tra uomo e natura.

Se così è – ma non c’è dubbio che così stiano le cose – domandiamoci pure dove, se non a scuola, si acquisisce la capacità di giudicare, valutare criticamente; dove, se non a scuola, si comprende in che cosa consiste la nostra libertà di scegliere consapevolmente e responsabilmente.

La buona scuola ha sempre perseguito queste finalità educative, ma con evidente e crescente affanno negli anni che hanno visto affermarsi ed espandersi un’ideologia mercatista tesa ad insinuare e man mano diffondere, nelle culture di massa, dogmi (del tipo: “il mercato ha una sua intrinseca razionalità ed il suo principio regolatore coincide con la tendenza al massimo profitto nel minor tempo possibile”… ma non è quel che un tempo definivamo “avidità”?), superstizioni (del tipo: “il mercato si regola da sé: ad ogni ciclo economico negativo ne segue sempre uno positivo”) e credenze (del tipo: “lo sviluppo economico è legato ad una crescita dei consumi”).

Dogmi, superstizioni, credenze che – non possiamo negarlo – hanno inciso negativamente per anni ed anni sugli stessi processi educativi e formativi, rappresentando l’esatto opposto di ciò che dovrebbe dare senso e sostanza ad una cultura (e, dunque, ad una scuola) che possa definirsi “laica”. D’altra parte, quel che è venuto a maturazione sul piano culturale (delle culture e dei conseguenti comportamenti di massa, intendo) negli ultimi decenni, è sotto gli occhi di tutti, è stato ampiamente e da più parti analizzato, viene perciò solo sommariamente richiamato in questa sede.

Ma il richiamo è necessario perché colloco precisamente in questo contesto il tema di un auspicabile, urgente recupero e rilancio della laicità dell’istituzione-scuola. Recupero e rilancio che passino attraverso un complessivo ripensamento dei rapporti tra laicità e saperi/conoscenza, tra laicità e ricerca, tra laicità e didattica.

Stiamo probabilmente assistendo al tramonto di una civiltà o, quanto meno, al passaggio da una ad altra fase storica. Quello che – come sembra – stiamo per lasciarci alle spalle è un lungo periodo, una “fase”, appunto, vissuta – almeno in questa parte del mondo – all’insegna dello sviluppo senza limiti (a fronte di un sistema di risorse finito!), del produttivismo e del consumismo intesi come valori in sé. Simile ad un’onda di tsunami che si ritrae, questo tramonto di fase sta lasciando, proprio sotto i nostri occhi, detriti, rovine, relitti (dico per inciso, a questo proposito, che non a caso vediamo riaffiorare, sempre più spesso e diffusamente, fenomeni di razzismo, di negazionismo storico, di fondamentalismo religioso). L’urgenza è perciò quella di non finire sotto le macerie di una crisi economica che è, prima ancora, una crisi politica e, soprattutto, morale.

Il futuro – si dice, in riferimento soprattutto alle più giovani generazioni – non offre certezze. Ed è vero. Ma personalmente mi ostino a non considerare come disvalori o solo in chiave negativa i dubbi e gli interrogativi esistenziali derivanti da prospettive future assolutamente incerte e perciò inquietanti. Al contrario, sono convinto che dubbi e interrogativi possano rappresentare il terreno fertile per dare vita ad una positiva “revisione antropologica” della nostra società.

In questo senso, alcuni processi di trasformazione, in atto da più o meno tempo, dovranno necessariamente condizionare il modo d’essere della scuola, di quella scuola chiamata a formare cittadini capaci – come s’è detto – di giudicare criticamente al fine di compiere scelte consapevoli e responsabili.

La società globalizzata, comunque la si giudichi, resterà certamente a lungo nel nostro orizzonte. Di qui la necessità di concepire l’intercultura come uno dei fondamenti pedagogici e didattici della scuola dell’oggi e del domani: imparare a gestire l’incontro e la relazione con le alterità è e sarà condizione imprescindibile per la formazione del cittadino, secondo un’idea di cittadinanza che riconosce la differenza, che promuove la relazione tra diversi, nella laica consapevolezza che la nostra visione del mondo non è l’unica possibile e che le culture non sono qualcosa di organico e chiuso in sé (presupposto, questo, dei vari fondamentalismi attualmente in voga), ma attraversano processi di trasformazione e di adattamento continui.

Perciò una scuola pubblica e laica è davvero tale se sa nutrire la sua azione educativa di un sano relativismo, ovvero di anti-dogmatismo, di apertura all’alterità, di capacità autocritica, di disponibilità al dialogo.

Se dovessi compendiare in una formula la “paideia” di cui avverto tutta l’urgenza, adotterei quella di “nuovo umanesimo”, un umanesimo che proprio dalla capacità di relazione con l’alterità sappia ricavare la cultura del limite, della solidarietà, della condivisione, del dono, mettendo in mora l’individualismo egoistico ancora imperante (con tutti i suoi derivati) e dando nuovo senso alle parole “sviluppo” e “progresso”.

Oggi come non mai la scuola deve preparare a ciò che non ha ancora un volto e deve farlo con la capacità di dar vita a inediti intrecci tra passato e presente, tra presente e futuro, tra memoria e progetto. Trovo esattamente in questo il motivo per il quale la scuola non può che essere compiutamente “laica, vale a dire non solo formalmente garante di un reale, effettivo pluralismo, ma culturalmente e fattivamente impegnata a promuovere l’uso dell’umana ragione.

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Note biografiche

Marcello Vigli, docente, filosofo e saggista, autore del libro Contaminazioni. Un percorso di laicità fuori dai templi e delle ideologie e delle religioni, edizioni Dedalo. E’ stato partigiano, poi tra i promotori delle Comunità cristiane di base. Redattore della rivista Questitalia (1958-70), promotore della rivista Scuola notizie (1975-1990), nel 1974 tra i fondatori della rivista Com Nuovi Tempi, da cui è nato Confronti. Da sempre è attivo nel movimento per la riforma della scuola e la laicità delle istituzioni. E’ impegnato per una scuola laica, pubblica e statale con le associazioni Scuola e Costituzione e Per la scuola della Repubblica.

Corrado Mauceri, avvocato, ispiratore ed animatore di battaglie fondamentali sulla laicità della scuola pubblica, uno dei fondatori dell’associazione Per la scuola della Repubblica; ha patrocinato i ricorsi di genitori, docenti, studenti contro la circolare sugli organici dopo la “riforma” Gelmini delle superiori, dichiarata illegittima dal Tar e dal Consiglio di Stato, che ha respinto l’appello del Miur contro quella sentenza.

Giulio Giorello è nato a Milano nel 1945 e si è laureato in Filosofia nel 1968 e in Matematica nel 1971. Ha insegnato in facoltà di Ingegneria (Pavia), Lettere e filosofia (Milano), Scienze (Catania). Attualmente è titolare della cattedra di Filosofia della Scienza all’Università degli Studi di Milano. Dalle prime ricerche in filosofia e storia della matematica i suoi interessi si sono ampliati verso le tematiche del cambiamento scientifico e delle relazioni tra scienza, etica e politica. Su questi temi ha pubblicato numerosi libri; collabora con il Corriere della Sera.

Maria Mantello, docente di Storia e Filosofia, è pubblicista e saggista. Ha pubblicato saggi sulla scuola laica, sull’etica laica, su Giordano Bruno, sull’antisemitismo, sulla caccia alle streghe, sulla mitologia pagana e cristiana. Presidente dell’Associazione Nazionale del Libero Pensiero “Giordano Bruno”. Dirige il trimestrale Libero Pensiero ed è redattrice del periodico indipendente “L’incontro“. Collabora con MicroMega e con Lettera internazionale. Tra le sue opere: Ebreo, un bersaglio senza fine. Storia dell’antisemitismo (Scipioni, 2002); Sessuofobia chiesa cattolica caccia alle steghe, il modello per il controllo e la repressione della donna (Procaccini editore, 2005).

Gennaro Lopez è presidente del Comitato tecnico-scientifico dell’Associazione professionale “Proteo Fare Sapere”, per cui svolge anche attività di formazione e aggiornamento del personale scolastico. Ha insegnato Lingua e Letteratura latina presso gli Atenei di Bari, Roma ‘La Sapienza’ e ‘Roma Tre’. Della Facoltà di Lettere e Filosofia di ‘Roma Tre’ è stato anche Preside vicario e Presidente del Corso di Laurea in Lettere. A più riprese e a diverso titolo (in ambito politico, sindacale e istituzionale: Comune e Provincia di Roma, Senato della Repubblica) si è occupato di problemi relativi al sistema pubblico di istruzione.

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Materiali

Per una scuola della Repubblica
di Piero Calamandrei

… Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private… (l’intero discorso qui)

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E il ministro Profumo?

Il ministro Profumo nella sua relazione programmatica davanti alla Commissione cultura della Camera inserisce fra le 10 azioni prioritarie del suo ministero “l) Scuola paritaria nel sistema pubblico di istruzione (Semplificazione delle modalità di finanziamento)”. Nella prima versione del decreto compare l’istituzione del “Fondo per l’istruzione paritaria” che tende a far divenire istituzionale il finanziamento vietato dall’art. 33 della Costituzione. Fortunatamente tutto l’art. 59 del vecchio testo scompare dalla versione definitiva (per ora). (vedi qui)

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Una analisi degli articoli 33 e 34 della Costituzione
di Sergio Lariccia

Ogni testo di legge e, a maggior ragione, il testo di una disposizione inserita in una costituzione “rigida“, qual è quella italiana, va interpretato anzitutto per quel che dice, e in modo che quel che dice abbia un significato e non si risolva in un’interpretazione esattamente contrastante con le espressioni usate nel testo. Senza vuol dire senza; scuola privata vuol dire scuola privata e non può significare scuola pubblica (non statale); e oneri per lo stato sono non soltanto i diretti finanziamenti, ma anche gli esoneri fiscali e tutte le agevolazioni che comportino un aggravio del bilancio statale.
Qualunque riforma normativa riguardante il problema della politica scolastica deve essere impostata tenendo presente che la Costituzione disciplina diversamente la scuola pubblica e la scuola privata, che sono istituzioni obiettivamente diverse, e stabilisce che l’intervento educativo privato debba avvenire «senza oneri per lo Stato» (art. 33, c. 3): la scuola privata non ha dunque diritto a ricevere contributi economici da parte dell’erario, anche se sovvenzioni possono essere concesse per soddisfare le legittime aspettative delle popolazioni di fruire del diritto allo studio. (vedi qui)

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Un dossier di Legambiente sui finanziamenti a scuole pubbliche e private.

Una analisi di Gianni Gandola sull’andamento dei finanziamenti a scuole pubbliche e private.

Gli ultimi dati sull’Insegnamento della Religione Cattolica
I dati della Cei: per la prima volta la quota di chi non fa l’ora di religione supera il 10%. In testa le superiori e le scuole del Nord e del Centro. E crescono anche i docenti specialisti, ovvero i laici dedicati all’insegnamento. Complice il calo di vocazioni, sono l’88%. (vedi qui)

L’insegnamento della Religione Cattolica: uno sguardo a quanto avviene in Europa e uno alla situazione italiana.

Su vivalascuola altre puntate sulla scuola privata qui e qui.

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La settimana scolastica

“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia”.

Questa è la frase della settimana, che fa il paio con quella della scorsa settimana del viceministro al Lavoro Michel Martone secondo cui chi a 28 anni non è laureato è uno sfigato. Si deve al premier Mario Monti e come prevedibile ha fatto molto discutere i politici e la rete. Evidentemente il premierha scordato il sempre utile refrain andreottiano. Perché il posto fisso logora chi non ce l’ha, molto più di quelli che lo tengono(vedi qui).

In ogni caso in Italia il problema non si pone, visto che, a proposito di lavoro, gli ultimi dati ci dicono che il tasso di disoccupazione continua a salire, in particolare quella giovanile, adesso al 31%. Noi però la chiamiamo disoccupazione, i ministri Monti e Fornero la chiamano “flessibilità“.

E’ collegato al tema dell’occupazione dei giovani, nonché alla didattica e alle condizioni di vita e lavoro degli insegnanti l’innalzamento dell’età della pensione per gli insegnanti. Mentre per la classe del 52, la più penalizzata, sono in corso discussioni e avvio di azioni legali, un appello invita i docenti a una reazione affinché Non facciamo la “scuola dei nonni”.

L’intenzione del governo Monti di abolire il valore legale della laurea continua a far discutere. Opinione prevalente è che non renda i laureati più competitivi sul mercato, ma potrebbe decretare la fine di molti atenei pubblici, soprattutto al Sud.

Invece nella scuola le risorse continuano a scendere e i tagli non finiscono mai. Adesso siamo alle prese con gli effetti del “dimensionamento scolastico“: in Campania ad esempio ci saranno 151 istituti in meno. E sugli scatti di anzianità dei docenti non arriva ancora nessuna notizia. Intanto è giusto domandarsi che fine faranno i tanti programmi del ministro Profumo, che nel frattempo il 30 gennaio si è dimesso da Presidente del Cnr:

Il ministro si propone di intervenire sulla formazione, sul reclutamento e sulla mobilità dei docenti, sugli organici delle scuole, reinventando l’organico funzionale, sul sistema di valutazione, sulla carriera, sulla valorizzazione della professionalità, ma come farà a sostenere la professionalità dei docenti e la loro carriera, se i contratti sono bloccati fino a tutto il 2014?… Per mettere in sicurezza gli edifici scolastici, altro obiettivo delle Linee d’azione, dichiara il ministro «non è realistico un incremento di risorse disponibili nel breve periodo». (vedi qui)

Tanti annunci ma zero risorse.

Per mancanza di copertura finanziaria pare che ci siano forti riserve da parte dei funzionari del ministero dell’economia e finanze su quanto era previsto all’art. 56 del Dl Semplificazioni, che “In sede di prima applicazione l’organico dell’autonomia è determinato in misura uguale a quello dell’anno scolastico 2011/2012” e nella ulteriore previsione che “L’organico dell’autonomia comprende ulteriori diecimila posti”: insomma, non è sicuro l'”organico funzionale, che aveva fatto sperare in nuovi posti di lavoro nella scuola

Anche l’annuncio da parte del ministro dell’Istruzione dell’intenzione di bandire un nuovo concorso per reclutare docenti cozza con la situazione del personale della scuola: tra scuola primaria, medie e superiori ci sono 10.443 docenti in esubero per effetto delle riforme Tremonti-Gelmini che hanno tagliato complessivamente 80.000 posti di lavoro.

Brutte nuove anche dalla Lombardia, dove il tema è un altro: il Presidente della Regione Roberto Formigoni il 27 gennaio presenta una Legge Regionale “Per la crescita lo sviluppo e l’occupazione” che rompe il sistema nazionale dell’Istruzione proponendo concorsi per soli docenti lombardi:

“La proposta consente alle scuole statali di reclutare il personale docente con un concorso di istituto che realizza l’incrocio diretto fra domanda e offerta. Si tratta di una forma di valorizzazione dell’autonomia scolastica legata al progetto didattico di ciascun istituto…” al fine di “aiutare la Lombardia e l’Italia a riguadagnare posti nella classifica mondiale… per sostenere il capitale umano e la formazione… per favorire la crescita e la valorizzazione degli insegnanti lombardi con interventi sul versante di una maggiore libertà da parte degli istituti nelle individuazione dei docenti”

Da Milano arriva per fortuna anche una buona notizia: la circolare che regolamenta le iscrizioni ai nidi, alle sezioni primavera e alle materne comunali, pubblicata sul sito http://www.comune.milano.it, prevede asili aperti anche ai figli degli immigrati senza permesso di soggiorno e libertà di scelta fra tutte le scuole dell’infanzia cittadine.

Una buona notizia arriva per i precari dal Giudice del Lavoro di Roma, secondo cui non è legittima la reiterazione dei contratti a tempo determinato su posto vacante.

Una buona notizia arriva anche da una indagine del Cidi, secondo cui «quella dell’insegnante è un’attività che raramente si sceglie per caso, mentre rimane in genere decisivo l’aspetto vocazionale». Infatti alla domanda sul perché si insegna, oltre la metà del campione (53,1%) ha scelto l’opzione “per realizzare una mia aspirazione personale” mentre 4 su 10 (41,1%) hanno indicato “per contribuire alla formazione dei giovani“. Una percentuale molto contenuta (13,5%) riconduce tale scelta alla volontà di “trasmettere le conoscenze apprese“.

Infine qualche segnalazione
L’esperienza di Andrea Fogato in un diplomificio qui.

L’11 febbraio gli studenti scendono in piazza al fianco della Fiom contro la precarietà, per i diritti.

Il convegno organizzato dal Cesp, Didattica Resistente, Bologna 25 febbraio.

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Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

20 pensieri su “Vivalascuola. Scuola e laicità in Italia

  1. Mi riservo di leggere con calma questo lungo e sicuramente utilissimo dossier, così condivisibile già negli intenti dichiarati da Boscaino in apertura, e nei titoli degli articoli, e del quale vanno ringraziati sia LPELS sia il team di Vivalascuola. Intanto, pur temendo di apparire troppo netta nel mio pensiero, ribadisco quello che già scrissi a commento di un altro post in questa sede: il problema della laicità mancata, stritolante in Italia per la presenza fisica del Vaticano, ha una speranza di risoluzione nel cambiamento dell’impostazione didattica (che si arrivi a una Storia delle Religioni) e del meccanismo di reclutamento degli IRC. Ma nessun governo, ahimé, avrà mai né voglia né coraggio di attuare cambiamenti che nessuno dei predecessori – nemmeno un dittatore, così come nemmeno un uomo di “sinistra” – ha attuato, sebbene tanta (e quale!) acqua sia trascorsa sotto i ponti.

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  2. Cari Amici per la Laicità della scuola, debbo purtroppo (!) constatare che la vostra battaglia contro le scuole “non-statali” – come correttamente le denomina la Costituzione vigente (che può e deve essere cambiata!) — è una battaglia male impostata e peggio condotta.
    Si deve partire dalla tesi del PLURALISMO CULTURALE E POLITICO: tesi che implica immediatamente l’attuazione di un PLURALISMO EDUCATIVO E SCOLASTICO.che quindi esige una “Pluralità di scuole” scelte da un responsabile e inngabile DIRITTO DEI GENITORI per la formazione e l’istruzione dei loro figli (sino alla loro maggiore età).
    Infatti, a livello UNIVERSITARIO, la questione cambia radicalmente.
    Negli altri Paesi europei, nessuno si scandalizza se lo Stato riconosce e sovvenziona, accanto alla scuola statale, altri tipi di scuole (in possesso di deteminati requisiti) legittimamente scelti dai GENITOR ai quali – come già detto – incombe l’obbligo di provvedere alla istruzione dei figli. Quindi non c’è nessun scandalo, se si instaurerà – con una legislazione scolastica costituzionale PIù PROGREDITA) la possibilità e l’impegno di sostenere – nelle dovute forme e con i dovuti controlli di idoneità – istituzioni scolastiche NON STATALI, CONFESSIONALI E NON CONFESSIONALI. LO STATO non può imporre nessun tipo di scuola (a livello di scuola primaria e secondaria) e deve lasciare la libertà di inziativa scolastica alle rispettive comunità famigliari o comunità confessionali, garantendo aiuti e, nel contempo, controlli sulla idoneità degli edifici e sulla competenza dei docenti, attingibili da graduatorie di concorsi pubblici abilitanti all’insegnameto.
    In questo quadro di pluralismo scolastico si chiarirà anche l’insrìegnamemto di determinate confessioni religiose e la libertà di NON SCEGLIERE ALCUN INSEGNAMENTO RELIGIOSO.
    Sperando doi non essere frainteso e di vedere corretto – in modo equilibrato – l’asserto: “senza oneri per lo Stato”, nella stesura della nuova Carta costituzionale, invio distinti saluti.

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  3. Poche parole per Angelo Marchesi da Bergamo. La Coatituzione italiana garantisce, proprio attraverso la scuola pubblica che è garanzia di dialogo e di pluralismo culturale, ogni libertà educativa. I genitori che vogliono invece educare i propri figli secondo un unico modello culturale hanno la libertà di scegliere una scuola, appunto, monoculturale: ma, se rifiutano l’opzione che si mette a loro disposizione, non possono addossare ad altri i costi di questa loro scelta. Quanto ad augurarsi una nuova Carta costituzionale, credo che faremmo bene ad attuare quella che abbiamo, che è tra le migliori al mondo. Mi fermo qui perchè in un messaggio di posta elettronica non si può dir tutto.

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  4. Mi spiace per Augusto Marinelli, ma per quanto attiene alrinnovamemto della Carta costituzionale, sia per il famoso art.33, sia per un deciso rinnovamento dell’ORDINAMENTO DELLA REPUBBLICA, sono tantissimi coloro chelo stanno da tempo proponendo: Marinelli si informi e si….aggiorni. Per quanto attiene al PLURALISMO CULTURALE E SCOLASTICO (e quindi educativo e formativo delle giovani generazioni) , correttamemte intesi, non si può parlare di “unico modello culturale” e di “monoculturale” che Marinelli appioppa a scuole non-statali.
    La multiculturalità non è affatto monopolio delle scuole statali, così come NON si può parlare di “monoculturalità” PER LE UNIVERSITA LIBERE (E NON STATALI) CHE PURE SONO AIUTATE DALLO sTATO.
    Marinelli dovrebbe capire che se – per avventura – le scuole non statali (confessionali e non) chiudessero i battenti. lo Stato italiano dovrebbe stanziare parecchi miliardi di Euro, IN PIù, per far fronte a questa ondata di studenti (elementari, medi e universitari) da sistemare.
    E’ chiaro questo o no? Quindi a me sembra che sia più culturalmemte rispettoso (come avviene in altri Paesi europei!) aiutare a vivere scuole non statali (confessionali e non), piuttosto che irrigidirsi su un monopolio statuale, che, come si sa, NON favorisce certo un’emulazione e uno stimolo a migliorare il miserando stato della scuola statale, adagiata in uno scarso rendimemto.
    Sperando di essere stato convincente e più preciso, porgo distinti saluti. Angelo Marchesi. Bergamo.

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  5. Gentile signor Marchesi, attualmente nella scuola pubblica italiana si verifica una diminutio della laicità per molti motivi.

    Senza entrare in merito a questioni ideologiche, per restare a dati di fatto: innanzitutto sono accordati una serie di privilegi al coté privato e in particolare religioso, come, tanto per fare qualche esempio, poter avere nelle scuole private 8 alunni per classe quando nella scuola pubblica ci sono classi-pollaio; scatti stipendiali solo per gli insegnanti di religione anche se precari, mentre gli altri docenti se li sono visti bloccare fino al 2014; possibilità per gli insegnanti di religione di passare ad insegnare altra disciplina senza aver sostenuto un concorso pubblico, ecc.

    Per quanto riguarda il finanziamento statale della scuola non-statale, abbiamo da una parte una violazione del dettato costituzionale – e finché abbiamo questa Costituzione ce la teniamo, e a me fra l’altro piace così; dall’altra abbiamo anche qui privilegi per alcuni che si traducono in discriminazioni per altri.

    Basti pensare al taglio di risorse alla scuola pubblica: nonostante le proteste di milioni di cittadini, la scuola pubblica ha avuto tagli per 8 miliardi in tre anni; mentre dopo una sola dichiarazione di protesta dei vescovi il governo ha annullato i tagli per le scuole private.

    Riguardo al pluralismo; non è pluralista una scuola che di fatto esclude i più poveri e i disabili, come fanno le scuole private.

    Si può prendere in considerazione anche il pluralismo delle idee, basti citare il caso del prof. Severino, che fu espulso dall’Università privata in cui insegnava per motivi ideologici.

    Ma, come dice il signor Marinelli, la questione è troppo lunga, è maturata in millenni di storia, questa puntata di vivalascuola è solo un piccolo contributo alla riflessione.

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  6. 1 – Laicità: anche i cattolici hanno una loro idea di “laicità” e in un confronto “laico” anche questa idea differente da quella qui espressa ha diritto di cittadinanza; d’altra parte la Costituzione è stata scritta anche da “qualche” cattolico (Moro, De Gasperi, Dossetti, La Pira, Fanfani …). E secondo me laico è lo Stato che dà spazio, valorizza e favorisce tutte le espressioni culturali, anche quelle religiose e pure quelle cattoliche.
    2 – La Costituzione regola non tanto lo Stato, ma la Repubblica e lo Stato è solo una parte della Repubblica, insieme a Regioni, Province, Comuni, tanti altri organismi, fra cui ogni istituzione scolastica, e tante formazioni sociali, fra cui la famiglia. Guardare solo allo Stato fa perdere di vista la ricchezza e il pluralismo della nostra società.
    3 – Di scuola proprietà dello Stato parlavano Lenin, Stalin, Hitler, Mao … oggi Castro …; di ben diverso parere erano Gramsci, Einaudi, Sturzo, don Milani … ma anche Stuart Mills e Popper, chiaramente stravolti nel testo di Giorello.
    4 – La scuola statale italiana, che dura da 150 anni e riguarda quasi il 90% della popolazione scolastica, è ancora un esperimento? (come dice Giorello) E come può esserci competizione – sempre secondo le affermazioni di Giorello – quando a tutti i cittadini uno studente di scuola secondaria superiore statale costa oltre 7mila euro all’anno, mentre quello di scuola paritaria costa alle tasche di tutti i cittadini 50 euro?
    5 – Infine, guardiamoci intorno: il monopolio statale resiste in Cina, Cuba, Corea del Nord e pochi altri Paesi. E’ lì che si deve guardare? O non piuttosto alla Finlandia, alla Svezia, alla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Spagna, all’Olanda, all’Australia ….. Personalmente preferisco questi Paesi a quelli con il monopolio scolastico statale. E voi?

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  7. Gentile signor Mainardi, naturalmente essendo esponente dell’Associazione Genitori Scuole Cattoliche lei non può che dire le cose che dice. Solo qualche risposta al volo.

    Se è vero che ci sono stati cattolici tra i padri della Costituzione, è vero anche che sono stati quei padri con grande lungimiranza a emanare l’art. 33 e sono stati politici successivi a provvedere diversamente per calcolo politico con la legge 62/00 sulla parità.

    Tra gli stati che prevedono finanziamenti statali per le scuole private ci sono stati del primo mondo ma anche innumerevoli stati del terzo mondo che sarebbe bene non citare come modello.

    Tra scuola privata e scuola dello stato, mi pare che sia nata prima la scuola privata, che quindi non può vantare carattere di particolare modernità, mentre è con gli stati moderni che nasce la scuola per tutti, che è quella che teniamo a difendere.

    A proposito delle esperienze europee, ognuna ha le sue specificità.

    Ad esempio. Da lei stimolato, ho cercato notizie sulla scuola in Finlandia e apprendo questo: le scuole private in Finlandia sono circa l’1% del totale, e sono comunque sotto la giurisdizione dello Stato. La maggior parte di queste scuole sono istituzioni professionali. Fra gli istituti scolastici non c’è assolutamente competizione: il principio è quello dell’uguaglianza e dell’omogeneità fra tutti e su tutto il territorio. E’ peraltro proibito pubblicare classifiche delle scuole, che le metterebbero in concorrenza.

    Tante caratteristiche di questa realtà scolastica sono distanti anni luce dalla realtà italiana, dove invece abbiamo la tendenza alla classifica, alla concorrenza, al privilegio.

    E comunque, se dovessimo adeguarci all’Europa, dovremmo mettere in discussione molte cose, come l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e i privilegi accordati a tali insegnanti, ecc.

    In quanto al minor costo delle scuole private per lo stato: certo, questo avviene perché, senza contare altre fonti di finanziamento (private, statali, regionali, locali, ecc), pagano le famiglie, quelle che se lo possomo permettere.

    E se lei preferisce un paese senza il monopolio scolastico statale, le do ragione, anche per me chiunque può aprire la sua scuola, solo che dovrebbe farlo senza oneri per lo stato e senza che, addirittura, il sistema preveda condizioni di sfavore per la scuola di tutti, che è la scuola della Costituzione.

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  8. Al Prof. Giorgio (Morale?) che è intevenuto con rilievi contro il sottoscritto Angelo Marchesi (in data 7 febbr.) debbo solo fare due rilievi:

    !) Le cosiddette “scuole private”, che la Costituzione attuale, art. 33, (difesa dal Prof. Goirgio) chiama più correttamente: “scuole non statali”,non possono ospitare studenti poveri (anche se, in certi casi, ciò avviene con aiuti offerti da altri! contribuenti!) proprio perchè, in certi casi, hanno sezioni con pochi alunni e devono ugualmente retribuire i docenti, anche con classi poco numerose. Al Prof. Giorgio è ridicolo ricordare che la legge statale fissa il numero massimo di alunni per ogni classe, MA NON FISSA IL NUMERO MINIMO ! e le scuole “paritarie” debbono arrangiarsi….se hanno pochi alunni: difatti in certi casi CHIUDONO!
    2) Per quanto riguarda il caso del Prof. Emanuuele Severino (già docente alla Univ. Cattolica). il Prof. Giorgio dovrebbe sapere che chi insegna in una Univ. non statale e confessionale può essere invitato, per le sue personali convinzioni, a collocarsi in una Univ. Statale (essendo un ordinario!). Il Prof. Giorgio dovrebbe sapere e ricordare (COSA CHE NON FA !) che, prima del Prof. Severino, fu invitato ad andare in un’altra Università il noto penalista Prof. Cordero, che FECE addirittura ricorso alla CORTE COSTITUZIONALE rivendicando l’INAMOVIBILITà DI UN DOCENTE UNIVERSITARIO, ma la cORTE COSTITUZIONALE (E NON IL vATICANO !) gli diede torto, avendo egli, all’inizio del suo insegnamento accettato di stare in una Università libera e confessionale !!
    Il Prof. E. Severino, avendo preso atto di quella famosa sentenza, accettò di essere collocato a Venezia, nella nuova università statale con la nuova Facoltà di filosofia. Le cose dunque stanno in modo ben diverso da quanto il Prof. Giorgio tenta, poco onestamente, di insinuare.
    Raccontare frottole, non serve a nessuno.

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  9. Gentile signor Marchesi, molto brevemente la informo:

    Nelle scuole non statali la legge permette di istituire corsi a partire da un numero minimo di 8 studenti.

    Nella scuola dell’infanzia statale il numero minimo è di 18 bambini; il numero massimo è di 26 bambini. In caso di più sezioni nella stessa scuola il numero massimo passerà a 29 bambini.

    Nella scuola primaria il numero minimo per costituire una classe è di 15 alunni; il numero massimo di 26, elevabile a 27.

    Nelle prime classi della secondaria di I grado il numero minimo è di 18 alunni, il numero massimo di 26, elevabili fino a 27 alunni.

    Le prime classi delle superiori devono essere costituite, di norma, da almeno 27 studenti, potendo arivare fino a un massimo di 33.

    Questo naturalmente è a scapito della qualità e della sicurezza.

    Per quanto riguarda le vicende dei proff. Cordero e Severino, risulta confutato quanto da lei affermato al commento n. 4: “NON si può parlare di “monoculturalità” PER LE UNIVERSITA LIBERE (E NON STATALI) CHE PURE SONO AIUTATE DALLO sTATO”

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  10. Sono conmvinto che è inutileproseguire un dialogo tra…. sordi.
    Solo due rilievi:
    1) Il numero minimo per le scuole “non -statali” è fissato a 8 in quanto,in queste scuole, l’onere con pochi alunni si moltiplica (!), per coloro che scelgono quel tipo di scuole. E questo NON costituisce certo un…vantaggio a favore di queste. Caso mai costituisce un onere economico maggiore ! (La qualità e la sicurezza sono da stabilre con normali controlli dell’autorità STATALE e non certo da latre autorità1).
    2) I motivi per cui i Proff. Cordero e Severino sono stati invitati a collocarsi in una univ. statale, non hanno niente a che fare con la “monoculturalità” (da Lei tirata in ballo), ma sono dovuti al fatto che l’Univ. in cui essi operavano era di tipo “confessionale” e questa CONDIZIONE era stata da loro accettata, quando hanno chiesto il posto di ruolo (e il relativo stipendio1) a carico della suddetta univ. CONFESSIONALE. Infatti la “Corte costituzionale” – e,ripeto, NON il Vaticano – li ha invitati a collocrsi in una univ. non-confessionale: punto e basta.

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  11. Cara Nives,
    Vorrei riportare la discussione sul fine educativo della scuola che svolge la funzione delegata dai genitori di introdurre gli studenti alle forme della socialità. Non solo saperi ma sopratutto cultura.
    La scuola e gli insegnanti devono rapportarsi a questo compito e ritrovare la loro funzione e dignità. Dignità che viene svilita non solo dalla supina accettazione di sempre nuovi compiti e oneri ma anche quando rinunciano alla loro libertà di giudizio e magicamente agli scrutini per voto di consiglio i 4 emmezzo si trasformano in sei, quando non si riesce a valorizzare le qualità dei ragazzi, quando non si è più in grado di insegnare o forse non lo si è mai stati.
    Quando la bocciatura diventa la conferma della impossibilità di coinvolgere ed educare o degli errori di scelta di percorso da parte della famiglia e della mancanza di orientamento.
    Essendo impossibile pretendere la perfezione si possono introdurre almeno dei meccanismi oggettivi di funzionamento che migliorino il rapporto educativo tra le componenti scolastiche, aboliscano la dispersione e mantengano elevata la qualità dell’insegnamento realizzando anche 5 miliardi di risparmio annui.
    Dieci punti
    1) Riordino dei cicli: 4 primaria +4media +4superiore. Termine nel 18esimo anno di età anzichè nel 19esimo
    2) I genitori come garanti e responsabili ultimi del processo educativo.Gli studenti come soggetti consapevoli della propria formazione e delle proprie scelte. (autoregolazione degli impegni scolastici e dei compiti a casa)
    3) Possibilità per genitori e studenti di chiedere l’inserimento in una determinata sezione dopo la assegnazione degli insegnanti. (come verifica della qualità dell’insegnamento)
    4) Responsabilità degli insegnanti: una programmazione che valorizzi le potenzialità degli alunni. Formazione e passaggi di classe sono decisi dai docenti del consiglio di classe se approvati da genitori e studenti nelle superiori.
    5) Orientamento e verifica degli indirizzi con cadenza trimestrale nella scuola superiore
    6) Valorizzazione delle competenze e abilità non solo teoriche ma anche pratiche e manuali. Riordino dei programmi e nuove materie di utilità pratica a scelta allo studente e ai genitori.
    7) I respingimenti (bocciatura) avvengono solo se approvati dai genitori, dallo stesso studente e solo in casi eccezionali.
    8) Il Diploma senza valore legale raccoglie tutti i voti anche negativi e fornisce un bilancio delle competenze.
    9) La specializzazione successiva al diploma di uno o due anni fornisce valore abilitante alle professioni.
    10) Aboliti i test di ammissione, al primo anno universitario si accede in base ai voti conseguiti e alla scuola di provenienza

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  12. Grazie ai curatori di questa puntata molto ricca.

    Devo dire che non capisco la logica del signor Marchesi, se nelle scuole “non -statali” l’onere con pochi alunni per classe si moltiplica non sarebbe meglio fare classi con più studenti così da dividere i costi tra un numero più alto di famiglie? O c’è qualccosa che mi sfugge?

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  13. In effetti non c’è una logica, se non quella di fare un favore alle scuole non statali, che così possono aprire scuole con pochissimi studenti: 8!

    Nessun paragone è possibile con la scuola statale, la quale, come detto sopra, deve avere al primo anno delle superiori minimo 27 studenti, potendo arrivare fino a un massimo di 33. Massimo che spesso è superato anch’esso nelle cosiddette classi.pollaio.

    C’è da ricordare anche altre mostruosità che si vengono a creare nella scuola statale con il D.L. 6 luglio 2011 n. 98 (“Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria”), che prescrive:

    “a decorrere dall’anno scolastico 2011-2012 la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado sono aggregate in istituti comprensivi, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente da direzioni didattiche e scuole secondarie di I grado; gli istituti comprensivi per acquisire l’autonomia devono essere costituiti con almeno 1.000 alunni”

    Il risultato è che abbiamo scuole come l’istituto comprensivo di Monselice, che avrà numeri da primato: 1993 studenti!

    Anche in questo caso non c’è nessuna logica, se non quella del bilancio. Ma a solo svantaggio della scuola statale.

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  14. Al Sig. Ricky e al Sig. Giorgio faccio notare che le scuole non-statali sarebbero ben contente di poter avere sezioni con parecchi alunni (molto più di 8 !). Di fatto, in certi casi, non raggiugono soglie oltre gli otto (o poco più di otto) e gli oneri per le famiglie e per quelle scuole (che devono comunque pagare i docenti coinvolti) aumentano in misura notevole , tanto da indurre in certi casi alla chiusura della scuola non-statale !! Altro che condizione di vantaggio !!

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  15. “E secondo me laico è lo Stato che dà spazio, valorizza e favorisce tutte le espressioni culturali, anche quelle religiose e pure quelle cattoliche.”
    Già. Peccato che nel nostro Paese la Chiesa cattolica abbia la garanzia di tutta una serie di prebende che la mettono in una posizione di netta preminenza sociale, economica e culturale sulle altre e che quindi impediscono una reale laicità, come esiste in molte democrazie più consolidate della nostra. Basti pensare, oltre che al caso dell’IRC e al monopolio quasi assoluto delle scuole cattoliche nell’istruzione privata, alle esenzioni fiscali di cui gode la Chiesa cattolica, o alla costante ingerenza del clero cattolico nelle questioni relative ai diritti civili (unioni di fatto, testamento biologico, fecondazione assistita e quant’altro).

    “La Costituzione regola non tanto lo Stato, ma la Repubblica e lo Stato è solo una parte della Repubblica, insieme a Regioni, Province, Comuni, tanti altri organismi, fra cui ogni istituzione scolastica, e tante formazioni sociali, fra cui la famiglia. Guardare solo allo Stato fa perdere di vista la ricchezza e il pluralismo della nostra società.”
    Lei sembra rimasto indietro di qualche anno: sembra ignorare che il DL 112/1998, nonché la legge costituzionale 3/2001 ha riformato il Titolo V della Costituzione, in particolar modo l’art. 117, hanno profondamente modificato l’assetto istituzionale della scuola italiana per quanto riguarda la ripartizione delle competenze tra Stato, Regioni, Province e Comuni. Per non parlare del DPR 275/1999, il Regolamento sull’autonomia, che ha aperto la scuola alla collaborazione attiva e fattiva col territorio inteso come tessuto di attori culturali e produttivi sia pubblici che privati. Purtroppo agitare lo spauracchio dello “statalismo” è un vizio che i paladini della scuola privata non perdono mai.

    “Di scuola proprietà dello Stato parlavano Lenin, Stalin, Hitler, Mao … oggi Castro …; di ben diverso parere erano Gramsci, Einaudi, Sturzo, don Milani … ma anche Stuart Mills e Popper, chiaramente stravolti nel testo di Giorello”
    Il vero stravolgimento è mettere insieme nomi che tra loro c’entrano poco e nulla per ragioni storiche e politiche evidenti a tutti fuorché a chi fa un discorso ideologico (nel senso marxiano del termine, cioè di rappresentazione volta a mistificare intenzionalmente la realtà. Mi piacerebbe sapere cosa ha mai letto lei di Lenin o di Hitler o di Gramsci e dove avrebbe trovato supporto a tali affermazioni).

    “Infine, guardiamoci intorno: il monopolio statale resiste in Cina, Cuba, Corea del Nord e pochi altri Paesi. E’ lì che si deve guardare? O non piuttosto alla Finlandia, alla Svezia, alla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Spagna, all’Olanda, all’Australia”
    Lei è palesemente male informato, come dimostrato da altri (chissà come mai cita proprio quei tre Paesi all’inizio… io un dubbio ce l’avrei). In tutti i Paesi che Lei cita in seguito – tranne l’Olanda dove comunque la scuola pubblica non è certamente una realtà di nicchia – la scuola privata si affianca a quella pubblica senza sostituirla.
    Il che conferma che il Suo è un discorso basato non su fatti, ma su evidenti pregiudizi, volto a portare l’acqua al Suo mulino. Non un bell’esempio da qualcuno che rappresenta un’istituzione educativa e formativa, oltre che la prova (se mai ce ne fosse bisogno) che la scuola privata in Italia offre ben poche garanzie di pluralismo e di pensiero critico, se i suoi rappresentanti non sanno esprimere di meglio che della vuota “ideologia”.

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  16. Pingback: Fondazione Gramsci Emilia Romagna | Bologna » Blog Archive » Note su una scuola laica (da Vivalascuola)

  17. Ringrazio Walter Morici del suo lungo intervento, che solleva molte e impegnative questioni. In questa sede mi limiterò a dire la mia su una, quella del ruolo dei genitori, che in qualche modo può essere collegato al tema che qui si tratta di laicità e pluralismo a scuola.

    “2) I genitori come garanti e responsabili ultimi del processo educativo.”

    Innanzitutto bisogna dire che non tutti i genitori sono in grado di esprimere un progetto educativo, magari non per loro colpa; e non tuttti hanno la possibilità di seguire da vicino il percorso scolastico dei loro figli, perché ciò avvenga dovrebbero essere create adeguate condizioni sociali e culturali.

    Anzi oggi succede, al contrario, che le famiglie spesso delegano alla scuola anche compiti come l’accudimento emotivo e psicologico dei loro figli, e una serie di compiti che esulerebbero dalla funzione educativa della scuola per confugurarsi come compiti di assistentato sociale.

    C’è da osservare fra l’altro che, nei casi in cui intervengono, i genitori lo fanno in qualità di sindacalisti dei loro figli, anziché cercare di capire e collaborare con la funzione educativa svolta dalla scuola. Ma oggi pare che nessuno abbia più tempo e voglia di capire, e ciò nuoce più che giovare allo svolgimento della funzione educativa.

    Se la scuola svolge una funzione educativa perché ad essa è delegata, essa deve avere il massimo della fiducia da parte della società tutta e della famiglia. La libertà d’insegnamento degli insegnanti è la garanzia di un insegnamento pensato per tutti e ciascuno degli studenti.

    Tanto più che un eccessivo “indirizzo” da parte delle famiglie si è tradotto per lo più, nelle esperienze che conosciamo in Italia, come un indirizzo fortemente ideologico tipico della scuola confessionale, che come tale è decisamente da evitare nella scuola pubblica.

    Per questa ragione esprimo forti perplessità rispetto al punto 3:

    “3) Possibilità per genitori e studenti di chiedere l’inserimento in una determinata sezione dopo la assegnazione degli insegnanti”.

    Anche questo potrebbe avere l’effetto di creare sezioni fortemente caratterizzate ideologicamente e con ciò contrastare con quel carattere laico e pluralista della scuola pubblica che qui si sostiene.

    Se invece il motivo della richiesta è indirizzare i propri figli verso sezioni con insegnanti “migliori”, il problema diventa un altro: che bisogna intervenire nella scuola con grandi risorse per la formazione continua degli insegnanti, nonché investendo nelle scuole più deboli, lavorando quindi al miglioramento complessivo del sistema scuola anziché creare scuole o sezioni di serie A e altre di serie B.

    A monte di tutto comunque bisogna però ricordare che già adesso i genitori, se vogliono, grazie ai Decreti delegati possono contribuire alla vita scolastica in modo significativo ed entro limiti ragionevoli, anche se purtroppo la realtà è che tale possibilità è sempre meno usata e spesso pressoché ignorata.

    Cordiali saluti.

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