Di me diranno, di Luca Benassi

Le prose poetiche di Luca Benassi conservano l’atmosfera e i personaggi della tradizione religiosa cristiana: l’asino ( Di me diranno la pazienza della soma. ), il bue ( Di me diranno il fiato caldo. ), la stella (Di me ricorderanno la luce che segna la strada verso il bimbo. ), il fico ( Di me diranno sterile,…), il gallo ( Di me diranno il pianto amaro del tradimento. ), la croce (Di me diranno il segno della storia. ), il lago (Non c’è rete al dubbio se non quella / tesa al pesce, a rinnovare il mestiere del lago. Ma nel collaudato meccanismo dell’allegoria, Benassi introduce due sostanziali innovazioni: la rinuncia a qualsiasi morale spicciola e soprattutto l’elemento sorpresa. Mi viene spontaneo un riferimento a La Buona Novella di Fabrizio De André, per il quale il legame con i Vangeli Apocrifi è al contempo profondo e tenue: allo stesso modo per Benassi il ricorso alla rappresentazione tradizionale del Natale. Egli fa riferimento alla tradizione cristiana del presepe, ne usa alcuni strumenti, per poi stravolgerne lo schema statico e rituale. Attraverso immagini chi si rincorrono, si ammucchiano, ci meravigliano come fossimo bambini, e una sensibilità tenera e drammatica allo stesso tempo, offre uno spazio aperto all’incredibile, lo riempie di possibile, lo umanizza come fosse credibile, fino al tentativo di seduzione del lettore perché gioisca o soffra con lui. Ma la gioia è breve perché, essendo il corpo l’unico tramite col divino, il dolore fisico e psichico, che nell’iconografia tradizionale è totalmente assente, permea ogni verso, lo riempie di energia affettiva anche violenta che tende e musica la trama dei versi. …Fu paglia e calore di fiato, fu grido nel corpo che fioriva di dolore, l’incunearsi del tempo presente che si fa carne e sangue già pronto per essere versato, acqua di parto, liquido di croce che sudava dal corpo della donna. E poi coraggio e urla e urla sotto il peso divaricante del Dio che usciva dal ventre.

Con un volo di Pindaro, l’urgenza e la forte fisicità delle immagini, la concretezza e il colore del verso mi riportano a certe suggestioni della poesia di Sylvia Plath.

Al contempo il profondo senso religioso che pur traspare da ogni sillaba lo si comprende come si può comprendere una corsa di onde di mare agitato. Appassionato e radicale, trova una sua via speciale per dare voce alla pulsante istantaneità della vita nella poesia e nel verso. Il vivo del Tempo, l’immanenza, ciò che di misterioso e palpabile lega l’io al divino, un io che vuole superarsi, rompere le barriere della propria finitezza individuale per arrivare a una superiore conoscenza del mondo se pur attraverso il dubbio tormentato, l’angoscia gioiosa. In tal senso Benassi della stella scrive: E poi fui calore, fiato di bue nell’immensità dell’universo, nell’oceano del tempo, ribellione d’atomi, fuga, fusione, fui grande stella rossa di sangue, luce di luce, lama rossa per l’occhio, canto di un sogno. E ancora: Bruciai d’amore, conobbi la passione nucleare che genera l’esistere. / Conobbi infine il Tempo.

Dunque, la poesia di Luca Benassi si pone da un lato come forza eversiva, energia che libera energie, pratica che scardina il conformismo di ogni ordine, dall’altro come canto che celebra, che glorifica il mistero nei suoi aspetti ora solenni: il Cristo che muore,… Sentii il grido, l’ultimo fiato bruciare il nervo, squassare come vento le mie radici lese, il corpo di Dio sgretolarsi come pane secco nella notte, ora pacati e dolci: il Cristo che ritorna fra noi come vessillo di chi vuole una rigenerazione e come germe di ogni rinascita e di ogni futuro,

Di certo, mio Signore, dubitai / alla vista dell’acqua schiumante di miele / del tramonto, dubitai come la vertigine del tuffo / verso il nuovo arrivo. E tu eri sulla spiaggia ad / attendere / con il fuoco acceso, di brace, il pesce già cotto, / e il pane pronto / per essere spezzato.

10 pensieri su “Di me diranno, di Luca Benassi

  1. Una poesia che “si fa carne e sangue”, che è “energia che libera energie” e “canto che celebra”: affascinante e molto coinvolgente, sicuramente approfondirò.

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  2. Ho scritto questa nota su queste intense prose poetiche di Benassi per un invito alla lettura di una piccola grande composizione che trasmette, al di là della raffinata scrittura,un senso profondo della vita e dell’ESSERE.

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  3. “Di me diranno” è una manciata di pagine. Ma la densità dell’urto poetico su chi le legge è di straordinaria energia gravitazionale. Una gravità che investe inesorabile il tema del dio e dell’uomo che a lui si rivolge, in fede e in dubbio, con la purezza del grido, la sincerità del presentimento.
    -il fico: ” Rabbi, non ho colpa” dissi ancora, sussurrando l’aria del mattino- Rabbi, dissi, ed ebbi freddo e paura.

    Ho letto questa scrittura come in preghiera, io atea. Perchè non la religio storica qui vale, ma il legame denso e vibrante che Luca sa costruire, sulla vicenda esemplare, con ogni possibile visione. Perchè qui ho avvertito, oltre le figure del sacro, il profilo dell’uomo con lo sguardo rivolto in alto, le sue interrogazioni cosmiche, il suo sperdimento.
    la stella:
    -E il mio canto di fotoni viaggiò verso l’infinito per milioni di anni fino all’occhio dell’uomo.

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  4. Si sostiene che l’unica differenza certa tra prosa e poesia e l’a-capo. Qui, evitando l’a-capo si rinuncia all’unica differenza certa per acquisirne una certissima per attestare che ci troviamo di fronte a poesia: una stringente autonomia ed eternomia testuale, con l’una che svela contenuti e l’altra che “attesta” il testo. Se vogliamo, funzione emotiva e referenziale che vorticano l’una sull’altra. Poi, gli svisamenti di contenuti sacri in assenza di dissacrazione.

    Semplicemente, la strada maestra della poesia contemporanea per essere e poesia e contemporanea, all’altezza della migliore di ogni altra epoca.

    Complimenti a Luca
    paolo borzi

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  5. Non ho letto ancora “Di me diranno”, ma dalle parole di Rosa Salvia si evince che si tratta di racconti di notevole intensità e bellezza.

    Un saluto,

    Rosaria Di Donato

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  6. Ho curato e prefato il quaderno di Luca. La sua intenzione è, a mio modo di vedere, dal punto di vista stilistico, proprio quella di abolire la cesura e il verso determinato dal poeta, per dare vita a un verso mobile, determinato dalla sensibilità del lettore insieme alla scrittura poetica dell’autore. E’ una scelta di grande libertà e di grande rispetto per il lettore. La poesia infatti viene “prima” della scrittura e dello stile. Se è vera poesia regge anche senza cesure o altro; si regge perché il linguaggio e l’intenzione sono poetiche. Alcuni hanno detto di questo libretto che è “prosa poetica” ma io insisto: è poesia. L’accento (la provocazione) di Benassi, sta appunto nel linguaggio, nel superamento delle convenzioni stilistiche, metriche, prosodiche. Come a dire che non sono il ritmo, lo stile, la scrittura, persino la lingua che determinano la “poeticità” di un testo, ma è la poesia vera che guida un linguaggio appropriato, un tono, un ritmo, una prosodia, insomma tutto l’apparato fomoprosodico, morfosintattico, ipersegnico e quel che si voglia, o il “mestiere”, quello che troppo spesso viene confuso con “la poesia”.

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  7. Quando parlo di prose poetiche, non intendo assolutamente sminuire il valore della poetica di Luca Benassi. Se pensiamo al grande poeta che fu Baudelaire ci troviamo di fronte a uno scrittore di versi la cui poesia si fonda su una costante “alliance avec la prose” per citare Albert Thibaudet. La prosa non sempre turba il sogno di perfezione della poesia, ma è soprattutto ciò che sostiene la poesia, dandole struttura di discorso. Non è intrusione dell’informe nell’irregolarità del verso: è mescolanza e dissonanza di toni,è energia intellettuale. Beh, a mio dire, Benassi si muove in tal senso.

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  8. Ottime le sottolineature di Lucini, con un paio di precisazioni: anzitutto, come “mestiere” si intende anche una “tecnè” artigianale, diremmo aristotelica, che non mi pare sia stata nel tempo recente così invalsa da poter essre “confusa” con la poesia. Come il rigore della Forma, ormai uciso e poi rimassacrato dopo morto milioni di volte, da mal digeriti idealismo e-o avanguardismo, pur opposti tra loro, da spontaneismi di maniera, ideologica o necessitata da de-ficienza. Il dispositivo di Benassi è formidabile proprio perché non dire “sostituire” nulla: il rigore della forma ha come meta la sua liquefazione, qualsiasi metro o non metro si usa. Circa poesia o prosa poetica, anche qui giusta la precisazione di Lucini; ma anche una “pulsione” a un debordamento di genere non diminuisce la poesia, anzi. Da sempre infatti citiamo come poeti sommi coloro che sono stati i più “eteronomi” (narratori epici, tragediografi, mescitori supremi come Goethe nel caso del Faust, o inventori di generi come lo stesso Dante). Lo stimolo di Benassi è fortissimo proprio nel senso di una simile riappropriazione, molto urgente qui da noi, forse, in particolare; non in quello di dettare priorità circa “l’assetto formale” dal quale si sceglie di partire, in cui il “mestiere”-artigianale, aristotelico-e quanto mai necessario, anche perchè è l’unico mezzo per superarlo.
    ancora complimenti, anche agli intervenuti.
    paolo

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  9. Bisogna onestamente riconoscere nel linguaggio di Luca una cifra molto personale , molto ben distinguibile , che lui gestisce ormai da anni con bella padronanza degli strumenti retorici a disposizione e con quel quid di espressività in più capace di coinvolgere anche il lettore più smaliziato .
    In questa circostanza gli va anche riconosciuto il merito di aver dribblato brillantemente quell’invasività dell’opzione fideistica in salsa euripidea che penalizza ( affliggendoci non poco ) altre operazioni simili alla sua .

    leopoldo attolico –

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