Vivalascuola. Appunti d’assessore. Per il 150° dell’Unità d’Italia

A 150 anni dall’Unità d’Italia permangono immutate alcune questioni: per restare nell’ambito della scuola, la “questione meridionale“, la “questione romana“, la distanza tra “paese legale e paese reale“. E adesso il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni lancia uno strappo alla Repubblica nel settore dell’educazione. A che punto siamo? Che Paese siamo? Ci sentiamo davvero italiani? Ci sentiamo o no parte di una nazione?

Insorgere per risorgere. Non solo contro lo “straniero
di Donato Salzarulo

I più pericolosi nemici degli italiani sono gli italiani stessi
M. D’Azeglio

Quando il Sindaco e i colleghi di Giunta, un mercoledì di quasi estate del 2010, mi affidarono il compito di organizzare e coordinare le iniziative nella nostra città per il 150° dell’Unità d’Italia da un lato mi sentii onorato, dall’altro perplesso e disorientato. E’ vero: in quanto assessore alla pubblica istruzione, alla biblioteca civica e alla partecipazione ero, per così dire, “vittima designata”. Era quasi naturale che mi assumessi questo impegno, ma… dove ero rimasto? Cosa avevo a che fare con la storia risorgimentale? Quando avevo letto l’ultimo libro sulla vicenda? Quali pensieri e sentimenti nutrivo?…

Nei giorni successivi cominciai a sollecitare la memoria. Innanzitutto le conoscenze scolastiche. Un riassunto per titoli interiorizzato fin dalla quinta elementare: la restaurazione e il congresso di Vienna (1815, ecco una data che ricordo facilmente): l’Italia divisa in sette “staterelli” (proprio questo era il termine usato dal mio sussidiario); poi la riscossa: le società segrete, i moti carbonari del 1820 a Napoli, e l’anno dopo in Piemonte e nel Lombardo-Veneto con gli arresti di Federico Confalonieri, Piero Maroncelli e Silvio Pellico che scrisse Le mie prigioni; dieci anni dopo: Ciro Menotti e i moti carbonari a Modena; Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia, il fallimento della spedizione in Calabria dei fratelli Attilio ed Emilio Bandiera; il Quarantotto: le timide aperture di Pio IX e il detto «Pio, Pio, tutta l’Italia mi sembra un pollaio, non fanno che gridare Pio Pio», Daniele Manin e l’insurrezione di Venezia con la poesia imparata a memoria sull’ultima ora della città («il morbo infuria / il pan ci manca / sul ponte sventola / bandiera bianca»), le cinque giornate di Milano, la prima guerra d’indipendenza; il Decennio di preparazione: i soldati piemontesi mandati in Crimea, Camillo Benso conte di Cavour (da ragazzi ci piaceva pronunciarlo per intero questo nome pomposo) al congresso di Parigi, gli accordi di Plombières, la seconda guerra d’indipendenza, Garibaldi, l’eroe dei due mondi e la spedizione dei Mille, la proclamazione del Regno d’Italia; la coda della terza guerra d’indipendenza e, infine, Roma capitale d’Italia…

Conoscenze dapprima elementari, poi riproposte e sempre più approfondite, secondo un modello a spirale, in terza media e nell’ultimo anno dell’istituto magistrale. Manuali: Itinerari di civiltà di Renato Verdina e il terzo volume del corso di storia di Armando Saitta.

Delle poche o tante pagine studiate, il ricordo più vivo resta quello del centenario: 1960-61. Il Ministero della Pubblica Istruzione fece recapitare ad ogni alunno un libretto con la copertina bianca. A sinistra, una bella coccarda della bandiera italiana e al centro, a caratteri cubitali, il titolo: I GRANDI FATTI CHE PORTARONO ALL’UNITA’. Frequentavo la quinta elementare e mi preparavo per gli esami d’ammissione alla media. Il maestro ci fece un discorsetto e ci portò fuori. Altro discorsetto del Sindaco in fascia tricolore e poi scopertura solenne di una lapide sulla facciata del municipio. In bronzo e in stampatello: A PERENNE SACRA MEMORIA DI CHI SI BATTE’ PER L’IDEA. L’AMINISTRAZIONE COMUNALE QUIVI POSE.

Nel Sessanta-Sessantuno tutto finì così. Ma non so perché quel libretto lo conservai accuratamente e, durante l’adolescenza, continuai ogni tanto a sfogliarlo. Forse perché era un dono. Poi andai via dal paese e, ad un certo punto, scomparve alla mia vista. Devo dire, però, che, prima di migrare, in casa mia era arrivato, pagato a rate mensili, il cofanetto Einaudi delle opere di Gramsci, i sei volumi rilegati con la copertina senape. Il titolo del terzo era proprio Il Risorgimento.

«Esiste una notevole quantità di interpretazioni, le più disparate, del Risorgimento. La stessa quantità di esse è un segno caratteristico della letteratura storico-politica italiana…» (pag. 55)

Tra il Sessantasei e il Sessantasette comincia ad innestarsi, allora, nel mio cervello un altro Risorgimento, quello non da manuale scolastico, quello di chi cerca di capire in quale rapporto si trova il “presente storico” che sta vivendo col passato. Da giovane irpino in procinto d’emigrare prima a Torino poi nell’hinterland milanese, ero interessato, soprattutto, alla “questione meridionale”. Come dimenticare, allora, quelle pagine?

«La “miseria” del Mezzogiorno era “inspiegabile” storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l’unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale città-campagna, cioè che il Nord concretamente era una “piovra” che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale» (p. 79).

Non meraviglia, quindi, se qualche anno dopo mi ritrovavo a leggere un economista calabrese, Nicola Zitara, che nel 1971 pubblicava da Jaca Book un libro il cui titolo non ha bisogno di commenti: L’unità d’Italia: nascita di una colonia. Ricordo alcune tesi: la condizione dei contadini meridionali venne peggiorata dall’unificazione statale italiana; la formazione di un mercato nazionale spezzò la schiena al Mezzogiorno; sviluppo e sottosviluppo erano due facce di un un’unica medaglia, il banditismo meridionale come questione sociale, ecc. Zitara finirà col propugnare una secessione meridionalistica. Non si sentiva più italiano e auspicava la nascita di uno Stato delle “due Sicilie”. Non era questa la posizione di Gramsci.

I moderati e i Savoia avevano “piemontesizzato” l’Italia perché avevano dimostrato nei fatti una maggiore capacità egemonica diretta e/o indiretta sia nei confronti del Partito d’Azione (Mazzini e Garibaldi), che delle altre monarchie (borbonica, soprattutto, e vaticana). E’ proprio nelle note scritte sul Risorgimento che Gramsci mette a punto il “criterio metodologico” relativo alla supremazia di un gruppo sociale; questa si manifesta come «dominio» e come «direzione intellettuale e morale»:

«Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a “liquidare” o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche “dirigente”. I moderati continuarono a dirigere il Partito d’Azione anche dopo il 1870 e il 1876; e il così detto “trasformismo” non è stato che l’espressione parlamentare di questa azione egemonica intellettuale, morale e politica» (p. 70).

Quante volte sono tornato su queste righe! E’ il concetto di egemonia. Non si governa solo con la forza o con l’arroganza di una maggioranza parlamentare.

Dopo il Sessantotto e per tutti gli anni Settanta, il focus della mia attenzione si spostò: dal primo al “secondo Risorgimento”, al mito fondativo della Repubblica antifascista, alla storia della I, II e III Internazionale, della rivoluzione russa, cinese, cubana e di quella (sfortunata) dei proletari italiani (per Del Carria sempre “senza rivoluzione”). Insomma, formazione dello Stato italiano, della nazione, della patria finirono in angoli quasi inaccessibili degli scaffali. Ed era anche comprensibile. Troppa retorica deteriore, nazionalismo e patriottismo fascista, troppo colonialismo per restarne affascinati.

2.- All’inizio degli anni Novanta, con i rilevanti risultati elettorali della Lega Nord, tornò a porsi il problema dell’unità nazionale. Tra mafia all’attacco, illegalità diffusa, corruzione alle stelle e invenzione della Padania il rischio per l’Italia, secondo un professore di scienze politiche come Gian Enrico Rusconi, appariva proprio quello di «cessare di essere nazione». Dal momento che il nostro vivere collettivo sembra privo di fondamenti e regole condivise, la nostra società può dirsi tale? Che Paese siamo? Ci sentiamo davvero italiani? Qual è il nostro “carattere”, la nostra “identità”?… Molti editorialisti, politologi, storici continuarono a porsi esplicitamente domande di questo tipo.

Dopo un quindicennio di berlusconismo, verso la fine del 2009, Guido Crainz in un libro molto stimolante (Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Donzelli, 2009) sintetizza il dibattito e ne traccia una specie di bilancio. L’ipotesi è che «nell’Italia di oggi vi sia anche il “racconto” del suo passato» (pag. IX). Tra presente e passato bisogna saper cogliere continuità e discontinuità. Bisogna stare attenti, però. Alcune continuità appaiono ingannevoli. Ad esempio, quelle che addebitano a tutti gli italiani l’assenza di senso civico, l’individualismo, il servilismo ed altre tare immutabili. Non tutti gli elettori italiani hanno votato Berlusconi. A fare i conti in valori assoluti, neanche la maggioranza. Non tutti gli eletti (dall’ultimo consigliere comunale al parlamentare) pensano alla politica come “puro esercizio di autorità” e occasione di “appropriazione-distribuzione di risorse pubbliche”. C’è chi la pensa come servizio e la pratica come “definizione (e realizzazione) dell’interesse collettivo”. Anche certi luoghi comuni come l’attribuzione generalizzata al ceto politico di pratiche clientelari, trasformistiche, familistiche, andrebbe attentamente valutata. Non tutti si chiamano Scilipoti.

«Al di là delle apparenze, inoltre, non è possibile leggere le attuali divaricazioni economiche, sociali e culturali fra le differenti parti del paese rifacendosi alle condizioni dell’Italia all’indomani dell’Unità. Sono ormai lontane le polemiche dei meridionalisti più accesi sulla “rapina del Mezzogiorno” da parte dello “stato piemontese”. Appaiono inoltre importanti ma parziali gli inviti a non accomunare l’intero Mezzogiorno in un unico giudizio negativo, e a scorgervi invece non solo e non tanto i segni dell’arretratezza quanto quelli di un dinamismo significativo, sia pur territorialmente differenziato. Assumendo in modo unilaterale questi approcci la realtà attuale rimarrebbe incomprensibile e resterebbe da spiegare perché a partire dagli anni ottanta la “questione meridionale” appaia radicalmente cambiata» (pp. 18-19).

In breve, Crainz invita a tener presente che dall’Unità ad oggi sono trascorsi 150 anni. Sei o sette generazioni.

E’ possibile insistere su una questione come il “dualismo” Nord-Sud. E’ da superficiali, però, pensare che si ponga sempre negli stessi termini. Quanti sono i contadini oggi? Quanti erano nel 1861 o durante il fascismo, quando Gramsci, in carcere, scriveva le sue note sul Risorgimento e sulla questione meridionale? Negli anni Ottanta Arnaldo Bagnasco pubblicò un libro sulla problematica dello sviluppo territoriale italiano e parlò di “tre Italie”. Oggi quella meridionale rischia di essere ridotta e degradata a questione criminale, a Gomorra; nel frattempo, si è imposta, a torto o a ragione, una questione settentrionale, a sua volta ridotta e degradata, nella migliore delle ipotesi, a federalismo fiscale, nella peggiore, a secessione padana. Con qualche dirigente in camicia verde che sostiene di richiamarsi a Cattaneo. Davvero? Ecco, parliamo di questo. Parliamo di come si pongono le questioni dello sviluppo territoriale nell’epoca della globalizzazione economico-finanziaria e, se sia opportuno o meno, uno Stato ancora unito. E, se diviso, come…

Va bene discutere sull’identità originariamente debole della nazione italiana con la conseguente necessità di “fare gli italiani”; senza dimenticare quanto, da allora ad oggi, gli italiani siano stati di fatto “unificati” da processi economici, politici e culturali come le guerre mondiali, il boom economico, le migrazioni interne, il passaggio da una scuola di élite ad una di massa, la radio, la televisione e l’intero sistema mass-mediale…

Cosa facciamo adesso? Siccome la nostra identità originaria era debole, immaginiamo nuove nazioni, ci dividiamo, usciamo dall’Europa della moneta unica, abbandoniamo la “burocrazia di Bruxelles” e ogni area territoriale più o meno omogenea affronta con le sue sole forze il mondo globalizzato. Omogenea?!… In che senso?… Economicamente? Socialmente? Linguisticamente?… Anche le Regioni, non dimentichiamolo, hanno spesso confini soltanto amministrativi. Penso alla Campania col suo “osso” appenninico e la sua “polpa” costiera. Qualche anno fa un gruppo di amici scrisse una petizione per chiedere la separazione dell’Irpinia dalla Campania…

3. – Ma tutto questo cosa c’entra con l’incarico ricevuto dal Sindaco e dalla Giunta? Non si organizzano attività alla cieca. E’ necessario avere idee, ipotesi, bozze progettuali. Centocinquanta anni fa, i nonni dei nostri nonni unificarono l’Italia. I nostri padri trasformarono una monarchia in repubblica, “una e indivisibile”. Ora facciamo fatica a restare tali. Dopo quella dei partiti, abbiamo dato vita a una seconda Repubblica con tutti i difetti elevati al quadrato della prima. In queste condizioni, l’organizzazione del 150° dovrà evitare qualsiasi intenzione celebrativa ed agiografica. Sì, invece, alla riflessione, ai ripensamenti, allo sguardo attento ai problemi, agli squilibri, alle divisioni, all’aggiornamento sulle grandi questioni nazionali: Nord-Sud, vecchie e nuove immigrazioni ed emigrazioni, il ruolo della Chiesa e dello Stato Vaticano, ecc.

Ne discuto in piccoli gruppi: con le insegnanti collaboratrici, coi dirigenti della biblioteca, dell’istruzione e dell’area culturale, con amiche ed amici. Brainstorming. Primi appunti.
Finalità: usare il 150° per riflettere sulla storia d’Italia, senza timore di far emergere interpretazioni differenti e contraddizioni.
Metodologia: coinvolgere la città, a partire dalle scuole del territorio, dalle associazioni culturali, sportive, ricreative, di volontariato, da partiti, sindacati, chiese…
Percorsi: a) storico-economico; b) letterario-linguistico; c) geografico-ambientale; d) artistico-musicale; e) antropologico-culturale… Anche un percorso alimentare. Si potrebbe coinvolgere la dietista della refezione scolastica. Cosa mangiavano i vari gruppi sociali nel 1861?
Livelli: si può far discutere tutti, compresi gli alunni delle prime classi elementari, partendo, ad esempio, dalla toponomastica: Villa Casati, Piazza Risorgimento, Via Mazzini, Via Cavour, Via Garibaldi…
Prodotti: giornalini, disegni, mappe interculturali, audiovisivi, mostre…
Slogan: Cento Italie, un’Italia…

Porto questi primi appunti alle riunioni con i dirigenti scolastici, alle assemblee con le varie associazioni, in tutte le occasioni d’incontro… Tutti possono fare qualcosa: pittori, animatori, musicisti, lettori. Gli “Amici della Biblioteca”, ad esempio, proporranno un’antologia di letture risorgimentali. Un’artista organizzerà una mostra di mail-art, coinvolgendo decine di altri artisti. La scuola di musica organizzerà un concerto. Un gruppo di animatrici teatrali reciterà un testo sulle brigantesse…

E l’Amministrazione che farà? Il bilancio comunale non prevede capitoli di spesa ad hoc. Anzi, il ragioniere raccomanda tagli. Porto un paio di volte il punto in Giunta:
– Caro Sindaco e cari colleghi, non ho problemi ad organizzare e coordinare, ma senza il becco di un euro, è difficile fare qualcosa…
– Chiediamo alle banche di sponsorizzare il programma, chiediamo a questi, chiediamo a quelli…

Alla fine, la locale McDonald’s versa una manciata di euro nelle casse comunali. Mi viene da ridere. Penso alla Marina inglese nel mar di Sicilia, mentre i Mille sbarcavano a Marsala.
La Gran Bretagna vedeva di buon occhio l’unificazione italiana. Uno Stato che fosse qualcosa di più del Regno di Sardegna allargato alla Lombardia, al Veneto, all’Emilia e alla Toscana (come mi pare volesse Napoleone III) poteva controbilanciare la potenza francese. Probabilmente la corporation statunitense del fast-food preferisce negoziare i suoi esercizi commerciali con uno Stato italiano, piuttosto che con Stati-regioni balcanizzati. Scherzo, ovviamente. So poco o nulla delle politiche di una corporation multinazionale.

4. – A Novembre del 2010, la bozza di programma era pronta. Avevo sollecitato anche gli esponenti dei partiti di maggioranza e di opposizione a presentare momenti di storia delle formazioni politiche di cui erano continuatori o eredi; ma l’invito era caduto nel vuoto. Nessuno evidentemente si sentiva erede o continuatore di nessuno. Tutti nuovi, tutti nati ieri, tutti spuntati come funghi dopo un temporale. In effetti, in Consiglio comunale otto consiglieri su trenta sono stati eletti in liste civiche. La crisi di rappresentanza del sistema dei partiti si misura anche da questi indicatori. Come negare che tutto ciò è sintomo di una crisi più generale della democrazia? In fondo, una lista civica ha un raggio d’azione locale. Se a questo livello può dare un contributo, a volte, anche importante – dipende dalla serietà e maturità dei suoi associati e rappresentanti – appare più disarmata e in difficoltà nell’affrontare le questioni nazionali.

Data questa situazione, mi sembrò opportuna la proposta del Presidente del Consiglio: apriamo l’anno con una seduta ad hoc e mettiamo all’ordine del giorno l’argomento: “Riflessioni sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia”. I consiglieri che vorranno potranno dire la loro. Francamente l’iniziativa aveva il sapore di un invito a svolgere un compito scolastico. Ma perché no?, mi dissi. Dai contenuti e dalle modalità di svolgimento del tema si può imparare molto. In fondo questi consiglieri rappresentano una città che con i suoi quasi cinquantamila abitanti, provenienti da tutte le regioni della penisola, è un campione quasi perfetto dell’Italia. Poi col suo 17% di stranieri è luogo di formazione dei “nuovi italiani”; con la torre Mediaset in corso Europa è all’avanguardia di ciò che s’intende per “comunicazione sociale” nel nostro tempo… Ci sarà di che ragionare, pensai.

Si decise così di convocare il Consiglio per la serata del 21 gennaio 2011.
Dal 16 marzo all’8 giugno, invece, si sarebbero tenute sette “lezioni magistrali” sui seguenti temi:
1) 1861/2011: per un bilancio di 150 anni di storia italiana
2) Dal fascismo alla resistenza: nascita di una democrazia
3) Lavoro e capitale nella storia d’Italia e oggi
4) Cultura e società dall’Unità ad oggi
5) Donne italiane
6) Stato e Chiesa
7) Attualità della Costituzione.
La prima lezione si sarebbe svolta il 16 marzo in Consiglio Comunale, convocato appositamente in seduta solenne; tutte le altre nella sala di Villa Casati.

La finalità era chiara. Ripercorrere la storia d’Italia, a partire da alcuni nodi sociali fondamentali. Uno sguardo, lo si intuisce, lungo la linea del tempo e a tutto campo che sarebbe stato illustrato da esperti di indubbio valore: Maurizio Gusso, Luigi Ganapini, Maria Grazia Meriggi, Raul Mordenti, Lidia Menapace, Mons. Bettazzi, Elena Paciotti; le conferenze sarebbero state accompagnate da proiezioni cinematografiche e spettacoli teatrali (davvero stupendo Caro Maestro di Giancarlo Monticelli). Insomma, materiali per discutere, contenuti molto importanti per confrontarsi.

Il programma fu approvato dalla Giunta. E, visto che nelle sale in quei giorni girava Noi credevamo di Mario Martone, si decise che l’assessore alla cultura l’avrebbe fatto proiettare nel cine-teatro di Via Volta. Così, si cominciava a creare il clima adatto. Poi, siccome qualcosa di straordinario e di eclatante è il miele dei mass-media, l’assessore alla pace propose di cucire una bandiera coi colori dell’Italia e dell’arcobaleno lunga 150 metri. Per stenderla e tenerla si sarebbe occupato tutto il corso di fronte a Villa Casati. Infine, ci dividemmo le presidenze delle riunioni. Io avrei partecipato a tutte: sedere tra il pubblico “senza responsabilità” e ascoltare sono attività che non disdegno.

5. – Ho con me gli appunti del Consiglio Comunale del 21 gennaio. Il Presidente si chiede: quando ci sentiamo italiani? E risponde: forse, quando la Nazionale vince i mondiali di calcio; quando ci troviamo all’estero e vediamo campeggiare insegne di trattorie con pizza, spaghetti e caffè; quando la stampa estera ci attacca (e, purtroppo, ultimamente ci accade con una certa frequenza, aggiunge maliziosamente); quando manifestiamo la nostra solidarietà nei confronti di chi è vittima di eventi catastrofici (terremoto dell’Aquila); quando vediamo commossi una o più bare avvolte nel tricolore scendere da un aereo militare; quando vediamo la disperazione, la miseria di chi vive in condizioni svantaggiate. Il tema è chiaro: l’appartenenza. Ci sentiamo o no parte di una nazione? Piccolo particolare: il Presidente, che proviene dal Cilento, luogo che ha voluto il Risorgimento anche pagando prezzi altissimi in termini di vite umane sacrificate, dimentica che sta parlando la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio. Significherà pure qualcosa se in 150 anni siamo passati da un monarca che chiamava le signore madamin al fatto che la stragrande maggioranza di un popolo si esprime ormai in un’unica lingua…

Raffaele La Capria, uno scrittore d’origine napoletana, in un suo meraviglioso libro (La mosca nella bottiglia. Elogio del senso comune) ha scritto:

«Ogni volta che riesco a comporre una frase ben concepita, ben calibrata e precisa in ogni sua parte, una frase salda e tranquilla nella bella lingua che abito, e che è la mia patria, mi sembra di rifare l’Unità d’Italia» (in Opere, Mondadori, Milano, 2003, p. 1436).

Forse in un Consiglio Comunale che ha un Sindaco d’origine calabrese, un Vice Sindaco anche lui del Cilento, un assessore d’origine irpina come me e via enumerando provenienze dalle più diverse regioni d’Italia degli altri assessori e dei consiglieri (Sicilia, Puglia, Basilicata, Veneto…), il primo fatto da sottolineare poteva essere proprio questo: finalmente ci capiamo! Parliamo con accenti diversi la stessa lingua, siamo emigrati, ma non siamo finiti come i nostri nonni nelle trincee del Carso, che, per comprendersi, avendo a disposizione soltanto i propri dialetti, facevano una fatica boia. Evidentemente, il parlare un’unica lingua è condizione importante ma non sufficiente per sentirsi italiano, per sentirsi cittadino di uno Stato.

Alberto De Bernardi e Luigi Ganapini, nella nuova presentazione della ristesura del loro libro Storia dell’Italia unita (Garzanti, 2010), si sono premurati di evidenziare questo tema, con alcune osservazioni significative:

«Certo non sfugge oggi […] che la “crisi della nazione” non è determinata soltanto da cause endogene di più o meno lunga durata; rappresenta piuttosto il modo attraverso cui è emerso anche in Italia il cambiamento di ruoli e di funzioni dello stato nazionale per effetto della globalizzazione. Si sono affermate forze transnazionali, capaci di definire nuovi ordini normativi che toccano non solo il piano economico e geopolitico, ma anche quello della cittadinanza nata all’interno del processo di nazionalizzazione del territorio, che ha attraversato l’Occidente prima, e il mondo intero poi, nel corso degli ultimi due secoli.
Ma se il rischio di “cessare di essere una nazione” dipendeva in larga misura già in quell’ultimo scorcio del Novecento dalla frattura che il mondo globale generava tra territorio, appartenenza politica e “religioni civili”, ci pare difficile mettere in dubbio anche a distanza di un quindicennio che la gravità con cui tale lacerazione si è venuta manifestando in Italia rispetto ad altri stati europei dipenda dalle contraddizioni che hanno caratterizzato la costruzione dello stato nazionale nel nostro paese» (pp. II-III).

E’ un discorso importantissimo. Stiamo celebrando il 150° compleanno di uno Stato-nazione con un Presidente della Repubblica e un Governo, più o meno “costretti” a seguire Francia ed Inghilterra contro la Libia di Gheddafi. Prestandosi a clamorose giravolte e mettendosi sotto i piedi l’art. 11 della nostra Carta costituzionale, che ripudia la guerra. Discutiamo e magari ci accapigliamo sulle diverse interpretazioni risorgimentali (neoborboniche, neoguelfe, azioniste, liberali…), mentre BCE, FMI, Agenzie di rating, Mercati finanziari (assai impalpabili, ma produttori di effetti più che nefasti sulla pelle di ognuno di noi) impongono a governanti (che siano istrionici, demagoghi e populisti o sobri, seri e professorali, la musica non cambia) diktat del tipo: annullare referendum, rinviare elezioni, assumere misure legislative draconiane e antipopolari su pensioni, occupazione, mercato del lavoro, contrattazione nazionale, pubblico impiego, ecc.

Le procedure costituzionali saranno pure rispettate, ma la sensazione che siano diventate un guscio vuoto è innegabile. La crisi della democrazia si accentua. Tutta una costellazione di idee e concetti alla base della “libertà dei moderni” sembra franare: sovranità popolare, democrazia, rappresentanza, cittadinanza…

6. – Dopo il Presidente, la parola viene data al sottoscritto per illustrare il programma delle iniziative. Parlo per una decina di minuti: il 150° da vivere come occasione di riflessione e confronto culturale e politico; l’utilizzo di una metodologia di coinvolgimento delle istituzioni, del tessuto associativo cittadino, dei presidi sociali e culturali; la possibile molteplicità dei percorsi; la messa a punto di un calendario coordinato delle iniziative da svolgersi durante tutto l’anno; la diversificazione dei destinatari; gli eventuali prodotti…

Subito dopo prende la parola il consigliere Scalese del Popolo della Libertà. Ha il tono di chi deve comunicare ai presenti conoscenze fondamentali, rimosse.
Soltanto un motivo economico, sostiene, spinse il Regno di Sardegna ad occupare il sud d’Italia: le finanze piemontesi erano a mal partito e l’annessione del Regno delle due Sicilie portò nelle loro casse il «corrispettivo di circa 1.500 miliardi di euro»; la guerra di sottomissione delle popolazioni meridionali, aggiunge, durò 12 anni e l’esercito piemontese «si distinse per la crudeltà delle violenze inflitte alle donne […] violentate anche in chiesa e poi uccise, mentre i bambini venivano sventrati con le baionette sotto gli occhi dei loro genitori». Bilancio complessivo: «la morte di circa un milione di persone e la fuga all’estero di quattro milioni di meridionali».

Questo 150° verrà ricordato, sottolinea il consigliere «come l’anno in cui gli italiani si sono raccontati la verità sull’unificazione». E cita alcuni titoli a conferma delle sue tesi: Controstoria dell’Unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento di Gigi Di Fiore; 1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo; Il sangue del sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio di Giordano Bruno Guerri; Terroni di Pino Aprile…

Controstoria, Antistoria… Sogno o son desto? Ma cos’è questo revival di lessico sessantottesco? Cosa non c’è sui libri di storia? Il brigantaggio come questione sociale e la sua repressione armata e violenta dopo l’Unità d’Italia? Io non ho letto i libri indicati dal consigliere, queste notizie non c’erano nel mio sussidiario e nel mio libro di terza media, ma già nel volume di Saitta, se non ricordo male, si potevano leggere degli accenni. Dopo Lettera ad una professoressa e il Sessantotto (quello vero, quello storico), ci fu un rinnovamento abbastanza diffuso dei libri di testo e queste conoscenze vennero adeguatamente trattate. Certo non col tono propagandistico per la serie da “libro nero di…” (con l’immancabile calcolo delle vite stroncate), né con quello da Pansa pensiero per la serie “il sangue di…”; vennero affrontate col tono onesto e rispettoso di chi sa di dover trattare fatti drammatici e tragici come rivoluzioni e contro-rivoluzioni, guerre civili e non, insurrezioni, spedizioni militari, scontri armati… La storia, purtroppo, non è un pranzo di gala. Mi risulta, comunque, che la bibliografia sul brigantaggio sia molto ricca. In un volumetto recente (L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Donzelli, 2011), uno storico come Salvatore Lupo sostiene che il libro «a tutt’oggi più importante e documentato sul tema fu edito nel lontano 1964: F. Moltese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano» (p. 19).

Quali conclusioni trae il consigliere Scalese dal suo “racconto di verità” sull’occupazione piemontese del Sud? Per fortuna, nessuna riproposta di un Regno di re Ferdinando con Palermo, dettaglio da non dimenticare, sempre in battaglia e competizione con Napoli (così come lo era Genova con Torino). «Non c’è spazio per elencare i disastri che provocherebbe, a livello economico, la divisione dell’Italia», perciò bisogna essere per l’unità, nonostante tutto, bisogna sentirsi italiani. Del resto», confessa il consigliere «Io non mi saprei collocare nel mondo se non mi sentissi connazionale di poeti e scrittori come Dante, Manzoni, Leopardi, Verga, Pirandello, Ungaretti…».

Il che, oltre ad essere consolante, induce ad una riflessione. La letteratura italiana sarà stata pure per molti secoli «tutta fittizia e cartacea», «antiquaria e retorica», come recentemente ha sostenuto Franco Brevini in La letteratura italiana. Perché molti la celebrano e pochi la amano (Feltrinelli, Milano, 2010), ma, dopo tanti anni, espressioni come «lasciate ogni speranza o voi che entrate», perdere «il ben dell’intelletto», «Ei fu», «rimembri ancora» forniscono materia al parlare e allo scrivere mediamente colto (cfr. in questa direzione Gian Luigi Beccaria, Mia lingua italiana Einaudi, 2011, pp. 6-7 e seguenti).

L’italiano letterario da precursore linguistico dell’unità d’Italia, ne è diventato difensore.

7. – Dopo Scalese, parlano altri quattordici consiglieri, sostenendo opinioni e tesi che meriterebbero di essere discusse. Più che dedicarsi a dettagliate e complicate ricostruzioni storiche, tutti cercano di “attualizzare”, di individuare fili di collegamento col presente. Il discorso prevalente mi pare questo: d’accordo, l’Unità è un po’ acciaccata; c’è una parte del Nord che va alla ricerca dei Celti, una del Sud che si riscopre neoborbonica, il Capo del Governo che suggerisce letture ultracattoliche e neoguelfe come quelle di Angela Pellicciari (Risorgimento da riscrivere. Liberali & massoni contro la Chiesa, Ares, Milano 2009), ma la maggioranza dei nostri cittadini si sente italiana e c’è chi espone volentieri il tricolore alla finestra (magari, accompagnata dalla bandiera della pace).

Il consigliere Cirillo, d’origine napoletana ed eletto in una lista civica, cita il Manzoni del Marzo 1821; saremmo ancora «una d’arme, di lingua, d’altare / di memorie, di sangue, di cor». Vada per la lingua. Probabilmente anche per la religione con la presenza costante, pervadente, ramificata della Chiesa cattolica, vera e propria «fabbrica dell’obbedienza» (è il titolo di un libro-sfogo, lucido e straordinario di Ermanno Rea). D’accordo pure sull’esercito; sebbene i nostri soldati siano inviati in varie parti della Terra a portare tutt’altro che pace. Ma le memorie, il sangue, il cor?…

Senza voler tornare ai guelfi e ai ghibellini, noi siamo il paese che, durante l’Unità e dopo, ha vissuto almeno due guerre civili. Siamo il paese dei “colpi di stato”, della strategia della tensione e del terrorismo rosso e nero. Abbiamo memorie lacerate e divise, densità emotive diverse. Ci sentiamo appiccicati insieme sulla stessa penisola. La lingua ci unisce, ma ci divide anche in “terroni” e “polentoni”, “piemontesi falsi e cortesi”, “lumbard”, ecc. Abbiamo una Storia linguistica dell’Italia unita di Tullio De Mauro, ma recentemente Pietro Trifone ne ha pubblicato una «dell’Italia disunita» (Il Mulino, 2010). Il passato ci divide e facciamo fatica a ritrovarci in un futuro comune. Anzi, quale futuro?…

Il Sindaco, nel suo intervento conclusivo, contro chi delegittima il processo unitario, dichiara di far sua la chiave di lettura di uno storico come Lucio Villari (Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento, Laterza, 2010) e lo giudica «il primo tentativo di modernizzazione politica dell’Italia». Aggiunge che l’Unità non è stata inutile e, stando ad una ricerca del 2009, l’ottanta per cento degli italiani la ritiene positiva. Vero. I nostri concittadini, risondati nel marzo 2011 da Demos, per conto d’Intesa San Paolo, considerano in modo positivo la conquista dell’Unità. Più specificamente, il 56% la giudica “positiva” e il 33% “molto positiva”. Solo il 7% guarda ad essa con atteggiamento di segno negativo.

Ciò non toglie che i problemi ci siano. Il Sindaco allora preferisce affidarsi a Paul Ginsborg, al suo Salviamo l’Italia (Einaudi, 2010) e disegna il futuro con uno Stato che fa sua la lunga tradizione di autogoverno locale proposta da Cattaneo, che non rinneghi la sua vocazione europea, metta al centro la ricerca dell’eguaglianza e sia una nazione mite…

Peccato che a dicembre, dimessosi Berlusconi, il governo Monti per Natale regala agli italiani un Decreto “salva-Italia” non so quanto condivisibile dall’inglese Ginsborg, diventato cittadino italiano nel gennaio 2009, come dichiara nella prima pagina del suo libretto.

8. – La mattina del 16 marzo infilo nell’occhiello sinistro della giacca una coccarda ben visibile, coi colori della bandiera italiana, e attendo maestre e bambini sulla grande porta di vetro della scuola di Viale Lombardia. Saluto, invito a non correre o ad essere puntuali, raccolgo i loro commenti: “Che bella coccarda!” “Come mai ce l’ha?”, ecc. ecc.

Ad un certo punto, si avvicina una bambina di terza, di origine romena, alta, con occhietti vivi e gioiosi: “Buon compleanno – esclama – auguri per il suo compleanno, direttore!
Grazie! – le rispondo – ma oggi non è il mio compleanno. Ho messo la coccarda per un compleanno molto più importante del mio: quello dell’Italia, che si festeggerà domani. E’ per questo che non verrete a scuola… Fatti spiegare tutto dalla maestra di storia”.

La maestra ha sicuramente spiegato; anzi, le maestre hanno spiegato, come dimostra abbondantemente il materiale pubblicato in questo numero speciale di Tam Tam dedicato appunto al 150°. Ma il problema posto dalla bambina è evidente: la storia d’Italia e della sua unità va raccontata ai “nuovi italiani. Non solo a quelli portati annualmente nelle aule scolastiche dal nostro ricambio generazionale: i vari Nicolò, Matteo, Alessio, Veronica, Sabrina, ecc. Anche a Laura Maria, Shirely, Sujing, Denise, Jialin, ecc. giunti a noi da vari luoghi di questo “villaggio globale” che il pianeta Terra è diventato. Curiosi come tanti bambini, con la voglia (e il tormento) di parlare e apprendere la melodia e la sintassi di una lingua che non è quella materna, hanno diritto di conoscere, sia pure a bocconi, la storia di un Paese che, fra mille contraddizioni, li accoglie e li ospita. Insieme ai nostri figlioli sono i nuovi cittadini italiani.

Leggendo le ricche e interessanti pagine del nostro giornalino, si può intuire il lungo cammino che l’Italia ha percorso in questi 150 anni; un cammino funestato da due grandi guerre, da un ventennio di dittatura fascista, da problemi non risolti ancora oggi: lo sviluppo ineguale delle varie aree del Paese (qualche economista parla di “Tre Italie”), la diversa dotazione regionale di servizi sociali, l’emigrazione, la disoccupazione, ecc.

E’ vero anche che in 150 anni – e i bambini di quinta lo dicono – è stato ridotto di molto l’analfabetismo, si è affermato l’uso dell’italiano come lingua comune, con la Costituzione repubblicana si sono affermati importanti diritti dei cittadini (all’istruzione, alla salute, il voto alle donne, ecc.). I vantaggi dello stare insieme sono indubbi. Tanto rimane da fare. I nuovi cittadini italiani, piccoli scrittori di queste belle pagine, daranno il loro contributo perché l’Italia migliori e, come suggeriscono i bambini della scuola dell’infanzia, l’unità continui a fiorire.

E’ l’editoriale del giornalino scolastico del Secondo Circolo. Alcune scuole hanno organizzato saggi musicali di fine d’anno (Via Volta, ad esempio), altre visite d’istruzione a luoghi storici del Risorgimento, altre ancora si sono limitate a parlarne con gli alunni. Pochi insegnanti – e questo francamente mi è dispiaciuto – hanno partecipato alle conferenze in Villa Casati. In verità, fatto salve alcune serate (quella con il vescovo Bettazzi), ha partecipato anche poca cittadinanza e “ceto politico”.

9. – Come è andata?… Tra luci ed ombre. Positivo in alcuni momenti e per certe iniziative, con l’amaro in bocca per altre. Un po’ come la storia d’Italia che continuava a farsi negativamente, proprio mentre se ne parlava e se ne ricordava il compleanno: guerra di Libia contro Gheddafi, declino economico-sociale, perdita di credibilità internazionale e via collassando.

Ma l’Italia è davvero al collasso? Davvero siamo sull’orlo del baratro? Dopo Natale mi rifugio tra le pagine di Isnenghi: Dieci lezioni sull’Italia contemporanea (Donzelli, 2011). Voglio capire che popolo siamo, cosa siamo capaci di fare, che storia abbiamo alle spalle. Voglio capire? Un po’ lo so. Ho ascoltato tutte le conferenze programmate e ho partecipato a tutte le iniziative realizzate nel nostro Comune, compresa quella sui canti patriottici e risorgimentali e sulla storia del ballo e della danza… Un po’ so che popolo siamo, che ceti dirigenti ci governano, che capacità abbiamo di fare e farci del male. La borghesia italiana? Si eclissa. I padri liberali? Non sono miei. I miei desideravano una democrazia più ampia e profonda. Soprattutto non credevano che capitalismo fosse automaticamente uguale a democrazia. Comunque, come fidarsi di loro se persino Croce appoggiò inizialmente il fascismo? Ho sensazioni, umori. Un diavolo per capello.

Riparto daccapo. Prima lezione di Isnenghi:

«Insorgere per risorgere. Non solo contro lo “straniero»…

* * *

Intermezzo

Mi scusi Presidente
se arrivo all’impudenza
di dire che non sento
alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi
e altri eroi gloriosi
non vedo alcun motivo
per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente
ma ho in mente il fanatismo
delle camicie nere
al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
questa democrazia
che a farle i complimenti
ci vuole fantasia.

(Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano)

* * *

Materiali

Dalla questione meridionale alla questione settentrionale
Se è vero che la questione meridionale può essere valutata e risolta nell’ambito dell’unità nazionale e di quella europea, è anche vero che la soluzione dei problemi del Mezzogiorno è il compito fondamentale dello Stato italiano, altrimenti verrebbe meno la sua legittimazione storica. Non è un caso che da almeno due decenni si assiste ad una sistematica opera di rimozione della tradizione meridionalista in concomitanza con l’insorgere della questione settentrionale, segnata da forti venature separatiste al Nord e da riaffioranti nostalgie neoborboniche al Sud. (vedi qui)

La disunità a scuola
E’ bene partire dalla scuola. Che è nata con l’Italia unita. Prima c’erano i precettori presso i ricchi. E le scuole strettamente confessionali… l’analfabetismo maschile era al 74% e quello femminile del 84%, con punte del 95% nell’Italia meridionale… Ma oggi abbiamo anche il dovere di riconoscere che, dalla fine degli anni settanta del secolo scorso, questa spinta verso il sapere per tutti e verso il superamento della povertà grazie all’istruzione si è arrestata. Tanto che oggi il 20,8 % dei nostri ragazzi non ottiene un diploma di scuola superiore né una formazione professionale compiuta. E si tratta dei figli dei poveri, quelli per i quali la scuola pubblica è nata. Bambini e ragazzi poveri, che sono quasi due milioni, il 18% del totale. Se si guardano, poi, con attenzione questi dati, si vede che essi rivelano una disunità dell’ Italia tra nord e sud. Infatti nel sud risiede il 70% dei minori poveri, 1 milione e trecentomila. E mentre la media italiana di chi cade fuori dal sistema di istruzione è 1 su 5, nel sud è quasi 1 su 3. (vedi qui)

Ripartire dalla scuola

Negli anni a venire, quale che sia la direzione politica del paese e quella di regioni e città, il primo grande banco di prova per le classi dirigenti nazionali e locali è quello del rilancio delle politiche attive per chi fin da bambino è escluso dal sapere e quindi dalle opportunità. Sarebbe, insomma, urgente, a 150 anni dall’unità, poter riparlare di vera politica. E cimentarsi con il come aumentare scuole materne e nidi e rafforzare l’istruzione di base, dando più ore e didattiche migliori a chi parte svantaggiato. (vedi qui)

* * *

Siti ufficiali
Calendario di eventi e materiali sul sito ufficiale (qui), sul sito del Quirinale qui, sul sito del Ministero dell’Istruzione qui.

I 150 anni dalla spedizione dei Mille sul sito della Regione Siciliana (qui), Materiali sui siti della Regione Toscana (qui) e  della Regione Piemonte (qui).

Eventi e notizie sul 150° dell’Unità d’Italia sul sito dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia qui.

Convegni
Per l’avvio di un bilancio del Risorgimento e della storia italiana degli ultimi 150 anni. Relazioni di Giorgio Galli e Maurizio Gusso al Seminario del “Presidio della Storia” dell’Associazione Culturale Punto Rosso, “Quale Italia a 150 anni dall’Unità. Un bilancio per un percorso imperfetto” (Milano, 14 dicembre 2011) qui.

Silvana Citterio, “Valori ispiratori e questioni irrisolte a 150 anni dall’Unità. Come affrontarne lo studio a scuola”: presentazione della relazione nell’incontro introduttivo (La Spezia, 23 febbraio 2011) del Progetto “Italiani ieri e oggi. 150 anni dall’Unitàqui.

Materiali dei Seminari di formazione L’Italia e gli italiani. 150 anni (e più) di storia, fra ricerca e didattica, promossi da IRIS, con la collaborazione di Archivio Bergamasco Centro studi e ricerche, Azienda di Servizi alla Persona “Golgi-Redaelli” di Milano, Clio ’92, LANDIS (Laboratorio nazionale per la didattica della storia) e Rete lombarda ELLIS / Educazioni, letterature e musiche, lingue, scienze storiche e geografiche (Milano, 22 e 29 novembre 2010) qui.

Un e-book: Ernesto Perillo (a cura di), Le storie d’Italia nel curricolo, qui.

Prof, ho scoperto un eroe!“. Storie nascoste del Risorgimento. Sul sito de la Repubblica qui.

Materiali sul sito del Corriere della Sera qui.

Su vivalascuola, Sivana Citterio, Italianità, Risorgimento e dintorni. Tra storia, memorie e (speranza di) futuro e altri materiali qui

* * *

La settimana scolastica

Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale. Il mondo moderno tende sempre più alla flessibilità, bisogna confrontarsi con il mondo che è cambiato.”

Così il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri Cancellieri in una intervista a Tgcom24. Le fa eco il ministro del Welfare Elsa Fornero, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università degli Studi di Torino.

”Bisogna spalmare le tutele su tutti, non promettere il posto fisso che non si può dare. Questo vuol dire fare promesse facili, dare illusioni”

Parole che fanno il paio con quelle della settimana precedente del presidente del Consiglio Mario Monti:

“I giovani devono abituarsi all’idea che non lo avranno. Che monotonia il posto fisso, è bello cambiare”

E con quelle precedenti del viceministro al Lavoro Michel Martone:

“Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato”

Numerose le reazioni, e impossibile dar conto di tutte.

Alcuni ministri di questo governo hanno un problema di comunicazione. Perché uno scivolone è un indizio, tre di fila sono una prova… In questo somigliano a Berlusconi. Come lui non distinguono – o scelgono di non distinguere – ciò che si dice dal proprio pulpito istituzionale e ciò di cui si parla a cena con gli amici” (vedi qui).

Cabaret Bocconi? Governo sull’orlo del bar (Ellekappa)“? Battute che ricordano la risposta a una precaria “sposi mio figlio del precedente premier? O gli insulti ai precari (“Siete la peggiore Italia”) dell’ex ministro Brunetta?

Il problema sollevato da simili dichiarazioni non è però una questione di stile o di sensibilità, ma di sostanza… Il punto è che cosa dobbiamo aspettarci da uncapo del governo che usa l’espressione “apartheid” per descrivere la condizione dei precari rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato (che sarebbero quindi equiparati ai segregazionisti del Sudafrica, come fossero stati loro a invocare la pletora di contratti flessibili in cui sono stati “ghettizzati” i giovani)… Il punto è quale idea dell’Italia esprima un presidente del Consiglio che indica come causa prima degli attuali problemi del Paese il “buonismo sociale” dei passati governi (dobbiamo dunque pensare, come abbiamo letto in un commento circolato in rete, che sia venuta l’ora del “malvagismo sociale“?)”.

Così scrive Francesco Cundari su l’Unità. E di seguito riportiamo il commento della Rete della Conoscenza, il network promosso da Unione degli Studenti e Link-Coordinamento universitario.

”Siamo sconcertati dalla presunta sobrietà di questo governo, che ormai ogni giorno insulta e si fa beffe di milioni di italiani, insultandoli con presunzione, dimostrando di non conoscere affatto la realtà del Paese”

Un dato conforta la loro tesi:

Nell’Unione Europea l’Italia è ormai il secondo Paese, dopo la Romania, per cittadini emigranti. Sono tantissimi i giovani coinvolti dal fenomeno migratorio, sia interno che estero. Ministro Cancellieri, altro che posto fisso a casa con mamma e papà. I giovani italiani emigrano anche troppo!

E questa è una soluzione proposta:

Serve invece, come ci chiede l’Unione Europea, introdurre, quantomeno un reddito minimo fissato al 60% del salario medio, che consenta a tutte e tutti di scegliere come e quando staccarsi dal nucleo familiare. Il problema non è semplicemente culturale, ma di welfare, il governo la smetta di fare puro opinionismo e affronti i problemi veri del Paese”

Nel frattempo la stampa informa che il ministro del Lavoro che ha un figlia con doppio lavoro e per giunta nella stessa università torinese di mamma e papà. Silvia Deaglio, 37 anni, risulta infatti ricercatrice in oncologia e professore associato alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino. Il secondo impiego è quello di responsabile della ricerca presso la HuGeF, una fondazione attiva nel campo della genetica, genomica e proteomica umana. Fondazione creata dalla Compagnia di San Paolo di cui il ministro Fornero era vicepresidente, dall’università di Torino in cui insegnano i genitori e dal Politecnico di Torino il cui rettore era nel consiglio direttivo della Fondazione, fino a che non è diventato ministro dell’Istruzione con il nome di Francesco Profumo (vedi qui).

Informa anche che secondo un’indagine elaborata dall’Isfol con il dipartimento demografico della Sapienza di Roma il 72 per cento dei giovani fra i 20 e i 34 anni è disponibile a spostarsi pur di trovare lavoro. Il 17 per cento mette in conto di vivere in un altro paese europeo, quasi il 10 è disponibile anche a cambiare continente. Una tendenza confermata dai dati dello Svimez, dell’Istat e di Almalaurea.

Passando ai numeri, nel 2010, spiega lo Svimez, 250 mila persone si sono spostate dalle regioni meridionali ad altre aree del Paese. Di queste 114 mila hanno effettuato il cambio di residenza (erano 70 mila solo a metà degli anni 90) e 134 mila si sono attrezzati con la mobilità a lungo raggio e il pendolarismo. Volendo considerare il lungo periodo le quote lievitano: dal 1990 al 2005, certifica la Banca d’Italia, il passaggio dal Sud al Nord ha coinvolto due milioni di persone (vedi qui).

Il governo e il ministro Profumo farebbero bene a confrontarsi con la realtà, si legge in un articolo pubblicato sull’Unità online. Ad esempio, per quel che riguarda il ministro Profumo, perché “proporre di fare un nuovo concorso per reclutare docenti che cozza con una situazione del personale che consiglierebbe tutt’altro?“, visto il quadro degli oltre diecimila docenti tra scuola primaria, medie e superiori che nell’anno scolastico 2012-2013 risulteranno in esubero.

Inoltre “la riforma a regime, l’aumento dell’età pensionabile in vigore dal primo gennaio di quest’anno, gli accorpamenti di scuole in corso faranno aumentare questa cifra. La sofferenza principale è al Sud. Il governo lo sa?“.

Preoccupa anche l’insorgere di un’altra pratica tipica dei governanti italiani, quella di fare e disfare. Nella nuova versione del Decreto Semplificazioni approvato il 3 febbraio slitta l’autonomia amministrativa e si parla di organico funzionale ma senza risorse. Il nuovo testo non conferma quanto presentato dal ministro Profumo il 27 gennaio.

Non c’è più la conferma dell’organico di questo anno per i prossimi anni e si prefigurano, quindi, possibili ulteriori tagli anziché l’avvio di un effettivo organico funzionale. “Sono spariti i numeri!“, conclude Mario Piemontese analizzando i due testi. E’ sparito pertanto il riferimento esplicito a 10.000 posti in più: pare che il Governo avesse intenzione di attivarli a costo zero attraverso una riduzione equivalente dei finanziamenti per il salario accessorio dei lavoratori della scuola.

Isomma, incertezze continue, come anche sul tema dei Tfa (Tirocinio Formativo Attivi), la cui programmazione pare sia stata bloccata perché la Corte dei Conti ha richiesto una programmazione anche contabile per il prossimo triennio sui posti disponibili, mediante un DPCM.

Il MIUR non è in grado in questo momento di adempere alle richieste della Corte e pertanto sta cercando di trovare una strada tecnica alternativa per far partire i TFA. Sembra che il giorno 13 ci sia una riunione per dirimere la questione (vedi qui).

C’è un fare e disfare aanche sul tema delle graduatorie ad esaurimento: è vero che il ministro Profumo si è insediato da pochi mesi, ma come in cinque giorni possa cambiare idea e decidere di lasciare fuori dalle graduatorie ad esaurimento i docenti abilitati a seguito dell’esame di laurea sostenuto presso le Facoltà di Scienze della Formazione Primaria è difficilmente comprensibile. Anzi su questo tema il caos domina in Senato. Calderoli, Pittoni, Bodega, M. Garavaglia, Vaccari, Valditara, Possa, Asciutti, Leoni vogliono ricacciare pure gli abilitati in strumento musicale. Giambrone vuole inserire tutti gli abilitati. Il PD difende l’emendamento approvato dalla Camera, richiesto dall’Anief. Tra lunedì e martedì il voto.

Non c’è pertanto alcuna svolta nella politica scolastica, ma la conferma che questo governo si muove in continuità con quella visione economicista che ha caratterizzato quella dei precedenti”.

Così afferma Bruno Moretto, a conclusione di un’analisi delle linee fin qui annunciate e praticate dal nuovo ministro.

La continuità è ribadita dal procedere dei progetti sulla valutazione delle scuole che vedono protagonista l’Invalsi (di cui parleremo ancora molto) e nel fatto che dopo oltre 2 anni e mezzo di assoluto silenzio, la proposta di legge Aprea è tornata in pista nella riunione della VII Commissione della Camera, il 25 gennaio scorso.

Ma in Lombardia non si aspettano i tempi della discussione del disegno di legge Aprea, il Presidente della Regione presenta una proposta di Legge Regionale “Per la crescita lo sviluppo e l’occupazione” la quale prevede che, a partire dall’anno scolastico 2012/2013, le istituzioni scolastiche statali possono organizzare concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi, al fine di reclutare personale docente necessario a svolgere le attività didattiche annuali che “conosca e condivida” il progetto dell’Istituto. Contraria la Flc-Cgil, che parla di atto assogante, secessionista e incostituzionale”:

“Proprio su uno dei capisaldi costituzionali, quello del Sistema Nazionale dell’istruzione, Formigoni intende consumare un pesantissimo e inaccettabile strappo istituzionale“.

Molti gli interrogativi: i tempi fulminei dell’operazione, l’inesistente raccordo con le direttive ministeriali, il senso del riferimento alle “attività didattiche annuali” (vuol dire che ogni anno le scuole si metteranno a bandire e svolgere concorsi?). Resta ancora da capire, tra l’altro, cosa dice al riguardo la Direzione Scolastica Regionale. Ma preoccupa soprattutto l’ambiguità delle parole chiave della proposta. Leggiamo all’art 2 ter:

“E’ ammesso a partecipare alla selezione il personale docente del comparto scuola che conosca e condivida il progetto e il patto per lo sviluppo professionale, che costituiscono parte integrante del bando di concorso di ciascun istituto scolastico”.

In che senso tutto ciò sia preoccupante, lo esplicita una peraltro pacata analisi di Antonio Valentino:

In che senso “conoscere” e “condividere”? E attraverso quale strumento? Attraverso colloquio (modello “Sperimentazioni autonome”) o per semplice dichiarazione? E gestito come?… Oggi come oggi, infatti, pensare (come presuppone il disegno di legge) che si voglia andare ad insegnare in una scuola perché questa ha un “suo” progetto che si vuol condividere, è quanto meno azzardato… D’altra parte, l’operazione precedente della Giunta Lombarda, con la “Dote Scuola”, era essa stessa tassello di un mosaico di ridisegno del sistema istruzione lombardo, in cui quello che conta è la scelta delle famiglie e una identità di istituto non culturale e progettuale in senso laico, ma ideologica (in ogni caso contraria ad una scuola per tutti e per ciascuno, per dirla con uno slogan).

Netto il giudizio di CubScuola:

“Un simile modello di reclutamento del personale non sarebbe altro che la ratifica del dispotismo che già caratterizza la pratica di molti, troppi, dirigenti scolastici, del predominio di interessi locali e particolari di svariati gruppi di pressione, di una logica feudale e clientelare”.

Forti preoccupazioni anche da parte del Movimento Scuola Precaria, che così analizza e invita a un incontro sul tema per lunedì 13 febbraio a Milano:

Sotto l’anodina espressione di ‘concorso di istituto’ si cela la famigerata ‘chiamata diretta’ che in questi ultimi anni è stata spesso e volentieri invocata come la panacea di tutti i mali della scuola italiana. Il corpo sacrificale di questa ‘soluzione definitiva’ è ovviamente quello dell’insegnante precario... verrebbe meno un principio cardine della nostra Costituzione che è la libertà di insegnamento, in secondo luogo si porrebbero le basi per la lottizzazione delle istituzioni scolastiche.

Probabilmente è per realizzare tale proposta che l’on. Valentina Aprea, sostenitrice di tale metodo di reclutamento e già presidente della VII commissione cultura alla Camera, è stata nominata da Formigoni assessore all’istruzione per la regione Lombardia e pertanto si è dimessa da deputato e, conseguentemente, da presidente della Commissione Cultura della Camera.

Nel frattempo l’innalzamento dell’età della pensione continua a preoccupare gli insegnanti della classe del 52, la più penalizzata. E’ stato presentato dalla senatrice Bastico un emendamento affinché sia prorogata al 31 agosto, regolare scadenza dell’anno scolastico, la maturazione dei requisiti per andare in pensione. L’andamento della discussione su questo emendamento, al momento accantonato, si può seguire sul blog della senatrice Bastico.

Sul blog dell’on. Ghizzoni intanto i docenti della classe 52 si stanno organizzando per una class action contro il provvedimento del governo, mentre è più generale lo scontento verso l’innalzamento dell’età del pensionamento della scuola, che verrebbe a creare la “scuola dei nonni.

Finiamo con due notizie. Una circolare del ministero chiarisce che dal prossimo anno tutti i libri di testo dovranno essere “in forma mista o interamente scaricabili da internet“. Molte famiglie potrebbero trovarsi di fronte a difficoltà e dovere affrontare un’altra spesa.

Infine: nonostante il monito da parte della VII commissione al Senato sui dubbi relativi alla effettiva realizzazione dell’annullamento del valore legale della laurea, il Primo Ministro tira dritto e comunica che avvierà a breve una consultazione pubblica sul sito del MIUR.

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Su ForumScuole tutti i tagli all’istruzione per il 2012.

Su ReteScuole le iniziative legislative estive del governo che riguardano la scuola. Su PavoneRisorse una approfondita analisi delle ricadute sulla scuola della finanziaria di agosto 2011.

Il decreto Brunetta qui e il vademecun della CGIL sulle sanzioni disciplinari qui.

Tutte le “riforme” del ministro Gelmini.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Altre guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Manuali di resistenza alla scuola della Gelmini qui e qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Gilda, Cub.

Finestre sulla scuola: ScuolaOggi, OrizzonteScuola, Aetnanet. Fuoriregistro

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano)

9 pensieri su “Vivalascuola. Appunti d’assessore. Per il 150° dell’Unità d’Italia

  1. Hai proprio ragione Fabio, sarebbe riduttivo…Il testo di Salzarulo è un vero e proprio saggio in cui attingere a piene mani: buona storia, buona scuola e anche buona politica …
    Quando la scrittura scorre così è un piacere imparare.
    Complimenti all’autore e ancora una volta grazie Giorgio per la cura che impieghi in questa sezione del blog.

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  2. Scarico tutto con calma e leggo, leggo, molto interessante come sempre gli articoli di questo Assessore.
    Gazie complimenti per la ricerca accurata…

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  3. Grazie a voi, Fabio, Angela e Aldo. I testi di Donato sono sempre ricchi di stimoli, intrecciando in una gustosa affabulazione piani diversi.

    Questo è un’occasione per parlare di ieri e anche di oggi, per ripercorrere i temi posti dalla storia dell’unificazione italiana e fare un bilancio di questa storia. Attraverso una formazione personale e un’esperienza didattica e politica.

    Sarebbe interessante provare a dare qualche risposta alle inevitabili domande: A che punto siamo? Che Paese siamo? Ci sentiamo davvero italiani? Ci sentiamo o no parte di una nazione?

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  4. “Nei giorni successivi cominciai a sollecitare la memoria. Innanzitutto le conoscenze scolastiche…”

    Che bello! Complimenti! Tra le altre cose, l’ho letto anche come una biografia personale e collettiva. Grazie!

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  5. Grazie per i vostri interventi e per i vostri apprezzamenti. Ho cercato di fare del mio meglio, intrecciando diversi piani di pensiero e, come dice Giorgio, raccontando…Ancora grazie.

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  6. Pingback: Vivalascuola. Appunti d’assessore. Per il 150° dell’Unità d’Italia « TRANSITO SENZA CATENE

  7. Caro Assessore,

    ti leggo in una pausa di lavoro.

    Non leggo mai i post. Questo si’, perche me lo popone il mio amico Giorgio, perche’ parla di storia (e io sono uno storico), perche’ parla dell’Italia (e io sono all’estero!). Ti leggo, ma leggo con attenzione solo le prime pagine, poi scorro sempre piu’ velocemente. Non e’ che non mi piaccia il tuo post, anzi. E’ interessante e bello; tra l’altro, mi ha ricordato Gaber e fatto conoscere un brano splendido di La Capria. Pero’ il lavoro mi reclama e certo mi aiutera’ a sottrarmi alla curiosita’ di vedere se e come qualcuno reagira’ al sasso che sto per lanciare. Pero’ lo lancio.

    Dunque, tu scrivi: “Alcune continuità appaiono ingannevoli. Ad esempio, quelle che addebitano a tutti gli italiani l’assenza di senso civico, l’individualismo, il servilismo ed altre tare immutabili. Non tutti gli elettori italiani hanno votato Berlusconi. A fare i conti in valori assoluti, neanche la maggioranza”.

    E io penso: non ce la faremo mai. Perche’, se la logica non mi tradisce, la frase stabilisce un’equivalneza tra l’elettorato di Berlusconi e la parte d’Italia che e’ priva di senzo civico, individualista e servile. E se individualismo e servilismo fossero anche tra l’elettorato di sinistra? E se tra gli elettori di Berlusconi ci fosse gente che paga le tasse e crede nella solidarieta’ oltre che nella competezione. No, eh? Troppo complicato?! I buoni di qua, i cattivi di la’ come sulla lavagna alla scuola elementare (quella che entrambi abbiamo frequentato tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60).

    Dunque, vediamo – non ci resta che evangelizzare i creduli o cattivi che stanno (tutti) dall’altra parte o fare l’Italia unita senza di loro (del resto, non sono neanche la maggioranza, no?). Oddio, caro Assessore.

    Tante cose vorrei aggiungere. Per esempio a proposito delle ondate di narcisimo negativo che ci sollevano speso al di sopra dei fatti. Visto che parliamo del passato – ho un mucchio di colleghi autorevoli che continuano a raccontare questa ‘storia’ dello stato debole in Italia. Mai che chiarissero quale e’ uno stato forte che si sarebbero augurato per il nostro Paese. Quello francese di Napoleone III, della Terza Repubblica o di Petain? Quello prussiano di Guglielmo II o quello tedesco degli anni terribili? Lo Stato introvabile degli USA? Bah…

    Mi fermo, caro Assessore. Dico ancora solo che mi fa piacere che ci sia, da qualche parte, un assessore in gamba come te e che… no, a pensarci bene, non e’ vero che non andremo da nessuna parte. Vista da dove sono quella piccola appendice del piccolo continente europeo mi sembra troppo vivace e affascinante per non avere una bella storia davanti.

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  8. Caro Fabio,
    un grazie sincero per il tuo intervento.
    Il sasso che lanci mi colpisce in zone importanti del corpo: non al cuore o al cervello, ma ad una gamba sì, quella sinistra e la sento abbastanza dolorante.
    Sei uno storico e sarai abbastanza d’accordo con me che non si può tra l’Italia del 1861 e quella del 2012 istituire una continuità così forte da pensare che i problemi di allora siano quelli di oggi. Sto parlando all’ingrosso, si capisce. So che la ricerca storica è fatta di continuità/discontinuità, d’ipotesi di periodizzazione, d’individuazione di rotture sociali, di cambiamenti istituzionali, economici, culturali, ecc. Tornare al “particulare” di Guicciardini o al Leopardi del “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani” per descrivere e caratterizzare il berlusconismo degli italiani di oggi, mi appare operazione di continuità ingannevole.
    Il berlusconismo, se ho capito bene il tuo pensiero, non caratterizza soltanto l’elettorato del nostro ex Presidente del Consiglio. E’ probabile. Bovary c’est moi. E’ probabile che berlusconiano sia anch’io. Quando, però, per preparare il prossimo bilancio coi colleghi di Giunta, analizzo i dati (ad esempio) dell’addizionale comunale IRPEF, scopro che il 93% viene pagato da lavoratori dipendenti e pensionati; porco cane, mi dico, sicuramente una parte di questi strati sociali voterà Berlusconi (altrimenti come ha potuto raggiungere quei risultati elettorali), ma l’evasione fiscale è un “peccato” che questi miei fratelli non possono permettersi. Forse l’hanno votato perché aveva promesso una riduzione delle tasse…
    Caro Fabio, hai ragione. Non ci sono i buoni da una parte e i cattivi dall’altro. Il berlusconismo è fenomeno complesso. A quale filo della nostra storia nazionale si lega? Per capirlo è necessario tirare in ballo Guicciardini e Leopardi?
    Sulle nostre “ondate di narcisismo negativo” sono d’accordo e così pure sulla “storia dello stato debole” in Italia…Veramente io parlavo di “identità originariamente debole della nazione italiana”…
    Comunque, ancora grazie e tanti auguri di buon lavoro.
    Donato

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