Identità duplice

di Meth Sambiase

Il fare comunità è un atto sociale, apparentemente bizzarro in un luogo storico dove le identità si staccano esponenzialmente da valori referenziali classici (la decomposizione dei ceti, per seguire le parole di Alain Peyrefitte). Nulla è diventato pressante se non il seguire la fluidità degli stimoli che continuamente la globalizzazione dell’identità, propone. L’identità con cui confrontarsi, non è intesa qui come come funzione psicologica, dove apparirebbero valutazioni in merito alla dualità mente corpo, ma piuttosto come il suo riferimento sociologico.

Ancorata alla richiesta continua di semplificazione, il confine dell’io e del noi dovrebbe conquistare sequenze naturale per accrescersi e anche modificarsi in parte, ma in tempi di mobilità delle collocazioni sociali ha finito per forzare e stratificare le trasformazioni.

“L’identità ci si rivela unicamente come qualcosa che va inventato piuttosto che scoperto; come traguardo di uno sforzo, un obiettivo … per cui è necessario lottare e che va poi protetto attraverso altre lotte ancora, anche se questo status precario e perennemente incompleto dell’identità è una verità che, se si vuole che la lotta vada a buon fine, dev’essere – e tende ad essere – soppressa e laboriosamente occultata”(Z. Baugman)

Il punto zero, la prima identità, è quella che viene fornita alla nascita, ed è indubbia, ed è corporale. Si può (af)fermare ancora la sua evidenza fino alla pubertà, primo luogo di scelta e di orientamento sessuale, dove confermarsi o cominciare a lottare per un identità contrapposto al genere del corpo. Oltre quel punto, tutto ruota sulle variabili, le modifiche sono continue come la richiesta esterna di immobilizzarsi in uno stato netto, conforme, che si traduce in troppe aggettivazioni per una persona sola.

La carta d’identità richiede severe risposte. Un esempio immediato: donna, nubile ma madre, impiegata full time a tempo determinato, provinciale urbanizzata, religiosità cattolica non praticante, segno zodiacale di fuoco, tessera della biblioteca, del supermercato biologico, nessuna carta di credito. E’ il riconoscimento elementare, la prima porta per entrare nel “noi” che permetta la comunicazione. La richiesta di semplificazioni è stata esaudita. – Tu chi sei, cosa fai, da dove arrivi, dove vivi ora? – Si combatte una “guerra di riconoscimento” da cui entrare ed uscire dalle formulazioni per riconoscersi nell’ora del continuo temporale, la propria biografia vitale, abitante di quella “modernità liquida” che attrae ma non permette sicurezze esistenziali, la quadratura del cerchio a forma di pilastro riconoscitivo. Il “metodo” è frantumato dalla liquidità dell’offerta, insomma. Se si vuole restare dentro quel “noi”, si cerchino degli angoli fissi a cui non appartenere ma esserne forma, per non disperdersi nel troppo e finire in trappole semplificanti che si cementificano e finiscono per costare rivoluzioni personali devastanti per riprendersi la propria linea trasparente.

Nel “noi”, riuscire ad esser voce singola che si aggrega trovandosi allo specchio non un feticcio identificativo ma un altro “noi” empatico, per incastrare pezzi e frammenti d’identità l’uno nell’altro con la fedeltà, per trovare il miglior incastro possibile, quello che somigli alla nostra stessa natura.

2:5

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<plice

com

Viaggio in arte poetica e visuale nel soggetto che si duplica

Meth Sambiase Antonella Taravella Valentina Gaglione Anna Serrato Sandra Dello Iacono
domenica 4 marzo

lunedì 5 marzo

Reggio Emilia

Chiesa dei SS Agata e Carlo

via San Carlo 1

2 pensieri su “Identità duplice

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